Kitabı oxu: «Una Donna»
Sibilla Aleramo
Una Donna

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066069995
Indice
PARTE PRIMA.
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
PARTE SECONDA.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.
XVIII.
XIX.
PARTE TERZA.
XX.
XXI.
XXII.
PARTE PRIMA.
Indice
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I.
Indice
La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.
Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sì, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza—mi si diceva—e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a’ miei desiderî. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente.
L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, «quando l’Italia non c’era ancora». Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose.
Il babbo dirigeva i miei studi e le mie letture, senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere un privilegio. Sin dalle prime classi, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorchè il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano, proprietario d’una grossa casa commerciale. Io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando lo vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo!
Senz’essere impaziente, la mia curiosità dava un sapore acuto all’esistenza. Non m’annoiavo mai. Spesso rifiutavo d’accompagnar la mamma a qualche visita e restavo a casa, sprofondata in un gran seggiolone, a leggere i libri più disparati, sovente incomprensibili per me, ma dei quali alcuni mi procuravano una specie d’ebbrezza dell’immaginazione e mi astraevano completamente da me stessa. Se m’interrompevo, era per formular pensieri confusi; e lo facevo talora a voce sommessa, come scandendo dei versi che una voce interiore mi suggerisse. Arrossivo; come arrossivo di certe pose languide che assumevo nella stessa poltrona, quando mi accadeva per un attimo di trasportarmi colla fantasia nei panni d’una bella dama piena di seduzioni. Potevo distinguere tra affettazione e spontaneità? Mio padre giudicava con una indifferenza un poco sprezzante ogni manifestazione di pura poesia: diceva di non capirla: la mamma, sì, ripeteva ogni tanto qualche strofa carezzevole e nostalgica, o modulava colla voce appassionata spunti di vecchie romanze; ma sempre quando il babbo non c’era. E sempre io ero disposta a credere che mio padre avesse ragione più di lei.
Ciò anche quando egli prorompeva in una di quelle crisi di collera che ci facevan tremar tutti e mi piombavano in uno stato d’angoscia, rapido, ma indicibile. La mamma reprimeva le lagrime, si rifugiava in camera. Sovente, dinanzi al babbo, ella aveva un’espressione umiliata, leggermente sbigottita: e non solo per me, ma anche pei bambini, tutta l’idea d’autorità si concentrava nella persona paterna.
Diverbî gravi tuttavia non avvenivano fra loro due in nostra presenza: qualche parola acre, qualche rimprovero secco, qualche recisa ingiunzione; al più il babbo si abbandonava al proprio temperamento di fuoco per qualche disavvedutezza delle persone di servizio, per qualche capriccio nostro: ma di tutto appariva responsabile la mamma, che reclinava il capo come se fosse colpita all’improvviso da una grande stanchezza, o sorrideva, d’un certo sorriso che non potevo sostenere, perchè deformava la bella bocca rassegnata.
Si rivolgeva ella in quel punto a visioni del passato?
Non rievocava quasi mai davanti a me la sua fanciullezza, la sua gioventù; dal poco che avevo sentito, però, avevo potuto formarmene una visione assai meno interessante di quella suscitata dai ricordi di mio padre. Ella era nata in un ambiente modestissimo d’impiegati, e, come la mia nonna paterna, sua madre aveva avuto molti figliuoli, di cui la maggior parte viveva sparsa pel mondo. Doveva esser cresciuta fra le strettezze, poco amata. Cenerentola della casa. A vent’anni, ad una festicciola da ballo, s’era incontrata col babbo. Ella mi mostrava il ritratto del giovinetto imberbe che mio padre era stato allora: fattezze ancor da fanciullo, dolci, regolari, fra cui gli occhi soli esprimevano già un’energia ferrea: egli faceva il penultimo anno di Università. Appena presa la laurea, aveva ottenuto una cattedra e s’erano sposati.
Quand’io ero nata, l’anno non era ancor compiuto dal dì delle nozze. La mamma s’illuminava nel volto bianco e puro le rarissime volte che accennava alle due stanzine coi mobili a nolo dei primi mesi di vita coniugale. Perchè non era sempre così animata? Perchè era così facile al pianto, mentre mio padre non poteva sopportare la vista delle lagrime, e perchè mostrava opinioni diverse tanto spesso da quelle di lui, quando osava esprimerle? Perchè, anche, era così poco temuta da noi bambini, e così poco ubbidita? Come il babbo, anch’ella cedeva talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un singhiozzo troppo a lungo frenato.... Io avevo la sensazione che lo sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente colla sua natura dolce; si palesavano come un accesso spasmodico di cui ella stessa aveva coscienza, nell’atto, e rimorso.
Quante volte ho visto brillare per una lagrima rattenuta i begli occhi profondi e bruni di mia madre! Saliva in me un disagio invincibile, che non era pietà, non era dolore neppure, e neppure reale umiliazione, ma piuttosto un oscuro rancore contro l’impossibilità di reagire, di far che non avvenisse ciò che avveniva. Che cosa? Non sapevo bene. Verso gli otto anni avevo come lo strano timore di non possedere una mamma «vera» una di quelle mamme, dicevano i miei libri di lettura, che versano sulle figliuolette, col loro amore, una gioia ineffabile, la certezza della protezione costante. Due, tre anni dopo, a questo timore succedeva in me la coscienza di non riuscire ad amar mia madre come il mio cuore avrebbe desiderato. Era questo, certo, che m’impediva d’indovinare la vera cagione per cui nella nostra casa si proiettava, perenne, un’ombra indefinibile ad impedire così spesso la libera fioritura del sorriso. Oh, poter gettarmi una volta al suo collo con abbandono assoluto, sentirmi capita da lei, anche prometterle il mio appoggio per quando sarei grande; stringere un patto di tenerezza, come avevo fatto tacitamente col babbo da tempo immemorabile!
Ella mi ammirava in silenzio, riportando su me un poco dell’orgoglio già provato per la balda energia dello sposo; ma non approvava il metodo d’educazione a cui mi assoggettavo con tanto fervore; temeva per me, immaginando certo che io crescessi senza sentimento, ch’io fossi destinata a vivere col solo cervello; e non aveva il coraggio di contrastare apertamente l’opera del babbo.
Ma neppure il babbo cercava di conoscermi per intero. Certe volte mi sentivo proprio sola. M’avvolgeva allora uno di quegli stupori meditativi che costituivano il secreto valore della mia esistenza.
Spuntava il pudore dell’anima. Accanto, parallela alla vita esteriore, una vita occulta a tutti si approfondiva. Ed io avvertivo questo dualismo. Fin dal primo anno di scuola mi aveva preoccupata il fatto di due diversi aspetti del mio essere: a scuola tutti mi trovavano angelica, ed ero buona ed esemplare infatti, col visino tranquillo ove errava sempre un sorriso timido e vivido insieme; appena fuori, nella strada, sembrava ch’io aspirassi tutta l’aria intorno, mi mettevo a saltare, a parlare a vanvera, e in casa entrava con me il terremoto: i fratellini cessavano dai loro giuochi placidi, pronti a’ miei cenni d’autocrate ostinata.
Sopraggiunta l’ora di preparar còmpiti e lezioni, mi ritiravo nella mia stanzetta o in un angolo del giardino, e di nuovo non esistevo più per gli altri, di nuovo afferrata dal gusto dell’applicazione intellettuale, pur senza alcuna brama di emular compagne o di meritarmi premi. Poi, la sera, dopo che la mamma m’aveva fatto recitare nel nostro caro dialetto due parole di preghiera: «Signore, fatemi diventare grande e brava, a consolazione dei miei genitori» e m’aveva lasciata al buio nel letto ove mia sorella già dormiva, io provavo una sensazione di riposo, di benessere, non soltanto fisico, come se in quel momento, costretta all’oscurità, al silenzio ed alla immobilità, fossi più libera che durante tutta la giornata.
Mi piaceva guardar nelle tenebre; non ne avevo paura, perchè il babbo m’aveva assicurata sin da quando ero piccina che gli orchi e le streghe delle favole non sono mai esistiti, come non era mai esistito il «diavolo». Riandavo con la mente i piccoli casi del giorno: rivedevo il sorriso seduttore del babbo, un gesto di sconforto delle mani materne, riprovavo qualche stizza per certe goffaggini de’ miei minori, mi soffermavo alquanto sulle prospettive del domani: esito d’esami, viaggetti, libri e giuochi nuovi, amiche e maestre da conquistare....
La mamma mi faceva pregare ogni sera. Pregare Dio....
Un giorno, facevo la seconda elementare, avevo udito rivolgere il titolo di «ebrea», sprezzantemente, ad una piccola compagna silenziosa e pallida che stava seduta nel banco accanto al mio. Ella era scoppiata in pianto, e la maestra, saputo il perchè, aveva pronunziato frasi severe. La cosa mi aveva riempita di stupore, poichè non sapevo nulla ancora di razze e di religioni diverse. Ma più mi aveva colpita una parola della maestra: ella aveva detto che tutte le religioni portano l’uomo dinanzi a Dio, e che tutte perciò son degne di rispetto; che un solo essere suscita ribrezzo e insieme pietà, ed è l’ateo. Mio padre mi si era allora rizzato davanti alla mente: mio padre era ateo, io ne ero ben sicura; quella parola egli stesso l’avea pronunciata talora; egli non andava mai in chiesa.... Dunque mio padre, per la maestra, per le compagne, per tutta la gente, era una creatura disprezzabile?
Tre, quattro anni dopo, nel silenzio della mia stanzetta, io mi rivolgevo ancora questa stessa domanda. Ora il babbo mi parlava più spesso di quella ch’egli riteneva una menzogna secolare, mi diceva che prima degli uomini vi erano sulla terra degli animali quasi simili a noi, che prima di essi e delle piante la terra era deserta, e che questa terra è nello spazio un piccolo punto come sembrano a noi le stelle nel cielo, e le stelle altrettanti mondi, forse viventi.... Egli diceva queste cose straordinarie con tanta naturalezza, che io non potevo metterle in dubbio.
Tuttavia, egli non mi spiegava—nè io ardivo mai domandargliene—perchè noi siamo in questo mondo. Da questo lato il catechismo della scuola era forse più soddisfacente: Dio ci ha creati, Dio ci guarda dall’alto, Dio, se saremo buoni, ci farà andare in Paradiso.... La vita non sarebbe che un passaggio.
Ma quanta importanza davano tutti a questo passaggio! Mi pareva che nessuno pensasse sul serio all’inferno, e che tutti avessero invece paura di farsi del male, d’ammalare, di morire. Per me, ero disposta a credere col babbo che l’inferno non esistesse: nessun angelo e nessun tentatore sentivo mai alle mie spalle: quand’ero savia, era perchè lo volevo; quando, avevo dei rimorsi, ero persuasa d’essere stata proprio io la colpevole. E allora...? Dal mattino alla sera la mamma, il babbo, le maestre, gli operai per la strada, tutti, insomma, anche i gran signori.... chi guadagna soldi, chi li spende: si spende per mangiare; si mangia per non morire; e passano le settimane, i mesi, gli anni, e si muore, e io e i fratellini avremmo fatto lo stesso....
La cosa m’infastidiva. Il sonno stava per sopraggiungere, lo sentivo: l’indomani avrei ripreso l’inutile meditazione. Sapere, sapere! Nel dormiveglia mi si affollavano al cervello parole piene di mistero: «eternità», «progresso», «universo», «coscienza».... Danzavano all’orecchio e ne smarrivo perfino il suono. E ancora, rivedevo l’espressione compunta di qualche maestra, mi chiedevo se la mamma andava alla messa, la domenica, proprio per suo piacere o per qualche strano timor della gente, ricordavo la prima ed unica volta che avevo assistito ad una predica, nel mese di maggio, una sera in cui l’altare, in una grande chiesa, brillava fra i ceri ed i gigli. Dal pulpito il frate agitava un braccio con gesto ampio e la voce imperiosa discendeva sulla folla inginocchiata: raccontava dei miracoli d’un santo, e pareva che tutti gli credessero: alla fine, l’organo aveva incominciato a suonare, e dall’alto, invisibile, un coro, una pura onda d’argento, aveva intonato delle laudi.... Sempre, a quel ricordo, qualcosa in me tremava come in quel punto: m’assaliva dì repente la tristezza di non saper pregare nè cantare, e più acuto il senso della mia solitudine.
Poi tutto ciò dileguava. Perchè dolermi? Ero piccola, ma non avrei voluto essere ingannata: dovevo crescere: avrei saputo, un giorno.
La sorellina, accanto a me, respirava tranquilla. Forse sognava una casa di cristallo per la sua bambola, una casa che io le avevo promesso una volta, perchè mi lasciasse maggiore spazio nel nostro letticciuolo. Non ero punto certa di poter soddisfare l’impegno! Mah.... quando sarei grande! Allora avrei anche voluto più bene alle bambine e al fratello, non li avrei più fatti piangere; e avrei vista la mamma finalmente lieta....
Ora bisognava dormire. Avevo il capo un poco stanco. Desideravo per un momento di esser trasportata con un soffio su uno di quei pendii verdi che formavano la mia delizia, l’estate, in campagna. Suonavano da lontano, mi chiamavano tante campanelle....
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II.
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Un mattino io mi chiedevo che risoluzione si sarebbe presa circa il proseguimento dei miei studi, poi che avevo terminata la quinta classe, quando il babbo rientrò in casa un’ora prima del consueto, seguìto dal fattorino dell’ufficio che portava una cassetta sulle spalle. Congedato l’uomo, mio padre mi alzò un istante fra le braccia fino al suo viso, poi mi posò, e alla mamma che l’interrogava collo sguardo ansioso, disse: «È finita.... ho troncato tutto. Finalmente respiro!»
Da parecchio tempo i due soci si sopportavano a vicenda con sempre minor buona volontà. I due temperamenti opposti non riuscivano a conciliarsi, poichè l’uno provocava iniziative ardite, l’altro badava a stringere i freni. Il babbo d’altronde si annoiava in quella vita d’ufficio, metodica, che non gli dava neppure compensi materiali ragguardevoli. Un piccolo incidente aveva, quel mattino, provocata una scena vivace fra i due cognati, decisiva.
A trentasei anni mio padre si trovava a ricominciare la vita per la seconda volta, e ancora per la sua sete di emozioni nuove e di indipendenza.
Quel mattino stesso usci con me a passeggiare lungamente: ho confusa la visione dell’immensa Piazza d’Armi che attraversammo sotto una leggera nebbia autunnale; il babbo parlava, quasi a sè stesso; io sentivo il mio piccolo essere esaltarsi tacitamente. L’America, l’Australia.... Oh, se veramente il babbo ci portasse pel mondo! Egli accennava anche a probabilità meno avventurose: tornare all’insegnamento, impiantare qualche azienda; ma sempre fuori di Milano. La città che fino a quel giorno avevo amata, pur senza dirmelo, ora mi appariva insopportabile: chi sa quali altri incanti mi attendevano altrove! E mi sembrava d’essere all’improvviso cresciuta d’anni e d’importanza. Non mi prendeva il babbo forse a sua confidente? I progetti sul mio prossimo avvenire di studentella svaporavano. Forse avrei dovuto lavorare anch’io, aiutar la famiglia.... Figgevo in viso a mio padre gli occhi, nei quali doveva correre una fiamma d’entusiasmo.
A casa, la mamma era invece come smarrita, Di che cosa temeva? Era giovane anch’ella, più giovane del babbo; noi bambini eravamo tutti sani e forti.... Anche il babbo certo avrebbe voluto vederla più ardimentosa!
Ella non apparve sollevata neppure qualche settimana dopo, allorchè un signore che voleva stabilire un’industria chimica in una cittaduzza di Mezzogiorno, offrì la direzione dell’impresa a mio padre. Certo, questi osava molto accettando un genere di lavoro al quale era affatto nuovo. Ma il suo bel sorriso sicuro aveva sedotto il capitalista. Le condizioni dell’impiego erano ottime; il paese, laggiù, pieno di sole. Per qualche anno. Mio padre non amava guardare molto innanzi nell’avvenire. Pel momento si sentiva felice del rischio. E non curando i timori della mamma, decise la partenza per la primavera.
Sole, sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese dove io giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un infinito riso sul mio capo, un’infinita carezza azzurra allo sguardo che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo. Che cos’erano i prati verdi della Brianza e del Piemonte, le valli e anche le Alpi intraviste ne’ miei primi anni, e i dolci laghi ed i bei giardini, in confronto di quella campagna così soffusa di luce, di quello spazio senza limite sopra e dinanzi a me, di quell’ampio e portentoso respiro dell’acqua e dell’aria? Entrava ne’ miei polmoni avidi tutta quella libera aria, quell’alito salso: io correvo sotto il sole lungo la spiaggia, affrontavo le onde sulla rena, e mi pareva ad ogni istante di essere per trasformarmi in uno dei grandi uccelli bianchi che radevano il mare e sparivano all’orizzonte. Non somigliavo loro?
Oh la perfetta letizia di quell’estate! Oh la mia bella adolescenza selvaggia!
Avevo dodici anni. Nel paese, che si decorava del nome di città, non esistevano scuole al disopra delle elementari. Un maestro chiamato a darmi lezione fu presto congedato perchè incapace d’insegnarmi più di quel che sapevo. Nelle ore calde del meriggio, sola nella stanzuccia della vasta casa, che avevo eletta a mio studiolo, gettavo, ma senza entusiasmo, qualche occhiata sui grossi manuali di fisica e di botanica e sulle grammatiche straniere datemi dal babbo; uscivo sull’alto balcone, guardavo giù nella piazza gli sfaccendati presso la farmacia o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi inverosimili, qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un linguaggio sonoro ed incomprensibile. In fondo alla piazza il mare luceva. Due ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane, le vele delle paranze di ritorno dalla pesca: s’avvicinavano, si colorivano di rosso e di giallo, arrivavano una dietro l’altra, e il tumulto delle voci dei pescatori giungeva spesso fino a me; distinguevo il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla riva.
Scendevo, mi recavo nel vasto recinto presso la strada ferrata, dove lo stabilimento andava sorgendo con rapidità sorprendente e dove il babbo passava quasi tutte le sue ore. Egli mi dava talvolta dei piccoli ordini che eseguivo trepidando, con scrupolosa esattezza. «Mi aiuterai anche più tardi, quando tutto sarà sistemato; sarai la mia segretaria, vuoi?...» Lottava in me l’antica timidezza con un nuovissimo impulso di audacia indipendente. Forse il babbo voleva compensarmi dell’aver troncati gli studi. Una specie d’orgoglio anzi, inavvertito, mi penetrava, la vaga coscienza di prender contatto colla vita, d’aver dinanzi uno spettacolo, più vario e più interessante d’ogni libro.
Degli operai, de’ bei contadini abbronzati che venivano dalla campagna ad offrirsi come manovali, delle ragazze che salivano agili sui ponti di costruzione coi secchi di calce sul capo, mi sorridevano, ed io sentivo verso di loro una curiosità piena di simpatia; ne ripetevo ai fratellini i pittoreschi soprannomi, e mi chiedevo se avrei mai osato essere per loro una padrona, come ero colla donna di servizio.
Il babbo, sì, si palesava uomo di comando, inflessibile e onnipossente, meraviglioso d’attività e d’energia. Quando certe sere, dopo il pranzo, uscivamo un po’ con lui, la mamma e noi figliuoli, per lo stradone maggiore del paese, la gente ci osservava dalle soglie con un misto di ammirazione e di timore. Trovavano alla mamma un viso da madonna, e voci femminili le mormoravan dietro benedizioni per i suoi bambini. Ella ringraziava col sorriso mite, piccola e fino nel vestito quasi dimesso. Mi sembrava contenta anche lei, in quei momenti: era ne’ suoi occhi come una riverenza verso il compagno rivestito così d’un nuovo fascino.
Ricordo una mia fotografia dell’anno dopo. Ero già in fabbrica come impiegata regolare. Indossavo un abbigliamento ibrido, una giacchetta a taglio diritto, con tanti taschini per l’orologio, la matita, il taccuino, sopra una gonnella corta. Sulla fronte mi si inanellavano, tagliati corti, i capelli, dando alla fisionomia un’aria di ragazzo. Avevo sacrificata la mia bella treccia dai riflessi dorati cedendo alla suggestione del babbo.
Quel mio bizzarro aspetto esprimeva perfettamente la mia condizione d’allora. Io non mi consideravo più una bimba, nè pensavo di esser già una donnina: ero un individuo affaccendato e compreso dell’importanza della mia missione; mi ritenevo utile, e la cosa mi dava una illimitata compiacenza. In verità, portavo nell’esecuzione dei lavori che il babbo m’aveva assegnato una lealtà assoluta e una forte passione. M’interessavo quanto lui alle piccole e grandi vicende dell’azienda, e mentre non mi annoiavo allineando cifre per ore e ore sui registri, mi divertivo come ad un giuoco stando fra gli operai, osservandoli nelle aspre fatiche e chiacchierando con loro durante gl’intervalli di riposo. Eran molti, più di duecento; una parte, che veniva dal Piemonte, si alternava ai forni giorno e notte, e gli altri, del paese, si agitavano continuamente nei vasti cortili e sotto le tettoie. Tutta quella gente non mi amava forse, ma certo sentiva piacere nel vedermi comparire all’improvviso col mio piglio un po’ brusco; un piacere che si traduceva in atteggiamenti più spigliati, più conformi all’ideale del lavoro giocondamente accettato. Mi trovavano giusta, assai più di mio padre, e cercavano accaparrarsi la mia benevolenza con ingenue adulazioni, perchè io influissi a loro vantaggio su l’uomo che li faceva tutti tremare. Ma io sapevo che inutilmente avrei tentato di modificare la disciplina ferrea del babbo; ed ero inoltre persuasa ch’essa fosse necessaria. Non badavo quindi che a render accetto quel padrone, anche coll’esempio della mia obbedienza. E forse il babbo se ne avvedeva. Pel breve tratto fra la fabbrica e la nostra casa, egli mi parlava con un’inflessione di voce ch’io sola gli conoscevo, non dolce, non tenera, ma esprimente il riposo, l’attimo di sosta e di abbandono. Mi confidava: «Bisognerà tentare questo e quest’altro.... Allora potremo aumentare un poco i salarî....» Pareva anche domandare il mio avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva amare;—angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre credevamo di esserne i dominatori.
Rientrando in casa provavo, centuplicato, il senso di malessere che sorgeva già in me da bimba al ritorno dalla scuola. Mi vi sentivo spostata, e accentuavo con dispetto i segni di quel mio isolamento morale. Ero simile al giovinetto appena emancipato che si lagna arrogantemente del servizio domestico; rilevavo con lo stesso tono di superiorità le negligenze delle sorelline e di mio fratello, la loro svogliatezza per lo studio, la mancanza nella mamma d’una severità calma che li disciplinasse.
Le donne di servizio dovevano riferire in paese cose orrende sul mio conto: non prendevo mai un ago in mano, non badavo alle faccende di casa.... E le mie escandescenze senza motivo! Non potevano paragonarsi se non a quelle di mio padre! Si allentava in quei momenti, forse, la tensione troppo acuta de’ miei nervi. Forse si palesavano i sintomi d’una crisi di crescenza. Io non ne sapevo nulla. Bisognava che uscissi, che mi dessi a qualche folle corsa lungo il mare e mi sentissi alitare intorno la buona aria libera, per tornare calma, per cancellare pur la memoria del mio malumore. Ed allora obliavo anche l’espressione di pena profonda che solcava la fronte della mamma durante quelle scene.
Mia madre! Come, come ero così incurante a suo riguardo? Quasi ella era scomparsa dalla mia vita. Io non riesco a determinare nella mia memoria le fasi della lentissima decadenza avvenuta nella sua persona dal nostro arrivo in paese. Ella non aveva saputo sin dai primi giorni liberarsi da una certa timidezza che le impediva di andar sola o coi bimbi per la spiaggia o pei campi. Il paese non offriva altri svaghi: le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti, indolenti e superstiziose; le contadine lavoravano più che i loro uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare, riparando la notte nelle catapecchie che si ammucchiavano a cento metri dalla riva.
Neanche alla fabbrica la mamma s’interessava, attingendone motivi di distrazione. È vero che di questo ero quasi lieta, dicendomi che ella forse non avrebbe visto di buon occhio le mie imprese. La sentivo, ancor più che a Milano, troppo diversa di gusti e di temperamento da mio padre, e per conseguenza da me. E anche sentivo, confusamente, che questa differenza era sempre più la causa dei malumori che i miei genitori non riuscivano a nascondere. Ma non me ne preoccupavo, o, per meglio dire, mi liberavo tosto dalle impressioni fastidiose senza cercar di approfondirle. Forse era un istintivo timore di scoperte troppo gravi per la mia età? Non so. Soltanto un piccolo fatto mi diede il sospetto che mio padre non volesse bene alla mamma come a me.
Era sul finire del primo inverno che passavamo colà. Si doveva, la mamma, il babbo ed io, recarci al vicino capoluogo, invitati a pranzo e a teatro dal proprietario della fabbrica e dalla sua signora, la quale s’era degnata salire a casa nostra l’estate innanzi. Scendeva il crepuscolo e l’ora della partenza del treno si avvicinava. Io ero pronta, allorchè entrò a casa il babbo per cambiare d’abito; egli in un batter d’occhio fu all’ordine. La mamma invece indugiava dinanzi allo specchio, dubbiosa della sua toeletta che non indossava da molto tempo: passava sul viso il piumino della cipria, allorchè mio padre, infastidito dell’attesa, si affacciò di nuovo all’uscio della camera.
Rivedo la stanza, lo specchio, l’alta finestra da cui sembrava entrare, più che la luce del tramonto, il riflesso del mare grigio, torbido. Ed all’orecchio mio si ripercuote, colta a volo, una frase: «.... devo dire dunque che sei una civetta?...»