Kitabı oxu: «Ritratti letterari»
Edmondo De Amicis
Ritratti letterari

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066068684
Indice
ALFONSO DAUDET
EMILIO ZOLA POLEMISTA.
EMILIO AUGIER E ALESSANDRO DUMAS
L'ATTORE COQUELIN
PAOLO DÉROULÈDE E LA POESIA PATRIOTTICA.
ALFONSO DAUDET
Indice
Il Daudet è lo scrittore francese più popolare in Italia dopo lo Zola. Molti, anzi, li mettono alla pari, e le nature miti antepongono all'autore dell'Assommoir l'autore del Nabab, naturalista meno spietato. La differenza che passa fra loro è più nell'indole che nell'arte. Nell'arte impiegano tutti e due quella stessa «formola scientifica» che va predicando lo Zola; procedono quasi egualmente nell'analisi degli avvenimenti e dei personaggi; tengono lo stesso andamento, e quasi la stessa maniera di ripartizione nella descrizione, che è grandissima parte, e si potrebbe dire il fondo, dei romanzi di tutti e due; ed hanno somigliantissima la condotta del dialogo, benchè in quello del Daudet ci sia di più «l'accento e il gusto» della commedia. Alle volte, anzi, leggendo il Daudet, si ha per parecchie pagine un'illusione: si scorda lui e par di leggere l'altro, tanto il colore delle immagini, l'efficacia dei particolari più minuti, e il giro dei periodi, monchi dei verbi, e ingegnosamente cadenzati, son simili a quelli dello Zola. Ma in capo a poche pagine, vien fuori una pennellata, una nota musicale, un sorriso, che fa dire: no, è il Daudet. Lo stile dello Zola, come dice egli stesso, è più geometrico; quello del Daudet più snello e più di vena, ed anche più impennacchiato, che è pure il difetto che lo Zola trova nel proprio. Ci sono pagine del Nabab e dei Rois en exil che danno l'immagine di mazzi di fiori, o di fasci di zampilli percossi dal sole, o di quelle stoffe orientali rabescate d'oro così fittamente, che quasi non vi appare più il colore del tessuto; grandi periodi ondulati e sonori, qualche volta precipitosi, che travolgono il lettore, e sembrano sgorgati dalla bocca d'un oratore nel momento più ardente dell'improvvisazione; quantunque il Daudet non fatichi e non si tormenti meno dello Zola per dar forma al proprio pensiero. La descrizione dello Zola va più addentro alle cose; quella del Daudet è più vivace e meno diffusa, e senza dubbio meno grave al comune dei lettori. Lo Zola si compiace di provocare e di ferire in chi legge quella delicatezza di senso che a lui sembra prodotta da un concetto della convenienza artistica, falso e dannoso all'arte; il Daudet è meno brutale, usa dei riguardi, non credo per proposito, ma per effetto della natura propria ripugnante dagli eccessi. A ciò forse allude lo Zola quando dice, non senza malizia, a mio credere, che il Daudet ha più di lui quello che ci vuole per piacere alla maggioranza dei lettori. Lo Zola è più padrone di sè; il Daudet, di natura più meridionale, riesce meno a domarsi; fa capolino dietro ai suoi personaggi, interviene a giudicare, si lascia sfuggire delle approvazioni gioiose e degli sfoghi d'indignazione; non è sempre così impassibile e velato come quell'altro. In questo si ammira di più lo sforzo d'una mente poderosa e paziente; nel Daudet la spontaneità d'una natura ricca e geniale. Il Daudet è più amabile, lo Zola più potente; e lo prova il fatto che quello ritrae in qualche cosa da questo, e in specie negli ultimi lavori, ne porta qua e là, benchè vaga, l'impronta; mentre lo Zola, se pensa spesso, scrivendo, al suo rivale (com'io credo), non ne dà segno. Il naturalismo del Daudet è meno nero di quello dello Zola, perchè ha il colore della natura simpatica dell'artista: perciò il Daudet è più caro agli ottimisti e ai benevoli. Per quanto siano corrotti e scellerati la maggior parte dei personaggi, e tristi gli avvenimenti, pure il sentimento generale e durevole che ci lasciano i suoi romanzi, non è mai proprio sconsolante: a traverso al loro ordito di color fosco, si vede sempre un po' di barlume d'azzurro. È perchè nei romanzi del Daudet tengono una più grande parte quei «personaggi simpatici» che lo Zola appunto rimprovera agli autori drammatici, e che rimprovererebbe al Daudet medesimo, se la sua condizione di romanziere rivale, e perciò sospetto di gelosia, non gl'imponesse dei riguardi; è perchè il Daudet fa nei suoi romanzi una contrapposizione di buoni e di cattivi genii più soddisfacente, e per le proporzioni e per la forza, all'istinto generoso che ci porta a credere al bene; perchè, infine, egli fa un più largo campo, nei suoi libri, a quanto c'è di buono e di nobile nell'anima umana. Il Daudet vede il mondo meno scuro; dev'essere stato più felice che lo Zola nella sua vita, o avere una di quelle nature, sulle quali il dolore ha meno presa. Non vela il male; ma un poco, sia pure leggerissimamente, abbellisce il bene. È più affettuoso dello Zola: ha novelle e commedie riboccanti di affetto tenerissimo da un capo all'altro; e credo appunto che sia l'esempio potente dello Zola quello che gli fece mettere un po' più di nero sul roseo nei suoi ultimi scritti. Ed ha anche un'arte, se si può dire, più giovanile che lo Zola: gioca più di sorpresa, è più teatrale, più capriccioso nel rompere e nel riannodare le fila del romanzo, procede più a sbalzi, si abbandona più liberamente ai grilli della fantasia, e volteggia, e canta, e celia anche più sovente, e di miglior umore che lo Zola; fino a convertire, come fa qualche volta, i ritratti e le scene comiche in caricature. Lo Zola ha più di lui un qualche cosa di grave, di largamente basato e di macchinoso, che è nel Balzac. Bacone, applicando la sua sentenza sulle differenze dei libri, direbbe che i romanzi dello Zola si masticano e quelli del Daudet si inghiottiscono. Lo Zola è un formidabile artista, senza dubbio; ma bisogna riconoscere che ha un meraviglioso tocco di pennello anche questo fiammeggiante provenzale del Daudet. Lo Zola ha sviscerato più profondamente la natura e i costumi del popolo. Ma quel turbinìo vertiginoso e sonoro della vita elegante di Parigi, quella corsa sfrenata di donnette, di giovani scapigliati, di vecchi libertini, di scrocconi, di principi banditi e di ciarlatani, dall'alcova alla cena, al teatro, all'ippodromo, alla borsa, alla rovina, tra le bricconate e le buffonate e il lusso impudente e la stupida spensieratezza e le baraonde matte, nessuno l'ha descritto con un linguaggio più rapido, più variopinto, più trillante, più indiavolato, più proprio alla terribile leggerezza dell'argomento, che il Daudet. Egli non saprebbe forse descrivere il train train della vita di tutti i giorni con la potenza dello Zola, che è più rigorosamente metodico, e sente più fortemente il particolare minuto; ma per contro ha certe cose sue proprie, in cui è maestro: narrazioni rapide d'avvenimenti drammatici, che schizzano fuoco, descrizioni abbarbaglianti e tumultuose, e scene comiche che strappano le risa dalle viscere, e certi abbandoni e divagamenti poetici che paion sogni, d'una grazia e d'un sentimento che innamora. E che belle opposizioni di caratteri iniqui, onesti, bizzarri e ameni; che stupenda screziatura di tinte fosche e di tinte rosate e di scintillamenti argentini nei suoi romanzi! Non si scordano più il Duca di Mora e Nabab, Séphora la bottegaia e Federica la regina, quel fanatico e generoso legittimista del Maubert e quell'abbominevole fantoccio di Cristiano II, e Sidonia, la perla falsa, e Clara, la perla vera, e l'illustre signor Dolabelle, tipo dei commedianti spiantati e presuntuosi, e Tom Lévis, tipo dei ruffiani principeschi, e quel nobilissimo e strano carattere dell'abate Germane, e quella povera e adorabile madre di Jansoulet. Certo il Daudet è un verista; ma quanti sdruci non fa nella teoria dello Zola! Anche lui, come dice il Goncourt, sente spesso il bisogno di sfuggire al reale, o piuttosto vi sfugge senz'avvedersene, forzato dalla sua natura poetica e affettuosa, e fa delle culbutes dans le bleu, e che culbutes! Fa quell'angelo purissimo di Désirèe, che sembra sbocciata dalla fantasia del Lamartine, e la famiglia di Joyeuse, che par tagliata netta da un romanzo di Carlo Dickens, e la virtù tutta di un pezzo della regina d'Illiria, e il fratello Jacques, d'una bontà più che umana; creature che non possono quasi comprendersi nemmeno in quella realtà poetica fino alla quale spinge le sue concessioni lo Zola. Ma che importa? Quel che ci perde in rigore il verismo, lo guadagna lui in simpatia. In tutti i suoi romanzi, ed anche nei più brevi suoi racconti, si sente ad ogni pagina il profumo d'un'anima nobile e gentile, che serba la sua bella serenità anche nella pittura dei più orrendi vizi, che sente la bellezza fin nelle più intime fibre, che vibra potentemente per ogni idea grande e per ogni grande affetto; aperta e limpida, piena di pietà per tutti i dolori, dominata da un sentimento netto e profondo del bene e del male, dotata d'un senso comico originale e simpatico che non si esprime nella risata plebea, ma in un sorriso fine e grazioso, e canzona amabilmente, senza schernire, in modo che ogni anima più delicata può sempre farvi eco, sicuro che non riderà mai di nulla di triste e di rispettabile. E il Daudet è giovane; forse salirà ancora per molti anni. C'è un pericolo non di meno: che per mantenersi il favore grande che s'è acquistato, egli sforzi il suo ingegno e lo pieghi alla curiosità e al gusto falso del pubblico, sia proseguendo la serie dei così detti romanzi â allusions, come i suoi ultimi due, che è la via più sicura per riuscire a grandi successi librarii a scapito dell'arte; sia spingendo anche più oltre quell'efflorescenza già soverchia di stile, che si nota principalmente nei Rois en exil, e che i critici di gusto lamentano, ricordando la bella semplicità efficace dei suoi scritti anteriori. È da sperarsi che sì arresti su questa china. Frattanto egli appartiene a quella famiglia di scrittori, a cui è difficile assegnare un grado nella gerarchia degli ingegni, perchè la simpatia che ispirano confonde gli argomenti del giudizio letterario. Ci sono ingegni grandi che preferiamo ai grandissimi, come edifizi gentili a enormi palazzi di granito. Perchè voler mettere ad ogni costo, anche su di loro, il numero d'ordine? Il meglio è lasciarli in disparte, dove si trovano; e questa necessità in cui ci mettono di ammirarli in una specie di solitudine, è forse il loro più bel titolo di gloria. Il Daudet è uno scrittore nato, di quelli, come dice il Foscolo, che hanno l'arte nei muscoli e nel midollo delle ossa, e la cui potenza risiede in qualche cosa di intimo che sfugge all'analisi. Fare i pedanti sull'arte sua, ripugnerebbe, come il criticare la forma di un fiore o le sfumature d'un'aurora. E in questa manìa universale di «uccider l'arte per vedere com'è fatta» è grato l'incontrare uno scrittore come il Daudet, che abbarbaglia e trascina, e fa piangere e ridere, e ci si pianta nel cuore, senza lasciarci tempo e modo di tormentar lui e noi coi ferri della critica, che tagliano anche dal manico. Noi pigliamo il Daudet com'è, con le sue deficienze e coi suoi difetti, ad occhi chiusi, facendogli festa amorosamente, come a un fratello glorioso. Un critico francese disse tempo fa che bisogna contentarsi del Daudet perchè non abbiamo dei genii. — E noi ce ne contentiamo — infinitamente.
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Il Daudet, come la più parte degli scrittori celebri di Parigi, vive molto a sè: non va tra la gente che per studiare, perchè è uno di quegli artisti che si reggono più sopra l'osservazione che sopra l'immaginazione; ed è difficile arrivare a lui, non perchè faccia l'inaccessibile, ma perchè tra il teatro e il Moniteur e i romanzi e gli amici e le mosche, ha quasi sempre la giornata presa. È come pigliare un biglietto per il Nouvel-Opéra, nelle grandi occasioni: bisogna pensarci una settimana prima. Sta al quarto piano, malgrado le ottanta edizioni del Nabab, in un quartierino che guarda sui giardini del Lussemburgo, famosi per convegni d'amanti; piccolo, ma pieno di luce e allegro, un vero nido di rondini, da cui si sentono appena i rumori della strada, che son rari. Non si può immaginare una casa di scrittore che corrisponda meglio alla natura dell'ingegno e dell'animo, ed anche alla persona del padrone. C'è tutta la varietà e la grazia d'ornamenti e di colori del suo stile, e la morbidezza della sua indole. Son due stanzine raccolte, quelle che io vidi, piene di fiori, di piccoli bronzi, d'oggettini giapponesi e d'acquerelli, che sul primo momento confondon la vista, come certe sue pagine fosforescenti: i divani e i seggioloni coperti di antiche stoffe a ricami argentati, i libri luccicanti di dorature: tutto nitido, piccolo e grazioso. L'amico che m'accompagnava mi disse nell'orecchio, accennando intorno: — Ci si vede la mano della donna. — E infatti non solamente l'aspetto della casa, ma qualcosa d'indefinibile che è nella persona e nei modi del Daudet fa indovinare la donna non solo, ma l'amore. Sono gradevolissimi quei pochi momenti che si passano nella casa d'uno scrittore ammirato e simpatico, aspettando la sua apparizione. Ogni più piccolo oggetto par che contenga la rivelazione d'un segreto del suo ingegno e del suo cuore, e si vorrebbe scoprire un legame tra il capriccio che gli fece scegliere i ninnoli del salotto e il gusto che lo guida nella scelta dell'immagine e della frase potente. Si vorrebbe frugare per tutto e fiutare ogni cosa. Il visitatore piglia l'aspetto d'un ladro domestico che cerchi intorno su che cosa ha da fare il suo colpo. Mentre appunto stavo facendo il ladro, si sentì nell'altra stanza una voce sonora e dolce, si spalancò una porta con impeto, e comparve Alfonso Daudet.
* * *
Non credo che la più appassionata delle lettrici del Nabab si sia mai rappresentata, pensando al Daudet, una figura più bella e più simpatica della sua figura reale. Di statura media, di proporzioni giuste, sottile per i suoi trentott'anni, ha una testa che potrebbe servire di modello per un Cristo a un pittore idealista: una grande capigliatura nera ondulata che gli fa ombra alla fronte; gli occhi neri, d'una lucentezza e d'una fissità strana, che guardano con una espressione dolcissima; il viso, perfettamente ovale, d'un color bruno pallido; la bocca piccola e benevola, la barba alla nazarena, e un naso aquilino della più bella arcatura che possa immaginare un pittore. Non posso assicurare che sia il più bel naso della Francia, come m'ha detto uno dei suoi ammiratori entusiastici; ma veramente, non mi ricordo d'aver mai visto un profilo di volto più puro e più nobile di quello del Daudet. Ha delle mani di donna, un sorriso giovanile che gli rischiara tutto il viso, e una voce armoniosa, pastosa, agile, abbellita da un tremito leggerissimo, che par che venga dal profondo del cuore, e dà un'efficacia indicibile alle sue parole, quando egli s'esalta nell'espressione d'un bel sentimento. Oltre a questo, un modo di muoversi e di discorrere, pieno di vivacità e di naturalezza, da buon giovanotto; un fare da pittore allegro e cordiale, sorpreso in giacchetta in mezzo al disordine dello studio; e una certa trascuratezza artistica nel suo vestimento nero, che s'addice benissimo alla graziosa mobilità della sua figura signorile. A chi non la conoscesse, parrebbe piuttosto un italiano o un castigliano, che un francese. La sua stessa pronunzia non è così serrata e arrotata come quella dei parigini, quantunque tradisca appena il provenzale; e la sua voce ha un metallo particolare, un colore musicale, come dicono là, rarissimo a trovarsi a Parigi. Ora chi ha davanti agli occhi la figura nobilissima del Daudet, immagini la strana impressione che mi fece, appena fummo seduti intorno al caminetto del suo studio, vedergli tirar fuori dal taschino della sottoveste e mettersi in bocca, con un atto voluttuoso di vecchio fumatore, una miserabile pipetta di terra, uno scandaloso brûle-gueule da muratore, lungo un dito; e dar segno di viva soddisfazione quando gli si disse che era admirablement culottée.
Era una pipa che gli aveva lasciata per memoria il povero Flaubert, gran fumatore, il quale si faceva fare delle pipe apposta a Rouen. Il Daudet (me ne dispiace) fuma come un ottomano, e quello che è peggio, è profondamente persuaso che il fumare non gli faccia danno; dice anzi che più fuma e più lavora, tanto che la sera misura il lavoro fatto dalla diminuzione del tabacco nella scatola. Secondo lui, ci sono dei temperamenti sui quali il tabacco è affatto innocuo. I suoi confratelli credono il contrario: Vittor Hugo, il Dumas, lo Zola non fumano; l'Augier ha smesso dopo un avvertimento terribile; il Girardin, anni sono, bandì la guerra al tabacco, come Urbano VIII; e credono i più che derivasse dall'abuso della pipa la penosa lentezza con cui lavorava il Flaubert negli ultimi anni.
Il Daudet, però, è grande lavoratore, a dispetto della nicotina. Parlò a lungo della sua maniera di lavorare. Raccontò come fece a scrivere il Nabab. Pazzie! Otto mesi di lavoro furioso, diciotto ore al giorno a tavolino, tolti pochi minuti per mangiare; intere settimane senza metter piede fuor dell'uscio; una sola enorme fiatata dalla prima all'ultima pagina. Capiva bene che ci si finiva; ma non era più padrone di sè; il diavolo lo portava via; avrebbe tirato avanti egualmente, anche con la certezza di rimetterci la vita. Fu come un sogno febbrile di otto mesi. Nelle poche ore di sonno, sentiva urlare nella stanza i suoi personaggi, e un rumore continuo e precipitoso, come se gli sfogliassero furiosamente negli orecchi un vocabolario colossale, con le pagine di metallo. Alle quattro della mattina balzava in piedi come spinto su da una molla, balbettando delle frasi sconnesse del suo romanzo, come un delirante. La stanza era già ordinata fin dalla sera, e i panni preparati in modo da potersi vestire in un attimo, e saltar quasi dal letto al tavolino, senza passare per tutti quei petits détails de toilette, che sono un tormento per chi ha nel capo la furia d'un'idea, e danno tempo alla pigrizia di pigliar signorìa sulla volontà. La mattina però aveva la mente velata, non faceva che un lavoro d'ordine: copiare, correggere, preparare. Il grande lavoro veniva dopo, e la vera ispirazione, le pagine facili e ardenti, le ondate luminose della fantasia, la sera, verso le nove, dopo il desinare; e così andava innanzi per buona parte della notte. Ma non distingueva più il dì dalla notte; a un tratto si accorgeva di lavorare da molte ore al lume della candela; improvvisamente, dopo molte ore di assorbimento, yedeva il sole. E così di settimana in settimana, e di mese in mese; dopo giornate intere di tortura, venivan giornate piene di gioie e di trionfi, e poi daccapo umiliazioni e rabbie mortali, e poi nuovi impeti felici d'ispirazioni e di lavoro. E quando scrisse la parola fine rimase sbalordito e quasi spaventato dello sforzo insensato che aveva fatto. E come ne pagò il fio, in seguito! Immediatamente, per rifarsi, si mise a tirar di scherma in casa sua, dalla mattina alla sera, per ore e ore filate, come un matto, fino a cader senza fiato sul pavimento. Ma era tardi; aveva esaurite le forze. — Non di meno — disse — avevo i Rois en exil nella testa; n'ero appassionato; mi rimisi a scrivere. Ah le terribili giornate! Ardevo d'impazienza e d'entusiasmo, e il corpo si rifiutava al lavoro. La mia povera testa cadeva, gli occhi si chiudevano, mi addormentavo sui fogli, mi svegliavo smemorato e spaventato, non raccapezzando dove fossi e quanto avessi dormito; non reggevo più alla menoma fatica; e il mio nuovo romanzo, come sempre accade dell'ultimo, mi pareva così bello! L'idea di non poterlo finire mi uccideva; mi ci rimettevo con sforzi disperati.... inutilmente, e piangevo di dolore e di rabbia! — Poi venne l'inazione forzata, vennero le lunghe ore d'immobilità assoluta e di silenzio; ore desolate e interminabili, in cui il suo bel mondo di fantasmi gli appariva di lontano, come la visione di un paradiso perduto, e la sua cara vita d'artista gli pareva finita per sempre. — «Una notte finalmente....»
Qui si voltò con molta grazia, e disse vivamente, con la sua voce piena di dolcezza: — «Vous me pardonnerez, monsieur. Ce sont des détails de notre métier, n'est-ce pas? Fra noi altri non sono cose indifferenti.»
Una notte, all'improvviso, si sentì soffocare, credette di morire, chiamò sua moglie, fece appena in tempo a dirle: — Finis mon bouquin! (finisci il mio libro), ed ebbe uno spaventevole sbocco di sangue, che lo lasciò come morto.
Poi, lentamente, si ripigliò: ma ora sta in riguardo, e non lavora più così furiosamente come nel primo caldo della gioventù.
— Finis mon bouquin! — Che c'è di più commovente di questo artista che sul punto di morire, pensa più al suo bel sogno di poeta, che alla propria vita, e dice a sua moglie: — finiscilo tu? — Ma femme — soggiunse poi — connaît l'art autant que moi; avrebbe finito il mio bouquin benissimo; non avrei potuto affidarlo meglio che alle sue mani. — La signora Daudet, infatti, è scrittrice arguta e finissima, e si dice che abbia molta parte nei lavori di suo marito. Si asserisce persino che il manoscritto d'uno dei più applauditi romanzi di Alfonso portasse la firma del marito e della moglie, e che sia stata lei quella che voltò il Daudet alla sua seconda maniera, che lo spinse, cioè, verso il naturalismo dei Goncourt, ingentilito. Tutta la famiglia Daudet è di sangue artistico. Il fratello è romanziere, e il cognato, che fa il giornalista, imita mirabilmente, si dice, lo stile dell'autore di Fromont jeune et Risler aîné.
Venne poi a parlare del teatro, e delle noie che gli danno le prove d'una commedia ricavata dal suo romanzo Jack; e si capì da quel che disse che è di natura dolce, sì, ma vigorosa e imperiosa quando si tratta di far prevalere le sue intenzioni d'artista ai capricci degli attori cocciuti. Dal suo Jack, poi, fece cadere il discorso sull'Arlésienne, un grazioso idillio drammatico che fu rappresentato al Vaudeville, anni sono, con poca fortuna. E qui mostrò adorabilmente la sua bella natura calda e appassionata d'artista. Egli ci tiene a quella disgraziata Arlésienne. Il dramma avrà dei difetti, ma il pubblico ha avuto dei torti. La sua prima sfortuna è stata quella di presentare quell'idillio al pubblico del Vaudeville. Il teatro era pieno delle cocottes e dei viveurs, che, appunto all'ora della rappresentazione, escono dai caffè e dalle trattorie vicine, coi fumi del vino alla testa, eccitati dai discorsi che tutti immaginano, in una disposizione di animo e di corpo, quale si può pensare, per comprendere la poesia d'un amore nobile e profondo, che finisce nella morte. Risero. Risero specialmente dell'episodio di Balthazar e di madame Nigaud. — È una cosa semplicissima — disse Daudet, e lo raccontò con quella sua voce profonda e tremola, in un modo da cavar le lacrime. È un contadino di vent'anni, Balthazar, buono, di animo onesto e nobile, che s'innamora della sua padrona, e l'ama segretamente e umilmente, tremando che il suo segreto sia scoperto; sottomesso e devoto come uno schiavo, risoluto a morire d'angoscia piuttosto che mancare al suo dovere. E non dice una parola, e neppur la signora a lui, benchè gli legga nell'anima. Solamente, qualche volta, quando egli è solo nei campi, essa gli va a sedere vicino, e lo guarda. Un giorno, bruscamente, gli va incontro e gli dice: — Balthazar, t'amo; vattene! — E lui se ne va. Se ne va lontano, con altri padroni; gli anni passano, non rivede più madame Nigaud, invecchia col suo amore sepolto nel più profondo dell'anima, sempre buono, e un po' triste; ma confortato dalla coscienza d'aver fatto il proprio dovere. Ebbene, dopo cinquant'anni, la signora Nigaud capita dalle sue parti, e si incontrano faccia a faccia, in presenza di molta gente. Rimangono senza parola.... e poi si parlano. — Ne abbiamo avuto del coraggio, non è vero? — si dicono. — Ma Dio non ha voluto che morissimo senza esserci riveduti. Egli ci doveva ben questo per ricompensarci del nostro sacrificio. — Quante volte — dice il vecchio colla voce tremante, sorridendo — io vedevo dai campi il fumo della vostra casa, e mi pareva che mi dicesse: — Vieni, Balthazar, la signora è qui! — Ed io — risponde lei — quando sentivo abbaiare i tuoi cani e ti vedevo di lontano con la tua lunga cappa, ora te lo posso dire, facevo uno sforzo, sai, per non correrti incontro! Ma il nostro dolore è finito ora, non è vero? e possiamo guardarci in viso senza arrossire. Ebbene, Balthazar.... non avresti vergogna di abbracciarmi adesso, vecchia e disfatta dagli anni come sono? No? Qua dunque, stringimi una volta sul tuo cuore, mio povero vecchio, mio bravo e buon Balthazar! Sono cinquant'anni ch'io te lo devo, questo bacio d'amica! — E si gettano singhiozzando l'uno nelle braccia dell'altro. — E quei signori risero — soggiunse il Daudet, tutto vermiglio d'indignazione, — risero sguaiatamente, oltraggiosamente, indecentemente! E il Figaro mi canzonò per venti giorni di seguito, secondo che mi aveva promesso il Villemessant, che tenne scrupolosamente la sua parola. Ma come non hanno capito, in nome di Dio, che quello era vero e sacrosanto e preso dentro alle viscere umane! Ah! io mi sento altiero, vedete, di quelle risate!
Tutt'a un tratto si mise a ridere anche lui del miglior cuore del mondo, e prese a parlare degli incidenti comici di quella serata. — Erano in vena di ridere, che cosa volete? Un personaggio, facendo una descrizione della campagna, diceva che si sentiva il canto degli ortolani. Fu uno scoppio di risa omeriche. Il canto degli ortolani! L'ortolano, per i parigini, è una ghiottoneria squisita, un piatto, non un uccello. Una platea non può ammettere in nessuna maniera che ci siano degli ortolani vivi e pennuti, che volano e che cantano; non riconosce che degli ortolani in casseruola, con una fetta di lardo sulla schiena. Andatele a parlare del canto degli ortolani! Voi conoscete il canto degli ortolani, non è vero? — E qui, infervorandosi nel suo discorso, da vero artista, per provare che quei disgraziati uccelli cantano anch'essi, prima d'essere serviti coi tartufi, si mise a imitare il loro trillo, come un ragazzo, e a spiegarci che cantano in certe condizioni di tempo e a certe ore; come in altr'ore, nel Bosco di Boulogne, si sente da tutte le parti la nota monotona del cuculo, e imitò la voce del cuculo; il quale gli ricordò altri uccelli, di cui rifece il verso, ridendo sonoramente, già le mille miglia lontano dall'Arlésienne e dal Vaudeville, tutto brillante nel viso, rapito nei ricordi delle sue passeggiate primaverili e delle sue corse di giovanetto a traverso alle campagne della Provenza; e parlando così rapido e caldo, si gettava di tratto in tratto in ginocchio davanti al caminetto, con la sveltezza d'un giovane di vent'anni, per accendere la pipetta del Flaubert, e ricacciava indietro con una scossa del capo la grande capigliatura nera che gli cascava sulle guancie rosate: disinvolto, allegro, impetuoso, amabile da farsi baciare.
Poi si fece serio improvvisamente e disse: — Risero dell'Arlésienne e applaudirono Fromont jeune.... Tal sia di loro. — E scrollò le spalle.
— Ma non potete immaginare — ripigliò subito dopo — che cos'è una prima rappresentazione per me! Non lo nascondo, miei buoni amici, non so far l'uomo forte; mi sento da meno d'un fanciullo. Già da più giorni prima mi trema l'anima. In quei momenti, poi, è uno sconvolgimento di tutto il mio essere, da averne terrore. Ogni volta dico a me stesso: — Questa sarà l'ultima! — E poi ci ricasco. Ma le più violente emozioni del lavoro notturno, dopo mesi di eccitamento e di diavolo in corpo, quando si caccian fuori ad un tempo parole, grida, gemiti e lacrime, e par che il cranio scoppi e le ondate del sangue rompano le vene, non son nulla in confronto dell'inferno che mi rugge nell'anima quando sento nella fronte il soffio maledetto d'una platea.
Poco dopo venne a parlare del nuovo romanzo che ha sul telaio, e diede la via a un vero torrente d'eloquenza comica e pittoresca, a una di quelle splendide sfuriate da parlatore magistrale e da grande artista, che rimangono impresse quanto le più belle pagine dei più bei libri. Venne a parlare del romanzo a proposito dell'attore La Fontaine dell'Odéon, che deve recitare nel suo Jack, e ch'è un meridionale espansivo, tutto fuoco e fiamme, esuberante di vita a segno, che non riesce a far bene se non le parti contrarie affatto alla sua natura, nelle quali è costretto a frenarsi. Il nuovo romanzo, che si potrebbe intitolare l'Imagination, riguarda appunto i meridionali, les gens du midi, quella gente immaginosa, focosa, tempestosa, tutta a scatti e a folate, temeraria e invadente, che va dalla provincia a Parigi, e conquista la grande città con la sua audacia, con le sue passioni, con la sua eloquenza, con la varietà e la vivacità infaticabile e simpatica delle sue attitudini. Il tipo di costoro è un avvocato, uno di quegli uomini che non son nulla a sangue freddo, ma che possono tutto quando s'accendono, e che non pensano se non quando parlano; specie di cantanti della vita pubblica, che fanno fortuna con la voce e con la passione. Costui, sconosciuto affatto, deve far la sua prima difesa alla Corte d'assise, in una causa che disprezza. Ci va di malavoglia, dà un'occhiata sbadata alle carte, e comincia a parlare svogliatamente. A poco a poco, però, il suono della propria voce lo eccita, la sua natura meridionale si sveglia, mille cognizioni e mille idee nascoste gli vengon su a ondate come per incanto, le sue facoltà intellettuali ingigantiscono rapidissimamente, s'entusiasma di sè, si commuove, i suoi occhi si inumidiscono, la sua voce s'innalza in grida e in accenti irresistibili, la sua eloquenza sfolgora e soggioga l'uditorio, ed egli termina tra un uragano d'applausi, ed esce stupefatto, sbalordito di sè medesimo, in mezzo a una folla entusiasmata che lo acclama e lo eleva al cielo, promosso grand'uomo, in tre ore. Così egli comincia la sua carriera. Intorno a costui s'aggruppano altri personaggi dello stesso paese e della stessa tempra. Ognuno può immaginare dentro a che aria ardente ed elettrica il romanzo si debba svolgere, che diavolerie d'avventure ci si debba trovare, che ira di Dio di passioni, che tempeste di dialoghi, che lava infocata di lingua.