Kitabı oxu: «I tre tiranni»
Agostino Ricchi
I tre tiranni
Commedie del Cinquecento

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066071677
Indice
I TRE TIRANNI
A LO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SIGNORE
PROLOGO
ARGUMENTO
ATTO I
ATTO II
ATTO III
ATTO IV
ATTO V
A CURA DI IRENEO SANESI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
1912
PROPRIETÁ LETTERARIA
GENNAIO MCMXII—30148
I TRE TIRANNI
Indice
DI AGOSTINO RICCHI
A LO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SIGNORE
Indice
IPPOLITO IL CARDINAL DE' MEDICI
AGOSTINO RICCHI
Se la eterna Maestá a le ostie, ai tempii ed a le statue piú che ai cori, agli animi ed a la fede riguardasse, quelli che a pena porgere agli altari suoi le picciole immagini ponno, disperando de le celesti grazie, di porgerli i fidi voti si rimarrebbero. Ma perché il grande Iddio piú gode de la fervida volontá dei cori che de la gonfiata superbia dei doni, ciascuno a la somma bontá ricorso, lá dove il freddo poter manca, supplisce con il caldo volere: ne la guisa che, ne lo offerire al gran vostro nome il primo parto del mio ancora acerbo ingegno, faccio io; rendendomi certo che stenderete in accettarlo la sacra destra con quella istessa natia clemenza con la quale il grande Artaserse abbassò la real bocca, l'acqua pura gustando che con le ruvide mani il semplice pastore rozzamente gli porse. E perché lo eccelso re vie piú si umiliò in ber l'anima che insieme con le onde del fiume il boscareccio uomo gli diede che nel ricevere i preziosi doni dei potenti signori non soleva, ancora l'Altezza Vostra si umilierá nel prendere il core che insieme con queste mie prime fatiche gli offerisco non altrimenti che si faccia in accettare gli alti poemi che i chiari prencipi de le sacre scuole de le lettere, in ciascun luogo, in ogni tempo ed a tutte le ore, li consacrano. Né si creda però che io sí temerario fossi che a voi, che obbietto degli onori siete, per onorarvi inviassi l'opra che io come in poco spazio di tempo forse con poca esperienza d'arte feci, ancora che a Dio, a cui né crescere né scemare si può di gloria, veggiamo, non misurando la grandezza sua, cantare inni, ardere incensi ed accender lumi; anzi perché (sí come le cose poste ne' tempii, per vili che sieno, di indegne degnissime diventano), essendo al magnanimo Ippolito consecrata, di bassa e negletta venga dagli uomini pregiata: ché, per tenere sculto ne la sua picciola fronte il pregiato nome vostro, i pellegrini spiriti che vi adorano la solleveranno con la medesima fortuna che dal tempo abbattuta colonna, per la riverenza de l'antico titolo che in essa si legge, si solleva. E se a me di ciò punto vien di onore, non altrimenti lo estimerò che soglino li umili sacerdoti i fumi degli odorati incensi e gli altri onori di che essi participano, ricognoscendo tutto da colui che è cagione in loro di tali grazie.
Di Ferrara, a li XXV di luglio M.D.XXXIII.
PERSONE
GIRIFALCO vecchio
PILASTRINO parasito
ORGILLA fante di Girifalco
SIRO }
TIMARO } servi di Crisaulo
CRISAULO nobile
FILENO servo di Crisaulo
FILOCRATE giovane
CALONIDE madre di Lúcia
LÚCIA figliuola
EPARO lavoratore
LISTAGIRO parasito
FRONESIA fante di Lúcia
ARTEMONA roffiana
COMPAGNI di Filocrate
DEMOFILO vecchio socero di Calonide.
ARGUMENTO
Girifalco ama Lúcia e da Listagiro e Pilastrino accorti parasiti n'è beffato e punito. Ancor di questa preso Crisaulo nobil, per astuzia d'una roffiana e d'una sua fantesca (che Filocrate giovan quale amava li trasser de la mente, ond'ei impazzò, e si partí romito), la si gode sotto uno inganno d'oro, con parole di volerla sposar. Tornato in questo Filocrate di Spagna, in vece altrui, pensandosi d'aver ne le man Lúcia, si giace con la fante; qual poi sposa, quando Crisaulo, sol da Amor costretto, oltre ogni suo voler, si sposa Lúcia e insieme con Calonide sua socera congiunge Girifalco, giá beffato.
PROLOGO
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MERCURIO.
Giove, che vive e regna suso in cielo, come voi qui (la sua mercede) in terra, m'avea mandato qui per i lamenti ch'escono ognor qua giú da le gran mandre dei filosofi nudi e dei poeti; i quai, giá incominciati, or piú che mai spessi e piatosi al ciel passando a schiere, ne turban sí che m'avean commesso, tutti a una voce, ch'io venga a pregarvi e persuader che, per nostra quiete, per vostra gloria e per piatá, vogliate dar fine a tai miserie ond'essi ogni ora, discacciati e mendici e disperati, minaccian sotterrare i nostri onori. E però quegli onde ciascuno ha vita aría voluto ch'io vi protestassi, quando non provediate ai lor bisogni, che, senza alcun rispetto, lasceria cadervi a dosso lo sdegno Aretino: a cui diè forza fulminare i nomi nel modo ch'egli suol talor per ira fulminar l'alte torri. Ma, trovato certi ch'ora qui voglion recitare una comedia per vostro diporto, per non mescolar cose altro che allegre, lascerò questo ufficio. E perché un certo parasito, ch'avea da parlar prima, sorbito ha Bacco in modo che sta in dubbio s'egli è nel nostro mondo o in quel d'altrui, hanno voluto che da parte loro io venga a dirvi quel che intenderete, se m'ascoltate alquanto. Alti e cortesi spettator degni, una comedia nova (nova, dico, non mai piú vista o letta o in alcun degli antichi ritrovata) vi apporto, piena di giuochi e d'amore: il cui tittol, per oggi, sará in vece di quel che s'avria a dirvi in argumento de l'istoria, perché voglio esser breve. Son tre superbi e potenti signori c'han de la vita nostra in mano il freno e la governan come piace a loro. E perché spesso, anzi il piú de le volte, non giustamente in noi s'incrudeliscono, onde ci vien disnor, disagi e morti, l'autor di questa, che vorria mostrarvi la natura di loro, i loro effetti, li finge in tre persone che di pari contendeno ad un fine; e cosí volse chiamarla I tre tiranni. E questi sono, come vedrete, Amor, Fortuna ed Oro. Ma, perché ben sappiate la sua mente, gli è piaciuto scostarsi cosí alquanto dal modo e da l'usanze degli antichi: ché, dove han sempre usato essi che il caso e tutto quel che pongono in comedie possa essere in un tempo o in un dí solo, questi ora vuol che la presente scena, sicondo che richiede la sua favola, servi a piú giorni e notti in fine a uno anno. E, benché si potesse aperto dire che gli è così piaciuto, ha pur in vero qualche ragione in sé: perché, sí come si vive or con la vita del dí d'oggi e non di quegli che fûrno giá un tempo, e son vari i costumi, pare onesto con questi le poesie, le prose, i versi, li stili e l'uso ancor del recitare, sicondo i tempi, si mutino e innovino. Né vi offendano i nomi inusitati, perché, per adattargli a le persone e loro uffici, gli ha tratti dal greco: e questo dice dei latini antichi essere usanza; e in ciò gli ha seguitati. Io vi direi piú cose da sua parte; ma il tempo passa. Questa qui è Bologna. Chi 'l crederá ch'oggi in sí picciol luogo si sia ristretta? E pur è con effetto: e in modo tal che sí superba e grande forse non fu mai Troia, Atene o Roma. Qui sta Crisaulo nobile; e qui Lúcia; qua Girifalco; e di lá Pilastrino. Eccol che viene in qua. Se sta in cervello, potrete intender da lui meglio il tutto. Siate sempre felici.
ARGUMENTO
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PILASTRINO parasito.
Buona vita, insieme con la pace di Marcone, caso che vi fermiate con silenzio. Ma io sono il bel pazzo a creder ch'ora tante cicale e tanti cicaloni s'acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate, ciarlate forte, ch'io dirò cantando il Verbum caro o 'l Chirielleisonne. Anzi, vo' dir, poi che non è peccato, O pecorar, quando anderastú al monte o vero il Ritornando da Bologna, La scarpa mi fa male in ponta o pure La vedovella quando dorme sola. Mi vien voglia di dire ad alta voce il Mal francioso di Stracin da Siena; ma so che tutti lo sapete a mente come il Pater e l'Ave e l'a b c. Orsú! Farete tanto che a la fine vi lascerò di pian come ser Zughi. Par quasi che non sappia quel c'ho a dire. Son costor che da ogni ora, qua di dietro, mi stanno a festucar ch'io mi ricordi non so che d'argomento o serviziale o cristeo. Madonne, e voi, messeri, io vel farei, s'io fossi uno speziale sí come sono un bel cacapensieri in campo azzurro. Ma vi voglio dire di me, se a sorte non mi cognosceste. Io sono un uomo, come voi vedete. E mia madre fu donna da bon tempo. E, avendo un giorno tolto una satolla di biroldi e di trippe, venne pregna di me, com'ho poi inteso; ed in quel mese mi fe' in cucina a piè del focolare: ond'io la maledico mille volte, ch'ella si morí in quello ben pasciuta ed io sto sempre per morir di fame e so ch'è sol per qualche suo peccato. Ond'io volli, una volta, farmi frate per viver lieto e non durar fatica; e comperai i zoccoli e 'l cordone (la cappa me la dava un mio parente): ma, pensando ai digiuni ch'essi fanno, mi risolvei diventar parasito acciò che il corpo non mi bestemmiasse a petizion de l'anima da poca che non mangia e non bee e non si vede e vuol, la sciocca, mille cacherie per gire in paradiso a far la ninfa o ver la sposa. Or lasciamo andar questo; e ritorniamo al da ben Pilastrino (che così mi dimando) c'ha piú fede ne' tordi e nel buon vino e nel pan bianco che i frati al campanel del refettorio. E certo, se vivesse oggi Margutte, mi adoreria sí come adoro lui: massimamente s'egli mi vedesse pelare e rassettare a la moderna le donne, le matrone e le massare et utriusque sexus fine ai vecchi. Ma di che vi ridete? de' miei fatti? Ridiam pur tutti. Io riderò de' vostri. Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata! Oh! co! co! co! Quanti cameleonti che si pascon di vento! altri in amore, fiutando le duchesse e le reine (poi van con una slandra in Fiaccalcollo a menarsi l'agresto a tutto pasto); altri in sperar d'aver l'entrate grandi, mangiando in interessi il ben futuro. Quanto fariano il meglio a provedere di pagar tutto quello c'hanno in dosso a chi fatto ne l'ha credenza; e poi rappattumarsi con la sua signora che, per basciargli tuttavia la borsa, gli fa gir di pecunia a la leggera! Ma son giá di proposito sí uscito che non so a che fine io vi favello né ciò ch'avea da fare in questo luogo. Sí, sí! Me ne ricordo: l'argomento. Assettatevi tutti ben, ch'io possa mettervel tutto ne la fantasia, pel buco de l'orecchio, come s'usa. Fermi! Aspettate, ch'ora ci va dentro. Oh! Gli è 'l gran caldo! In fin, queste borsette, per parlare in linguaggio veniziano, non son mia arte; e, non vi entrando tutto il brodo d'esse, non si fa nigotta. Quanto meglio campeggia Pilastrino ne la santa illustrissima cucina, dando pro tribunal sentenze giuste del cappon lesso e del fagiano arrosto, del mangiar bianco e di quel sapor nero che si cava de l'uva e di quel verde che si trae de l'erbette fiorentine! Oh com'io son ben dotto in ordinare le buone gattafure genovesi! Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia! Cosí di queste nostre bolognesi. Risolviamla pur qui. Celi celorum altro non è, secondo il mio giudizio, che 'l mangiar bene e il ber solennemente. Non niego giá che il far quella faccenda non mandi altrui piú sú che mona luna. Tamen un pasto buon pontificale mi dá la vita. E, se ne l'altro mondo si facesse talvolta colazione, la morte mi faria poca paura; ma, quand'io penso che non vi si mangia e non vi si bee mai, divento matto. Oh Dio! Abbia pietá di Pilastrino! Non dico che mi mandi in purgatorio. Ficchimi pur ne l'inferno e nel limbo, ché, pur ch'io mangi talor duo bocconi e bea un ciantellin di malvagía ne incaco Ferraone e Satenasso. E quel poltron di Lucifero porco facciami come vuol, se ben volesse farmi in pasticci o in brodo o in gelatina. Ma, per parer ch'io non parlo col vino, vorria contarvi pur di questi pazzi: di Girifalco vecchio; e di Crisaulo; e quello scimonito di Filocrate ch'al fin si mangia, in cambio di perdice, la carne de la madre di san Luca tutto l'anno avocata dei tinelli. So ben ch'io sono inteso. Io giá non dico che la fante non sia una buona robba; ma basta che li parve essere ai ferri con Lúcia ch'era stata giá cagione ch'egli aveva mandato il senno in poste. Di Calonide taccio, c'ho rispetto di mentovare invano una sua pari che digiuna l'avvento. Or la vedrete entrare in nozze come una donzella (cosa da empir di risa gli orinali) insieme con la figlia, ch'oramai creggio che senta tentationem carnis. State attenti, vi prego, senza strepito; ché qui non vi si chiede né danari né altro che vi debba dispiacere. Un'altra volta comandate a noi. Ora questa è la cena: io volli dire la scena. E questo intorno è 'l Coliseo dove sedete. Chi è stato a Roma sa quel ch'egli è… Oh come mi rodeva! Una rogna canina! Ma tacete. Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante. Oh che cera d'amante! O dio Cupido, hai pur poca faccenda a travagliarti con simil manigoldi! Se non pare il Testamento vecchio e l'Imprincipio! Parla con seco istesso. Sará forza legarlo, inanzi agosto, a la senese. Voglio udir ciò ch'ei dice, qui da canto. Or di' sú, mestolon, cancar ti venga!
ATTO I
Indice
SCENA I
Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante.
GIRIFALCO vecchio, PILASTRINO parasito, ORGILLA fante.
GIRIFALCO. Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue in gioventú per non esser mendico quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine, tutto è niente; ché qui mai non puote l'anima aver riposo in fin che dura con la carne congiunta.
PILASTRINO. Oh bel dettato!
Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta
con la mostarda; ma vuole esser porco
di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione
ragioni anch'egli de bene vivendo? Piace anche a me.
GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego,
o parla piano; ch'oggi ho poca voglia
di cianciar teco.
PILASTRINO. Tu sei pur lunatico, Girifalco: perdonimmi i tuoi anni. Deh guarda che natura! Or si lamenta, or tace e fa il balordo, or ride, or piange, or ciancia fuor di modo e si rallegra e infuria; che talora ho meraviglia ch'un che pratica teco, in otto giorni, nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio, un tratto, negromante? uomo composto di sciatiche e catarri e d'avarizia, d'ira e d'amore.
GIRIFALCO. Abbimi compassione.
Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto
sfogar, ch'io moro.
PILASTRINO. Possa sfogar tanto
che ne rimanga agghiacciato per sempre.
Non restar giá per me.
GIRIFALCO. Sempre ho stentato; né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo, in questa vita, per non stentar sempre. Ed or che l'etá mia richiederebbe qualche riposo e d'animo e di corpo, cosí dentro mi sento travagliato, inquieto e confuso che desio talor la morte come cosa dolce. Ma non vorrei esser posto in sacrato, se non pensassi fare, anzi quel punto, vendetta e strazio di quella frittella che n'è cagione.
PILASTRINO. E che pensi di fare?
se Dio ti guardi, come ha fatto i denti,
ancor la vista.
GIRIFALCO. Se mai viene il tempo…
Non vo' dire altro.
PILASTRINO. Forniscel di dire.
Che la farai, come ti vien dietro,
morir forse in sul buco? Oh guarda volto
da far morir le donne di martello!
Che sia impalato!
GIRIFALCO. A chi dici «impalato»?
PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato; e tu mi pasci qui pur di parole. Saresti appunto buon, per la cappella che si fa al Baracane, per un santo in su l'altare o per un di quei voti con le man giunte; ché non mangi o béi ma vivi d'aere.
GIRIFALCO. Lascia: berem poi.
Anima mia, tu mi fai pur gran torto.
E poi per chi? Per un morto di fame,
un furfantello, un ladro, un giocatore,
un plebeo. Ma guardati, Filocrate;
ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria
che non mi vendicassi. Vatti sposa:
e to' per donna qualche ruffianaccia
per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio.
Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi!
In mal punto. Ah!
PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore.
Che fai? Par che rineghi anche il battesmo.
O Girifalco, tu sei diventato
un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio
e mostri esser saputo!
GIRIFALCO. Io son perduto
piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo.
Diavol!
PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire.
Sú! che ti porti presto.
GIRIFALCO. Che hai detto?
PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti dov'è colei che ti può dar salute e tòr d'angoscia.
GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto prima ch'io n'esca.
PILASTRINO. Va'. Se non moro io in questo mezzo, sará forse troppo presto per te.
GIRIFALCO. Non vorrei esser nato prima ch'esser cosí.
PILASTRINO. Fai grande errore a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia, e che direbbe de la tua incostanza? Ché debbi pur saper che amano i vecchi perché son fermi e potenti a durare a le lor dolci pene; ove noi altri reggiam di rado. E l'aspettare ancora non ti debbe esser grave perché sai ch'un tesoro sí fatto non s'acquista in un mese o in uno anno. Ma puon caso che n'aspettassi ancora venticinque e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio? ché allor forse saresti un'altra volta tornato giovan, come ancor giá fosti, e piú atto a l'amor ch'ora non sei. Non perder la speranza.
GIRIFALCO. E che? Saremmo forse come leggiam de la fenice, noi innamorati?
PILASTRINO. Tu sol sei fra tutti fenice. Gli altri li vo' dir pipioni. Ma, s'Amor non si muta di costume, tengo scorciare a sí vecchia fenice con l'ali il volo. Di fiere piú brave ho giá domato.
GIRIFALCO. E perché son dannato? Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene che non ti lasci un pugno, che tu veda le stelle a mezzo dí.
PILASTRINO. Non so vedere altrimenti le stelle a mezzo giorno se non sotto la botte; ma son certo che non le vedrò giá sotto la tua, subbio e telare, a mille opre d'aragna ch'ivi tesse la muffa per vestirne gli amici de l'aceto e del vin guasto. Resta con Dio. So dir che sei persona d'aver teco de' topi e de le mosche in compagnia. E da lor sei fuggito, così sei largo!
GIRIFALCO. Deh! non ti partire.
E dove, Pilastrino? Una parola
odi, se vuoi.
PILASTRINO. Non giá da quello orecchio.
Di': che ti manca?
GIRIFALCO. Cávali la cappa.
Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco,
se non ti è grave.
ORGILLA. Or che se l'ha cavata, il briacon, mio danno, se ogni mese non ci torna a veder. Parti governo, questo, di casa? Mi morrei se, un tratto, non gli pesto a mio modo quel mostaccio. Mettiam pur fuor la frasca.
PILASTRINO. Orsú, madonna! Bisogna che abbi compassione un poco al messere ancor tu, poi che tu vedi come sta il poverin.
ORGILLA. La mala pasqua, e presso che non dissi, che vi venga a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia per casa, poi, di questa massarizia e non rugnisce? Saria manco male se spendesse o comprasse della robba, poi che vuol fare il grande.
PILASTRINO. Oh! Di' ben forte che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci quello che c'è.
ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato.
Tu sai pur che costui non mangia rape
cotte giá di tre dí né di pan cotto
minestra, come farai tu stamane;
né bee meschiati.
PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi.
Tra voi gridate e menate le mani,
pur ch'io panebri.
ORGILLA. Tu tirerai in fallo,
Pilastrin, questa volta, ché la carne
rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca?
le miei mutande?
PILASTRINO. Giá denno essere arse,
se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco
non cuoce o scalda.
GIRIFALCO. Pilastrin mio caro,
tu vedi. Tornerai da me stasera,
ché compreremo una libbra di lonza
per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto
che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo.
E mena l'indiano.
PILASTRINO. Hai ben pensato.
E che ci arem da cena?
GIRIFALCO. Non t'ho detto?
PILASTRINO. Non t'ho inteso.
GIRIFALCO. Una libbra di buon porco.
PILASTRINO. A incominciare. E poi infra pasto?
GIRIFALCO. Quello
non basterá? Tu se' pure, oggi, strano!
Non t'empierebbe….
PILASTRINO. E sí! Dici da vero?
Tu vuoi tener me a cena con un'oncia
di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi
far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore
qualche volta ti trae del seminato.
E poi sei vecchio. Dammi a me i danari,
ché comprerò da cena onestamente.
E non esser sí scarso.
GIRIFALCO. Ecco i danari.
Piglia quel che bisogna. O Pilastrino,
ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta?
Questi quatrini… Sta'.
PILASTRINO. Non dubbitare:
ti porterò l'avanzo. Io voglio andare
a cercar di colui.
GIRIFALCO. Non v'è a bastanza?
Odi un poco.
PILASTRINO. Sí ben; ma lassa. Io vado
caminando a le porte, or ch'è passato
il mercato, se trovassi qualcosa
e spender poco. Non uscir di casa.
Torno con lui stasera.
GIRIFALCO. Ecco, or costui mi vuol brugiar di qualche bolognino con queste parolette: ché son fatti come 'l tizzone. Ma son bene allegro, se mena il negromante. Entrerò in casa: ché mi par di sentire un ventarello non molto sano.