Kitabı oxu: «Gli ingenui»
Alfredo Panzini
Gli ingenui

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070854
Indice
La cagna nera
Nora
Da Novi a Pavia (MEMORIA DI VIAGGIO)
Per un ribelle
La cagna nera
Indice
Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano di lagrime.
Ecco: era lassù, da tutte le strade del piano, anche da lontano lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targa portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto crescet in aevum. Dietro v'era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.
— Ma dissodatelo, signor conte — dicevano al babbo i buoni borghesi del villaggio — dissodatelo; vi verran fuori venti e più sacchi di grano.
Lui sorrideva nei suoi occhi celesti così dolci e:
— Avete ragione, miei buoni amici — rispondeva — ci penserò su, ci penserò.
Ma non ne faceva niente perchè era la mamma che non voleva, una delle poche cose che non voleva; e anche quando morì lui ed anche il palazzo fu coperto da ipoteche (io non ne sapevo nulla) il roseto non fu toccato.
— Vecchie ubbìe di aristocratica — diceva la gente —, ci ha le ipoteche anche sui tetti e vuol conservare le rose!
Ma il roseto rimase fintanto che ella visse, la mia santa madre; signorilmente rimase a dispetto delle cipolle e delle patate; ed io lo ricordo tutto vivo e fiammante come una porpora stesa giù per il declive del colle. Era una meraviglia! Venivano anche da lontano a visitarlo, il roseto! E per Pasqua fiorita se ne portavano via a carrette delle rose: e tutti i santi e tutte le sante delle parrocchie vicine ne toccavano la loro parte.
O Madonne che abitate le chiesuole delle terre d'intorno, ben ne aveste adorni gli altari, voi! E non ci proteggeste voi! Il profumo delle bianche e delle purpuree rose non salì sino al vostro seggio celeste?
Mi ricordo di maggio (allora c'era il maggio per me e c'era la primavera) quella lunga fila di stanze in rettilineo che davano sopra il roseto: il sole entrava a fili sottili attraverso le persiane socchiuse; si posava sui mobili sbiaditi di raso, sui quadri dalle cornici di legno tarsiato appese al muro; e sul filo solare fuggiva un pulviscolo di quelle vecchie masserizie insieme agli atomi delle rose che morivano silenziose in molti e bellissimi vasi di cristallo, mentre le loro sorelle giù nel sole del parco non si stancavano di aprirsi e cadere come vinte dalla voluttà del loro profumo.
Mia madre passava quasi tutto il giorno per quelle stanze o pel roseto che essendo dalla parte opposta della via, le permetteva di non essere veduta. La gente diceva che ella era molto superba: certo nel paese si faceva vedere a pena due o tre volte all'anno; e pure la messa la udiva in una cappelletta annessa al palazzo, dove il parroco veniva a celebrare al mattino presto. Anche questo contribuiva ad accrescere la reputazione di superbia; ma non era vero. Era piuttosto, io credo, una riservata e fiera timidezza che non avrebbe potuto vincere nè meno volendo.
Io mi sforzo di rievocarne l'imagine; ma la memoria ne ha sbiaditi i contorni così che a pena mi si presenta alla mente una figura di donna senza sorriso che si aggirava per quelle stanze, fra quelle rose, lenta e come smemorata anche quando il palazzo risonava dell'allegra vitalità di mio padre e delle feste degli amici.
Perchè mio padre era tutt'il contrario. Alto, con una superba barba rossiccia e due occhi cilestri quasi infantili, con un'esuberanza di vita piena di allegrezza e di ingenuità, avea sbagliato il secolo della sua venuta nel mondo. Sarebbe stato bene con corazza e stivaloni speronati al seguito di qualche gioioso barone di Francia al bel tempo delle guerre e dei tornei.
Garibaldino in sua gioventù, repubblicano e liberale a suo modo, avea portato in queste sue idee tutta la gentilezza e la idealità del suo sangue patrizio.
Per mala sorte ne gli ozi forzati della sua virilità gli venne o piuttosto gli fu suggerita la malaugurata idea di farsi eleggere deputato; e da allora, per molti anni, fu un seguito di banchetti, di favori e di munificenze dispensate con principesca liberalità. Il palazzo era corte bandita. Ma il signor conte dovea riuscire deputato!
Riuscì invece a consumare il patrimonio; ma la sua buona fede era tanto grande che forse non gli passò ne meno per la mente la frode.
Mi ricordo un vecchio servo di casa, certo Beppo, una specie di maggiordomo, che quando il babbo gli ordinava di apparecchiare un pranzo o di distribuire tanto denaro ai poveri o tanto grano in beneficenza, diventava livido e se avesse potuto mettere del veleno ne le vivande, lo avrebbe fatto.
Mio babbo ci pigliava gusto a vederlo così imbronciato.
— Si direbbe che consumi del tuo — diceva.
— Peggio! io non ce n'ho; ma lei ha le mani bucate.
Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il cancello d'uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva:
— E l'ho inteso io quello grosso che parlava più forte, dire a quel piccolo con la faccia di fiele che vomitava, l'ho inteso io dire: «Ah, tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l'altro seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano!
— Va là, va là, Beppo, che non è vero — rispondeva mio babbo col suo solito sorriso che non smentiva mai —, hai capito male.
— Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l'altra volta passando davanti alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le corna alla madonna!?
— Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica.
Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo nè a persuaderlo.
— Ah, povero il mio grigio! — diceva poi, e gli metteva la palma della mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma nè pur questo bastava a farlo sorridere.
Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di padrona di casa, che adempiva con la maggior cortesia possibile. Solo a fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni audaci, ella si appartava con qualche pretesto.
Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era un po' di tutto questo.
La baraonda politica cessò per esaurimento un po' per volta, cioè quando gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco restava da cogliere ancora.
Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt'orecchi ai discorsi del babbo, specie dopo pranzo.
V'era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una parete, davano sul parco e v'entrava la luce verde e silenziosa della campagna.
La mamma lo ascoltava: non diceva nè sì nè no. Quello che faceva lui era per ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un'altra vena di attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita volubilità lieta e rumorosa.
Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio d'anni. — Qui l'agricoltura va ancora col sistema di Noè — diceva; — bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in affitto una ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico e.... e vedrai.... vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci sono potuto riuscire, ci penserai tu — e si rivolgeva a me. — Ma bisogna studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu studierai, non è vero? — E mi posava la mano, una mano larga, ardente su la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con l'anello che portava all'indice, e mi scoteva la testa che allora avea molti riccioli biondi a riflessi di rame che erano una delle debolezze della povera mamma.
Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra, tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell'andamento domestico: due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e la rigida correttezza del costume inglese, di prammatica in simile genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d'arte di mia mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un bel cappello all'italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo sguardo intento dal terrazzo più alto della villa.
Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua attività e della sua industria.
I poderi vennero presi in affitto chè di nostri ne rimanevano ben pochi; le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici, ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di guano e di concimi chimici vennero portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua.
All'antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia nuova, meno numerosa, ma non meno dissanguatrice di agenti, commissionari, sensali e simile genìa.
Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di frustagno, le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo d'argento, accuratamente quadrata che cadeva su lo sparato di batista fragrante.
Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò freddo, stecchito.
Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la madonna, che lo ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte, signor conte, che lo faccia star buono lei!» E mio babbo si avvicinò solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo, quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile sigaretta stretta ancora fra le labbra.
* * *
Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco l'ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, e finirono per cadere ne la rovina e ne l'abbandono. Queste cose mi furono riferite, perchè io al mio paese dopo la morte di lei non sono più tornato e la casa dove nacqui e che fu mia non l'ho più riveduta; certo è che anche dentro di me trapassò un'eredità di quella morte di persone e di cose.
Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all'infuori di questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa che risonava a vuoto, v'era troppa morte e troppo dolore; ed ella, suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con me, entro di me.
Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da un'idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva risorgere; io doveva essere il salvatore ed il redentore della casa. Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori verdi fronde, e il fiordaliso d'oro che empiva il quartiere dello scudo, sarebbe rifiorito in sul suo campo: così profetava il bel motto latino crescet in aevum.
Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all'applaudire dei clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi chiamassero e desiderassi morire; non lo volli per assistere al tuo trionfo in questo giorno felice!»
Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era questo pensiero che la teneva in vita. Quando le scrivevo: — Mamma mia, ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po' di tempo — lei rispondeva: — No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne; devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino.
Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di cosa fatale.
— Ma gli affari, mamma — io le riscrivevo — tu sei donna, hai bisogno di qualcuno che ti assista, che ti consigli.... — Ella rispondeva: — Tutto va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa solo a te e a farti una posizione.
Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde per il riflesso del parco. E un'altra lucida ed incoercibile idea la possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere relazioni nel gran mondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve spendere molto e senza risparmio; e se denari non ne ha, bisogna mandargliene. Secondo questa logica mia madre, senza nè meno che io le chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di spenderli.
Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente. Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva il dubbio che quei danari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene, mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano dall'obbligo di occuparmi dell'azienda domestica e di fare atti di energia, pur lasciandomi la coscienza tranquilla di aver adempito al mio dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una possibile ruina. Quanto ad approfondire de visu la cosa, non ci pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia, e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua stabilità.
Rimaneva l'altra questione di conquistare quest'alto grado, questo posto degno del mio nome. Che cosa lei s'intendesse con tali parole, io allora non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una spiegazione concreta.
Chi sa? — pensava — forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato, come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gli affari, che so io. Tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze dell'ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così difficile meta.
Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse sul conto mio, e avrei voluto venire a delle spiegazioni: ma, ripeto, non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente.
* * *
Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati per togliermi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione.
Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di rivederla.
Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a grandi falde.
Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiunsero a quel nome soave! Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v'erano tanti invitati che dormivano anche ne le stanze del palazzo. Erano parenti, amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sè in quel giorno. Egli che volevano portare come progressista e repubblicano alla deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei buoni costumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi scendeva madido di neve con gli stivaloni infangati e la carabina a tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una carica alla baionetta; e poi v'erano certe schidionate enormi di capponi che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva allora. Giorni soavi!
La memoria di quella giovanezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e l'ora.
Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto in una superba pelliccia.
Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva visto una carrozza chiusa, ferma su lo spiazzo deserto che è dietro la piccola stazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce n'erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un senso pauroso di presentimento del vero. Il brav'uomo se ne stava più curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che non si avvide nè meno dell'arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d'oro stinti, ma la carrozza, dico, non era più la nostra; era un fiacre da nolo di forme preistoriche che stava su a forza di corde, e il cavallo era così alto e macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate, faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò: pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quel fiacre da zingari erranti e quel servo chiuso ne la livrea gentilizia offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democratico ne avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per buona sorte non v'era alcuno per la via, e i pochi villani che si incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio.
La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi piansi a lungo.
Quella bestia slombata quasi di passo e fumando per tutta la pelle, saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l'ansimare della rozza e lo scuotersi stridente dei vetri ne' telai sconnessi. Giungemmo. I quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d'ingresso a vetri si aprì: mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e lagrimando. Mi condusse subito ne la stanza da pranzo dove ardevano pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell'aria si capiva che da poco tempo era stato acceso quell'etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, chè tutto il ricco vasellame d'argento e di fine cristallo non c'era più.
Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l'ingorda ignoranza dei compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d'uva con gli acini tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna.
Io mi sentiva piombare l'angoscia e lo stupore sul capo e pure pareva che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere. Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati, e l'umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano accartocciati in sè stessi accidiosamente. Mia madre non si accorgeva o fingeva di non avvedersi di nulla.
Mi fece sedere vicino a sè, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul collo. Domandava con premura notizie della contessa B....; che cosa n'era della figliuola della signora C...., che ella tenne a battesimo.
— Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. — Quanto avrei caro di vederla!
Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la presi quella mano e la sollevai piano sino alle mie labbra come la mano dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.
— Via, via — disse poi — accostati alla finestra. Voglio vederti bene come sei — e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. — Oh, così! — disse scostandosi e vagheggiandomi. — Come sei bello, e che aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere forte, forte come tuo padre...! — e questa parola non ebbe altre che la seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza.
Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare.
— Tuo babbo — disse con voce oramai pacata e come seguendo un pensiero dominante — era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta ne l'essere forte.
Beppo venne poco dopo a mettere in tavola.
— Sai — mi disse poi con un'angoscia mal celata e come colta d'improvviso — non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia di tua mamma. Non è vero Beppo che è così?
— Sì, signora contessa — rispose Beppo.
Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e ripigliai sorridendo:
— Tu hai ancora, mamma, le tue rose, esse fioriscono ancora d'inverno!
A questa mia interruzione respirò come sollevata dal timore che io insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue rose.
— Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione della Madonna e del Signore. D'inverno il rosaio sembra morto; ma io cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n'è sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno. Vuol dire che la nostra casa è andata un po' in basso, ma che la vita non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi troverai, la troverai la tua povera mamma!
E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei progetti per l'avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea, quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle.
Ed io raccontai. Raccontai quello che non era quello che non mi sentiva; le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulai con la vivacità dello sguardo e l'impeto della voce.
Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti che si sfacevano in cenere sul focolare.
— Racconta, racconta, dimmi sempre di te — interrompeva ogni tanto.
Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria, e lei approvava sempre con molta serietà.
— Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna essere forte. D'altronde io — concludeva con convinzione triste e pacata — non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome. Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico sempre questo io, Beppo?
— Sì, signora contessa — rispose il servo che passava per caso, ma con un'intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente essere quello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al vaniloquio di mia madre.
Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie fiorenti, io ne la mia casa che cadeva, ne la mia famiglia che moriva mentre la neve addormentava tutto all'intorno nel suo letargo gelido e bianco.
Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell'enfasi di inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell'animo con lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo che non feci alcuna opposizione.
La solita berlina mi ricondusse alla stazione.
Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!
Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e disse con voce di chi però ha preso una risoluzione: