Kitabı oxu: «Morti e viventi»

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Enrico Panzacchi

Morti e viventi


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066070366

Indice

PREFAZIONE

GABRIELE D'ANNUNZIO

I. A proposito del “Plagio„

II. A proposito del “Piacere„

ERNESTO RENAN IN ITALIA

I GIOVANI

PITTORI SCOZZESI

SIMBOLISTI (FRAMMENTO)

UN RITORNO A GOLDONI

MONACA E ROMANZIERE

PAOLO FERRARI

MASTRO-DON GESUALDO

IL ROMANZO DI UN MAESTRO

LA LETTERATURA DEL CARCERE

PREFAZIONE

Indice

Possono dei brevi scritti — che mettono avanti qualche idea, svegliano qualche ricordo e agitano alcune questioni letterarie e artistiche vivamente sentite nel nostro tempo — venire riuniti in un volume, che non disdica nella bella collezione dei “Semprevivi„?...

Questa domanda io rivolsi a me stesso, quando l'egregio editore Cav. Giannotta cortesemente mi invitò a mandargli la materia di un volumetto.

Se io abbia fatto bene o male a rispondere sì (non però senza qualche esitazione), giudicheranno i lettori e giudicherà l'editore, secondo l'esito del libro.

Questo credo io di certo: che la critica per la critica è un male anche maggiore dell'arte per l'arte.

E se mi decisi a mandare il manoscritto, fu appunto perchè ho sempre abborrito non solo dalla critica vuota, oziosa, pettegola, ma anche da quella fatta solo per il gusto di giuocare d'abilità ministrando giudizi a destra e a sinistra.

Un intendimento di bene mi ha sempre deciso a stampare, perchè sono sempre stato sincero nello scrivere. Se poi al bene io sia riuscito, anche questo decideranno i lettori e l'editore, secondo l'esito del libro.

Enrico Panzacchi

MORTI E VIVENTI

Indice

Quest'anno, l'estate ha voluto entrare allegramente nel dominio dell'autunno. La vendemmia, sollecita, è già finita nei vigneti e anche sulle viti attorte agli alti alberi allineati per i poderi. — Sovra i campi di frumento e di granturco è passato l'aratro. Le terre brune, e qua e là ancora lucenti per il taglio fresco del coltro profondato nei solchi, ora si scaldano al sole e si ritemprano all'aria, aspettando la seminagione prossima.

E la campagna è ancora tanto bella! Più bella d'una bellezza solenne e dolce per questo ozio intermedio dei grandi lavori campestri, per tutto questo verde lavato, rinfrescato e visibilmente ringiovanito dalle ultime pioggie settembrine.

Il sole è alto e scotta come di giugno; ma appena io tocco l'ombra d'una casa di un albero, sento che il fondo dell'aria si è molto mutato. Effetto delle notti già lunghe. E vado per questa distesa di campagne che dalla prima radice delle colline si abbassano lentamente, un poco ondeggiando, verso la via Emilia e verso il fiume.

Una pace immensa, un silenzio immenso. Prendo per i sentieri vicinali — qui li chiamano stradelli — tortuosi e pieni di polvere. Le siepi di biancospino, umili nel maggio e di un verde delicato, ora si sono fatte alte e dense e aspre, come le vuole l'amico Gabriele; se non che di tratto in tratto un cespuglio di more selvatiche e qualche alberello carico di bacche rosse rompono questa irta monotonia di ostacoli bilaterali; e pare che l'occhio li noti volentieri.

Io non so bene dove mi conducano questi stradelli polverosi. Continuano sempre dinanzi a me, entrando uno nell'altro, tagliandosi talvolta uno coll'altro, sdoppiandosi, piegando in tutte le direzioni. Per orientarmi, guardo il campanile rosso della parrocchia di Pizzocalvo che sorge sull'umile collina, alla mia destra....

* * *

Ho incontrato un barrocciaio a vuoto, e mi ha detto che veniva da Medicina e andava a Monterenzo per la strada che sale lungo il letto dell'Idice. Nessun altro incontro. Pei contadini questa è l'ora del desinare; e i signori villeggianti intanto digeriscono la colazione chiacchierando intorno alla tavola. Alcuni leggono il giornale pisolando. Qualche signora preferisce di rimettersi al lavoro d'ago, qualche ragazza di sbadigliare sopra un romanzo o di sognare a occhi aperti, distesa sopra una chaise-longue... Il dèmone meridiano entra per le finestre semichiuse, aleggia per le stanze silenziose e carezza delicatamente i corpi e le anime mezzo sopite.

Ecco che arrivo in paese di conoscenza!... Nel punto ove i due stradelli s'incontrano, lo spazio improvvisamente si allarga, l'ombra è più estesa, l'aria più fresca. Quattro alti pilastri spiccano nel verde e due bei sedili di pietra invitano a riposare e a curiosare per la vasta cancellata.

Io siedo e ricordo, guardando. L'antica villa signorile, ove non è nascosta dagli alberi del parco, mostra i muri neri e verdognoli, screpolati qua e là. Sul davanti e molto più vicino alla siepe di cinta — una bella siepe difesa da una rete di filo di zinco — si vede la cappella, ombreggiata anch'essa da vecchi olmi, piccola ma svelta e pomposetta nella sua architettura dalla prima metà del settecento.

Di queste cappelle ne ho vedute parecchie venendo dalla collina. Difficile ritrovare una villeggiatura un po' antica che non abbia la sua; e quasi tutte appaiono costruite, o rifatte, nello stile del secolo scorso. Esse ricordano un tempo nel quale i nostri nonni, anche la pietà volevano circondata di tutti i commodi e non disgiunta da certe forme di privilegio. Le cappelle erano come l'accessorio sacro e il distintivo gentilizio della vita campestre dei signori. Quando la famiglia si stabiliva in campagna per i lunghi mesi dell'estate e dell'autunno, doveva avere tutto con sè; anche la messa in casa e il prete a disposizione.

Il prete era, s'intende, ossequioso e compiacente. Veniva preferito d'umore gioviale; e se era un poco baggèo non guastava. Anzi! — Arrivava la mattina col cuoco sul barroccino della spesa. Celebrata la messa, trovava pronta la colazione a parte; e mentre sorbiva il cioccolatte, i signori e le signore lo circondavano festeggiandolo, proverbiandolo, interrogandolo delle nuove di città. Se restava a pranzo, lo incitavano ad alzare un poco il gomito e a dir male dell'arcivescovo, o almeno del vicario generale. Se pernottava, era sicuro che qualche sorpresa lo aspettava nella sua stanza. Una volta gli facevano trovare nel letto un grande fantoccio, che doveva essere la vecchia governante, segretamente innamorata di lui; un'altra volta era il letto che gli sprofondava sotto con orribile fracasso; un'altra volta... Sempre le stesse burle e sempre le stesse risate.

Quello, a ogni modo, fu il tempo aureo di queste cappelle villereccie; e qualche bella giornata avevano — con ricchezza d'apparati, di lumi, di fiori — almeno per la solennità del santo titolare.

Ma poi successe un'epoca infausta alle povere chiesette abbandonate. Finchè i conti e i marchesi si limitavano a leggere Voltaire, il male non fu irrimediabile, visto che anch'esso il signore di Ferney andava alla messa per un riguardo ai suoi contadini. Ma la invasione delle novità doveva andare molto più a fondo e portare ben altri mutamenti! Mutarono le idee, mutarono le usanze e mutarono anche i padroni. Per effetto di chirografi troppo facilmente moltiplicati e messi in giro, alcune cappelle, insieme alle ville e ai poderi, caddero persino in manus infidelium; e non furono sempre le peggio trattate... Quante altre, per gli umili usi a cui si vedevano ridotte, avrebbero avuto ragione d'invidiare le sorti di quelle che i padroni, nuovi o vecchi, avevano allegramente adeguate al suolo, in onta ai sacri canoni, per ampliare l'area del prato o del giardino o del parco inglese!

* * *

Molte altre, come questa, rimasero semplicemente nell'abbandono e nell'incuria. Il tempo fece la parte sua, e sopra di loro si distese lentamente la fisonomia delle cose morte...

Quanto tempo sarà passato dacchè uno spirito di vita non è entrato là dentro?... La bruna cicuta verdeggia liberamente ai piedi dei muri laterali e qualche bel ciuffo di erba si vede anche sui gradini e sul margine della porta. La Santa titolare, dipinta a buon fresco entro il vano del timpano barocco, poveretta, non ha più nè sembiante nè emblemi riconoscibili; e mostra da ogni parte il color nero della imprimitura.

Mi vince la curiosità; e passato il cancello vado a osservare l'interno della chiesetta per una delle due finestrelle basse ai lati della porta... Tra la pace animata, gioconda, luminosa della campagna aperta e la quiete di quel breve ambiente chiuso, il contrasto non è solamente enorme; è quasi pauroso per me. Credo d'avere ben poche volte sentita così potentemente l'antitesi tra gli stati fondamentali della percezione e le forme della vita. — Ho in me come un senso di sdoppiamento subitaneo. — Una parte di me stesso è passata là dentro ad abitare la chiesina abbandonata, a osservare minutamente tutti gli oggetti, a spiare, a fiutare da per tutto, anche gli angoli più reconditi e più ombrosi, con un misto di attonitaggine sentimentale, di tenerezza e di pietà... Mi pare di sentirmi vivere in un piccolo pezzo di spazio freddo e in un piccolo pezzo di tempo inerte, non so da quanti secoli e da che forza magica imprigionati là dentro fra quelle quattro mura — immobili, taciturni, tristi — lontano dall'eterno movimento mondiale, divelti e sequestrati per sempre dal gran dramma della vita universale, al quale un tempo furono congiunti...

Intanto i miei occhi si sono avvezzati a veder meglio nell'interno. Un pulviscolo d'oro si muove silenzioso dentro un raggio di sole pallidissimo, che è passato a stento dall'alto, per una vetrata sulla quale, chi sa da quanto tempo, si vanno addensando il grumo e la polvere e le tele di ragno.... Il raggio di sole arriva a rischiarare un inginocchiatoio, che un tempo deve essere stato tinto in verde, collocato dinanzi a una povera Praeparatio ad Missam, gialla come una vecchia cartapecora e strappata largamente nel mezzo... Da tempo immemorabile quella Praeparatio non prepara più nulla a nessuno...

Sopra l'altare senza candelabri, vaneggia una cornice di gesso, a muro; ma il quadro manca. Era forse un buon dipinto del Franceschini o del Calvi o di uno dei due Gandolfi, e fu levato di là, e ora si trova in qualche vecchia galleria. Ma quella grande cornice vuota accresce la squallidezza a tutto quello squallore; e pare che sconsacri l'ambiente.

* * *

Una cosa è certa. Anche da questo chiuso, da questo silenzio e da questo abbandono, esce un sottile aroma di poesia. Mi tornano in mente — chi sa per quali meandri mnemonici — delle strofe caramente melanconiche di Jacopo Vittorelli e di Ippolito Pindemonte; tornano perfino certe lontanissime letture dei romanzi del visconte D'Arlincourt, ove le chiesette campestri, vicino ai castelli turriti o in mezzo ai boschi, nelle pronube albe serene o nelle notti cupe di tempeste e di delitti, hanno spesso tanto da fare.

Attorno alle pareti interne della cappella, giù verso il pavimento, riesco a leggere in modo abbastanza distinto alcune lapidi sepolcrali. Incontro per tre volte un nome, Giovanna; e mi sovviene che lo porta pure l'attempata signora, che abita adesso nella villa paterna, dalle mura screpolate e nerastre. — Una rovina anch'essa, come tutto il rimanente, quantunque opponga al tempo delle resistenze disperate.

Ed ecco, io penso, tutto quello che qui rimane in piedi di tante tradizioni domestiche! Un nome comunissimo di donna, tenuto vivo nella famiglia per mera consuetudine e che presto finirà... E dire che probabilmente alcune di quelle ormai lontane antenate, quando pensavano al sepolcreto domestico, avranno anche immaginato con tenerezza confidente una lunga catena di ricordi pii proseguita dalle future generazioni... Avranno pensato alla loro cappella gentilizia parata a bruno in certi memori giorni e a delle grandi corone di fiori freschi posate dinanzi alle lapidi mortuali.... O nostre ingenue fedi nella pietà dei ricordi domestici! La Vita guarda davanti a sè con sollecitudine affannosa, e presto si scorda di voltarsi indietro....

In buon punto, una voce femminile viene a rompere quel mio triste soliloquio; e mi volgo verso la strada... Alta sopra la verde linea della siepe, vedo una testa di donna con una gran chioma di un colore inverosimile, che si avanza, si avanza rapidamente, come se volasse; e arrivata al secondo pilastro, svolta improvvisamente.... Santi numi! È lei, la mia quarta Giovanna, che torna da una passeggiata in bicicletta, seguìta dal suo giovane fattore. Alla sua età e con tutto questo Sole, che i poeti invocarono lampa rivelatrice!

Col busto eretto sui fianchi doviziosi, il volto acceso, una parte dei capelli al vento e le due mani ferme al lucido manubrio, passa come un lampo la indomita signora, evidentemente non badando nè a me nè alla chiesetta ove posero le sue antenate. È veramente splendida; è addirittura sorprendente, per chi sappia il suo atto di nascita!... Un mio giovane amico, poeta e miope, ora vedrebbe in lei il simbolo della Vita, che passa trionfando....

Io mi levo il cappello.

GABRIELE D'ANNUNZIO

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I. A proposito del “Plagio„

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Ma che cosa è veramente un plagio?

Innanzi tutto bisognerebbe stabilire il senso di questa formidabile parola; mentre dai discorsi che ora si fanno, appare almeno dubbio che esso sia chiaro nella mente di molti.

Quando, per esempio, a proposito di plagio, vediamo mettere in relazione la Divina Commedia e Il pozzo di San Patrizio, il Décameron e i Fablieux mediovali, l'Orlando furioso e la Canzone di gesta, Papà Goriot e non so quale novella della Regina di Navarra, è forza convincersi che la confusione dei concetti è soltanto paragonabile alla leggerezza frettolosa e superba, con la quale alcuni discorrono intorno alla materia prima della disputa. Tutta la storia artistica e letteraria è un gran seguito, quasi un tessuto interminabile, di figliazioni, d'imitazioni e di rifacimenti. L'obbligo è sempre uno solo: fare del meglio.

Ma il plagio è altra cosa. Esso può trovarsi chiaro e completo in una linea, in un verso, in una sola frase; come può non trovarsi affatto in un bel cumulo di ricordi, d'analogie e di rassomiglianze. Il punto da decidere è se l'artista abbia messo nell'opera quel tanto che basta perchè egli senta il diritto di chiamarla sua.

Non abbisognano che due occhi sani per scuoprire che nel San Giovanni Evangelista del Donatello è come la prima idea lineare del Mosè di Michelangelo. Diremo che questi fu un plagiario? Chi dipinse la Maddalena Doni aveva certo vista e studiata e ricordata all'uopo la Lisa del Giocondo di Leonardo. Diremo che fu un plagiario Raffaello? Non deduco esempi dalla letteratura perchè infinitus est numerus e il campo è più noto.

Ma ammettiamo pure che il plagio esista e ci stia dinanzi spiccato, preciso, chiaro e lampante come il sole. Anche in questo caso i discorsi generici non valgono un gran che. Bisogna serrare più da presso l'argomento. I plagi constatati quale novità arrecano nel “giudizio di estimazione„ che avevamo intorno all'artista prima che fosse fatta quella scoperta? Rimane distrutta la sua fama? O soltanto diminuita? O è anche possibile che, malgrado i furti perpetrati, essa rimanga sostanzialmente intatta? Ecco quello che importa alla critica onesta e seria il decidere; e questo non può farsi argomentando teoricamente e andando per le generali; ma è necessario esaminare caso per caso.

Torniamo agli esempi se non vi dispiace. Poco tempo fa venne dimostrato in modo evidente che la vita di Castruccio Castracane del Machiavelli non è quasi altro che una ricucitura di passi tolti dall'antico e specialmente da Senofonte. Ne rimase forse, non dirò distrutta, ma solamente scalfita la grande fama letteraria del Segretario fiorentino, così validamente eretta sulla Mandragora, sulle Legazioni, sui Discorsi e sulle Storie?... Un giorno il signor di Voltaire compose un bel madrigale di dieci versi, pigliati tutti quanti di peso tra i quattordici di un sonetto del Maynard. Il furto venne denunziato. Apriti cielo! Ma, disgraziatamente per gli avversari del Voltaire, rimanevano i quaranta volumi delle sue opere a far testimonianza della sua legittima gloria di poeta e prosatore originale; e il patriarca di Ferney potè sorridere tranquillamente a tutto quel brusìo di gente scandalizzata. Vogliamo soggiungere che il fatto andasse immune da qualunque biasimo? Questa sarebbe un'altra esagerazione. Meglio sempre osservare, potendo il terzo precetto: non rubare! Ma nell'applicazione di questo come di tutti gli altri precetti, bisogna guardare se vi sia “parvità di materia„ come dicevano i moralisti; e allora chi fa la voce grossa e grida allo scandalo merita le risa degli onesti. Se la pigrizia o la fretta o, mettiamo anche, un po' di cleptomanìa letteraria ha indotto in tentazione ed equiparato, per un momento, ai ladruncoli un artista meritamente insigne per altre opere sue, a noi spetta l'obbligo di continuare a riconoscere in esso il titolo legittimo della fama che gode. Quanto le sue peccadiglie lasciamo che egli se la intenda con la sua coscienza o al tribunale di Apollo. Deorum iniuriis, Diis curae.

Giova ancora ricordare che nella storia delle arti e delle letterature qua e là vengono innanzi certi gruppi di fatti veramente assai singolari e assai significativi per la nostra questione. Parlo di quelle epoche in cui si risveglia una attività tumultuaria e febbrile, per la quale pare che il lavoro dell'ingegno umano tenda fatalmente ad assumere un carattere rapsodico, collettivo e quasi impersonale. Come si formarono, per esempio, gli antichissimi poemi? Ma anche in epoche assai vicine il fenomeno si mostra numeroso nelle forme e bizzarramente complesso. Ricordo il tempo della formazione del teatro nazionale in Inghilterra; quello della “Commedia dell'arte„ in Italia; ricordo anche quello della elaborazione del dramma in musica specialmente sulla seconda metà del secolo passato. Sappiamo come rispondessero lo Shakespeare e il Molière a coloro che li accusavano dei molti manipoli liberamente mietuti nei poderi dei vicini.

Meno note sono le disinvolte appropriazioni esercitate dai musici, e meno facili a verificarsi per l'agile impunità con cui può tramutarsi, occultandosi, la materia musicale. Ma in tutto quel sorgere e fluttuare di opere serie e giocose, urgendo di continuo la fretta degli impresari e i capricci dei cantanti, chi potrà mai dire il numero dei rubamenti a man salva avvenuti di qua e di là dalle Alpi! Cristoforo Glük, per esempio, a Londra salvava dal naufragio un melodramma suo assai pericolante, mettendovi dentro un pezzo del Bertoni che mutò il disastro in trionfo. Gridiamo pure al ladro fin che volete. Ma siamo sempre lì; quello stesso Glük che adoperò come cosa sua il pezzo del maestro italiano, è poi anche l'autore dell'Alceste, dell'Orfeo, dell'Armida, della Ifigenia in Tauride. Ha commesso un plagio! Ma che proporzione assume quel piccolo incidente messo in confronto a tutta la produzione originale del grande maestro riformatore?

E adesso, se non vi dispiace, voltiamo la medaglia.

È fuori di questione che la idea prima e generica informatrice di un'opera d'arte e anche certe larghe analogie e rassomiglianze non costituiscono vero caso di plagio, quando l'artista sappia imprimere nell'opera il forte suggello della sua virtù personale. Nello stabilire questo, ho anche detto più sopra che, per converso, il plagio vero, flagrante e grave può trovarsi in una parte assai tenue del componimento; una linea, un verso, una frase. Credo d'aver tanto poco esagerato che non temo di aggiungere: anche in una parola, in un monosillabo. Rammentate la Medea di Corneille? Dopo averle fatto il quadro della sua condizione disperata, la confidente domanda: Dans un si grand revers que vous reste-t-il? — E la fiera donna risponde: Moi! — Ebbene guardate: molti poeti antichi e moderni, trattando questo medesimo soggetto per il teatro, hanno potuto liberamente accostarsi e anche incontrarsi e ripetersi l'un l'altro in parecchie situazioni della tragedia, senza che sia passato in mente ad alcun critico serio d'incolparli d'immitazione plagiaria. Ma se un poeta dopo Corneille osasse far suo quel monosillabo adoperandolo, ben inteso, in un momento analogo del dramma e del personaggio, tutti i critici, ad una voce, griderebbero che il plagio è innegabile ed è enorme. Tanto enorme, che il pubblico e la stampa non perdonarono al Legouvé d'averlo (quantunque non senza una variante molto ingegnosa) ricordato nel finale della sua Medea, scritta per la nostra Ristori. Notate inoltre che la critica dimostratasi severa al Legouvé, non lo è punto, ed ha ragione di non esserlo, con il Corneille, il quale certamente, alla sua volta, si era ricordato del: Medea superest, di Seneca il tragico. Tanto è difficile il generalizzare a proposito in questo argomento!...

E poichè siamo con Medea, caviamo da lei un altro ricordo. Apollonio da Rodi, cantando l'epopea degli Argonauti, descrisse largamente le peripezie del terribile amore onde restò vulnerato il petto della figliuola del re della Colchide, appena visto Giasone. — Nell'alta notte, dice il poeta greco, mentre tutto il mondo riposa; e gli animali e gli uomini trovano requie; e perfino le madri dimenticano i loro bambini morti, la vergine regale s'agita nel suo letto, ripensando le belle sembianze del giovane straniero, che gli Dei fecero approdare al suo lido. — Virgilio si è certamente ricordato di tutto questo. Nel commovente dramma cartaginese, che occupa il secondo libro del suo poema, le riminiscenze spesseggiano; e i critici le hanno notate e numerate. Imitazione plagiaria? Nessuno ha mai, ch'io sappia, osato affermarlo, perchè il poeta latino, così nell'invenzione come nella forma, seppe mettere del proprio più di quanto abbisognava per assicurarsi dall'accusa di plagio. Però notate: Virgilio non ha trasferito nel secondo dell'Eneide le parole del passo d'Apollonio che ho sottolineate più sopra. Chi sa quante volte quella toccante immagine delle madri addormentate sarà passata nella sua memoria! E quante volte avrà sentita insorgere l'occasione tentatrice! Ma no; quella immagine culminante, luminosa, indimenticabile, appunto perchè tale, Virgilio ha voluto rispettarla. Facendo diversamente, nella delicata sua coscienza di artista, egli avrebbe sentito di offendere un Dio Termine invisibile, non segnalato da alcun codice letterario, ma non meno sacro; e si sarebbe accusato di plagio anche prima, anche senza che gli altri lo accusassero.

Con questi esempii voglio dire che il mio e il tuo in arte non si valutano a fogli di stampa nè a metri quadrati. Allorchè leggiamo o vediamo o ascoltiamo qualche opera di squisita bellezza, se la commozione ci consentisse di analizzare, noi capiremmo che la bella originalità da cui siamo conquistati, la sua quintessenza e, per così dire, il suo nucleo luminoso, molte volte consistono in ben poco, materialmente parlando: qualche tocco magistrale, qualche movenza, qualche modulazione, qualche immagine, qualche frase; ma tali che tutto il componimento ne rimanga irradiato e nobilitato, come di una gemma che l'orafo artista sappia collocare in quel dato punto di un monile o di un diadema.

Tirate le somme adunque, i plagi veri, i plagi che indubitatamente offendono la proprietà artistica, non bisogna di preferenza cercarli in certe invenzioni le cui origini prime spesso si perdono nel buio dell'antichità; e nemmeno in certi meccanismi esteriori. Questi formano piuttosto la materia prima d'un'opera d'arte, specie di res nullius in permanenza, che attende sempre dei nuovi conquistatori. La categoria dei veri plagi è invece più alta, più spirituale, assai meno visibile a primo tratto; e l'occhio del pubblico molte volte non ci arriva. Ma tocca sempre la coscienza dell'artista.

Venendo finalmente al caso particolare del nostro Gabriele, che, nel momento presente, fa parlare di sè più per quello che ha preso dagli altri che per quello che è veramente suo, io vorrei che le cose dette fin qui mi conducessero ad una conclusione equanime e imparziale. — È stato plagiario il D'Annunzio? Certamente lo è stato, anzitutto nelle liriche. Poco fa ho aperto un suo volume e subito vi ho trovato una breve lirica che finisce:

O cuor senza pace,

O occhi miei lassi.

Moriamo.

Non altrimente finisce una sua lirica Niccolò Tommaseo; e certo non è il solo furto fatto dal giovane abbruzzese al vecchio dalmata. Ma prescindendo anche da queste esportazioni letterali, per verità fa d'uopo riconoscere che molte liriche del D'Annunzio o non esisterebbero affatto o sarebbero assai diverse da quel che sono, se da poeti e da prosatori (il Flaubert e il Maeterlink, per esempio) egli non avesse pigliato di peso il soggetto, le movenze, certi pensieri e certe immagini, che determinano il carattere e decidono del valore di esse. Ricordiamo solo una delle più seducenti, L'Asiatico. Oltre la carezzevole modulazione dei versi, quanto rimarrebbe di questa lirica se ogni cosa tornasse ai suoi padroni?

Plagiario il D'Annunzio è stato certamente anche nei romanzi, ma in grado assai minore; poichè se da Dostojewski, da Tolstoi, da Maupassant e da altri egli ha talvolta derivato un primo schema del racconto e anche l'idea prima di certi personaggi e anche certe generalità estetiche e morali molto caratteristiche, i libri però, nella sostanza, sono opera sua, ben informati dal suo spirito, ben plasmati e fortemente suggellati nel suo stile.

Rimangono i pezzi e le pagine tolte al Paladan e ad altri. Piccole mariuolerie letterarie; roba da giudice correzionale, se il sogno del Boccalini potesse mai qui in terra divenire una realtà. Tutto ciò sia bene inteso e ammesso una volta per sempre; ma poi non scordiamoci (o non facciamo finta di scordarci) che nelle traduzioni francesi molti dei passi incriminati vennero prudentemente soppressi; e i romanzi d'annunziani nonostante piacquero e furono letti meglio che in Italia.

Che vuol dire questo? Vuol dire che abbiamo a che fare con un millionario, che ha molti debiti. Quando li avrà pagati rimarrà egualmente un bel signore!

Diamo dunque a Gabriele D'Annunzio tutto quello che gli spetta. L'inventario minuto e numeroso de' suoi plagi da una parte e il biasimo che ne segue; ma dall'altra parte il suo valore di poeta e d'artista singolarmente dotato dalla natura e fortificato e affinato da una educazione costante e poderosa.

E a proposito di questa educazione, stimo non inutile richiamare alla memoria un fatto che adesso parmi poco ricordato. Ora il D'Annunzio fa l'uomo universale e l'artista cosmopolita. Padronissimo anche in questo, poich'egli riesce a farlo molto bene e con suo grande profitto. Ma come ora si diverte a bussare alla cella del manicomio di Federico Nietsche, un tempo, cioè negli anni della valida formazione della sua coltura e del suo gusto, egli durò lungamente a temprare la buona lama dell'ingegno nella fresca corrente della tradizione indigena. Nessun giovane in Italia risentì più fortemente di lui, nel midollo e nel sangue, gli influssi di bellezza antica e nuova che, specialmente per merito di Giosuè Carducci, rifiorivano nella nostra letteratura intorno al 1880. All'incudine delle fucine carducciane la prosa e il verso di D'Annunzio si formarono, assumendo quei caratteri di serena italianità, di chiarezza pittorica, di schietta e larga euritmia che non hanno mai più abbandonati. E questo io certo non ricordo per menomare al D'Annunzio il vanto degli invidiabili pregi; ma perchè egli per primo tenga sempre nel debito conto quel fondo di genialità italica, che forse egli avrebbe inutilmente redata nel sangue se non l'avesse educata la buona scuola, onde uscì poi ai lunghi e liberi voli.

Essa intanto, tra il sorgere e l'intrecciarsi di altre qualità piuttosto discutibili, rimane sempre la migliore delle attrattive de' suoi libri; e sarà, io credo, anche la più durevole. Gli imparaticci del Superuomo, ed altre sue malinconie esotiche, passeranno presto; e passeranno anche più presto, se Dio vuole, i discorsi noiosi, che i cenacoli decadenti moltiplicano ogni giorno sul conto suo!

Pulsuz fraqment bitdi.

3,92 ₼
Yaş həddi:
0+
Litresdə buraxılış tarixi:
16 yanvar 2025
Həcm:
100 səh. 1 illustrasiya
ISBN:
4064066070366
Naşir:
Müəllif hüququ sahibi:
Bookwire
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