Kitabı oxu: «La Divina Commedia di Dante: Paradiso»

Şrift:

Dante Alighieri

La Divina Commedia di Dante: Paradiso


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066073619

Indice

Paradiso Canto I

Paradiso Canto II

Paradiso Canto III

Paradiso Canto IV

Paradiso Canto V

Paradiso Canto VI

Paradiso Canto VII

Paradiso Canto VIII

Paradiso Canto IX

Paradiso Canto X

Paradiso Canto XI

Paradiso Canto XII

Paradiso Canto XIII

Paradiso Canto XIV

Paradiso Canto XV

Paradiso Canto XVI

Paradiso Canto XVII

Paradiso Canto XVIII

Paradiso Canto XIX

Paradiso Canto XX

Paradiso Canto XXI

Paradiso Canto XXII

Paradiso Canto XXIII

Paradiso Canto XXIV

Paradiso Canto XXV

Paradiso Canto XXVI

Paradiso Canto XXVII

Paradiso Canto XXVIII

Paradiso Canto XXIX

Paradiso Canto XXX

Paradiso Canto XXXI

Paradiso Canto XXXII

Paradiso Canto XXXIII



Paradiso Canto I

Indice

La gloria di colui che tutto move

per luniverso penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant io del regno santo

ne la mia mente potei far tesoro,

sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a lultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar lamato alloro.

Infino a qui lun giogo di Parnaso

assai mi fu; ma or con amendue

mè uopo intrar ne laringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue

sì come quando Marsïa traesti

de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti

tanto che lombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,

vedrami al piè del tuo diletto legno

venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie

per trïunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de lumane voglie,

che parturir letizia in su la lieta

delfica deïtà dovria la fronda

peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:

forse di retro a me con miglior voci

si pregherà perché Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo; ma da quella

che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera

tal foce, e quasi tutto era là bianco

quello emisperio, e laltra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco

vidi rivolta e riguardar nel sole:

aguglia sì non li saffisse unquanco.

E sì come secondo raggio suole

uscir del primo e risalire in suso,

pur come pelegrin che tornar vuole,

così de latto suo, per li occhi infuso

ne limagine mia, il mio si fece,

e fissi li occhi al sole oltre nostr uso.

Molto è licito là, che qui non lece

a le nostre virtù, mercé del loco

fatto per proprio de lumana spece.

Io nol soffersi molto, né sì poco,

chio nol vedessi sfavillar dintorno,

com ferro che bogliente esce del foco;

e di sùbito parve giorno a giorno

essere aggiunto, come quei che puote

avesse il ciel dun altro sole addorno.

Beatrice tutta ne letterne rote

fissa con li occhi stava; e io in lei

le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fé Glauco nel gustar de lerba

che l fé consorto in mar de li altri dèi.

Trasumanar significar per verba

non si poria; però lessemplo basti

a cui esperïenza grazia serba.

Si era sol di me quel che creasti

novellamente, amor che l ciel governi,

tu l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni

desiderato, a sé mi fece atteso

con larmonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso

de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

lago non fece alcun tanto disteso.

La novità del suono e l grande lume

di lor cagion maccesero un disio

mai non sentito di cotanto acume.

Ond ella, che vedea me sì com io,

a quïetarmi lanimo commosso,

pria chio a dimandar, la bocca aprio

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso

col falso imaginar, sì che non vedi

ciò che vedresti se lavessi scosso.

Tu non se in terra, sì come tu credi;

ma folgore, fuggendo il proprio sito,

non corse come tu chad esso riedi».

Sio fui del primo dubbio disvestito

per le sorrise parolette brevi,

dentro ad un nuovo più fu inretito

e dissi: «Già contento requïevi

di grande ammirazion; ma ora ammiro

com io trascenda questi corpi levi».

Ond ella, appresso dun pïo sospiro,

li occhi drizzò ver me con quel sembiante

che madre fa sovra figlio deliro,

e cominciò: «Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che luniverso a Dio fa simigliante.

Qui veggion lalte creature lorma

de letterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Ne lordine chio dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti

per lo gran mar de lessere, e ciascuna

con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver la luna;

questi ne cor mortali è permotore;

questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore

dintelligenza quest arco saetta,

ma quelle channo intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,

del suo lume fa l ciel sempre quïeto

nel qual si volge quel cha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto,

cen porta la virtù di quella corda

che ciò che scocca drizza in segno lieto.

Vero è che, come forma non saccorda

molte fïate a lintenzion de larte,

perch a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte

talor la creatura, cha podere

di piegar, così pinta, in altra parte;

e sì come veder si può cadere

foco di nube, sì limpeto primo

latterra torto da falso piacere.

Non dei più ammirar, se bene stimo,

lo tuo salir, se non come dun rivo

se dalto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo

dimpedimento, giù ti fossi assiso,

com a terra quïete in foco vivo».

Quinci rivolse inver lo cielo il viso.



Paradiso Canto II

Indice

O voi che siete in piccioletta barca,

desiderosi dascoltar, seguiti

dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti:

non vi mettete in pelago, ché forse,

perdendo me, rimarreste smarriti.

Lacqua chio prendo già mai non si corse;

Minerva spira, e conducemi Appollo,

e nove Muse mi dimostran lOrse.

Voialtri pochi che drizzaste il collo

per tempo al pan de li angeli, del quale

vivesi qui ma non sen vien satollo,

metter potete ben per lalto sale

vostro navigio, servando mio solco

dinanzi a lacqua che ritorna equale.

Que glorïosi che passaro al Colco

non sammiraron come voi farete,

quando Iasón vider fatto bifolco.

La concreata e perpetüa sete

del deïforme regno cen portava

veloci quasi come l ciel vedete.

Beatrice in suso, e io in lei guardava;

e forse in tanto in quanto un quadrel posa

e vola e da la noce si dischiava,

giunto mi vidi ove mirabil cosa

mi torse il viso a sé; e però quella

cui non potea mia cura essere ascosa,

volta ver me, sì lieta come bella,

«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,

«che nha congiunti con la prima stella».

Parev a me che nube ne coprisse

lucida, spessa, solida e pulita,

quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro sé letterna margarita

ne ricevette, com acqua recepe

raggio di luce permanendo unita.

Sio era corpo, e qui non si concepe

com una dimensione altra patio,

chesser convien se corpo in corpo repe,

accender ne dovria più il disio

di veder quella essenza in che si vede

come nostra natura e Dio sunio.

Lì si vedrà ciò che tenem per fede,

non dimostrato, ma fia per sé noto

a guisa del ver primo che luom crede.

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto

com esser posso più, ringrazio lui

lo qual dal mortal mondo mha remoto.

Ma ditemi: che son li segni bui

di questo corpo, che là giuso in terra

fan di Cain favoleggiare altrui?».

Ella sorrise alquanto, e poi «Selli erra

loppinïon», mi disse, «di mortali

dove chiave di senso non diserra,

certo non ti dovrien punger li strali

dammirazione omai, poi dietro ai sensi

vedi che la ragione ha corte lali.

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».

E io: «Ciò che nappar qua sù diverso

credo che fanno i corpi rari e densi».

Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso

nel falso il creder tuo, se bene ascolti

largomentar chio li farò avverso.

La spera ottava vi dimostra molti

lumi, li quali e nel quale e nel quanto

notar si posson di diversi volti.

Se raro e denso ciò facesser tanto,

una sola virtù sarebbe in tutti,

più e men distributa e altrettanto.

Virtù diverse esser convegnon frutti

di princìpi formali, e quei, for chuno,

seguiterieno a tua ragion distrutti.

Ancor, se raro fosse di quel bruno

cagion che tu dimandi, o doltre in parte

fora di sua materia sì digiuno

esto pianeto, o, sì come comparte

lo grasso e l magro un corpo, così questo

nel suo volume cangerebbe carte.

Se l primo fosse, fora manifesto

ne leclissi del sol, per trasparere

lo lume come in altro raro ingesto.

Questo non è: però è da vedere

de laltro; e selli avvien chio laltro cassi,

falsificato fia lo tuo parere.

Selli è che questo raro non trapassi,

esser conviene un termine da onde

lo suo contrario più passar non lassi;

e indi laltrui raggio si rifonde

così come color torna per vetro

lo qual di retro a sé piombo nasconde.

Or dirai tu chel si dimostra tetro

ivi lo raggio più che in altre parti,

per esser lì refratto più a retro.

Da questa instanza può deliberarti

esperïenza, se già mai la provi,

chesser suol fonte ai rivi di vostr arti.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi

da te dun modo, e laltro, più rimosso,

trambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso

ti stea un lume che i tre specchi accenda

e torni a te da tutti ripercosso.

Ben che nel quanto tanto non si stenda

la vista più lontana, lì vedrai

come convien chigualmente risplenda.

Or, come ai colpi de li caldi rai

de la neve riman nudo il suggetto

e dal colore e dal freddo primai,

così rimaso te ne lintelletto

voglio informar di luce sì vivace,

che ti tremolerà nel suo aspetto.

Dentro dal ciel de la divina pace

si gira un corpo ne la cui virtute

lesser di tutto suo contento giace.

Lo ciel seguente, cha tante vedute,

quell esser parte per diverse essenze,

da lui distratte e da lui contenute.

Li altri giron per varie differenze

le distinzion che dentro da sé hanno

dispongono a lor fini e lor semenze.

Questi organi del mondo così vanno,

come tu vedi omai, di grado in grado,

che di sù prendono e di sotto fanno.

Riguarda bene omai sì com io vado

per questo loco al vero che disiri,

sì che poi sappi sol tener lo guado.

Lo moto e la virtù di santi giri,

come dal fabbro larte del martello,

da beati motor convien che spiri;

e l ciel cui tanti lumi fanno bello,

de la mente profonda che lui volve

prende limage e fassene suggello.

E come lalma dentro a vostra polve

per differenti membra e conformate

a diverse potenze si risolve,

così lintelligenza sua bontate

multiplicata per le stelle spiega,

girando sé sovra sua unitate.

Virtù diversa fa diversa lega

col prezïoso corpo chella avviva,

nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Per la natura lieta onde deriva,

la virtù mista per lo corpo luce

come letizia per pupilla viva.

Da essa vien ciò che da luce a luce

par differente, non da denso e raro;

essa è formal principio che produce,

conforme a sua bontà, lo turbo e l chiaro».



Paradiso Canto III

Indice

Quel sol che pria damor mi scaldò l petto,

di bella verità mavea scoverto,

provando e riprovando, il dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo

me stesso, tanto quanto si convenne

leva il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne

a sé me tanto stretto, per vedersi,

che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non sì profonde che i fondi sien persi,

tornan di nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille;

tali vid io più facce a parlar pronte;

per chio dentro a lerror contrario corsi

a quel chaccese amor tra lomo e l fonte.

Sùbito sì com io di lor maccorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

per veder di cui fosser, li occhi torsi;

e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

«Non ti maravigliar perch io sorrida»,

mi disse, «appresso il tuo püeril coto,

poi sopra l vero ancor lo piè non fida,

ma te rivolve, come suole, a vòto:

vere sustanze son ciò che tu vedi,

qui rilegate per manco di voto.

Però parla con esse e odi e credi;

ché la verace luce che le appaga

da sé non lascia lor torcer li piedi».

E io a lombra che parea più vaga

di ragionar, drizzami, e cominciai,

quasi com uom cui troppa voglia smaga:

«O ben creato spirito, che a rai

di vita etterna la dolcezza senti

che, non gustata, non sintende mai,

grazïoso mi fia se mi contenti

del nome tuo e de la vostra sorte».

Ond ella, pronta e con occhi ridenti:

«La nostra carità non serra porte

a giusta voglia, se non come quella

che vuol simile a sé tutta sua corte.

I fui nel mondo vergine sorella;

e se la mente tua ben sé riguarda,

non mi ti celerà lesser più bella,

ma riconoscerai chi son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

beata sono in la spera più tarda.

Li nostri affetti, che solo infiammati

son nel piacer de lo Spirito Santo,

letizian del suo ordine formati.

E questa sorte che par giù cotanto,

però nè data, perché fuor negletti

li nostri voti, e vòti in alcun canto».

Ond io a lei: «Ne mirabili aspetti

vostri risplende non so che divino

che vi trasmuta da primi concetti:

però non fui a rimembrar festino;

ma or maiuta ciò che tu mi dici,

sì che raffigurar mè più latino.

Ma dimmi: voi che siete qui felici,

disiderate voi più alto loco

per più vedere e per più farvi amici?».

Con quelle altr ombre pria sorrise un poco;

da indi mi rispuose tanto lieta,

charder parea damor nel primo foco:

«Frate, la nostra volontà quïeta

virtù di carità, che fa volerne

sol quel chavemo, e daltro non ci asseta.

Se disïassimo esser più superne,

foran discordi li nostri disiri

dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri,

sessere in carità è qui necesse,

e se la sua natura ben rimiri.

Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

per chuna fansi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

com a lo re che n suo voler ne nvoglia.

E n la sua volontade è nostra pace:

ell è quel mare al qual tutto si move

ciò chella crïa o che natura face».

Chiaro mi fu allor come ogne dove

in cielo è paradiso, etsi la grazia

del sommo ben dun modo non vi piove.

Ma sì com elli avvien, sun cibo sazia

e dun altro rimane ancor la gola,

che quel si chere e di quel si ringrazia,

così fec io con atto e con parola,

per apprender da lei qual fu la tela

onde non trasse infino a co la spuola.

«Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù», mi disse, «a la cui norma

nel vostro mondo giù si veste e vela,

perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo chogne voto accetta

che caritate a suo piacer conforma.

Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggimi, e nel suo abito mi chiusi

e promisi la via de la sua setta.

Uomini poi, a mal più cha bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

E quest altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che saccende

di tutto il lume de la spera nostra,

ciò chio dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

di capo lombra de le sacre bende.

Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

non fu dal vel del cor già mai disciolta.

Quest è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

generò l terzo e lultima possanza».

Così parlommi, e poi cominciò Ave,

Maria cantando, e cantando vanio

come per acqua cupa cosa grave.

La vista mia, che tanto lei seguio

quanto possibil fu, poi che la perse,

volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse;

ma quella folgorò nel mïo sguardo

sì che da prima il viso non sofferse;

e ciò mi fece a dimandar più tardo.



Paradiso Canto IV

Indice

Intra due cibi, distanti e moventi

dun modo, prima si morria di fame,

che liber omo lun recasse ai denti;

sì si starebbe un agno intra due brame

di fieri lupi, igualmente temendo;

sì si starebbe un cane intra due dame:

per che, si mi tacea, me non riprendo,

da li miei dubbi dun modo sospinto,

poi chera necessario, né commendo.

Io mi tacea, ma l mio disir dipinto

mera nel viso, e l dimandar con ello,

più caldo assai che per parlar distinto.

Fé sì Beatrice qual fé Danïello,

Nabuccodonosor levando dira,

che lavea fatto ingiustamente fello;

e disse: «Io veggio ben come ti tira

uno e altro disio, sì che tua cura

sé stessa lega sì che fuor non spira.

Tu argomenti: Se l buon voler dura,

la vïolenza altrui per qual ragione

di meritar mi scema la misura?.

Ancor di dubitar ti dà cagione

parer tornarsi lanime a le stelle,

secondo la sentenza di Platone.

Queste son le question che nel tuo velle

pontano igualmente; e però pria

tratterò quella che più ha di felle.

Di Serafin colui che più sindia,

Moïsè, Samuel, e quel Giovanni

che prender vuoli, io dico, non Maria,

non hanno in altro cielo i loro scanni

che questi spirti che mo tappariro,

né hanno a lesser lor più o meno anni;

ma tutti fanno bello il primo giro,

e differentemente han dolce vita

per sentir più e men letterno spiro.

Qui si mostraro, non perché sortita

sia questa spera lor, ma per far segno

de la celestïal cha men salita.

Così parlar conviensi al vostro ingegno,

però che solo da sensato apprende

ciò che fa poscia dintelletto degno.

Per questo la Scrittura condescende

a vostra facultate, e piedi e mano

attribuisce a Dio e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano

Gabrïel e Michel vi rappresenta,

e laltro che Tobia rifece sano.

Quel che Timeo de lanime argomenta

non è simile a ciò che qui si vede,

però che, come dice, par che senta.

Dice che lalma a la sua stella riede,

credendo quella quindi esser decisa

quando natura per forma la diede;

e forse sua sentenza è daltra guisa

che la voce non suona, ed esser puote

con intenzion da non esser derisa.

Selli intende tornare a queste ruote

lonor de la influenza e l biasmo, forse

in alcun vero suo arco percuote.

Questo principio, male inteso, torse

già tutto il mondo quasi, sì che Giove,

Mercurio e Marte a nominar trascorse.

Laltra dubitazion che ti commove

ha men velen, però che sua malizia

non ti poria menar da me altrove.

Parere ingiusta la nostra giustizia

ne li occhi di mortali, è argomento

di fede e non deretica nequizia.

Ma perché puote vostro accorgimento

ben penetrare a questa veritate,

come disiri, ti farò contento.

Se vïolenza è quando quel che pate

nïente conferisce a quel che sforza,

non fuor quest alme per essa scusate:

ché volontà, se non vuol, non sammorza,

ma fa come natura face in foco,

se mille volte vïolenza il torza.

Per che, sella si piega assai o poco,

segue la forza; e così queste fero

possendo rifuggir nel santo loco.

Se fosse stato lor volere intero,

come tenne Lorenzo in su la grada,

e fece Muzio a la sua man severo,

così lavria ripinte per la strada

ond eran tratte, come fuoro sciolte;

ma così salda voglia è troppo rada.

E per queste parole, se ricolte

lhai come dei, è largomento casso

che tavria fatto noia ancor più volte.

Ma or ti sattraversa un altro passo

dinanzi a li occhi, tal che per te stesso

non usciresti: pria saresti lasso.

Io tho per certo ne la mente messo

chalma beata non poria mentire,

però chè sempre al primo vero appresso;

e poi potesti da Piccarda udire

che laffezion del vel Costanza tenne;

sì chella par qui meco contradire.

Molte fïate già, frate, addivenne

che, per fuggir periglio, contra grato

si fé di quel che far non si convenne;

come Almeone, che, di ciò pregato

dal padre suo, la propria madre spense,

per non perder pietà si fé spietato.

A questo punto voglio che tu pense

che la forza al voler si mischia, e fanno

sì che scusar non si posson loffense.

Voglia assoluta non consente al danno;

ma consentevi in tanto in quanto teme,

se si ritrae, cadere in più affanno.

Però, quando Piccarda quello spreme,

de la voglia assoluta intende, e io

de laltra; sì che ver diciamo insieme».

Cotal fu londeggiar del santo rio

chuscì del fonte ond ogne ver deriva;

tal puose in pace uno e altro disio.

«O amanza del primo amante, o diva»,

diss io appresso, «il cui parlar minonda

e scalda sì, che più e più mavviva,

non è laffezion mia tanto profonda,

che basti a render voi grazia per grazia;

ma quei che vede e puote a ciò risponda.

Io veggio ben che già mai non si sazia

nostro intelletto, se l ver non lo illustra

di fuor dal qual nessun vero si spazia.

Posasi in esso, come fera in lustra,

tosto che giunto lha; e giugner puollo:

se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Nasce per quello, a guisa di rampollo,

a piè del vero il dubbio; ed è natura

chal sommo pinge noi di collo in collo.

Questo minvita, questo massicura

con reverenza, donna, a dimandarvi

dunaltra verità che mè oscura.

Io vo saper se luom può sodisfarvi

ai voti manchi sì con altri beni,

cha la vostra statera non sien parvi».

Beatrice mi guardò con li occhi pieni

di faville damor così divini,

che, vinta, mia virtute diè le reni,

e quasi mi perdei con li occhi chini.



Paradiso Canto V

Indice

«Sio ti fiammeggio nel caldo damore

di là dal modo che n terra si vede,

sì che del viso tuo vinco il valore,

non ti maravigliar, ché ciò procede

da perfetto veder, che, come apprende,

così nel bene appreso move il piede.

Io veggio ben sì come già resplende

ne lintelletto tuo letterna luce,

che, vista, sola e sempre amore accende;

e saltra cosa vostro amor seduce,

non è se non di quella alcun vestigio,

mal conosciuto, che quivi traluce.

Tu vuo saper se con altro servigio,

per manco voto, si può render tanto

che lanima sicuri di letigio».

Sì cominciò Beatrice questo canto;

e sì com uom che suo parlar non spezza,

continüò così l processo santo:

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, e a la sua bontate

più conformato, e quel che più apprezza,

fu de la volontà la libertate;

di che le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate.

Or ti parrà, se tu quinci argomenti,

lalto valor del voto, sè sì fatto

che Dio consenta quando tu consenti;

ché, nel fermar tra Dio e lomo il patto,

vittima fassi di questo tesoro,

tal quale io dico; e fassi col suo atto.

Dunque che render puossi per ristoro?

Se credi bene usar quel chai offerto,

di maltolletto vuo far buon lavoro.

Tu se omai del maggior punto certo;

ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,

che par contra lo ver chi tho scoverto,

convienti ancor sedere un poco a mensa,

però che l cibo rigido chai preso,

richiede ancora aiuto a tua dispensa.

Apri la mente a quel chio ti paleso

e fermalvi entro; ché non fa scïenza,

sanza lo ritenere, avere inteso.

Due cose si convegnono a lessenza

di questo sacrificio: luna è quella

di che si fa; laltr è la convenenza.

Quest ultima già mai non si cancella

se non servata; e intorno di lei

sì preciso di sopra si favella:

però necessitato fu a li Ebrei

pur lofferere, ancor chalcuna offerta

sì permutasse, come saver dei.

Laltra, che per materia tè aperta,

puote ben esser tal, che non si falla

se con altra materia si converta.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla

per suo arbitrio alcun, sanza la volta

e de la chiave bianca e de la gialla;

e ogne permutanza credi stolta,

se la cosa dimessa in la sorpresa

come l quattro nel sei non è raccolta.

Però qualunque cosa tanto pesa

per suo valor che tragga ogne bilancia,

sodisfar non si può con altra spesa.

Non prendan li mortali il voto a ciancia;

siate fedeli, e a ciò far non bieci,

come Ieptè a la sua prima mancia;

cui più si convenia dicer Mal feci,

che, servando, far peggio; e così stolto

ritrovar puoi il gran duca de Greci,

onde pianse Efigènia il suo bel volto,

e fé pianger di sé i folli e i savi

chudir parlar di così fatto cólto.

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:

non siate come penna ad ogne vento,

e non crediate chogne acqua vi lavi.

Avete il novo e l vecchio Testamento,

e l pastor de la Chiesa che vi guida;

questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

uomini siate, e non pecore matte,

sì che l Giudeo di voi tra voi non rida!

Non fate com agnel che lascia il latte

de la sua madre, e semplice e lascivo

seco medesmo a suo piacer combatte!».

Così Beatrice a me com ïo scrivo;

poi si rivolse tutta disïante

a quella parte ove l mondo è più vivo.

Lo suo tacere e l trasmutar sembiante

puoser silenzio al mio cupido ingegno,

che già nuove questioni avea davante;

e sì come saetta che nel segno

percuote pria che sia la corda queta,

così corremmo nel secondo regno.

Quivi la donna mia vid io sì lieta,

come nel lume di quel ciel si mise,

che più lucente se ne fé l pianeta.

E se la stella si cambiò e rise,

qual mi fec io che pur da mia natura

trasmutabile son per tutte guise!

Come n peschiera chè tranquilla e pura

traggonsi i pesci a ciò che vien di fori

per modo che lo stimin lor pastura,

sì vid io ben più di mille splendori

trarsi ver noi, e in ciascun sudia:

«Ecco chi crescerà li nostri amori».

E sì come ciascuno a noi venìa,

vedeasi lombra piena di letizia

nel folgór chiaro che di lei uscia.

Pensa, lettor, se quel che qui sinizia

non procedesse, come tu avresti

di più savere angosciosa carizia;

e per te vederai come da questi

mera in disio dudir lor condizioni,

sì come a li occhi mi fur manifesti.

«O bene nato a cui veder li troni

del trïunfo etternal concede grazia

prima che la milizia sabbandoni,

del lume che per tutto il ciel si spazia

noi semo accesi; e però, se disii

di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».

Così da un di quelli spirti pii

detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì

sicuramente, e credi come a dii».

«Io veggio ben sì come tu tannidi

nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,

perch e corusca sì come tu ridi;

ma non so chi tu se, né perché aggi,

anima degna, il grado de la spera

che si vela a mortai con altrui raggi».

Questo diss io diritto a la lumera

che pria mavea parlato; ond ella fessi

lucente più assai di quel chell era.

Sì come il sol che si cela elli stessi

per troppa luce, come l caldo ha róse

le temperanze di vapori spessi,

per più letizia sì mi si nascose

dentro al suo raggio la figura santa;

e così chiusa chiusa mi rispuose

nel modo che l seguente canto canta.

Paradiso Canto VI

Indice

«Poscia che Costantin laquila volse

contr al corso del ciel, chella seguio

dietro a lantico che Lavina tolse,

cento e cent anni e più luccel di Dio

ne lo stremo dEuropa si ritenne,

vicino a monti de quai prima uscìo;

e sotto lombra de le sacre penne

governò l mondo lì di mano in mano,

e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustinïano,

che, per voler del primo amor chi sento,

dentro le leggi trassi il troppo e l vano.

E prima chio a lovra fossi attento,

una natura in Cristo esser, non piùe,

credea, e di tal fede era contento;

ma l benedetto Agapito, che fue

sommo pastore, a la fede sincera

mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che n sua fede era,

vegg io or chiaro sì, come tu vedi

ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

a Dio per grazia piacque di spirarmi

lalto lavoro, e tutto n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai larmi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,

che segno fu chi dovessi posarmi.

Or qui a la question prima sappunta

la mia risposta; ma sua condizione

mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione

si move contr al sacrosanto segno

e chi l sappropria e chi a lui soppone.

Vedi quanta virtù lha fatto degno

di reverenza; e cominciò da lora

che Pallante morì per darli regno.

Tu sai chel fece in Alba sua dimora

per trecento anni e oltre, infino al fine

che i tre a tre pugnar per lui ancora.

E sai chel fé dal mal de le Sabine

al dolor di Lucrezia in sette regi,

vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel chel fé portato da li egregi

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

negletto fu nomato, i Deci e Fabi

ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò lorgoglio de li Aràbi

che di retro ad Anibale passaro

lalpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott esso giovanetti trïunfaro

Scipïone e Pompeo; e a quel colle

sotto l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto l ciel volle

redur lo mondo a suo modo sereno,

Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno,

Isara vide ed Era e vide Senna

e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi chelli uscì di Ravenna

e saltò Rubicon, fu di tal volo,

che nol seguiteria lingua né penna.

Inver la Spagna rivolse lo stuolo,

poi ver Durazzo, e Farsalia percosse

sì chal Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse,

rivide e là dov Ettore si cuba;

e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba;

onde si volse nel vostro occidente,

ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente,

Bruto con Cassio ne linferno latra,

e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,

che, fuggendoli innanzi, dal colubro

la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;

con costui puose il mondo in tanta pace,

che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che l segno che parlar mi face

fatto avea prima e poi era fatturo

per lo regno mortal cha lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro,

se in mano al terzo Cesare si mira

con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira,

li concedette, in mano a quel chi dico,

gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui tammira in ciò chio ti replìco:

poscia con Tito a far vendetta corse

de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali

chio accusai di sopra e di lor falli,

che son cagion di tutti vostri mali.

Luno al pubblico segno i gigli gialli

oppone, e laltro appropria quello a parte,

sì chè forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

sott altro segno, ché mal segue quello

sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non labbatta esto Carlo novello

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

cha più alto leon trasser lo vello.

Molte fïate già pianser li figli

per la colpa del padre, e non si creda

che Dio trasmuti larmi per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda

di buoni spirti che son stati attivi

perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi,

sì disvïando, pur convien che i raggi

del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar di nostri gaggi

col merto è parte di nostra letizia,

perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia

in noi laffetto sì, che non si puote

torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note;

così diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita

luce la luce di Romeo, di cui

fu lovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui

non hanno riso; e però mal cammina

qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece

Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece

a dimandar ragione a questo giusto,

che li assegnò sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto;

e se l mondo sapesse il cor chelli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».

Paradiso Canto VII

Indice

«Osanna, sanctus Deus sabaòth,

superillustrans claritate tua

felices ignes horum malacòth!».

Così, volgendosi a la nota sua,

fu viso a me cantare essa sustanza,

sopra la qual doppio lume saddua;

ed essa e laltre mossero a sua danza,

e quasi velocissime faville

mi si velar di sùbita distanza.

Io dubitava e dicea Dille, dille!

fra me, dille dicea, a la mia donna

che mi diseta con le dolci stille.

Ma quella reverenza che sindonna

di tutto me, pur per Be e per ice,

mi richinava come luom chassonna.

Poco sofferse me cotal Beatrice

e cominciò, raggiandomi dun riso

tal, che nel foco faria luom felice:

«Secondo mio infallibile avviso,

come giusta vendetta giustamente

punita fosse, tha in pensier miso;

ma io ti solverò tosto la mente;

e tu ascolta, ché le mie parole

di gran sentenza ti faran presente.

Per non soffrire a la virtù che vole

freno a suo prode, quell uom che non nacque,

dannando sé, dannò tutta sua prole;

onde lumana specie inferma giacque

giù per secoli molti in grande errore,

fin chal Verbo di Dio discender piacque

u la natura, che dal suo fattore

sera allungata, unì a sé in persona

con latto sol del suo etterno amore.

Or drizza il viso a quel chor si ragiona:

questa natura al suo fattore unita,

qual fu creata, fu sincera e buona;

ma per sé stessa pur fu ella sbandita

di paradiso, però che si torse

da via di verità e da sua vita.

La pena dunque che la croce porse

sa la natura assunta si misura,

nulla già mai sì giustamente morse;

e così nulla fu di tanta ingiura,

guardando a la persona che sofferse,

in che era contratta tal natura.

Però dun atto uscir cose diverse:

cha Dio e a Giudei piacque una morte;

per lei tremò la terra e l ciel saperse.

Non ti dee oramai parer più forte,

quando si dice che giusta vendetta

poscia vengiata fu da giusta corte.

Ma io veggi or la tua mente ristretta

di pensiero in pensier dentro ad un nodo,

del qual con gran disio solver saspetta.

Tu dici: Ben discerno ciò chi odo;

ma perché Dio volesse, mè occulto,

a nostra redenzion pur questo modo.

Questo decreto, frate, sta sepulto

a li occhi di ciascuno il cui ingegno

ne la fiamma damor non è adulto.

Veramente, però cha questo segno

molto si mira e poco si discerne,

dirò perché tal modo fu più degno.

La divina bontà, che da sé sperne

ogne livore, ardendo in sé, sfavilla

sì che dispiega le bellezze etterne.

Ciò che da lei sanza mezzo distilla

non ha poi fine, perché non si move

la sua imprenta quand ella sigilla.

Ciò che da essa sanza mezzo piove

libero è tutto, perché non soggiace

a la virtute de le cose nove.

Più lè conforme, e però più le piace;

ché lardor santo chogne cosa raggia,

ne la più somigliante è più vivace.

Di tutte queste dote savvantaggia

lumana creatura, e suna manca,

di sua nobilità convien che caggia.

Solo il peccato è quel che la disfranca

e falla dissimìle al sommo bene,

per che del lume suo poco simbianca;

e in sua dignità mai non rivene,

se non rïempie, dove colpa vòta,

contra mal dilettar con giuste pene.

Vostra natura, quando peccò tota

nel seme suo, da queste dignitadi,

come di paradiso, fu remota;

né ricovrar potiensi, se tu badi

ben sottilmente, per alcuna via,

sanza passar per un di questi guadi:

o che Dio solo per sua cortesia

dimesso avesse, o che luom per sé isso

avesse sodisfatto a sua follia.

Ficca mo locchio per entro labisso

de letterno consiglio, quanto puoi

al mio parlar distrettamente fisso.

Non potea luomo ne termini suoi

mai sodisfar, per non potere ir giuso

con umiltate obedïendo poi,

quanto disobediendo intese ir suso;

e questa è la cagion per che luom fue

da poter sodisfar per sé dischiuso.

Dunque a Dio convenia con le vie sue

riparar lomo a sua intera vita,

dico con luna, o ver con amendue.

Ma perché lovra tanto è più gradita

da loperante, quanto più appresenta

de la bontà del core ond ell è uscita,

la divina bontà che l mondo imprenta,

di proceder per tutte le sue vie,

a rilevarvi suso, fu contenta.

Né tra lultima notte e l primo die

sì alto o sì magnifico processo,

o per luna o per laltra, fu o fie:

ché più largo fu Dio a dar sé stesso

per far luom sufficiente a rilevarsi,

che selli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi

a la giustizia, se l Figliuol di Dio

non fosse umilïato ad incarnarsi.

Or per empierti bene ogne disio,

ritorno a dichiararti in alcun loco,

perché tu veggi lì così com io.

Tu dici: Io veggio lacqua, io veggio il foco,

laere e la terra e tutte lor misture

venire a corruzione, e durar poco;

e queste cose pur furon creature;

per che, se ciò chè detto è stato vero,

esser dovrien da corruzion sicure.

Li angeli, frate, e l paese sincero

nel qual tu se, dir si posson creati,

sì come sono, in loro essere intero;

ma li alimenti che tu hai nomati

e quelle cose che di lor si fanno

da creata virtù sono informati.

Creata fu la materia chelli hanno;

creata fu la virtù informante

in queste stelle che ntorno a lor vanno.

Lanima dogne bruto e de le piante

di complession potenzïata tira

lo raggio e l moto de le luci sante;

ma vostra vita sanza mezzo spira

la somma beninanza, e la innamora

di sé sì che poi sempre la disira.

E quinci puoi argomentare ancora

vostra resurrezion, se tu ripensi

come lumana carne fessi allora

che li primi parenti intrambo fensi».

Paradiso Canto VIII

Indice

Solea creder lo mondo in suo periclo

che la bella Ciprigna il folle amore

raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore

di sacrificio e di votivo grido

le genti antiche ne lantico errore;

ma Dïone onoravano e Cupido,

quella per madre sua, questo per figlio,

e dicean chel sedette in grembo a Dido;

e da costei ond io principio piglio

pigliavano il vocabol de la stella

che l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

Io non maccorsi del salire in ella;

ma desservi entro mi fé assai fede

la donna mia chi vidi far più bella.

E come in fiamma favilla si vede,

e come in voce voce si discerne,

quand una è ferma e altra va e riede,

vid io in essa luce altre lucerne

muoversi in giro più e men correnti,

al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non disceser venti,

o visibili o no, tanto festini,

che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini

veduti a noi venir, lasciando il giro

pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che più innanzi appariro

sonava Osanna sì, che unque poi

di rïudir non fui sanza disiro.

Indi si fece lun più presso a noi

e solo incominciò: «Tutti sem presti

al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

Noi ci volgiam coi principi celesti

dun giro e dun girare e duna sete,

ai quali tu del mondo già dicesti:

Voi che ntendendo il terzo ciel movete;

e sem sì pien damor, che, per piacerti,

non fia men dolce un poco di quïete».

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti

a la mia donna reverenti, ed essa

fatti li avea di sé contenti e certi,

rivolsersi a la luce che promessa

tanto savea, e «Deh, chi siete?» fue

la voce mia di grande affetto impressa.

E quanta e quale vid io lei far piùe

per allegrezza nova che saccrebbe,

quando parlai, a lallegrezze sue!

Così fatta, mi disse: «Il mondo mebbe

giù poco tempo; e se più fosse stato,

molto sarà di mal, che non sarebbe.

La mia letizia mi ti tien celato

che mi raggia dintorno e mi nasconde

quasi animal di sua seta fasciato.

Assai mamasti, e avesti ben onde;

che sio fossi giù stato, io ti mostrava

di mio amor più oltre che le fronde.

Quella sinistra riva che si lava

di Rodano poi chè misto con Sorga,

per suo segnore a tempo maspettava,

e quel corno dAusonia che simborga

di Bari e di Gaeta e di Catona,

da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona

di quella terra che l Danubio riga

poi che le ripe tedesche abbandona.

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra l golfo

che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo,

attesi avrebbe li suoi regi ancora,

nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

mosso Palermo a gridar: Mora, mora!.

E se mio frate questo antivedesse,

lavara povertà di Catalogna

già fuggeria, perché non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna

per lui, o per altrui, sì cha sua barca

carcata più dincarco non si pogna.

La sua natura, che di larga parca

discese, avria mestier di tal milizia

che non curasse di mettere in arca».

«Però chi credo che lalta letizia

che l tuo parlar minfonde, segnor mio,

là ve ogne ben si termina e sinizia,

per te si veggia come la vegg io,

grata mè più; e anco quest ho caro

perché l discerni rimirando in Dio.

Fatto mhai lieto, e così mi fa chiaro,

poi che, parlando, a dubitar mhai mosso

com esser può, di dolce seme, amaro».

Questo io a lui; ed elli a me: «Sio posso

mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

terrai lo viso come tien lo dosso.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi

volge e contenta, fa esser virtute

sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute

sono in la mente chè da sé perfetta,

ma esse insieme con la lor salute:

per che quantunque quest arco saetta

disposto cade a proveduto fine,

sì come cosa in suo segno diretta.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine

producerebbe sì li suoi effetti,

che non sarebbero arti, ma ruine;

e ciò esser non può, se li ntelletti

che muovon queste stelle non son manchi,

e manco il primo, che non li ha perfetti.

Vuo tu che questo ver più ti simbianchi?».

E io: «Non già; ché impossibil veggio

che la natura, in quel chè uopo, stanchi».

Ond elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio

per lomo in terra, se non fosse cive?».

«Sì», rispuos io; «e qui ragion non cheggio».

«E puot elli esser, se giù non si vive

diversamente per diversi offici?

Non, se l maestro vostro ben vi scrive».

Sì venne deducendo infino a quici;

poscia conchiuse: «Dunque esser diverse

convien di vostri effetti le radici:

per chun nasce Solone e altro Serse,

altro Melchisedèch e altro quello

che, volando per laere, il figlio perse.

La circular natura, chè suggello

a la cera mortal, fa ben sua arte,

ma non distingue lun da laltro ostello.

Quinci addivien chEsaù si diparte

per seme da Iacòb; e vien Quirino

da sì vil padre, che si rende a Marte.

Natura generata il suo cammino

simil farebbe sempre a generanti,

se non vincesse il proveder divino.

Or quel che tera dietro tè davanti:

ma perché sappi che di te mi giova,

un corollario voglio che tammanti.

Sempre natura, se fortuna trova

discorde a sé, com ogne altra semente

fuor di sua regïon, fa mala prova.

E se l mondo là giù ponesse mente

al fondamento che natura pone,

seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religïone

tal che fia nato a cignersi la spada,

e fate re di tal chè da sermone;

onde la traccia vostra è fuor di strada».

Pulsuz fraqment bitdi.

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Janr və etiketlər

Yaş həddi:
0+
Litresdə buraxılış tarixi:
16 yanvar 2025
Həcm:
110 səh. 1 illustrasiya
ISBN:
4064066073619
Naşir:
Müəllif hüququ sahibi:
Bookwire
Yükləmə formatı:

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