Kitabı oxu: «La fine del mondo»
(Traduttore: Paolina Mochi)
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Io vidi poi un cielo nuovo e una terra nuova; perchè il primo cielo e la prima terra erano passati.
Apocalisse, XXI, 1.
Parte 1
Nel venticinquesimo secolo. Le teorie.
Capitolo 1 La minaccia celeste
«Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem».
VIRGILIO, Georgiche, I, 468.
Il magnifico ponte di marmo che unisce la via di Rennes alla via del Louvre e che, fiancheggiato dalle statue dei saggi e dei filosofi celebri, costituisce una via monumentale di accesso al nuovo portico dell'Istituto, era letteralmente nero di gente. Una folla ondeggiante, più che camminare, sembrava rotolasse pei Lungo Senna, sboccando da tutte le strade e spingendosi verso il portico, invaso, da molto tempo, da un flutto tumultuante.
Mai nel passato, prima della costituzione degli Stati-Uniti d'Europa, nell'epoca barbara in cui la forza vinceva il diritto, in cui il militarismo governava l'umanità e l'infamia della guerra stritolava senza tregua la stoltissima umanità, mai, nei grandi moti rivoluzionari o nei giorni febbrili delle dichiarazioni di guerra mai le adiacenze della Camera dei rappresentanti del popolo, nè la piazza della Concordia avevano presentato uno spettacolo simile. Non si trattava di gruppi di fanatici, riuniti intorno a una bandiera, marcianti verso qualche conquista della spada, seguiti da frotte di curiosi e di disoccupati, «che andavano a vedere quel che succederebbe»: era tutta quanta la popolazione, composta di tutte le classi della società, indistintamente, sospesa alla decisione di un oracolo, nell'attesa febbrile del resultato di un calcolo che un astronomo celebre doveva render noto quel lunedì, alle tre, nella Seduta dell'Accademia delle Scienze. In mezzo alla trasformazione politica e sociale degli uomini e delle cose, l'Istituto di Francia durava ancora e ancora teneva in Europa la palma delle scienze, delle lettere e delle arti. Il centro della civiltà si era, però, spostato e il focolare del progresso splendeva allora nell'America del Nord, sulle rive del lago Michigan.
Siamo al venticinquesimo secolo.
Questo nuovo palazzo dell'Istituto, che alzava al cielo le sue terrazze e le sue cupole, era stato costruito alla fine del ventesimo secolo sulle rovine lasciate dalla grande rivoluzione sociale degli anarchici internazionali, che nel 1950 avevano fatto saltare in aria una parte della grande metropoli francese, come un tappo sopra un cratere.
La Domenica, alla vigilia del responso, dalla navicella di un pallone si sarebbe potuta vedere tutta Parigi, sparsa sui bastioni e sulle piazze pubbliche, camminar lentamente, come senza speranza, senza interessarsi più di nulla al mondo. Le aeronavi festose non solcavano più lo spazio colla loro abituale vivacità, gli aeroplani, gli aviatori, i pesci aerei, gli uccelli meccanici, gli elicótteri elettrici, le macchine volanti, tutto si era rallentato, quasi fermato. Le stazioni aeronautiche, in cima alle torri e agli edifizi, erano vuote e solitarie. La vita umana sembrava sospesa e l'inquietudine era dipinta su tutti i visi. Si attaccava discorso senza conoscersi, e sempre le stesse parole uscivano dalle labbra pallide e tremanti: «È proprio vero!… » La più spaventosa epidemia avrebbe agghiacciato meno i cuori, della predizione astronomica, così universalmente commentata, e avrebbe fatto meno vittime; già la mortalità cominciava a crescere, infatti, per una causa sconosciuta.
Ogni momento, ciascuno sentiva come un brivido elettrico di terrore.
Alcuni, volendo parere più energici e meno allarmati, lanciavano ogni tanto una parola di dubbio, o anche di speranza: «ci si può ingannare» oppure: «passerà da parte» o anche: «poi non sarà niente, ce la caveremo con la paura» o qualche altro palliativo del medesimo genere.
Ma l'aspettativa e l'incertezza sono, spesso, più terribili della stessa catastrofe. Un colpo brutale ci colpisce, una volta, e ci abbatte, più o meno; poi ci si risveglia, si prende il nostro partito, ci si rimette e si continua a vivere. Qui era l'ignoto, l'avvicinarsi d'un avvenimento inevitabile, misterioso, extra-terrestre e formidabile.
Bisognava morire di certo: ma come? Per urto, per schiacciamento, per calore incendiario, per l'infiammarsi del globo, per avvelenamento dell'atmosfera, per soffocazione? quale supplizio attendeva gli uomini? Minaccia più terribile della morte stessa! La nostra anima non può soffrire che fino a un certo limite; aver paura senza tregua, domandarsi ogni sera quello che ci aspetta l'indomani, è come soffrire mille morti.
E la Paura! La Paura che agghiaccia il sangue nelle arterie, che annichilisce gli animi, la Paura, spettro invisibile, da cui tutti gli animi, vacillanti, e pieni di raccapriccio, erano ossessionati.
Da un mese circa tutti gli affari commerciali erano fermi: da quindici giorni il Comitato degli Amministratori (che sostituiva la Camera e il Senato d'altri tempi) aveva sospese le sedute, poichè in queste la distrazione aveva raggiunto il colmo. Da otto giorni la Borsa era chiusa a Parigi, a Londra, a New-York, a Chicago, a Melbourne, a Liberty, a Pechino: a che scopo occuparsi d'affari, di politica interna o estera, di questioni di bilancio o di riforme, se il mondo stava per finire? Ah! la politica! Si ricordava neppure di averne mai fatta? I palloni erano sgonfiati. I tribunali stessi non avevano più cause in vista: non si commettono assassinii, quando si aspetta la fine del mondo. L'umanità non teneva più a niente: il suo cuore affrettava i battiti, pronto a fermarsi. Si vedevano dappertutto visi disfatti, facce pallide, rovinate dall'insonnia; solamente la civetteria femminile resisteva ancora, ma appena, in un modo superficiale, ingenuo, effimero, senza preoccupazione dell'indomani.
Ma, del resto, la situazione si presentava grave, quasi disperata, anche agli occhi dei più stoici. Mai, in tutta la storia dell'umanità, mai la razza di Adamo s'era trovata davanti a un tale pericolo; le minacce del cielo le ponevano innanzi, senza remissione, una questione di vita o di morte.
Ma rifacciamoci da principio.
Tre mesi circa prima del giorno in cui siamo, il Direttore dell'Osservatorio del monte Gaorisankar, aveva telefonato ai principali osservatorî del globo, e particolarmente a quello di Parigi, un dispaccio così concepito:
«Una cometa telescopica è stata scoperta questa notte fra 21h 16m 42s di ascensione diretta e 49° 53' 45" di declinazione boreale. Movimento diurno molto debole. La cometa è verdastra».
Non passavano mai dei mesi, senza che qualche cometa telescopica fosse scoperta e annunciata ai diversi osservatorî, specialmente dacchè vi avevano preso stanza astronomi valorosi: in Asia, sulle alte cime del Gaorisankar, del Dapsang e del Kintchindjinga; nell'America del Sud, sull'Aconcagua, l'Illampon e il Chimborazo, come anche in Africa, sul Kilima-N'djaro e in Europa, sull'Elbrouz e il Monte Bianco. Perciò quest'annunzio non aveva colpito gli astronomi, più di tutti gli altri dello stesso genere, che di abitudine si ricevevano. Un gran numero di osservatori aveva cercato la cometa nella posizione indicata e l'aveva seguita diligentemente.
Le «Ultime Notizie Astronomiche» ne avevano pubblicato le osservazioni e un matematico tedesco aveva calcolato una prima orbita provvisoria, con le effemeridi del movimento. Appena questa orbita e queste effemeridi furono pubblicate, un dotto giapponese fece un'osservazione molto curiosa. Secondo il calcolo, la cometa doveva discendere dalle altezze dell'infinito verso il Sole e venire a traversare il piano dell'eclittica circa il 20 luglio, in un punto poco lontano da quello in cui doveva trovarsi la terra in quell'epoca.
«Sarebbe – egli diceva – del più alto interesse moltiplicare le osservazioni e riprendere il calcolo, per concludere a quale distanza la cometa passerà dal nostro pianeta e se, per caso, non verrà ad urtare la Terra o la Luna».
Una giovane laureata dell'Istituto, candidata alla direzione dell'Osservatorio, aveva colto a volo l'insinuazione e si era posta al telefono dello stabilimento centrale per afferrare al loro passaggio tutte le osservazioni comunicate. In meno di dieci giorni ne aveva raccolte più d'un centinaio e, senza perdere un minuto, aveva passato tre giorni e tre lunghe notti a ricominciare il calcolo su tutta la serie delle osservazioni. Il resultato fu che la conclusione dell'astronomo giapponese era inesatta, riguardo all'epoca del passaggio traverso il piano dell'eclittica, passaggio che era stato anticipato di cinque o sei giorni; ma per questo l'interesse del problema diveniva ancora maggiore, poichè la distanza minima fra la cometa e la terra era anche più piccola di quanto avesse creduto lo scienziato giapponese. Senza parlare per il momento della possibilità d'un incontro, si accennava alla speranza di trovare nell'enorme perturbazione che l'astro errante avrebbe subito, a causa della Terra e della Luna, un nuovo mezzo di determinare con straordinaria precisione la massa della Luna e quella della Terra, e forse indicazioni precise sulla repartizione delle densità nell'interno del nostro globo. La giovine calcolatrice insisteva ancora sui precedenti inviti a nuovi calcoli, mostrando quanto fosse importante avere osservazioni numerose e precise.
Alla vigilia della seduta aveva completamente spiegato l'orbita ad una commissione accademica.
Ma il centro di tutte le osservazioni sulla cometa era l'Osservatorio del Gaorisankar. Essendo posto sulla cima più alta del mondo, a 8000 metri d'altitudine, in mezzo alle nevi eterne, che i nuovi procedimenti della chimica elettrica avevano allontanate di molti chilometri tutt'intorno al santuario, trovandosi quasi sempre molte centinaia di metri sopra le nuvole più alte, sospeso in un'atmosfera pura e rarefatta, la visione naturale e telescopica che di lì si poteva avere era veramente centuplicata.
Vi si distinguevano ad occhio nudo le valli della Luna, i satelliti di Giove e le fasi di Venere. Già da nove o dieci generazioni, molte famiglie di astronomi dimoravano sul monte asiatico, lentamente e gradatamente acclimatate alla rarefazione dell'atmosfera. Le prime avevano dovuto in breve tempo soccombere; ma la scienza e l'industria erano poi riuscite a mitigare i rigori del freddo, immagazzinando i raggi del sole, e l'acclimatamento era avvenuto, a poco a poco, come nei tempi antichi a Quito e a Bogota, dove si vedevano, nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, popolazioni felici vivere nell'abbondanza, e giovani donne danzare senza stanchezza nottate intiere, ad un'altitudine alla quale coloro che salivano sulla cima del Monte Bianco, in Europa, potevano appena far qualche passo, senza sentirsi mancare il respiro. A poco a poco una piccola colonia di astronomi aveva preso stanza sui fianchi dell'Imalaia, e l'Osservatorio aveva acquistato, per i suoi lavori e le sue scoperte, l'onore di essere giudicato il primo del mondo. Il suo principale strumento era il famoso equatoriale di 100 metri di fuoco, coll'aiuto del quale si era potuto finalmente giungere a decifrare i segnali geroglifici indirizzati inutilmente alla terra da molte migliaia di anni, dagli abitanti del pianeta Marte.
Mentre gli astronomi europei discutevano sull'orbita della nuova cometa e constatavano che quest'orbita avrebbe proprio dovuto passare per il nostro pianeta, e che i due corpi si sarebbero incontrati nello spazio, l'Osservatorio dell'Himalaia aveva inviato un nuovo fonogramma: «La cometa sta per divenire visibile ad occhio nudo. Sempre verdastra. Essa si dirige verso la Terra».
L'accordo assoluto dei calcoli astronomici, provenissero sia dall'Europa, sia dall'America o dall'Asia, non lasciava il minimo dubbio sulla loro precisione. I giornali quotidiani lanciarono nel pubblico la notizia allarmante, accompagnandola con commenti tragici e moltiplicate interviste, nelle quali mettevano in bocca agli scienziati i discorsi più strani.
Facevano a chi esagerava di più sui dati esatti del calcolo, aggravandoli di dissertazioni più o meno fantastiche. Da lungo tempo tutti i giornali del mondo, senza eccezione, erano divenuti semplici operazioni di commercio. La stampa, che altre volte aveva reso tanti servizi all'affrancarsi del pensiero umano, alla libertà e al progresso, era alla mercè dei governatori e dei grandi capitalisti, avvilita da compromessi finanziari d'ogni specie. Ogni giornale era una maniera di commercio; il solo problema era quello di vendere giornalmente il maggior numero possibile di fogli, e di far pagare le linee, pubblicando notizie più o meno svisate. «Far degli affari». Era tutto lì.
Inventavano notizie false, che smentivano poi tranquillamente l'indomani, minavano per ogni nonnulla la sicurezza dello Stato, svisavano la verità, mettevano in bocca agli scienziati discorsi che questi non avevano mai tenuto, calunniavano con sfrontatezza, disonoravano uomini e donne, seminavano scandali, mentivano spudoratamente, spiegavano i trucchi dei ladri e degli assassini e moltiplicavano i delitti, senz'aver l'aria di crederlo, davano la formula degli agenti esplosivi, recentemente inventati, mettevano in pericolo i loro stessi lettori e tradivano, nello stesso tempo, tutte le classi sociali, al solo fine di sovreccitare fino al parossismo la curiosità generale e di «vendere delle copie».
Non c'erano altro che affari e réclames.
Di scienze, arti, letteratura, filosofia, studi e ricerche i giornali non si preoccupavano affatto. Un attore di second'ordine, un'attrice leggera, un tenore, una cantante di caffè-concerto, un ginnasiarca, un corridore a piedi o a cavallo, un trampoliere, un ciclomane o un velocipedista acquatico, un malfattore della peggiore specie, sopra tutto un assassino, diveniva in un giorno più celebre del più illustre scienziato, o del più abile inventore. Si pubblicavano i ritratti dei più forti corridori, dei ladri, resi illustri, e degli assassini.
Ma l'interesse particolare del giornale dominava sempre, in tutti gli apprezzamenti, l'interesse generale e la cura del progresso reale dei cittadini. Per lungo tempo il pubblico era rimasto ingannato; tuttavia, all'epoca in cui siamo, aveva finito per arrendersi all'evidenza e non accordava più nessun credito a qualsiasi articolo di gazzetta, in modo che non esistevano più giornali propriamente detti, ma soltanto fogli di avvisi e di réclame ad uso del commercio. La prima notizia lanciata da tutte le pubblicazioni quotidiane che «una cometa arrivava a grande velocità e avrebbe incontrato la terra nella tale epoca, già fissata», la seconda notizia: – che l'astro vagabondo avrebbe potuto produrre una catastrofe universale, avvelenando l'atmosfera respirabile, – questa doppia predizione era stata letta da tutti con occhio distratto e con assoluta incredulità; non aveva prodotto maggiore effetto della notizia che era stata scoperta la fontana di Giovinezza nelle cantine del palazzo delle Fate a Montmartre (inalzato sulle rovine del Sacro Cuore) la quale notizia era stata lanciata in quello stesso tempo.
I letterati, i poeti, gli artisti ne avevano preso pretesto per celebrare in prosa e in versi, con disegni e quadri di ogni genere, i viaggi delle comete traverso le regioni celesti. Si vedeva in essi la cometa, che passava davanti allo sciame delle stelle spaventate, oppure che discendeva dall'alto dei cieli, precipitandosi e minacciando la Terra addormentata. Queste personificazioni simboliche tenevano viva la curiosità pubblica, senza accrescere il primo spavento; si cominciava quasi ad abituarsi all'idea d'un incontro, senz'averne troppa paura. La marea delle impressioni popolari oscilla come il barometro.
Del resto, gli stessi astronomi da principio non s'erano interessati dell'incontro dal punto di vista dei suoi effetti sulla sorte dell'umanità, e le riviste astronomiche speciali (le sole che avessero conservato qualche autorità) non ne avevano ancora parlato che sotto forma di calcoli da verificare. Gli scienziati avevano trattato il problema come matematica pura, e lo riguardavano semplicemente come un caso interessante di meccanica celeste; durante le interviste che avevano subite, si erano contentati di rispondere che l'urto era possibile, magari anche probabile, ma senza interesse per il pubblico.
Improvvisamente, un nuovo fonogramma, lanciato questa volta dal Monte-Hamilton, in California, venne a colpire i chimici ed i fisiologi.
«Le osservazioni spettroscopiche stabiliscono che la cometa è una massa assai densa, composta di molti gaz, fra i quali domina l'ossido di carbonio».
L'affare si complicava: l'incontro della cometa con la Terra era ormai certo; e se gli astronomi non se ne preoccupavano troppo, abituati com'erano da secoli a considerare questi contatti celesti come inoffensivi, se i primi, tra loro, avevan finito col mettere sdegnosamente alla porta gl'innumerevoli intervistatori che ininterrottamente venivano a importunarli, dichiarando loro che questa predizione non interessava il volgo, ma era un puro fatto astronomico che non li riguardava, i medici avevano cominciato a commuoversi e discutevano con vivacità sulle possibilità di asfissia, o di avvelenamento. Meno indifferenti all'opinione pubblica, non avevano affatto congedati i giornalisti: tutt'altro! e in pochi giorni la questione aveva sensibilmente cambiato faccia. Da astronomica era divenuta fisiologica: e i nomi di tutti i medici celebri o famosi spiccavano in cima alla prima pagina di tutti i giornali quotidiani: i loro ritratti occupavano le riviste illustrate e una rubrica speciale annunciava, un po' dappertutto:
«Consultazioni sulla cometa».
Già la varietà, la diversità, l'antagonismo degli apprezzamenti avevano creato molti campi ostili che scambievolmente si scagliavano bizzarre ingiurie e trattavano tutti i medici di «ciarlatani avidi di réclame».
Frattanto il Direttore dell'Osservatorio di Parigi, che aveva a cuore l'interesse della scienza, si era commosso per un simile chiasso, nel quale la verità astronomica era stata più d'una volta stranamente svisata. Era un vegliardo venerando, incanutito nello studiare i grandi problemi della costituzione dell'universo; la sua voce era ascoltata da tutti ed egli si era deciso a mandare ai giornali un avviso, nel quale dichiarava che tutte le ipotesi erano premature, finchè non fossero note le discussioni tecniche autorizzate, che dovevano aver luogo nell'Istituto.
Abbiamo detto, mi pare, che l'Osservatorio di Parigi, sempre alla testa del movimento scientifico per i lavori dei suoi membri, era divenuto, più che altro, a causa dei trasformati metodi d'osservazione, una specie di santuario di studi teorici, da una parte, e dall'altra una centrale telefonica, a cui facevan capo gli osservatorî lontani dalle grandi città, posti sulle cime favorite da una perfetta trasparenza atmosferica. Era un asilo di pace, dove regnava la perfetta concordia. Gli astronomi consacravano disinteressatamente tutta la vita al solo progresso della scienza, si amavano scambievolmente, senza provar mai le punture dell'invidia, e ognuno dimenticava i meriti proprî, non pensando che a mettere in evidenza quelli dei colleghi. Il direttore dava l'esempio e, quando parlava, lo faceva a nome di tutti.
Egli pubblicò una dissertazione tecnica e la sua voce fu ascoltata… . un istante. Ma pareva che la questione astronomica fosse già fuori di causa. Nessuno contestava e discuteva l'incontro della cometa con la Terra: era un fatto acquisito dalla certezza matematica del calcolo. Quello che preoccupava era piuttosto la costituzione chimica della cometa: se al suo passaggio presso la terra avesse assorbito l'ossigeno atmosferico, si sarebbe avuta la morte immediata per asfissia; se l'azoto si fosse combinato col gas della cometa, si sarebbe avuta ugualmente la morte, ma preceduta da un immenso delirio e da una specie di gioia universale, poichè una sovreccitazione folle di tutti i sensi sarebbe stata la conseguenza dello sparire dell'azoto e dell'aumentare corrispettivo dell'ossigeno nella funzione respiratoria dei polmoni.
L'analisi spettrale segnalava sopratutto l'ossido di carbonio nella costituzione chimica della cometa. Ciò di cui le riviste scientifiche discutevano principalmente era se la mescolanza di questo gas deleterio con l'atmosfera respirabile avrebbe avvelenato l'intera popolazione terrestre, uomini ed animali, come affermava il presidente dell'Accademia di medicina.
L'ossido di carbonio! Non si parlava più d'altro. L'analisi spettrale non poteva essersi ingannata. I suoi metodi erano troppo sicuri, i suoi procedimenti troppo precisi. Tutti sapevano che la minima mescolanza di questo gas con l'aria che si respira produce rapidamente la morte. Ora un nuovo messaggio telefonico dell'Osservatorio del Gaorisankar aveva confermato quello del Monte Hamilton, aggravandone la portata. Questo messaggio diceva:
«La Terra si troverà intieramente piantata nella testa della cometa, che appare già trenta volte più larga del diametro intero del globo terrestre, e che continua ad ingrandirsi di giorno in giorno».
Trenta volte il diametro del globo terrestre! Quando la cometa fosse passata tra la Terra e la Luna, le avrebbe dunque toccate tutte e due, giacchè un ponte, formato da trenta terre, basterebbe per riunire il nostro mondo alla Luna.
Durante i tre mesi, dei quali riassumiamo ora la storia, la cometa era uscita dalle profondità telescopiche ed era divenuta visibile ad occhio nudo: era in vista della Terra e come una minaccia celeste si librava gigantesca nel cielo, tutte le notti, davanti all'armata delle stelle. Ogni notte ingrandiva: era il Terrore stesso sospeso su tutte le teste e, come una spada formidabile, si avanzava lentamente, gradatamente, inesorabilmente. Si fece un ultimo tentativo, non per deviare la cometa dalla sua rotta (era un'idea messa fuori dagli utopisti che non dubitano mai di nulla e che avevano osato immaginare che un formidabile vento elettrico potesse esser prodotto da batterie disposte sulla parte del globo che la cometa doveva urtare) ma per esaminar di nuovo il grande problema sotto tutti gli aspetti e forse per rassicurare gli animi, riportarvi la speranza, scoprendo qualche vizio di forma nelle sentenze pronunciate, qualche causa dimenticata nei calcoli, o nelle osservazioni: l'urto non sarebbe forse stato così disastroso come i pessimisti pretendevano.
Una discussione generale in contradittorio doveva aver luogo quel lunedì all'istituto, quattro giorni avanti a quello previsto per l'incontro, cioè il venerdì 13 luglio. Il più celebre astronomo francese, allora Direttore dell'Osservatorio di Parigi, il Presidente dell'Accademia di medicina, fisiologo e chimico insigne, il Presidente della Società astronomica di Francia, abile matematico, ed anche altri oratori, fra i quali una donna illustre per le sue scoperte di fisica, dovevano, a turno, prendere la parola.
L'ultima sentenza non era detta.
Entriamo sotto la vecchia cupola del ventesimo secolo, per assistere alla discussione.
Ma, avanti d'entrare, esaminiamo anche noi la famosa Cometa, che in questo momento gravava su tutti i pensieri.
Capitolo 2 La cometa
Vapores qui ex caudis Cometarum oriuntur incidere possunt in atmospheras planetarum, et ibi condensari et converti in aquam, et sales, et sulphura, et limum, et lutum, et lapides, et substantias alias terrestres migrare.
Newton, Principia, III, 671.
La strana visitatrice era discesa lentamente dalle profondità dell'infinito. Non era apparsa bruscamente, tutta a un tratto, ciò che più di una volta è accaduto per le grandi comete, sia che arrivino subito in vista della Terra, dopo il loro passaggio al perifelio, sia che una lunga serie di notti nuvolose o illuminate dalla Luna abbia impedito l'osservazione del cielo ai ricercatori di comete. Il fluttuante vapore sidereo era rimasto da principio negli spazî telescopici, osservato solamente dagli astronomi. Nei primi giorni che seguirono la sua scoperta, non fu accessibile che ai potenti equatoriali degli osservatorî. Ma il pubblico colto non aveva tardato a cercarla da sè. Ogni casa moderna terminava con una terrazza sovrastante tutti i piani, destinata alle imbarcazioni aeree: molte erano ornate da cupole girevoli. Non c'era famiglia agiata che non avesse un canocchiale a sua disposizione e nessun appartamento sembrava completo, senza una biblioteca ben provvista di ogni libro scientifico. Nel venticinquesimo secolo, gli abitanti della Terra cominciavano a pensare.
La cometa era stata osservata da tutti, si può dire, dal momento in cui era divenuta accessibile agli strumenti di minore potenza. Quanto alle classi operaie, per cui le comodità sono sempre contate, i cannocchiali posti sulle pubbliche piazze erano stati assaliti da una folla impaziente fin dalla prima sera in cui la cometa si era vista; e tutte le sere gli astronomi da piazza avevano fatto incassi fantastici, senza precedenti. Del resto, anche un gran numero d'operai aveva il cannocchiale in casa, specialmente in provincia; e per la giustizia e la verità dobbiamo riconoscere che il primo, in Francia, che aveva saputo scoprir la cometa (all'infuori, naturalmente, degli osservatorî patentati) non era stato nè un uomo di mondo, nè un accademico, ma un modesto operaio, un sarto di un sobborgo di Soissons, che passava la più gran parte delle notti sotto il cielo sereno e che, colle economie faticosamente risparmiate, era riuscito a comprarsi un piccolo cannocchiale; con questo non si saziava di studiare le curiosità del cielo. Fatto degno d'attenzione, fino al ventiquattresimo secolo quasi tutti gli abitanti della Terra erano vissuti senza sapere dov'erano, senz'aver neppure la curiosità di domandarlo, come ciechi unicamente preoccupati del loro appetito: ma da circa cento anni la razza umana si era messa ad osservar l'universo e a ragionare.
Se ci si vuol render conto del cammino percorso dalla cometa nello spazio, basta esaminare con un po' d'attenzione il disegno qui pubblicato (vedi figura a pagina seguente). Esso rappresenta il piano dell'orbita della cometa e la sua intersezione con quello dell'orbita terrestre: poichè la cometa discende dall'infinito, si dirige obliquamente verso la Terra e continua il suo corso avvicinandosi al Sole, che non l'arresta e non l'attrae nel suo passaggio al perifelio.
Non si è tenuto conto della perturbazione causata dalla forza di attrazione della Terra: questa influenza avrebbe per effetto di ricondurre la cometa verso l'orbita terrestre dopo una rivoluzione intorno al Sole, e di trasformare l'orbita parabolica in ellissi.
Tutte le comete che gravitano intorno al Sole descrivono orbite analoghe, più o meno allungate, ellissi di cui l'astro radioso occupa uno dei focolari: queste sono molte.
Il disegno che si vede qui appresso dà un'idea delle loro intersezioni coll'orbita della Terra intorno al Sole e colle altre orbite planetarie. Esaminando queste intersezioni s'indovina che un incontro non avrebbe niente d'impossibile, nè di anormale.
La cometa era arrivata in vista della Terra. In una notte di luna nuova, con un cielo meravigliosamente puro, qualche occhio particolarmente acuto era arrivato a distinguerla ad occhio nudo, non lungi dallo Zenit, sul margine della Via Lattea a sud della stella omicron di Andromeda, come una pallida nebulosità, come un leggerissimo sbuffo di fumo, molto piccola, appena allungata in una direzione opposta al Sole, come una specie di coda rudimentale, formata da gaz. Ed è così che si presentava anche al telescopio, dacchè era stata scoperta. Nessuno avrebbe potuto sospettare, dal suo aspetto inoffensivo, la parte così tragica che questo nuovo astro avrebbe rappresentato nella storia dell'umanità; il solo calcolo indicava, allora, il suo avanzarsi verso la Terra. Ma l'astro misterioso avanzava rapidamente. Il giorno dipoi già la metà dei ricercatori riuscivano a scorgerla e due giorni dopo, soltanto quelli di vista corta, con binocoli insufficienti, aspettavano ancora; in meno d'una settimana tutti gli sguardi l'avevano scoperta; su tutte le pubbliche piazze, in tutti i villaggi, si vedevano gruppi di gente che cercava la cometa, o la mostrava agli altri.
Ess
Come le comete possono incontrare la Terra e gli altri pianeti.
a ingrandiva di giorno in giorno; gli strumenti cominciavano a fare scorgere un nucleo ben distinto, assai luminoso, che era oggetto di dissertazioni appassionate. Poi la coda si divise a poco a poco in raggi divergenti dal nucleo e prese insensibilmente la forma d'un ventaglio. La commozione invadeva già tutti gli animi, quando, dopo il primo quarto della luna, e durante i giorni di luna piena, sembrò che la cometa restasse stazionaria e che, anzi, il suo splendore diminuisse. Poichè si era creduto di vederla ingrandire rapidamente, si sperò che qualche errore di calcolo fosse stato commesso e si ebbe un periodo di calma e di tranquillità. Dopo la luna piena, il barometro abbassò tutto a un tratto notevolmente: il centro di depressione di una forte tempesta veniva dall'Atlantico e passava al nord delle isole Britanniche; per dodici giorni il cielo restò completamente coperto su quasi tutta l'Europa.
Il sole brillò di nuovo nell'atmosfera purificata, le nuvole si dissiparono, l'azzurro del cielo si mostrò puro e senza nebbie e quel giorno si aspettò con emozione il tramonto del sole; tanto più che molte spedizioni aeree erano riuscite a traversare gli strati delle nuvole e gli aeronauti assicuravano che la cometa si era notevolmente sviluppata. I messaggi telefonici mandati dalle montagne d'Asia e d'America annunziavano, d'altra parte, il suo arrivo imminente; ma, oh meraviglia!, quando, caduta la notte, tutti gli sguardi erano alzati al cielo per cercarvi l'astro fiammeggiante, non ebbero dinanzi una cometa, una cometa classica, come quelle che si vedono di solito: ma videro un'aurora boreale, di un nuovo genere, una specie di prodigioso ventaglio celeste, a sette rami, lanciante sette raggi verdastri, che parevano uscire da un fuoco nascosto sotto l'orizzonte.
Tutti erano certi che questa fantastica aurora boreale era la cometa, tanto più che questa non era visibile in alcun punto del cielo stellato. L'apparizione era molto diversa – è vero – dalle forme conosciute delle comete e l'aspetto raggiante del misterioso visitatore era quello che di più inaspettato fosse comparso mai al mondo; ma queste formazioni gazose sono così bizzarre, così capricciose, così svariate, che tutto è possibile. E poi non era davvero la prima volta che una cometa offriva un tale aspetto; gli annali astronomici ricordavano, fra le altre, una immensa cometa a sei code, osservata nel 1744, che era stata a quell'epoca soggetto di numerose dissertazioni. Un disegno molto pittoresco, fatto de visu dall'astronomo Chéseaux, a Losanna (fig. 1) l'aveva in altri tempi resa popolare. La cometa del 1861, colla sua coda a ventaglio, offriva un altro esempio di quel genere di visitatori celesti e si ricordava anche che il 30 giugno di quell'anno vi era stato un incontro, molto innocuo, del resto, fra la Terra e l'estremità della coda; ma quando anche non se ne fossero mai viste prima, bisognava bene arrendersi all'evidenza.
Frattanto le discussioni continuavano ed era sorta una vera gara astronomica fra le riviste scientifiche del mondo intero, i soli giornali che, come abbiamo visto, avessero conservato qualche credito nell'epidemia mercantile che da molto tempo aveva invaso l'umanità. Il punto capitale dacchè si sapeva con certezza che l'astro si avanzava direttamente verso la Terra, era la distanza a cui si trovava ogni giorno, questione corrispondente a quella della sua velocità. La giovane laureata dell'Istituto, di recente nominata Direttrice del Gabinetto dei calcoli nell'Osservatorio, non lasciava passare un giorno, senza mandare una nota al Giornale ufficiale degli Stati Uniti d'Europa.
Una relazione matematica molto semplice collega la rapidità di ogni cometa alla sua distanza dal Sole, e viceversa; conoscendo l'una si può trovar l'altra, in un momento. In sostanza, la rapidità di una cometa è semplicemente uguale alla velocità di un pianeta, moltiplicata per la radice quadrata di 2. Ora, la velocità di un pianeta, a qualunque distanza esso sia, è regolata dalla terza legge di Keplero, in virtù della quale i quadrati dei tempi delle rivoluzioni stanno fra loro come i cubi delle distanze. Si vede che non vi è nulla di più semplice.
Fig. 1. – Cometa disegnata a Losanna
dall'astronomo Chéseaux, nel 1774.
Fig. 2. – La cometa del 1811.
Fig. 3. – Testa della cometa del 1861.
Così, per esempio, alla distanza di Giove, questo magnifico pianeta gravita intorno al Sole con una rapidità di 13.000 metri al secondo. Una cometa che si trova a questa distanza, fila dunque colla velocità che abbiamo detto, moltiplicata per la radice quadrata di 2, vale a dire per il numero 1.4142. Questa velocità è, per conseguenza, di 18.380 metri al secondo.
Il pianeta Marte gira intorno al Sole con una velocità di 24.000 metri al secondo. A questa distanza la velocità della cometa è di 34.000 metri.
La velocità media della Terra sulla sua orbita è di 29.460 metri al secondo, un po' minore in giugno, un po' maggiore in dicembre. In vicinanza della Terra quella della cometa è, dunque, di 41.660 metri, indipendentemente dall'acceleramento che l'attrazione della Terra potrebbe produrle. Ecco ciò che la laureata dell'Istituto ebbe cura di ricordare al pubblico, iniziato soltanto in maniera elementare alla teoria dei movimenti celesti.
Quando l'astro minaccioso arrivò alla distanza di Marte, le paure aumentarono e non furon più paure vaghe, ma presero un carattere definito, fondato su di un apprezzamento esatto e facile di questa velocità: 34.000 metri al secondo sono 2040 chilometri al minuto, 122.400 chilometri all'ora!
Poichè la distanza dell'orbita di Marte da quella della Terra è soltanto di 76 milioni di chilometri, al calcolo di 122.400 chilometri all'ora, questa distanza sarebbe superata in seicento ventuna ora, o in ventisei giorni circa. Ma avvicinandosi al Sole, la cometa va sempre più velocemente, poichè alla distanza della Terra la sua rapidità è di 41660 metri al secondo. In ragione di quest'aumento di velocità, la distanza fra le due orbite sarebbe superata in cinquecentocinquantotto ore, o in ventitrè giorni e sei ore.
Ma non dovendo la Terra, al momento dell'incontro, trovarsi proprio nel punto d'intersezione fra la propria orbita e una linea imaginaria dal Sole alla cometa – poichè la cometa non si precipitava sul Sole – l'incontro non doveva verificarsi che circa una settimana più tardi, ossia venerdì, 13 luglio, verso mezzanotte.
Non abbiamo bisogno d'aggiungere che in una circostanza simile, tutti gli abituali preparativi della festa nazionale del 14 luglio erano stati dimenticati. Festa nazionale! Non ci si pensava neppure. Il 14 luglio non avrebbe piuttosto segnato il lutto universale degli uomini e delle cose? Erano già più di cinque secoli, del resto, che quest'anniversario d'una data famosa era – con qualche intermittenza è vero, – celebrato dai Francesi: presso gli stessi romani le commemorazioni festive dei «circenses» erano durate assai meno. Si sentiva dire da ogni parte che il 14 luglio aveva vissuto assai. Era già morto quindici volte, ma non doveva più risuscitare.
Eravamo soltanto al lunedì 9 luglio. Da cinque giorni il cielo si manteneva bellissimo e tutte le notti il ventaglio della cometa si librava nell'immensità celeste con la sua testa, e col suo nucleo, ben visibile, picchiettato di punti luminosi, che potevano rappresentare corpi solidi di molti chilometri di diametro e che, secondo qualche calcolatore, dovevano per i primi precipitarsi sopra la Terra: giacchè la coda della cometa era sempre opposta al Sole e, nel caso attuale, dietro al movimento dell'astro e sensibilmente obliqua. L'astro fiammeggiava nella costellazione dei Pesci: l'osservazione della vigilia, 8 luglio, dava come posizione precisa: ascensione destra = 23h 10m 32s; declinazione boreale = 7° 36' 4". La coda traversava tutto il quadrato di Pegaso. La cometa si alzava a 9h 49m e tutta la notte si librava nel cielo.
Durante i giorni di tranquillità di cui ora parleremo, l'opinione generale si era come ricreduta. Un astronomo, fatta una serie di calcoli retrospettivi, aveva concluso che già molte volte la Terra aveva incontrato qualche cometa, e che ogni volta l'incontro si era risolto in una inoffensiva pioggia di stelle filanti. Ma uno dei suoi colleghi aveva risposto che la cometa attuale era lungi dal potersi paragonare a uno sciame di meteore, che era gazosa, col nucleo composto di concrezioni solide: e aveva richiamato a questo proposito le osservazioni fatte su di una famosa cometa storica, quella del 1811.
Questa cometa del 1811 giustificava (fig. 2), per certi riguardi, timori non chimerici: se ne ricordarono le dimensioni. La sua lunghezza raggiungeva 180 milioni di chilometri, cioè più della distanza dalla Terra al Sole, e la sua coda, all'estremità, aveva 24 milioni di chilometri di larghezza. La sua testa misurava 1.800.000 chilometri di diametro, vale a dire cento quaranta volte il diametro della Terra; e in questa testa nebulosa ed ellittica, notevolmente regolare, si notava un nucleo, brillante come una stella, che presentava, quello solo, un diametro di 200.000 chilometri. Questo nucleo pareva densissimo. Essa fu osservata per sedici mesi e ventidue giorni. Ma quel che fu più notevole è che raggiunse il massimo sviluppo, senza avvicinarsi al Sole, perchè gli rimase distante almeno 150 milioni di chilometri; così rimase sempre più di 170 milioni di chilometri lontana dalla Terra. Se si fosse avvicinata di più al Sole, poichè la dimensione delle comete aumenta quanto più subiscono l'azione solare, il suo aspetto sarebbe stato certamente anche più meraviglioso e più spaventevole, senza dubbio, in ogni senso. E poichè la sua massa era tutt'altro che insignificante, se nel suo volo si fosse precipitata direttamente in mezzo al Sole, la velocità accelerata da 500 a 600000 metri al secondo avrebbe potuto, nel momento dell'incontro coll'astro radioso, per la sola trasformazione del movimento in calore, elevare improvvisamente la radiazione solare a un tal grado che ogni vita vegetale e animale sulla terra sarebbe forse finita in pochi giorni… .
Un fisico aveva fatto anche questa curiosa osservazione: che una cometa, eguale o superiore a quella del 1811, avrebbe potuto produrre la fine del mondo, pur non toccando la Terra, per una specie di esplosione di luce e di calore solari, simili a quelli che le stelle temporanee presentano a chi le osservi. L'urto produrrebbe, in sostanza, una quantità di calore uguale a seimila volte quello che sarebbe generato dalla combustione di una massa di carbon fossile, uguale a quella della cometa.
Si era fatto notare che se, nel suo volo, una cometa simile, invece di precipitarsi contro al Sole incontrasse il nostro pianeta, il mondo finirebbe, bruciato. Se incontrasse Giove, darebbe a questo globo un grado tale di temperatura da rendergli la luce perduta e da riportarlo per un certo tempo allo stato di sole, in modo che la Terra si troverebbe illuminata da due soli: Giove divenendo, in tal caso, una specie di piccolo Sole notturno, molto più luminoso della Luna, e splendente di luce propria… . rossa; rubino o granato del cielo, che girerebbe, in dodici anni, attorno a noi… . Sole notturno! Ciò significherebbe non aver quasi più notte, sul globo terrestre. I trattati astronomici classici erano stati consultati: si erano riletti i capitoli sulle comete di Newton, Halley, Maupertuis, Lalande, Laplace, Arago, le Memorie Scientifiche di Faye, Tisseraud, Bouquet de la Gruye, H. Poincaré e dei loro successori. L'opinione di Laplace era sempre quella che aveva colpito di più e si erano rimesse in luce le sue testuali parole: —
L'asse e il movimento di rotazione della Terra cambiati; i mari, abbandonata la loro sede antica, rovesciati a precipizio verso il nuovo equatore, una gran parte degli uomini e degli animali annegati in questo diluvio universale, o distrutti dalla scossa violenta subita dal globo terrestre; specie intiere annientate; tutti i monumenti dell'industria umana abbattuti; tali sono i disastri che l'urto di una cometa potrebbe produrre. —
La costituzione fisica dei nuclei cometarî era sopra tutto oggetto delle più dotte dispute. Si erano ricercati negli annali di astronomia i disegni meglio indicanti la varietà di questi nuclei, la loro attività luminosa, le evoluzioni delle code. Si erano ricordati, tra le altre cose, i punti luminosi osservati altre volte nel 1868, nella cometa di Brorsen, e le radiazioni movimentate, osservate nella testa così curiosa della grande cometa del 1861 (fig. 3), e si tiravano fuori le ipotesi relative a condensazioni gazose, pulvirulente, o anche solide, e a scariche elettriche prodigiose, che da un giorno all'altro trasformavano le teste chiomate di queste strane viaggiatrici.
Così correvano, dilagavano le discussioni, le ricerche retrospettive, i calcoli, le congetture.
Ma quello che in fondo non poteva non colpire gli animi, era il doppio fatto, constatato dall'osservazione, che la cometa attuale presentava un nucleo di una densità considerevole e che l'ossido di carbonio predominava incontestabilmente nella sua costituzione chimica.
Le paure, i terrori erano ritornati. Non si pensava altro che alla cometa, non si parlava che di questa.
Già alcuni spiriti ingegnosi avevano cercato mezzi pratici, più o meno realizzabili, per sottrarsi alla sua influenza. Qualche chimico pretendeva di poter metter da parte un po' dell'ossigeno atmosferico. Si escogitavano metodi per isolare questo gas dall'azoto e immagazzinarlo in immensi vasi di vetro, ermeticamente chiusi. Un farmacista, pratico di réclame, assicurava di averlo condensato in pasticche, e in quindici giorni aveva dispensato otto milioni di avvisi; i commercianti sapevano trarre partito da tutto, anche dalla morte universale. Si erano anche formate, tutto a un tratto, compagnie d'assicurazione, che s'impegnavano di chiudere ermeticamente tutte le aperture delle cantine e dei sotto suoli, e di fornire in quattro giorni e quattro notti la quantità di ossigeno puro (e profumato per di più antisetticamente) necessario al consumo di un numero determinato di polmoni. Non tutte le speranze erano perdute, specialmente per i ricchi. Si parlava anche di preparare tunnels per il popolo. Si discuteva, si tremava, ci si agitava, si fremeva, si moriva già… . ma si sperava ancora.
Infine le ultime notizie annunziavano che la cometa, essendosi sviluppata di mano in mano che si avvicinava al calore e alla elettrizzazione del Sole, al momento dell'incontro avrebbe avuto un diametro sessantacinque volte più grande di quello della Terra, cioè 828.000 chilometri.
In mezzo a questo stato di agitazione generale si aprì la seduta dell'Istituto, attesa come la suprema decisione degli oracoli.
Per la sua stessa carica, il Direttore dell'Osservatorio di Parigi fu inscritto come primo degli oratori. Ma quello che sembrava sopra tutto attirare l'attenzione pubblica era la previsione del Presidente dell'Accademia di medicina sui probabili effetti dell'ossido di carbonio. D'altra parte, anche il Presidente della Società geologica di Francia doveva prendere la parola, e lo scopo generale della seduta era di passare in rivista tutte le teorie scientifiche sulle diverse maniere per le quali il nostro mondo dovrà fatalmente finire. Ma, è evidente, la discussione dell'incontro colla cometa vi doveva tenere il primo posto.
D'altra parte, l'abbiamo visto, l'astro minaccioso era sospeso su tutte le teste: tutti lo vedevano; esso ingrandiva di giorno in giorno (fig. 4); arrivava con una velocità sempre crescente: si sapeva che era soltanto a 17.992.000 chilometri e che avrebbe percorso questa distanza in cinque giorni.
Ogni ora avvicinava di ben 149 000 chilometri la mano celeste pronta a colpire.
Fra cinque giorni l'umanità allibita avrebbe respirato tranquillamente… . o non avrebbe respirato più affatto.
Capitolo 3 La seduta dell'istituto
Facevano un tumulto, il qual s'aggira
Sempre in quell'aria senza tempo tinta,
Come la rena, quando il turbo spira.
DANTE, Inferno, III, 10.
Mai, a memoria d'uomo, l'immenso emiciclo costruito alla fine del ventesimo secolo, era stato invaso da una folla così serrata; sarebbe stato materialmente impossibile aggiungervi una sola persona. L'anfiteatro, i palchi, le tribune, lo spazio centrale, gli accessi, le scalinate, i corridoi, i vani delle porte, tutto, fino ai gradini del banco presidenziale, tutto era pieno di uditori, seduti, o in piedi. Vi si notava il Presidente degli Stati-Uniti d'Europa, direttore della Repubblica francese, il Direttore della Repubblica italiana e quello della Repubblica d'Iberia, l'ambasciatrice generale delle Indie, gli ambasciatori delle Repubbliche britannica, tedesca, ungherese e moscovita, il re del Congo, il presidente del Comitato degli Amministratori, tutti i ministri, il prefetto della Borsa internazionale, il cardinale-arcivescovo di Parigi, la Direttrice generale della Telefonoscopia, il presidente del Consiglio delle aeronavi e delle strade elettriche, il Direttore dell'Ufficio internazionale della Previsione del tempo, i principali astronomi, chimici, fisiologi e medici, accorsi da diversi punti della Francia, un gran numero di Amministratori degli affari dello Stato (quelli che in altri tempi si chiamavano deputati o senatori), molti scrittori e artisti celebri, in una parola un insieme, che raramente si trova riunito, di rappresentanti della scienza, della politica, del commercio, dell'industria, della letteratura, di tutte le forme dell'attività umana. L'ufficio di Presidenza era al completo: presidente, vice presidenti, segretari perpetui, oratori iscritti; ma questi non indossavano più, come una volta, un abito verde color pappagallo, nè erano camuffati con feluca, e spade antiche; portavano il costume civile e da due secoli e mezzo le decorazioni europee erano state soppresse: quelle dell'Affrica centrale erano invece sfarzosissime.
Le scimmie domestiche, che da un mezzo secolo sostituivano ormai i servitori umani, divenuti introvabili, stavano alle porte, più per obbedienza ai regolamenti che per verificare i biglietti d'ingresso, perchè molto prima dell'ora non si era potuta frenare la folla invadente.
Il Presidente aprì la Seduta con queste parole1.
Signore e Signori,
«Voi tutti conoscete lo scopo principale della nostra riunione. Mai, certamente, l'umanità ha traversato un periodo simile a quello che noi passiamo in questo momento: e mai, questa sala antica, del ventesimo secolo, ha riunito un simile uditorio. Il grande problema della fine del mondo è, sopra tutto da quindici giorni, l'unico oggetto della discussione e dello studio dei dotti. Queste discussioni, questi studi, vi saranno qui esposti. Io do immediatamente la parola al Signor Direttore dell'Osservatorio».
L'astronomo si alzò subito in piedi, tenendo in mano qualche appunto.
Aveva la parola facile, la voce gradevole, il viso gioviale, il gesto sobrio e lo sguardo molto dolce. La sua fronte era ampia e una magnifica capigliatura bianca gl'incorniciava il volto. Era un erudito, un letterato ed anche un uomo di scienza, e tutta la sua persona ispirava la simpatia, non meno che il rispetto. Il suo carattere evidentemente era ottimista, anche nelle circostanze più gravi. Appena ebbe detto qualche parola, le fisonomie si trasformarono e da lugubri ed alterate che erano divennero calme e rasserenate.
«Signore» incominciò – mi rivolgo a voi per le prime, supplicandovi di non tremare così per una minaccia che potrebbe anche non essere tanto terribile quanto pare. Io spero di convincervi fra breve, cogli argomenti che avrò l'onore di esporre innanzi a voi, che la cometa, di cui l'umanità intera attende il prossimo incontro, non porterà la totale rovina della creazione terrestre.
Senza dubbio possiamo, dobbiamo, anzi, aspettarci qualche catastrofe: ma quanto alla fine del mondo, veramente, tutto c'induce a pensare che non avverrà in questo modo. I mondi muoiono di vecchiaia, e non di accidente, e voi sapete meglio di me, Signore, che il mondo è ben lungi dall'esser vecchio.
«Signori, io vedo qui rappresentanti di ogni sfera sociale, dalle più elevate alle più umili.
Si spiega perfettamente che davanti a una minaccia così visibile della distruzione della vita terrestre, tutti gli affari sieno assolutamente cessati. Eppure, io personalmente vi confesso che, se la Borsa non fosse chiusa e io avessi la disgrazia di farvi degli affari, non esiterei a comprare, oggi stesso, i titoli di rendita così improvvisamente ridotti al minimo».
Non aveva finito di pronunziar questa frase che un famoso Israelita americano, principe della finanza, direttore del giornale «Il XXV Secolo» che occupava uno degli scalini più alti dell'anfiteatro, si aprì, non si sa come, un passaggio attraverso le file, si precipitò e rotolò come un bolide fino al corridoio, terminante con una piccola porta d'uscita, per la quale egli disparve.
Interrotto un istante da questo effetto inaspettato di una riflessione puramente scientifica, l'oratore riprese il suo discorso.
«Il nostro argomento può dividersi in tre parti:
1° La cometa incontrerà di sicuro la Terra?
In caso affermativo dovremo esaminare:
2° qual'è la sua natura e,
3° quali potranno essere gli effetti dell'urto.
Non ho bisogno di far notare all'illustre uditorio che mi ascolta, che le parole fatidiche così spesso pronunziate da qualche tempo in qua: «Fine del mondo» significano unicamente «Fine della Terra» la quale Terra è, del resto, senza discussione, il mondo che più c'interessa.
Se potessimo rispondere negativamente alla prima questione, sarebbe press'a poco superfluo occuparci delle altre due, l'interesse delle quali diverrebbe affatto secondario.
«Purtroppo, devo riconoscere che i calcoli astronomici sono questa volta, come di consueto, d'una esattezza scrupolosa. Sì, la cometa deve incontrare la Terra, e con una velocità considerevole, poichè essa ci deve venir quasi di faccia nella nostra traslazione annuale intorno al Sole.
La rapidità della Terra è di 29.460 metri al secondo; quella dell'astro cometario è di 41.660 metri nella stessa unità di tempo, più l'accelerazione dovuta all'attrazione del nostro pianeta. Dunque l'urto si produrrebbe alla velocità di 72.000 metri durante il primo secondo, se la cometa arrivasse proprio di faccia. Essa arriverà, invece, un po' obliquamente.
L'urto è inevitabile, con tutte le sue conseguenze. Ma, ve ne prego, che l'uditorio non si turbi così!… Quest'incontro di per se stesso non prova niente. Se si calcolasse, per esempio, che un treno dovesse incontrare un nuvolo di moscerini, questa predizione non preoccuperebbe molto i viaggiatori. Potrebbe esser lo stesso per l'incontro del nostro globo con quest'astro gazoso.
Vogliatemi permettere d'esaminare tranquillamente gli altri due punti.
«E prima di tutto, qual'è la natura della cometa?
«Tutti, qui, lo sanno già: è gazosa e composta, principalmente, d'ossido di carbonio. Alla temperatura dello spazio (273 gradi sotto zero) questo gas, invisibile nelle condizioni terrestri, è allo stato di nebbia, e anche di polvere solida. La cometa ne è come satura. Anche qui, io non contradirò in nulla le scoperte della scienza».
Questa confessione portò una nuova contrazione dolorosa sulla maggior parte dei visi e si udirono qua e là lunghi sospiri.
«Ma Signori – riprese l'astronomo – aspettando che uno dei nostri illustri colleghi della sezione di fisiologia o dell'Accademia di medicina, ci voglia dimostrare che la densità della cometa è sufficente per penetrare nella nostra atmosfera respirabile, io penso che il suo incontro colla Terra si ridurrà ad una bella pioggia di stelle filanti, e non eserciterà un'influenza fatale sulla vita umana. Non vi è una certezza: tuttavia questa probabilità è molto forte; si potrebbe forse scommettere un milione contro uno; tutt'al più i polmoni deboli ne sarebbero le vittime; si avrebbe una specie d'influenza, che potrebbe triplicare o quintuplicare la cifra delle morti quotidiane; una semplice epidemia!
Se, poi, come le esplorazioni telescopiche e le fotografie indicano concordi, se, poi, il nucleo contiene masse minerali, metalliche, senza dubbio, massicce, uranoliti di molti chilometri di diametri e di milioni di tonnellate di peso, non si può fare a meno di ammettere che i punti sui quali queste masse si precipiteranno con la velocità di cui ora parliamo saranno irrimediabilmente schiacciati. Ma perchè questi punti dovrebbero esser proprio abitati? I tre quarti del globo sono coperti d'acqua. Queste masse posson cadere in mare, formare, magari, nuove isole estra terrestri, portare in tutti i casi nuovi elementi alla scienza: forse i germi d'esistenze sconosciute. La geodesia, la forma e il movimento di rotazione della Terra possono risentirne qualche conseguenza. Notiamo anche che i deserti sul globo non mancano. Il pericolo esiste, certamente, ma non immenso.
Oltre queste masse e questi gas, forse anche i bolidi di cui parlavamo, potrebbero portare in sè cause d'incendio che seminerebbero un po' dappertutto sui continenti; la dinamite, la nitroglicerina, la panclastite, la roialite, l'imperialite stessa sono giuochi da ragazzi in confronto di quello che potrebbe capitarci: ad ogni modo, non sarebbe mai un cataclisma universale: qualche città ridotta in cenere non arresta la storia dell'umanità.
«Vedete, Signore e Signori, dall'esame metodico di questi tre punti, resulta che il pericolo è senza alcun dubbio grave, anche imminente, ma non così desolante, così straordinario, così assoluto come si proclama. Dirò di più. Questa curiosa circostanza astronomica, che fa battere tanti cuori e lavorare tanti cervelli, cambia appena, agli occhi del filosofo, la faccia abituale delle cose. Ognuno di noi è certo di dover morire un giorno, eppure questa certezza non gl'impedisce di vivere tranquillamente. Come mai la minaccia di una morte un po' più vicina turba tutti gli spiriti? È il dispiacere di morir tutti insieme?
Questa dovrebbe essere piuttosto una consolazione per l'egoismo umano. No. È il vedere la nostra vita abbreviata di qualche giorno per gli uni, di qualche anno per gli altri, da uno straordinario cataclisma. La vita è breve e ciascuno tiene a non vederla diminuita d'un iota: pare, anzi, da quel che si sente, che ciascuno preferirebbe veder crollare il mondo intiero e restare in vita solo, piuttosto che morire solo e sapere che gli altri sopravviveranno. È puro egoismo. Ma, signori, io persisto nel credere che vi sarà soltanto una catastrofe parziale, la quale sarà del più alto interesse scientifico e lascerà dopo di sè storici per narrarla. Vi sarà urto, incontro, catastrofe locale, ma indubbiamente nulla di più. Sarà la storia d'un terremoto, d'una eruzione vulcanica, o d'un ciclone.»
Così parlò l'illustre astronomo. La sua calma di filosofo, la finezza del suo spirito, il suo disprezzo evidente del pericolo, tutto contribuì a tranquillizzare l'uditorio, senza, forse, tuttavia, convincerlo intieramente. Non si trattava più della fine totale delle cose, ma d'una catastrofe a cui, in fondo, probabilmente si potrebbe sfuggire. Si cominciava a comunicarsi le impressioni in mille conversazioni particolari; i commercianti e gli uomini politici stessi pareva che avessero compreso esattamente gli argomenti della scienza, quando su invito della Presidenza si vide avanzare lentamente verso la tribuna il Presidente dall'Accademia di medicina. Era un uomo alto, magro, sottile, tutto d'un pezzo, dalla faccia pallida, dall'aspetto ascetico, dal cranio calvo, con favoriti grigi, rasati. La sua voce aveva qualche cosa di cavernoso e tutto il suo aspetto pareva più quello di un impiegato di pompe funebri che di un medico animato dalla speranza di guarire i suoi malati. La sua convinzione sullo stato delle cose era molto diversa da quella dell'astronomo e si potè capire dalle prime parole che pronunziò:
«Signori – egli disse – io sarò breve come l'illustre scienziato che abbiamo udito testè, sebbene abbia passato lunghe notti ad analizzare nei loro più minuziosi particolari le proprietà dell'ossido di carbonio. Vi voglio parlare proprio di questo gas, poichè è certo che esso predomina nella cometa e che l'incontro della cometa stessa con la Terra è inevitabile.
Le sue proprietà sono deleterie: perchè non confessarlo? Basta una quantità infinitesimale mescolata all'aria che respiriamo per arrestare in tre minuti il funzionamento normale dei polmoni e far cessare la vita.
Tutti sanno che l'ossido di carbonio (in chimica CO) è un gas permanente, senza odore, senza colore e senza sapore, quasi insolubile nell'acqua. La sua densità paragonata a quella dell'aria è 0,96. Brucia nell'aria, producendo anidride carbonica con una fiamma azzurra poco splendente, simile a un fuoco funebre.
L'ossido di carbonio ha una tendenza perpetua ad assorbire l'ossigeno (l'oratore accentuò queste ultime parole). Negli alti forni, per esempio, il carbone si trasforma in ossido di carbonio al contatto d'una quantità d'aria insufficente e quest'ossido riduce poi il ferro allo stato metallico, impossessandosi dell'ossigeno, al quale dapprima era combinato.
Al sole l'ossido di carbonio si combina col cloro e dà origine all'ossicloruro (cloruro di carbonio COCl2) che ha un odore sgradevole e soffocante e che assume lo stato gazoso.
Il fatto che merita ora la più grande attenzione è che questo gas è uno dei più velenosi che esistano. È molto più tossico dell'acido carbonico; fissandosi sull'emoglobina, diminuisce la capacità respiratoria del sangue, e quantità anche minime, accumulandosi nel globulo rosso, impediscono, in maniera apparentemente sproporzionata alle cause, al sangue di ossigenarsi. Così questo sangue che assorbe da 23 a 24 centimetri cubi d'ossigeno per 100 volumi, non ne assorbe che la metà in un'atmosfera che contiene meno di un millesimo d'ossido di carbonio. Un decimillesimo è già deleterio e la capacità respiratoria del sangue diminuisce sensibilmente.
Si produce, non una semplice asfissia, ma l'avvelenamento del sangue, quasi istantaneo! L'ossido di carbonio agisce direttamente sui globuli del sangue, si combina con essi e li rende incapaci di mantenere la vita: l'ematosi, la trasformazione del sangue venoso in sangue arterioso, è sospesa. Bastano tre minuti per produrre la morte. La circolazione si arresta: il sangue venoso, nero, riempie tanto le arterie quanto le vene; i vasi venosi, sopratutto quelli del cervello, si ingorgano: la sostanza cerebrale è colpita: la base della lingua, la gola, l'arteria tracheale, i bronchi divengono rossi di sangue e ben presto tutto il cadavere presenta un colore violaceo, caratteristico, proveniente da questa sospensione dell'ematosi.
«Ma – o signori – non sono queste soltanto le proprietà deleterie dell'ossido di carbonio che ci son da temere: la sola tendenza di questo gas ad assorbire l'ossigeno, basterebbe già di per sè ad apportare conseguenze funeste. Sopprimete – ma che dico? – diminuite soltanto l'ossigeno ed avrete la fine del genere umano. Tutti qui conoscono una delle innumerevoli storie che caratterizzano le epoche barbare, nelle quali gli uomini si assassinavano legalmente tra loro, sotto il pretesto della gloria e del patriottismo: è un semplice episodio di una delle guerre degl'Inglesi nelle Indie.
Permettetemi di ricordarvela.
«Centoquarantasei prigionieri erano stati chiusi in una stanza che aveva per apertura soltanto due piccole finestre che guardavano su di una galleria. Il primo effetto provato da questi disgraziati fu un sudore abbondante e continuo, seguito da una sete insopportabile e ben presto da una grande difficoltà nella respirazione.
Tentarono vari mezzi per stare meno stretti e procurarsi un po' d'aria: si spogliarono, agitarono l'aria coi cappelli e presero finalmente il partito di mettersi tutti insieme in ginocchio e di alzarsi contemporaneamente dopo qualche minuto: ma ogni volta, molti di loro, privi di forza, cadevano, e venivano calpestati dai piedi dei compagni… . Morivano asfissiati, in un'atroce agonia. Prima di mezzanotte, cioè durante la quarta ora della loro reclusione, tutti quelli che erano sempre vivi e che non avevano respirato dalle finestre un'aria meno infetta, erano caduti in uno stupore letargico, o in uno spaventoso delirio.
Quando, dopo alcune ore, la prigione fu aperta, ventitrè uomini soli ne uscirono vivi: erano in uno stato addirittura spaventoso: pareva che tornassero dalla tomba, alla quale, erano miracolosamente sfuggiti».
A questo potrei aggiungere mille altri esempi, ma sarebbe inutile giacchè nessun dubbio esiste. Io dunque, o signori, dichiaro che, da una parte la quantità più o meno grande dell'ossigeno atmosferico assorbita dall'ossido di carbonio, dall'altra le proprietà così potentemente velenose di questo stesso gas sui globuli vitali del sangue, devono dare, a mio parere, all'incontro dell'immensa massa della cometa col nostro globo (che per più ore resterà immerso in quella) dichiaro che quest'incontro fatale è di una gravità, le cui conseguenze possono assolutamente essere disastrose.
Si vedranno per le vie i disgraziati mortali cercare inutilmente un po' d'aria respirabile e cadere morti per asfissia. Io, per mia parte, non so trovare una via di scampo.
E non ho parlato della trasformazione del movimento in calore e dei resultati meccanici e chimici dell'urto. Lascio questo lato della questione alla competenza del Segretario perpetuo dell'Accademia delle scienze e del dotto Presidente della Società astronomica di Francia, che hanno fatto a questo riguardo calcoli importanti.
Per me – ripeto – l'umanità terrestre è in pericolo e vedo non una, ma due, tre, quattro cause di morte pronte a piombar su di lei; sarebbe un miracolo se vi sfuggisse, e da secoli nessuno conta più sui miracoli».
Questo discorso, pronunziato con accento di convinzione, con voce forte, calma, profonda, rigettò tutto l'uditorio nello stato da cui il discorso precedente aveva avuto la virtù di toglierlo.
La certezza del prossimo cataclisma si dipinse su tutti i visi: alcuni erano divenuti gialli, e quasi verdi; altri si erano accesi di un rosso scarlatto e pareva stessero per esser colti da apoplessia: un piccolissimo numero d'ascoltatori sembrava avesse conservato il suo sangue freddo, e un po' di scetticismo, o avesse preso il suo partito con filosofia. Un immenso mormorio correva la sala, perchè ognuno comunicava al suo vicino le proprie riflessioni, generalmente più ottimiste che sincere: a nessuno fa piacere mostrare di aver paura.
Il Presidente della Società astronomica di Francia si alzò a sua volta e si diresse alla tribuna. Le conversazioni particolari cessarono immediatamente. Ecco i passi essenziali del suo discorso: l'esordio, il mezzo e la perorazione:
«Signore e signori, dopo gli argomenti che abbiamo udito, non può restare dubbio nella mente di alcuno sulla certezza dell'incontro della cometa con la Terra e sui pericoli di quest'incontro. Dobbiamo dunque aspettarci sabato… .
– Venerdì – interruppe una voce dallo stesso Banco dell'Istituto.
– Sabato – continuò l'oratore senza interrompersi – un avvenimento straordinario, assolutamente nuovo nella storia dell'umanità.
– Dico sabato, sebbene tutti i giornali annunzino l'incontro per venerdì, giacchè l'incontro non potrà avvenire che il 14 luglio.
Noi – il nostro illustre collega ed io – abbiamo passato tutta la scorsa notte a confrontare le osservazioni d'Asia e d'America e abbiamo trovato un errore di trasmissione telefonografica».
Quest'affermazione produsse un dolce sollievo nell'animo degli uditori: fu come un debole raggio di luce in una notte buia. Un giorno di dilazione è moltissimo per un condannato a morte. Già velleità di progetti cominciavano ad agitarsi nei cervelli: la catastrofe era rimandata, era una specie di grazia. Non si pensava che questo cambiamento puramente cosmografico non aveva valore che per la data e non per il fatto dell'incontro, in se stesso. Ma anche le minime sfumature hanno una grande importanza sull'impressione del pubblico. E poi… . non era più il venerdì 13.
– Ecco, del resto – fece egli, andando alla lavagna – qual'è l'orbita definitiva della cometa calcolata in base a tutte le osservazioni. E l'oratore tracciò le cifre seguenti:
Passaggio al perielio: agosto 11, a 0h 45m 442
Longitudine del perielio: 52° 43' 25"
Distanza perielio, 0,76017
Inclinazione: 103° 18' 35"
Longitudine del nodo2 ascendente: 112°-54' 40".
«La cometa taglierà l'eclittica nell'andata, al nodo discendente, il 13 luglio dopo mezzanotte, precisamente il 14 luglio a 0h 18m 232 del meridiano di Parigi, proprio nel momento del passaggio della Terra per lo stesso punto. L'attrazione della Terra affretterà l'incontro di soli trenta secondi.
L'avvenimento sarà indiscutibilmente straordinario, ma io non credo che debba presentare il carattere tragico che ci è stato ora dipinto e che possa proprio produrre l'avvelenamento del sangue e l'asfissia in ogni petto umano. Quest'incontro offrirà piuttosto, a parer mio, il brillante aspetto d'un fuoco d'artificio celeste, perchè l'arrivo di quelle masse solide e gazose nell'atmosfera non potrà prodursi senza che il moto, così arrestato, si trasformi in calore. Un meraviglioso incendio del firmamento sarà senza dubbio il primo fenomeno dell'incontro e parrà che milioni di stelle filanti si stacchino da uno stesso punto luminoso.
La quantità di calore non può non essere considerevole. Ogni stella filante, per piccolissima che sia, arrivando nelle altezze della nostra atmosfera con rapidità di cometa, vi diviene immediatamente tanto calda che brucia e si consuma. Voi sapete – signori – che l'atmosfera terrestre si estende molto lungi nello spazio, tutt'intorno al nostro pianeta; non è illimitata, come certe ipotesi sostengono, poichè la Terra gira su se stessa e intorno al Sole: il suo limite matematico è l'altezza, alla quale la forza centrifuga, prodotta dal movimento di rotazione diurno, diviene uguale alla gravità: quest'altezza è 6.64 se rappresentiamo con 1 il semi-diametro equatoriale del globo di 6378310 metri. Il limite massimo dell'atmosfera è dunque di 42352 chilometri.
«Io non voglio fare qui della matematica. Ma l'uditorio che mi ascolta è troppo istruito per non conoscere l'equivalente meccanico del calore. Ogni corpo arrestato nel suo movimento produce una quantità di calore che si esprime in calorie con la formula, nella quale m è la massa del corpo in chilogrammi, e v la sua velocità in metri, al secondo. Per esempio, un corpo che pesa 8338 chilogrammi e che si avanza di un metro al secondo svilupperebbe, fermandosi, appunto una caloria: vale a dire la quantità di calore sufficiente ad elevare di 1 grado la temperatura di un chilogrammo d'acqua.
Se la velocità di questo corpo fosse di 500 metri al secondo, il suo arrestarsi produrrebbe 250000 volte di più di calore, abbastanza per elevare da zero a 30 gradi la temperatura di una massa d'acqua, eguale al corpo stesso. Se questa velocità fosse di 5000 metri, il calore prodotto sarebbe 5 milioni di volte più grande.
Ora voi sapete, o signori, che l'incontro di una cometa con la Terra può raggiungere la velocità di 72000 metri. Con questo calcolo, la proporzione sale a 5 miliardi di gradi!
Questo è un massimo e, aggiungerò, un numero, per così dire, inconcepibile. Ma, o signori, prendiamo un minimo, se volete; ammettiamo che gli urti si producano non direttamente, di faccia, ma più o meno obliquamente e che la velocità media non sia che di 30000 metri.
Ogni chilogrammo di un bolide sviluppa in questo caso 107946 unità di calore quando, per la resistenza dell'aria, la velocità è stata ridotta a zero. In altri termini, esso ha sviluppato un calore capace di portare da zero a 100 gradi, vale a dire dalla temperatura del ghiaccio a quella dell'acqua bollente, un peso di 1079 chilogrammi d'acqua. Un uranolito di 2000 chilogrammi, arrivando a terra con una velocità annullata dalla resistenza dell'aria, avrebbe sviluppato calore sufficiente per portare a 3000 gradi una colonna d'aria di 30 metri quadrati di sezione, alta quanto tutta l'altezza della nostra atmosfera, o per elevare da zero a 30 gradi una colonna di 3000 metri quadrati.
Questi calcoli, che vi prego di scusare, erano necessari per mostrare che la conseguenza immediata dell'incontro sarà una enorme quantità di calore, un notevole riscaldamento dell'aria. È, d'altra parte, quello che accade in piccolo nelle cadute di bolidi isolati. L'uranolito è fuso, vetrificato in tutta la sua superfice e porta una specie di strato di vernice: ma la sua caduta si è effettuata così rapidamente che non ha avuto il tempo di riscaldarsi all'interno: se si spezza, si trova l'interno assolutamente ghiacciato. L'aria che ha attraversato si è riscaldata.
«Uno dei resultati più curiosi dell'analisi che ho l'onore di riassumere davanti a voi è che le masse solide più o meno grosse, che crediamo distinguere al telescopio, nel nucleo della cometa, proveranno una tale resistenza nel traversare la nostra atmosfera che, meno casi eccezionali, non arriveranno al suolo intere, ma sminuzzate in piccoli pezzi.
Davanti al bolide vi è aria compressa, dietro vuoto, riscaldamento esterno e incandescenza del corpo in movimento, violento rumore prodotto dal precipitare dell'aria che viene a colmare il vuoto, rumoreggiamento di tuono, esplosioni, disgregazioni, caduta dei materiali metallici, tanto densi da rimanere compatti cadendo, ed evaporazione degli altri. Un bolide di zolfo, di fosforo, di stagno o di zinco brucierebbe ed evaporerebbe molto prima di raggiungere gli strati inferiori della nostra atmosfera.
Quanto alle stelle filanti se, come pare, ve ne sarà un vero nuvolo, produranno soltanto l'effetto di un prodigioso fuoco d'artifizio alla rovescia.
«Se abbiamo dunque da temere qualche cosa, non è, ai miei occhi, l'infiltrazione nella nostra atmosfera della massa gazosa d'ossido di carbonio, qualunque essa sia, ma il notevole aumento di temperatura, immancabilmente prodotto dalla trasformazione del movimento in calore.
«In questo caso, la salvezza sarebbe forse nel rifugiarsi sull'emisfero terrestre, opposto a quello che deve ricevere in pieno l'urto della cometa.
L'aria è un cattivissimo conduttore del calore».
Si alzò, a sua volta, il Segretario perpetuo dell'Accademia. Degno successore dei Fontenelle e degli Arago, a una profonda scienza aggiungeva le qualità di uno scrittore elegante e di un oratore piacevole e raggiungeva qualche volta, grandi altezze di eloquenza.
«Alla dotta teoria che avete ascoltato – egli disse – non ho niente da aggiungere, se non l'applicazione che se ne potrebbe fare a qualche cometa già nota. Si è richiamato, in questi giorni, l'esempio della cometa del 1811. Ebbene, supponiamo che una cometa delle stesse dimensioni di quella, ci arrivi precisamente di faccia, nel nostro corso circolare intorno al Sole. Il globo terrestre penetrerebbe nella nebulosità della cometa, senza trovare, non v'è dubbio, una resistenza molto sensibile.
Ammettendo anche che questa resistenza fosse debolissima e che la densità del nucleo della cometa fosse trascurabile, il nostro globo, per traversare questa testa cometaria di 1800000 chilometri di diametro, non impiegherebbe meno di venticinquemila secondi, ossia quattrocentodiciassette minuti, o, in cifra rotonda, sette ore… . con una rapidità centoventi volte maggiore di quella di una palla di cannone, e continuando a girare su se stesso, nel suo movimento diurno. L'incontro comincerebbe circa alle sei del mattino per il nostro meridiano.
«Un simile tuffo nell'oceano cometario, sia pure etereo quest'oceano celeste, non potrebbe prodursi senza portare, come prima ed immediata conseguenza, a causa dei principî termodinamici che vi sono stati ricordati, una elevazione di temperatura tale che, verosimilmente, tutta la nostra atmosfera prenderebbe fuoco! Mi pare che in questo caso particolare, il pericolo sarebbe gravissimo.
«Ma questo sarebbe un bello spettacolo per gli abitanti di Marte, o meglio ancora per quelli di Venere. Sì, questo sarebbe uno spettacolo celeste veramente ammirevole, simile, ma più meraviglioso per chi vedesse da vicino, alle strane conflagrazioni di astri temporanei, che abbiamo già osservati nel cielo.
L'ossigeno dell'aria avrebbe buon giuoco per alimentare l'incendio. Ma vi è un altro gas, al quale i fisici non pensano spesso, per la semplicissima ragione che non lo hanno mai trovato nelle loro analisi, cioè l'idrogeno. Che n'è stato di tutte le quantità d'idrogeno emanate dal suolo terrestre, durante i milioni di anni dei tempi preistorici?
Essendo la densità di questo gas sedici volte minore di quella dell'aria, esso deve esser salito in alto e deve aver formato senza dubbio, intorno alla nostra atmosfera aerea un involucro d'idrogeno molto rarefatto. A causa della legge di diffusione dei gas, una gran parte di questo idrogeno si è certo mescolato intimamente coll'aria, ma anche gli strati rarefatti superiori ne devono contenere in grande quantità.
Là certo si accendono le stelle filanti e le aurore boreali, a più di cento chilometri d'altezza. Notiamo a questo proposito che l'ossigeno dell'aria, ricevendo l'urto della cometa carburata, basterebbe largamente ad alimentare il fuoco celeste.
«La fine del mondo accadrebbe dunque per l'incendio dell'atmosfera. Per circa sette ore, o, meglio, per un tempo più lungo, giacchè la resistenza cometaria non può essere nulla, vi sarebbe trasformazione continua del movimento in calore. Idrogeno e ossigeno brucerebbero, combinati col carbonio della cometa. La temperatura dell'aria salirebbe a molte centinaia di gradi; i boschi, i giardini, le piante, le foreste, le abitazioni umane, gli edifizi, le città e i villaggi, tutto sarebbe rapidamente distrutto; il mare, i laghi e i fiumi comincerebbero a bollire; gli uomini e gli animali, travolti da questo bruciante alito della cometa, morirebbero asfissiati prima d'esser bruciati, poichè i loro polmoni, ansimanti, non respirebbero che fuoco.
Pulsuz fraqment bitdi.