Kitabı oxu: «Il pedante»
Francesco Belo
Il pedante
Commedie del Cinquecento

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066071660
Indice
PROLOGO
ATTO I
ATTO II
ATTO III
ATTO IV
ATTO V
A CURA DI IRENEO SANESI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
1912
PROPRIETÁ LETTERARIA
GENNAIO MCMXII—30148
IL PEDANTE
Indice
DI FRANCESCO BELO
PERSONE
CURZIO amante
PRUDENZIO pedante
REPETITORE del pedante
RUFINO servo
MALFATTO servo
LUZIO scolaro
MINIO scolaro
TRAPPOLINO regazzo
MASTRO ANTONIO sonatore
FULVIA donna
IULIA donna
LIVIA giovane
RITA serva
CECA serva.
PROLOGO
Indice
Silenzio. Oh! spettatori, che ciccalar è questo? Di grazia, lasciate un po' questi vostri ragionamenti e ricordatevi che questo luogo non è Banchi ove si tiene el mercato delle usure e simonie e distupri e adultèri. E voi altri lasciate, di grazia, el mottegiare e 'l burlare altrui. Bastive l'avere ragionato un pezzo e aver vaghezzato a vostro modo. E credo bene che chi vi cercassi ai piedi vi trovarebbe forsi altro che sputo. Questi pedanti me intendono meglio ch'io non lo so dire. Che spegner è quello che si fa colá sú? Olá! Io dico bene a te, sí, della… Uhu! Vedi ch'io ti chiamarò a nome. Che bisogna che tu ti cacci cosí drieto a colui? Orsú! Di grazia, assettatevi el meglio che voi possete, se non che se spegneranno i lumi e poi farete le comedie alla muta. Odi, odi quel vizioso che dice con quell'altro diavolo:—Fa' che li spenghino, ché me vorria mettere intorno a queste donne e levargli quelle gioie e quei pendenti.—Ma tu non sai che vi potresti lasciar i tuoi? E se tu non sei savio, tu sarai balzato peggio che non è quel buffon da bastonate dell'asino. Odi quell'altro che dice:—Costui è un gran bravo.—Son bravo per certo, quando bisogna, com'ora. E non guardate ch'io sia giovane; ché ne ho date molte piú di punte, come piú pericolosi colpi degli altri, che non n'ho rillevate. E forsi che qualcuno ch'è qui ne può essere buon testimonio: ch'io non fo come fan molti che portono la spada per fare el crudele coi servitori e con le donne e stan sulle brusche cere, sul tagliar dei mostacci e brusciar delle porte e 'l far de' Trentuni. Ma dove diavolo mi sono io lasciato trasportar dalla còlera? Perdonatemi. Colui ne è stato cagione. Di che ragionavo io? Ah sí!… pregavo questi giovani, e cosí vi priego voi che desiderio avete de odire e intendere le cose del nostro Belo, che state cheti e che allargate e aprite bene el buco degli orecchi acciò che vi entri el senso de questa nostra comedia: ché, sí come voi sète capaci e buoni retentori delle altre materie, che non vi si abbi ad imputare a pecoragine el non aver tenuto bene a mente questa e massime non vi si facendo, per ora, altro argumento; ben che mi rendo certo che voi non farete vergogna né a voi né al vostro precettore, avendovi egli, sí come è il dover, fatt'una buona memoria locale. Questi piú attempati so che non bisogna ch'io li avvertisca; ché, sí come persone ripiene e di senno e di discrezione, benché si dica ch'ella è morta, taceranno. Quest'altre donne son certo che, per esser savie e avendo sentito riprender voi, si achetaranno, di sorte che pareranno mutole: ancor che elle, in simili luoghi, el piú delle fiate, parlino piú coi gesti che con la boca e fanno intendere a cenni tale che non ha né occhi né lingua. Ma, pur che voi non parliate, i' non mi curo del resto. Pur io vi veggio, mercé della vostra buona natura, tutte modeste e savie; e son certo che starete in ordine con vostro sommo piacere, aprendoci ben sú l'occhio per ricevere el nerbo o il verbo substenziale, per dire meglio, dei nostri ragionamenti. Ma avvertite, di grazia, di non pigliar a riverso el cotale, cioè il parlar nostro, come solete far qualche volta, per giuoco, con chi par a voi: ché io me nne adirarei; benché voi non sète sole, ch'oltr'ai giovani, buona parte di questi attempati vi tengono compagnia e piú quegli che nelle infelice corti, refugio di affamati e ricetto d'ignoranti, si allevono. La comedia è nova… Ecco ch'io sento giá sollevati i murmuratori che non possono star piú cheti. Diavolo, crepagli! Che avete? che vi manca? di che borbottate? Perché ho detto «nova», eh? Che volévivo forsi ch'io vi dicessi «vecchia»? Dio me nne guardi ch'io presenti alle Signorie Vostre cose che vi facessino stomacare! O non sapete voi che le cose vecchie vengono in fastidio e sanno di vieto? E, che sia el vero, adimandatene a questi giovani che, come se lle dice «l'è una vecchia», l'abborriscono e vi sputano su come che se avessino preso l'assenzio: oltra che le fugono, le biasmano, le vituperano e chiamanole streghe, maliarde, ruffiane, dispettose, ammazzapulce, rempiture del mondo e simile altre novelle. E, secondo me, non dicono la bugia. El medesmo fanno quest'altre giovane delicate che, come se li parla de qualche vecchio, tu le vedi quasi venir meno dall'angoscia; e tanto piú quanto se imbattono in certi aguzzi, saputi, inferruzzati, con le barbe e' capegli coloriti, che gli par loro di esser el gallo della contrada e non si accorgeno che pute loro el fiato o che han gli occhi guasti e di continuo gli colano e, quando sputono, fan certe gongole che verrebbono a schifo ai frati e sempre hanno uno starnuto e una corregia in ordine. Ed elle son savie a fugirli: altretanto ne farei io. Sí che, per questo, ve ho ditto ch'ella è nova, per ciò che tutte le cose nove piacciono e dilettono ad ognuno. State, adunque, cheti; e avvertite a non far cosa per la qual io ne abbi da far chiavare qualcuno di voi, a mal modo, in una pregione. La comedia si chiama El pedante, quale è persona che, con le lettere in mano, defenderá le ragioni sue. Né avete da pigliarve fastidio perché ella sia volgare, essendosi fatto a buon fine e per compiacer ai piú. Ma, se l'auttore avessi pensato che, per farla latina, vi fosse stata piú accetta, egli si sarebbe ingegnato, se non in tutto, almeno in parte, di contentarvi; e, se pur egli a ciò non fossi stato buono, si arebbe fatto aitare dal suo pedante. E, se i latini non fossino stati tali quali le Signorie Vostre avessino meritato, sarebbero stati almeno come sonno quelli de questi affumati procuratori che parlono peggio de un todesco quando si sforza de parlar italiano: ché 'l maggior piacere che potessino avere sarebbe che si abrusciassi e Diomede e Prisciano co' quali di continuo stanno in briga; e, pur che li venghi ben fatto, non si tengono a conscienzia, sotto le paci e le pigierie, rompergli el capo e farli el peggio che possono. Questa cittá è Roma. So che tutti la cognoscete. E, perché questi recitanti han ditto a questi musici che sonnino, io me nne andarò. E voi state cheti.
ATTO I
Indice
SCENA I
CURZIO amante, RUFINO servo.
CURZIO. Ell'è pur vero el proverbio che i despiaceri e i piaceri non sogliano mai venir soli. E, che ciò sia, in me misero e infelice veder si puote: ch'allevatomi al servizio del mio signore, dal quale giustamente gran premio delle mie lunghe fatighe aspettavo in guidardone di mei mal spesi anni, mi ha contra mia voglia dato moglie. Che sia maledetta tanta ingratitudine che oggidí si vede in questi nostri signori regnare! che, non sí tosto dai miseri servitori el servizio han ricevuto, che l'han posto in oblio. Tristo a chiunque si fida di loro! ché, insino ch'elli hanno necessitá del fatto tuo, t'empromettono, ti giurano, vogliano teco partire el Stato e darti le migliaia de scudi d'intrata e fannoti mille scritture, mille patenti, mille oblighi, ch'in ogni altra persona ch'ad onorato vivere attende vituperevole cosa sarebbe; per ciò che, come non hanno piú di bisogno di te, ti stracciono quanti contratti, quante scritture te hanno fatte e quello che giá fu tuo donano ad un altro e, se tu ti lamenti, cercono di farti uccidere e pensono che 'l mancar di fede sia loro molto onorevole e, se pur voglino mostrare de favorirti, ti dánno moglie sí come a me el mio signore ha fatto. Che tal contentezze veggia in lui qual egli ave data a me che, contra mia voglia, me l'ha fatta sposare! E sonno oggimai passati dui anni che, da che seco celebrai le nozze, me partii e vagando per il mondo a guisa di un desperato, ramaricandomi di me stesso che troppo alle lusinghevole sue parole ho creduto, ne sono andato: non perché io non mi aveggia ch'ella non sia nobile, savia e da bene; ma per ciò ch'io cognosco che questi signori, come ti hanno dato moglie, par loro di averti ristorato d'ogni tua fatica e, il piú delle fiate, te lla dánno a pruova. Oltr'a ciò, non fui sí tosto giunto qui in Roma ch'io arsi e ardo nell'amore di una belissima giovane e sí fattamente ch'altro che l'amata vista di suoi begli occhi sereni, che 'l sole di splendore avanzano, veder non desidero. E giá mi trovo tanto innanzi nel sfrenato appetito trascorso e seco venuto a tale (per esser povera) che spero in breve venir a capo di qualche mio buon disegno. Voglio andar, prima che sia piú tardi, sino in Banchi. Parte vederò se mi fossino ancor venuti danari da casa. O Rufino!
RUFINO. Signore, che volete?
CURZIO. Vien fuori e piglia la cappa; e spácciati. Che cosa fai?
RUFINO. Andiamo. Io sono in ordine.
CURZIO. Dimmi un poco, or che me ricordo: parlasti tu mai con la serva di Iulia?
RUFINO. Io vel dissi pur iersera; ma voi non me ci desti orecchie.
CURZIO. Io avevo altro in capo, a dirti el vero. Ma pur, che ti disse?
RUFINO. Ella è mezza contenta; e spero… Basta.
CURZIO. Come mezza contenta? Fa' ch'io te intenda.
RUFINO. Volete altro, che si contentará di fare quanto vorrete voi?
CURZIO. Dio lo voglia, ch'io, per me, non lo credo.
RUFINO. Sará cosí certo. Ma…
CURZIO. Ma che? Ché non parli? Che vòi dire?
RUFINO. Voglio dire che ci è peggio, se Dio non vi aiuta.
CURZIO. Come peggio?
RUFINO. Peggio, signor sí: ch'ella ha un altro innamorato.
CURZIO. Un altro innamorato? Va', ch'io non tel credo.
RUFINO. Non è articolo di fede; ma ve ricordo ch'a tal otta lo potrestivo credere, che vi rincresceria.
CURZIO. Come che me rincresceria? Parlame chiaro.
RUFINO. La chiarezza è questa: che ci è chi la vole per moglie.
CURZIO. E chi è questo prosuntuoso?
RUFINO. È un pedante poltrone.
CURZIO. Io so chi vòi dire, adesso. I' non ne ho paura di costui. Ma che certezze ne hai tu di questo?
RUFINO. Hamelo detto Filippa ch'io vel dica. E io dubito che non vi sturbi.
CURZIO. Sturbar lui mene?
RUFINO. Signor sí. È perché non sapete che le donne sempre se attacano al peggio.
CURZIO. Guardise pur ch'io non gl'impari a far le concordanzie a suo mal grado. Lui non mi deve cognoscere anco, ah?
RUFINO. Voi avete el torto, ché le cose belle piacciono a ognuno.
CURZIO. Tel concedo, questo. Ma non cognosce lui che quella non è farina da' suoi denti?
RUFINO. Anzi, lui si pensa che, per aver quattro letteruzze affumate, che tutte le donne di questa cittá siano obligate a volergli bene.
CURZIO. Non ne parliam piú. Caminamo: ch'io voglio che tu vadi poi insino a casa di Filippa e che concludi el tutto. E promettegli ciò ch'ella vuole.
RUFINO. Se io gli prometto ciò ch'ella vole, noi stiam conci!
CURZIO. E perché?
RUFINO. Per ciò che non gli basteria un papato.
CURZIO. Se intende ch'ella abbi a chiedere cose possibili e non quelle che non si ponno. Si sa bene ch'io non sono bastante a dargli delle stelle del cielo.
SCENA II
LUZIO e MINIO scolari, CECA serva.
LUZIO. Lassame caminare, ché 'l mastro non me dia un cavallo; ché me par sia troppo tardi e sai che sempre me fa sdelacciare le calze e me alza la camisa e me dá, qualche volta, con una scuriata cosí grossa cotta nell'aceto. Io ho robbato un pezzo de legno in casa per scaldarme, adesso che fa freddo. E sai che lo mastro vole che oggi incominci li latini per li passivi e poi me vole leggere la Boccolica. Ma, alla fé, poi ch'io sono qua, voglio chiamare Minio e vedere se vole venire con esso meco alla scola: ben che lui non impara se non la santa croce. Tic, toc.
CECA. Chi è lá?
LUZIO. Ècci Minio, in casa?
CECA. Sí, è. Che ne vòi fare?
LUZIO. Ditegli se vol venir alla scola.
CECA. Sí, sí. Aspetta.
LUZIO. Cosí farò. Oh! cagna! come l'è fresco, stamattina! Alla fé, ch'io mi sono levato troppo a buon'ora. E me sono scordato de fare collazione, ch'è peggio: benché madonna me ha dato un quatrino ché me ne cómpari una ciambella.
MINIO. Oh! bon dí, Luzio.
LUZIO. Buon dí e buon anno. Vòi venire?
MINIO. Sí, voglio. Andiamo.
LUZIO. E dove è lo legno che tu porti?
MINIO. Eccolo, e è piú grosso che non è lo tuo.
LUZIO. Non è vero. Attenta un po' come pesa lo mio.
MINIO. Gran mercé, ché lo tuo è piú bagnato! Per ciò…
LUZIO. E lo mio è piú meglio. Ma dimme un po': chi era quella ch'era alla finestra?
MINIO. Era la fantesca.
LUZIO. Me credevo che fussi tua madre.
MINIO. No. È piú bella madonna mia. Ma non sai, Luzio, ch'io ho una sorella che lo mastro li vole bene? E per ciò non me dá delli cavalli come fa a te.
LUZIO. Ed essa vuole bene a lui?
MINIO. Credo de sí, io. E lo mastro me ha promesso delli quatrini, veh!
LUZIO. Io non lo sapevo, questo.
MINIO. Manco lo sa madonna.
LUZIO. Alla fé, ch'io gli voglio dire se se vole innamorare de sòrema ancora ma che non voglio mi dia delli cavalli.
MINIO. Caminamo, ché non ci veda fermati: ché non dicessi che facemo le tristizie.
SCENA III
FULVIA donna, RITA serva, CECA serva.
FULVIA. Non bisogna, Rita mia, ch'al primo né al secondo assalto della Fortuna ci sbigottiamo: ch'ancor che questa buona donna, madre de questa giovane della quale sí sconciamente el mio consorte, sí come saputo avemo, è invaghito, mostri non contentarsi ch'io, misera! in cambio della figliuola con esso lui mi giaccia (sí come saria el dovere, ch'elli è pur mio marito, del quale ora la mia sciagura e la mia disgrazia, senza colpa o cagione, privata me ne hanno), spero che la ragione che mi assecura a chiedergli le cose giuste e oneste la fará condiscendere ai voti mei.
RITA. Grande errore fue, per certo, a farvi sposare, se ei non se ne contentava; e voi, perdonatemi, poco savia fosti a prenderlo.
FULVIA. E che ci potevo fare io? Homelo forsi tolto da me? Certo che non; e tu lo sai.
RITA. Orsú! Poi che avete questa fantasia, quanto piú presto possete cacciatevela; ché le cose che indugiano pigliano vizio.
FULVIA. Io ho caro, Rita, che tu sia sempre stata meco in compagnia: ché della vita e fede mia verso di lui ne potrai far buona testimonianza; ch'io so ch'elli avea gran fede in te.
RITA. Madonna, el luogo ove che noi ci troviamo e la buona e onorevole pratica delle sante donne ove voi state saranno cagione di rendervi chiara senz'altri testimoni apresso di lui.
FULVIA. Ecco la casa. Idio ci aiuti, ché costei ci dia buona risposta.
RITA. La dará bene, sí. Aspettate, ch'io pichiarò. Tic, toc.
CECA. Chi è lá? che adimandate voi?
RITA. Ècci la vostra patrona?
CECA. Sí, è. Perché?
RITA. Per bene. Madonna Fulvia mia patrona gli vorria parlare.
CECA. Aspettate, che or ora li farò l'imbasciata.
RITA. Tornate presto, di grazia.
FULVIA. Accòstate in qua, Rita, acciò che non paia ch'io stia sola; ché tu sai ch'alle male lingue non mancaria che dire.
RITA. Costei si sará forsi rotto el collo, ché bada tanto a darci la risposta.
FULVIA. Qualche cosa deve aver a far, lei. Lassala pur stare.
RITA. Volete ch'io ripichi?
FULVIA. No, no; ché non dicessino pur cosí che noi avemo del fastidioso.
CECA. Oh! Madonna, perdonateme se io sono stata troppo a ritornare, ché sono corsa drieto alla carne che si portava la gatta… volsi dire, la gatta si portava la carne.
FULVIA. Ben, che dice la tua patrona?
CECA. Che, madonna sí, che venghiate di sopra.