Kitabı oxu: «Gli animali alla guerra»
Giulio Caprin
Gli animali alla guerra

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070441
Indice
PREMESSA.
Austriaco.... austriaco.... tedesco.
Cavalli senza cavalleria.
Cavalli e Guide a cavallo.
Cavallacci.
La gloria del mulo.
Cani di guerra.
Cani redenti.
La bertuccia Cecco Beppe.
Confidenze canine.
I gatti che non ci sono.
Quando la gatta non è in paese.
Fastidi.
«Italia detta dai giovenchi....»
Buoi e profughi.
Animali da cortile.
Un cuculo.
Selvaggina fortunata.
Trasfigurazioni.
Piccioni sospetti.
Colombe e «Tauben».
Il falco e la colomba.
PREMESSA.
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È stato pensato per i giovani questo libretto, scritto durante una pausa di guerra. La guerra riconduce alla Natura: dove essa fa il vuoto della vita consueta, riappaiono sul primo piano elementi che la pace nasconde: anche gli animali. Non è necessario aver l'anima francescana per sentirseli più vicini, in guerra. Dove e quando, anche per l'uomo, cessa l'illusione che la vita sia ordinariamente sicura, si intendono meglio queste altre creature che sempre, anche in pace, vivono in pericolo di morire; si intuisce meglio la loro natura che opera dominata da questo presupposto continuo: la morte. Così a noi tutti, la morte, che oggi circola tra i vivi, più tra i più vivi—i più giovani—insegni il senso secreto della vita!
Gli «Animali alla guerra» per ciò che possono anche dire dell'animale umano, e della sua anima in guerra, sono un libro di occasione; perciò di passione. I giudizi sul nemico non possono esservi che semplici e duri. L'odio non è meno umano della carità che tende a distruggerlo. Noi amiamo il nostro odio contro l'Austria e contro il germanesimo, perchè oggi è l'arme più schietta di cui si arma la nostra giustizia. È un odio con gli occhi aperti il nostro, e vede tutto ciò che deve vedere. Così odiano i nostri soldati, che combattono fortissimi ma non crudeli. Come combattono le creature secondo Natura, per la divina Necessità, che è non dell'individuo ma della specie, non del cittadino ma della Patria. Necessità di vincere, in qualunque modo, per quanto debba essere il tempo, e l'odio, che ancora ci vuole.
Primavera del 1916.
Austriaco.... austriaco.... tedesco.
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Se ci sono animali alla guerra? E mica soltanto quelli che ci vanno con i soldati, soldati essi stessi: i cavalli delle armi a cavallo, i muli delle batterie da montagna e someggiate. Ce ne sono anche tanti altri, grossi e piccini, che ci si trovano senza volerlo, povere bestie. E ci rimangono.
I nostri soldati ispirano anche a loro fiducia. Giurerei che qualunque gallina dei paesi irredenti preferisce esser mangiata da un nostro bersagliere invece che dover far le uova per un ufficiale dei gendarmi—peuh!—austriaci.
Ho sentito una volta due maiali che[Pg 2] si litigavano un fondo di marmitta trovato in un campo dov'erano passate le cucine di un reggimento. Il maiale, che pretendeva mangiarseli tutti da solo quei ghiotti rimasugli, grugniva a quell'altro:
—Screanzato.
E l'altro di rimando:
—Austriaco.
—Prepotente.
—Austriaco.
—Ladro.
—Austriaco.
—Porco.
A sentirsi dare anche del porco—forse perchè aveva capito: turco—il maiale austriaco perse il lume dagli occhi e strillò:
—Tedesco.
Quello, a sentirsi dire: tedesco, rimase così male che rinunciò, sdegnoso, anche alla sua parte di broda: segno evidente che tedesco non era.
In genere dunque, per quel che ho potuto veder io, gli animali alla guerra si portano bene.
Cavalli senza cavalleria.
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E prima di tutto i cavalli.
Nel sangue equino c'è sempre tanto dell'antica tradizione guerriera che i più pacifici e borghesi animali, portati fra i combattenti, si trovano subito a posto. Tra i cavalli che tirano i cannoni e i cassoni dei proiettili ce ne son di quelli che, prima, non avevano tirato che calessi e landaux. Ora non si distinguono più da quegli altri che, da puledri in su, sono stati sempre effettivi in artiglieria. Meno induriti agli sforzi, qualche volta non reggono quanto i loro compagni di pariglia; si capisce che soffrono; ma non si fermano: cadrebbero prima sfiniti sotto la bardatura se i soldati non se ne avvedessero. Devon pensare anche loro che val meglio morire tutti in una volta, giovani, che un po' per giorno invecchiando attaccati a una vettura di piazza.
Naturalmente non tutti i cavalli della guerra bisogna immaginarseli come quelli dei monumenti equestri: questi sono cavalli in posa. Ce ne sono anche dei meno belli; anche dei veri «brocchi». Se non altri, tutti i cavalli di umilissimo lignaggio che, prima di essere requisiti, tiravano il barroccio e che anche in guerra continuano nel loro mestiere plebeo: i cavalli del treno ausiliario.
Il treno ausiliario sarebbe l'insieme dei carri per i trasporti che si fanno senza tanta fretta e senza tanti camions. Specialmente sul far della notte, voi incontrate di queste lunghe file di carri che s'avviano al passo per le strade fangose e buie: sono barrocci toscani, curricoli siciliani, sciarrabà romani che servon benone a portar materiali meno delicati, come sarebbero traversine di ferro e legname per trincea, ghiaia, cementi, sacchi.
Sui timoni dei carri si leggono ancora i nomi dei proprietari borghesi che li possedevano e dei paesi dove lavoravano in pace. Anche i conducenti hanno un aspetto pacifico: sono soldati territoriali, baffuti e barbuti, infagottati nei vecchi cappotti turchini, ciondolanti e con la pipa in bocca: ma serii e rispettosi. Il loro servizio è di quelli modesti per cui c'è poca probabilità di esser messi all'ordine del giorno, ma utile non vi so dir quanto.
Io li ho sempre ammirati questi oscuri collaboratori della vittoria, cavalli, carri e carrettieri. Tutte le notti, piova o tiri vento, a far quella tetra passeggiata per vie piene di buche e di sospetti, a incrostarsi di fango o a soffocare di polvere; e senza lamentele e senza invidia per le superbe automobili dei Comandi, per le autovetture fragorose e petulanti a cui devono ogni momento dare il passo.
Virtù di pazienza e di disciplina: andare al buio, senza domandare agli occhi se hanno troppo sonno o alle spalle se ci si è fermata sopra troppa acqua. E senza nemmeno la consolazione dei bubboli, che, scampanellando, fanno parer meno lunga la strada. In guerra non si ammettono rumori superflui. I poeti, che hanno cantato gli illustri cavalli di combattimento, dovrebbero ricordarsi anche degli oscuri cavalli del treno ausiliario, e dei territoriali, solidi e tranquilli, che li conducono.
Piacerebbero anche oggi ai cavalli gli squilli di tromba, le fanfare che rinfrancano il cuore quando non ne può più. Bisogna che ne facciano a meno. I comandi sono dati sotto voce: il soldato deve parlare quasi nell'orecchio del suo animale. Ma questi obbedisce lo stesso e non si vergogna che gli sia toccato quel mestiere senza splendore di facchino notturno.
Ognuno al suo posto ha le sue soddisfazioni. I cavalli che hanno avuto la fortuna di essere aggregati ai Comandi hanno lo zucchero che gli ufficiali intascano alla mensa apposta per loro. C'era un tenente che prendeva il suo caffè senza zucchero—naturalmente perchè diceva di preferirlo amaro—per offrirne qualche zollina di più al suo irlandese.
Ma anche i cavalli di truppa, anche i cavalli di poco prezzo del treno ausiliario, buscano dai loro padroni qualche supplemento di ghiottoneria al rancio di fieno e di biada che passa il Governo: sarà un rosìcchiolo di pane, sarà una semola che il conducente è riuscito a procurarsi non si sa come, ma, zucchero o crosta di pane, c'è il buon cuore, e l'amicizia si rinsalda tra l'uomo e l'animale.
Il cavallo che fatica nel treno si sente orgoglioso quanto il cavallo di lusso che ha poco da fare nel drappello di riserva dei Comandi. E, quando l'incontra, quasi quasi gli viene la tentazione di cantargliela:
—Bello mio, tu non sei che un imboscato.
Ma l'altro può rispondergli:
—Pensa quel che ti pare. Ma l'altra notte, che una granata è cascata proprio sulla scuderia, nessuno di noi ha avuto paura. Non abbiamo scalciato nè abbiamo rotte le cavezze per scappare. In guerra fa il suo dovere chiunque rimane al posto assegnatogli. Siamo bestie subordinate noi, e guarda di esserlo anche tu.
Ma in fondo al cuore anche il cavallo del Comando, che oggi non ha occasione di essere adoperato, rimpiange la guerra di suo nonno e di suo bisnonno, che il Generale montava nei giorni di battaglia; e poteva inebriarsi anche lui galoppando sotto il fuoco, all'aperto, nel pericolo, ma anche nel sole della gloria.
Sui primi giorni della nostra guerra all'Austria anche i nostri cavalli di cavalleria avevano cominciato ad assaggiare un po' di quel giuoco che esalta e abbellisce la guerra. Intere divisioni di cavalleria erano pronte. I primi reggimenti correvano già le strade del Friuli d'oltre confine; verso l'Isonzo: belle galoppate verso i campanili che indicano la presenza dei borghi e dei villaggi nascosti dal fogliame denso. Esplorazioni di pattuglie, ricognizioni di squadroni che promettevano qualche incontro interessante. Si sperava che il nemico avrebbe dato battaglia nel piano per contenderci il passaggio del fiume. Ma il nemico si ritirava e i nostri cavalli, invece che i cavalli degli Usseri, incontravano il fango delle inondazioni, le paludi delle acque fatte straripare dai canali del basso Isonzo.
Così i cavalli di cavalleria presto dovettero rinunciare alla speranza di correre in battaglia campale. La guerra si immobilizzava in un assedio di posizioni trincerate. Non rimanevano in linea che pochi reggimenti, per i servizi di Corpo d'Armata: i soldati, appiedati a far le ronde e a guardare i fili dei telegrafi tesi dal Genio; i cavalli, accantonati un po' qua e un po' là, nei cortili, nei giardini, anche all'aperto. Vita noiosa di strigliature e di esercizi come in guarnigione: in più solamente quel brontolio del cannone, a giorni intermittente, a giorni continuo, qualche shrapnell, qualche granata. Si finì col ritirarli, eccettuato qualche squadrone, dalla zona del fuoco e rimandarli un po' indietro ad aspettare. E poi, siccome per tanti soldati e tanti cannoni non c'era quasi spazio, ancora più indietro, cavalli, cavalleggeri, dragoni e lancieri.
La decadenza della cavalleria era fatalmente segnata. Per vincere gli Austriaci bisogna batterli con le loro armi, a macchina, facendo la guerra a distanza come la fanno loro, che ad avere il nemico troppo vicino non se la sentono. Cavalleria vuoi dire anche cortesia, generosità; che volete farvene della cavalleria in guerra contro Austriaci e Tedeschi?
Gli ufficiali e soldati di cavalleria si sono rassegnati a non essere più di cavalleria pur di combattere. Vanno con le mitragliatrici, vanno con l'artiglieria; sono andati anche in trincea, a piedi. A Monfalcone, al principio dell'offensiva di questo maggio, gli Austriaci si erano sognati di passare, perchè nelle trincee della Rocca e giù lungo il mare, c'erano, nuovi del mestiere fangoso ed eroico della fanteria, i cavalleggeri appiedati.
Il vecchio motto dei dragoni di Genova assicura che l'onore del cavaliere non s'abbassa perchè egli scenda da cavallo:
Soit à pied, soit à cheval,
mon honneur est sans egal.
Se lo possono applicare, oltre i cavalieri, anche i loro cavalli, i quali, a pensarci bene, anche quando facevano vero servizio di cavalleria, andavano sempre a piedi.
[Pg 15]
Cavalli e Guide a cavallo.
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Sui primi tempi c'erano con noi anche i cavalli delle Guide a cavallo. Volontarie le Guide, e perciò anche i loro cavalli, due per uno, che si portavano da casa. Anche essi si ostinavano a sperare in una guerra garibaldina, in cui l'esplorazione ardita di pochi valesse a facilitare un'avanzata impetuosa. Gli sbarramenti di tronchi che gli Austriaci in ritirata avevan lasciati sulle strade subito dopo il confine si superavano d'un salto, i ponticelli rotti sui fossati si sostituivano con un altro salto. E furono giorni belli per i cavalli e cavalieri.
Come si volevan bene i cavalli e le Guide a cavallo! Per amor del suo cavallo una Guida, che era anche un pittore famoso, è caduto in mano del nemico.
Andavano in un drappelletto, verso il colle che gli Austriaci hanno fortificato per difendere i ponti di Gorizia, il Podgora. Non si sapeva ancora dove precisamente cominciassero i ripari del nemico. Sotto Gradiscutta i nostri cavalieri furono sorpresi dalle fucilate che uscivan dal bosco. Il regolamento ordina che le pattuglie in esplorazione, quando hanno preso contatto col nemico, si ritirino per segnalarlo.
Ma una schioppettata fece cascare ferito il cavallo dell'illustre Guida a cavallo. Il terreno era acquitrinoso: si affondava nella fanghiglia nascosta dall'erba; l'erba; il cavallo ferito non poteva disincagliarsi. Allora il cavaliere smontò, e, mentre i nemici imboscati gli tiravano addosso, si sforzava di riportarlo sul terreno solido. I compagni che si allontanavano lo richiamavano: che lasciasse il cavallo e venisse via. Ma il cavaliere restò lì ad aiutare il cavallo finchè una schioppettata ferì anche lui. E allora gli Austriaci saltaron fuori e lo fecero prigioniero.
Ora di aver fatto prigioniero il nostro cavaliere che è anche un pittore famoso, gli Austriaci sono molto orgogliosi. Pubblicamente hanno fatto sapere che lo tengono di conto. Ma uno spione, che facemmo prigioniero pochi giorni dopo, per dimostrare di non essere un così tristo spione, raccontò di aver veduto i soldati austriaci che conducendo prigioniero il cavaliere italiano ferito, lo bastonavano. E il cavallo? non è inverosimile che se lo siano mangiato.
Ma un'altra volta fu il cavallo a salvare il cavaliere. Anche questa toccò a una delle nostre Guide a cavallo, un bravo giovane modesto e pronto a tutto.
Andava, sempre dalle parti del Podgora, cavalcando: felice chi aveva un cavallo in quei giorni di ottobre e di pioggia, che avevano fatto di tutte le strade canali di fango. Il Versa, un torrentello che per il solito è in quel punto un rigagnolo, era gonfio e rapinoso: c'eran quattro metri d'acqua sporca nel letto incassato tra i colli.
Il ponticello di legno, una paràncola imporrita, appena sentì il peso del cavallo, si spezzò e cavallo e cavaliere cascarono in acqua. Il cavaliere si vide perduto. Si vide veramente, perchè non perse conoscenza di quello che gli succedeva sott'acqua; se la sentiva entrare nella gola e nei polmoni, fetida di quell'odore di fogna che hanno i torrenti in piena. Ma rimase con un piede nella staffa, aggrappato con le mani alla criniera del cavallo che sapeva che specie di cavallo fosse.
L'animale infatti si comportò come doveva. Cascato a pancia all'aria in fondo all'acqua, con uno sforzo meraviglioso dell'istinto riuscì a raddrizzarsi, e senza scuotere da sè il cavaliere aggrappato, con un'armonia d'intenzioni che gli fa onore, annaspò così bene che si mise in condizione di poter nuotare lungo il filo della corrente; nuotando ritornò a galla e con un ultimo sforzo si tirò sulla sponda del torrente, insieme con il cavaliere zuppo e pieno d'acqua, ma sempre in sella, salvo. Gli infermieri di un ospedaletto da campo lo scorsero, gli fecero rigurgitare l'acqua che lo soffocava, gli ravvivarono la circolazione con una buona sorsata di cognac e lo rimisero in gambe.
Così tutto molle, con un cappotto imprestatogli da un soldato, il cavaliere volle rimontare subito a cavallo. E quando furon di ritorno, sporchi come un carro senza parafanghi, mèzzi come affogati, non so quale dei due fosse più contento.
Gli intendenti lodarono il cavaliere di aver saputo star in sella anche in quel frangente, facilitando così il salvataggio al cavallo; ma lui, che era un bravo giovane modesto, non volle riconoscere che il merito dell'animale.
Con tali legami di cameratismo che stringono il buon cavallo al buon cavaliere, si capisce quanto deve essere stato penoso per le Guide non poter far più servizio con i loro cavalli a cui volevano molto bene. Ne ricordo uno al quale il cavallo si era ammalato di morva. Quell'uomo, di un naturale chiuso e silenzioso, era diventato eloquente nel parlare a tutti di quel male che lo teneva in grande apprensione. Era sempre dietro al veterinario, che glielo guarisse, il suo malato. Ma un giorno l'occhio della sua bestia si fece opaco e non ci fu più da sperare. Il povero padrone era, come al solito, con noi alla mensa, ma ci accorgemmo che non riusciva a mangiare.
—Che t'è successo?
—Oggi.... me lo devono abbattere.
Un ufficiale, che evidentemente non aveva mai posseduto un cavallo, credette di consolarlo dicendogli:
—Sta tranquillo. È morto in servizio: te lo ripagheranno.
La Guida a cavallo dette al consolatore un'occhiata di traverso come chi è malamente offeso nei sentimenti più delicati. Il consolatore capì che poteva andarsene. Rimasto solo, due lacrimoni caddero dagli occhi del buon cavaliere nella pasta asciutta. Ed era un uomo che, se a morire fosse toccato a lui, non si sarebbe di certo messo a piangere.
Senza cavallo dunque molti cavalieri devono adattarsi a fare il servizio. Non c'è rimedio: o starsene in ozio ad aspettare che ritorni, se tornerà, il secolo di Baiardo e di Fieramosca, o fare qualche cosa per la guerra, in qualunque altro modo.
E i più si sono adattati a far di tutto, fuori che il servizio che avevano immaginato di poter fare, quando avevan formato il loro corpo volontario di memoria garibaldina. Uno diventò ufficiale di ordinanza di un generale e si adattò ad andare in automobile; un altro passò a far servizio con l'artiglieria e si adattò ad andare anche a piedi e a stare fermo negli osservatorii; un terzo si ridusse a far la scorta agli autocarri che giravano il fronte a distribuir limoni e altri viveri di conforto. E non si vergognava dell'ufficio umile ed utile che lo faceva star fuori tutte le notti—di giorno a girar per il fronte con gli autocarri dei limoni, la limonata l'avrebbero fatta alle granate austriache—a prendersi i reumi e magari i cicchetti di qualche superiore di cattivo umore.
Credo che si consolassero, le brave Guide non più a cavallo, pensando che in fin dei conti anche le automobili e le autovetture misurano la propria forza a cavalli. Ma pensare che a far volare un areoplano ci vuole per lo meno un motore di cento cavalli, mentre l'Ippogrifo, che era un cavallo solo, portava Astolfo fin nel cielo della luna!
Si sa: la macchina sta diventando più importante, non solo dell'animale, ma quasi dell'uomo che l'ha inventata. È con la macchina che i Tedeschi, che a chiamarli veramente uomini si esagera un poco, hanno fantasticato di sopraffare le nazioni formate da uomini. Anche noi dobbiamo adattarci, e ci adattiamo volentieri ad esser meccanici, purchè si mantengano le debite distanze; e sia ben chiaro che la macchina è la macchina e che l'uomo è l'uomo, e che da ultimo chi vince con la macchina, ma anche contro la macchina, è soltanto l'uomo.
E anche questo riman vero: che tra le macchine una delle più perfette resta sempre il cavallo. C'è della gente in guerra che non crede che un servizio possa esser fatto bene se non è fatto con l'automobile o con l'autocarro. Ma c'era un capitano di Stato Maggiore che, quando veniva qualcuno a dirgli che non sapeva come fare un trasporto perchè non aveva abbastanza macchine, domandava:
—Cavalli ne avete?
—Signor sì.
—E allora attaccate i cavalli. Napoleone vinceva le battaglie anche senza automobili.
—Ma se Napoleone vivesse oggi....
[Pg 26]
—Vi darebbe l'ordine che vi do io. Gente che tira la paga, cavalli che mangian la biada senza far nulla non li voleva nemmeno Napoleone.
L'automobile invece, come è ben noto, quando sta fermo non consuma benzina. E le guerre si vincono anche facendo economia.
[Pg 27]