Kitabı oxu: «A Ogni Costo»

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A OGNI COSTO

(UN THRILLER DELLA SERIE DI LUKE STONE—LIBRO PRIMO)

J A C K M A R S

Jack Mars

Jack Mars è un avido lettore, nonché un appassionato da tutta la vita del genere thriller. A OGNI COSTO è il suo primo libro. Visita il suo sito internet www.Jackmarsauthor.com per entrare a far parte della mailing list, ricevere un libro in omaggio e altri regali, e connettiti su Facebook e Twitter per non perdere le prossime uscite!

Copyright © 2015 di Jack Mars. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con altre persone, è pregato di aggiungerne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se intende rileggere l’e-book senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per suo uso personale, è pregato di restituirlo e acquistare la sua copia. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright wavebreakmedia e Michael Rosskothen, utilizzata con il permesso di Shutterstock.com.

LIBRI DI JACK MARS

I THRILLER DELLA SERIE DI LUKE STONE

A OGNI COSTO (Libro primo)

IL GIURAMENTO (Libro secondo)

SALA OPERATIVA (Libro terzo)

Ascolta I thriller della seria di LUKE STONE nel format audiolibro!

INDICE

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Capitolo 16

Capitolo 17

Capitolo 18

Capitolo 19

Capitolo 20

Capitolo 21

Capitolo 22

Capitolo 23

Capitolo 24

Capitolo 25

Capitolo 26

Capitolo 27

Capitolo 28

Capitolo 29

Capitolo 30

Capitolo 31

Capitolo 32

Capitolo 33

Capitolo 34

Capitolo 35

Capitolo 36

Capitolo 37

Capitolo 38

Capitolo 39

Capitolo 40

Capitolo 41

Capitolo 42

Capitolo 43

Capitolo 44

Capitolo 45

Capitolo 46

Capitolo 47

Capitolo 48

Capitolo 49

Capitolo 50

Capitolo 51

Capitolo 52

Capitolo 53

Capitolo 54

Capitolo 55

Capitolo 56

Capitolo 57

PARTE PRIMA

Capitolo 1

5 giugno, 1:15 a.m.

Contea di Fairfax, Virginia – Periferia di Washington D.C.

Squillò il telefono.

Luke Stone giaceva mezzo addormentato. Delle immagini gli passavano per la testa come flash. Era notte su un’autostrada bagnata dalla pioggia. Qualcuno era ferito. Un’automobile distrutta. Lontano, un’ambulanza si avvicinava, a tutta velocità. Si sentiva il vagito della sirena.

Aprì gli occhi. Accanto a lui sul comodino, nel buio della sua stanza, il telefono squillava. Un orologio digitale si trovava lì accanto. Diede un’occhiata ai numeri rossi.

“Gesù,” sospirò. Dormiva da forse mezz’ora.

La voce di sua moglie Rebecca, inspessita dal sonno: “Non rispondere.”

Un ciuffo dei suoi capelli biondi spuntò fuori da sotto le lenzuola. Una luce azzurra filtrava nella stanza da un lume da notte acceso nel bagno.

Alzò la cornetta.

“Luke,” disse una voce. Era profonda e rauca, con un leggerissimo accento nasale del sud. Luke la riconobbe fin troppo bene. Era Don Morris, il suo vecchio capo allo Special Response Team.

Luke si passò una mano tra i capelli. “Sì?”

“Ti ho svegliato?” chiese Don.

“Tu che ne dici?”

“Non ti avrei chiamato a casa. Ma il tuo cellulare non funzionava.”

Luke grugnì. “È perché l’ho spento.”

“Abbiamo avuto dei problemi, Luke. Ci servi tu.”

“Dimmi tutto,” disse Luke.

Ascoltò la voce parlare. Ben presto, provò la sensazione di un tempo – la sensazione che lo stomaco gli precipitasse di cinquanta piani in un ascensore velocissimo. Forse era per quello che aveva lasciato il lavoro. Non per via delle continue telefonate, non perché suo figlio stava crescendo così velocemente, ma perché non gli piaceva questa sensazione nello stomaco.

Era sapere che lo faceva star male. Sapere troppo. Pensò alle milioni di persone là fuori, che vivevano le loro vite felici, beatamente all’oscuro di cosa stava accadendo. Luke invidiava la loro ignoranza.

“Quando è successo?” chiese.

“Ancora non sappiamo niente. Un’ora fa, forse due. L’ospedale ha notato una violazione della sicurezza una quindicina di minuti fa. Sono scomparsi degli impiegati, quindi per ora sembra un lavoro fatto dall’interno. Lo scenario potrebbe cambiare non appena avremo informazioni migliori. Il NYPD è andato fuori di testa, per ovvie ragioni. Hanno chiamato duemila agenti in più, e per quanto ne capisco io non sono ancora abbastanza. La maggior parte di loro non riuscirà nemmeno a entrare fino al cambio del turno.”

“Chi ha chiamato la polizia?” chiese Luke.

“L’ospedale.”

“E chi ha chiamato noi?”

“Il capo della polizia.”

“Ha chiamato qualcun altro?”

“No. Tocca a noi.”

Luke annuì.

“Okay, bene. Facciamo così. I poliziotti devono mettere in sicurezza la scena del crimine. Ma devono restare fuori dal perimetro. Non vogliamo che ci passeggino sopra. Devono anche tener lontani i media. Se i giornali arrivano alla notizia, metteranno su un circo.”

“Fatto e fatto.”

Luke sospirò. “Hanno un paio d’ore di vantaggio. Non va bene. Sono di parecchio avanti a noi. Potrebbero essere ovunque.”

“Lo so. Il dipartimento di polizia sta controllando i ponti, i tunnel, le metropolitane, le ferrovie. Stanno controllando i dati dei caselli dell’autostrada, ma è come cercare un ago in un pagliaio. Nessuno ha il personale necessario per fronteggiare un caso del genere.”

“Quando ci vai?” chiese Luke.

Don non esitò. “Adesso. E tu verrai con me.”

Luke guardò ancora l’orologio. 1:23.

“Posso essere all’eliporto tra mezz’ora.”

“Ti ho già mandato una macchina,” disse Don. “L’autista ha appena chiamato. Sarà da te tra dieci minuti.”

Luke ripose il ricevitore.

Rebecca era mezza sveglia, la testa sollevata sul gomito, che lo fissava. Aveva i capelli lunghi, che le scendevano lungo le spalle. Gli occhi erano blu, incorniciati da spesse ciglia. Il suo bel viso era più magro di quando si erano conosciuti al college. Gli anni trascorsi lo avevano segnato di cure e preoccupazioni.

Luke se ne dispiaceva. Lo consumava sapere che il suo lavoro le avesse causato del dolore. Questa era un’altra ragione per cui lo aveva lasciato.

Ricordava com’era quando erano giovani, una donna che rideva e sorrideva sempre. Era spensierata, allora. Era passato molto tempo da quando aveva visto quella parte di lei. Pensava che forse questo tempo lontano dal lavoro l’avrebbe portata di nuovo alla luce, ma i progressi si facevano attendere. C’erano flash della vera Becca, certo, ma erano effimeri.

Era certo che lei non si fidasse della situazione. Che lei non si fidasse di lui. Stava aspettando quella telefonata nel cuore della notte, quella a cui lui avrebbe dovuto rispondere. Quella in cui lui avrebbe risposto al telefono, sarebbe sceso dal letto, e avrebbe lasciato la casa.

Era stata una buona notte, quella notte. Per poche ore gli era quasi sembrato di vivere i vecchi tempi.

E ora questo.

“Luke…” cominciò lei. Il suo sguardo non era amichevole. Quello sguardo gli disse che sarebbe stata una conversazione difficile.

Luke uscì dal letto e si mosse velocemente, un po’ perché le circostanze lo richiedevano, un po’ perché voleva andarsene prima che Becca riorganizzasse i pensieri. Scivolò nel bagno, spruzzò il viso con l’acqua e si diede un’occhiata allo specchio. Si sentiva sveglio ma aveva gli occhi stanchi. Il suo corpo era asciutto e forte – una cosa buona di questo periodo di vacanza erano i quattro giorni la settimana in palestra. Trentanove anni, pensò. Non male.

Dlla cabina armadio, prese una lunga cassaforte d’acciaio posta su un ripiano alto. Digitò a memoria la combinazione di dieci numeri. Il coperchio si aprì. Ne tirò fuori la sua Glock nove millimetri e la fece scivolare nella fondina ascellare in pelle. Si accovacciò e fissò una piccola calibro .25 al polpaccio destro. Assicurò un coltello seghettato a serramanico da dodici centimetri al polpaccio sinistro. Il manico fungeva anche da tirapugni d’ottone.

“Credevo che non avresti più tenuto armi in casa.”

Alzò gli occhi e Becca era ovviamente lì, che lo guardava. Indossava una vestaglia che le fasciava stretta il corpo. I capelli legati. Le braccia incrociate. Aveva il viso preoccupato e gli occhi attenti. La donna sensuale delle prime ore della notte se n’era andata. Lontano.

Luke scosse la testa. “Non l’ho mai detto.”

Si alzò e cominciò a vestirsi. Indossò dei pantaloni cargo neri e lasciò cadere un paio di caricatori extra per la Glock nelle tasche. Si mise una camicia elegante e aderente e assicurò lì la Glock. Si fece scivolare ai piedi degli stivali con punta in acciaio. Richiuse la scatola delle armi e la riposizionò sullo scaffale vicino alla sommità dell’armadio.

“E se Gunner trovasse la scatola?”

“È in alto, dove non può vederla né raggiungerla. Anche se in qualche modo la tirasse giù, è chiusa da una serratura digitale. La combinazione la conosco solo io.”

Una borsa porta abiti con due giorni di cambi era appesa allo scaffale. La afferrò. Su uno degli scaffali c’era una piccola borsa abbandonata contenente articoli per l’igiene personale da viaggio, occhiali da lettura, una pila di barrette energetiche e mezza dozzina di pillole di Dexedrine. Afferrò anche quella.

“Sempre pronto, vero Luke? Hai la tua scatola con le pistole e le tue borse con i vestiti e le tue pillole e sei sempre pronto a partire con un secondo di preavviso, in qualunque momento il tuo paese abbia bisogno di te. Ho ragione?”

Luke respirò profondamente.

“Non so cosa vuoi che dica.”

“Perché non dici: Ho deciso di non andare. Ho deciso che mia moglie e mio figlio sono più importanti di un lavoro. Voglio che mio figlio abbia un padre. Non voglio più che mia moglie se ne stia in piedi per notti infinite, a chiedersi se sono vivo o morto, o se mai tornerò. Puoi dirlo, per piacere?”

In momenti come questo, Luke sentiva crescere la distanza tra loro. Poteva quasi vederla. Becca era una piccola figura in un vasto deserto, che rimpiccioliva verso l’orizzonte. Voleva riportarla da lui. Lo voleva disperatamente, ma non sapeva come fare. Il lavoro chiamava.

“Papà va via ancora?”

Arrossirono entrambi. C’era Gunner in cima ai tre gradini che portavano in camera sua. Per un attimo, a Luke si bloccò il respiro in gola vedendolo. Sembrava Christopher Robin dei libri di Winnie the Pooh. I capelli biondi aggrovigliati in ciocche sulla testa. Indossava pantaloni del pigiama blu coperti di stelle e lune gialle. E una t-shirt di The Walking Dead.

“Vieni qui, mostro.”

Luke posò le borse a terra, e andò a prendere in braccio il figlio. Il bambino gli si aggrappò al collo.

“Sei tu il mostro, papà. Non io.”

“Okay. Il mostro sono io.”

“Dove vai?”

“Devo andarmene per lavoro. Forse per un giorno, forse per due. Ma tornerò appena possibile.”

“La mamma ti lascerà come aveva detto?”

Luke teneva Gunner in aria, con le braccia tese. Il bambino stava crescendo e Luke realizzò che presto un giorno non sarebbe più stato in grado di sollevarlo così. Ma quel giorno non era ancora arrivato.

“Ascoltami. La mamma non mi lascerà, e staremo tutti insieme per moltissimo tempo. Okay?”

“Okay, papà.”

Sparì in cima alle scale fin in camera sua.

Quando se ne fu andato, i due si guardarono attraverso la stanza. La distanza sembrava più piccola, ora. Gunner era il ponte tra loro due.

“Luke…”

Alzò le mani. “Prima che parli, voglio dirti qualcosa. Ti amo e voglio bene a Gunner più di qualsiasi altra cosa al mondo. Voglio stare con voi due, tutti i giorni, ora e per sempre. Non è che me ne vado perché mi va. Non mi va. Lo odio. Ma la telefonata di stanotte… c’è in gioco la vita di molte persone. Hai presente tutti gli anni in cui l’ho fatto, in cui vi ho lasciati nel bel mezzo della notte così? L’emergenza della situazione è stata al Livello Due esattamente due volte. La maggior parte delle volte era al Livello Tre.”

Il viso di Becca si era raddolcito del minimo indispensabile.

“E che livello di emergenza è questo?” chiese.

“Livello Uno.”

Capitolo 2

1:57 am

McLean, Virginia – Quartier generale dello Special Response Team

“Signore?” disse qualcuno. “Signore, siamo qui.”

Luke si svegliò di soprassalto. Si sedette. Erano parcheggiati al cancello dell’elisuperficie. Piovigginava. Guardò il conducente. Era un giovane con un taglio a spazzola, probabilmente appena uscito dalle forze armate. Il ragazzo sorrideva.

“Si era addormentato, signore.”

“Sì,” disse Luke. Il peso del lavoro lo assalì di nuovo. Voleva essere a casa, a letto con Rebecca, ma invece era qui. Voleva vivere in un mondo dove gli assassini non rubassero materiale radioattivo. Voleva dormire e sognare cose piacevoli. Al momento non riusciva neanche a immaginare cosa volesse dire piacevole. Il suo sonno era avvelenato dal sapere troppo.

Saltò giù dall’auto con le borse, mostrò alla guardia il documento identificativo e oltrepassò il body scanner.

Un elicottero nero lucido, un grosso Bell 430, si posò sulla pista, i rotori che giravano. Luke attraversò l’asfalto bagnato, chinandosi. Man mano che si avvicinava, il motore dell’elicottero ingranò un’altra marcia. Erano pronti a partire. La porta del passeggero si aprì e Luke si arrampicò dentro.

A bordo c’erano già sei persone, quattro nella cabina dei passeggeri, due davanti alla cabina di pilotaggio. Don Morris sedeva accanto alla finestra più vicina. Il posto di fronte a lui era vuoto. Don glielo indicò.

“Sono felice che tu sia venuto, Luke. Siediti. Benvenuto alla festa.”

Luke si assicurò al sedile anatomico mentre l’elicottero ondeggiava verso il cielo. Guardò Don. Don ormai era vecchio, con i capelli a spazzola incanutiti. La barba corta era grigia. Perfino le sopracciglia erano grigie. Ma sembrava ancora il comandante della Delta Force che una volta era. Il suo corpo era possente e il viso pareva granito – tutto promontori rocciosi e scogliere affilate. Gli occhi erano laser gemelli. Teneva un sigaro spento in una delle sue mani di pietra. Non ne accendeva uno da dieci anni.

Quando l’elicottero guadagnò altitudine, Don fece segno agli altri nella cabina passeggero. Diede rapidamente le istruzioni. “Luke, sei in svantaggio, perché tutti qui già sanno chi sei, ma tu potresti non conoscerli. Conosci Trudy Wellington, ufficiale scientifico e agente dell’intelligence.”

Luke annuì alla giovane ragazza carina con i capelli neri e i grandi occhiali rotondi. Aveva lavorato con lei diverse volte. “Ciao, Trudy.”

“Ciao, Luke.”

“Okay, piccioncini, basta così. Luke, quello laggiù è Mark Swann, il nostro tecnico informatico per questo lavoro. E con lui c’è Ed Newsam, armi e tattica.”

Luke annuì agli uomini. Swann era un ragazzo bianco, capelli biondo rossicci e occhiali, trentacinque o forse quarant’anni. Luke l’aveva visto una o due volte prima d’ora. Newsam era un giovane di colore che Luke non aveva mai visto, probabilmente appena trentenne, calvo, barba rasa tagliata finemente, ampio torace, con dei pitoni tatuati di sessanta centimetri che facevano capolino da una t-shirt bianca. Sembrava capace di creare l’inferno in uno scontro a fuoco, e ancora peggio in una rissa da strada. Quando Don aveva detto “armi e tattica”, voleva dire “muscoli”.

L’elicottero aveva raggiunto l’altitudine di crociera; Luke pensava sui tremila metri. L’elicottero si stabilizzò e Luke cominciò a muoversi. Questi cosi marciavano a circa 150 miglia all’ora. A quella velocità, ci sarebbe voluta un’ora e mezza buona per raggiungere New York City.

“Okay, Trudy,” disse Don. “Cos’hai per noi?”

Lo smartpad tra le sue dita risplendeva nel buio della cabina. Lei lo fissava. Le dava al viso una sfumatura inquietante, come fosse un demone.

“Partirò da zero,” disse.

“Ottimo.”

Cominciò. “Meno di un’ora fa, siamo stati contattati dall’unità antiterrorismo del Dipartimento di Polizia di New York. Nell’upper east side di Manhattan c’è un grande ospedale chiamato Center Medical Center. Conservano una gran quantità di materiale radioattivo in una camera blindata di contenimento sei piani al di sotto del livello della strada. Per la maggior parte i materiali sono scorie prodotte dalla terapia a radiazioni per pazienti affetti da cancro, ma originano anche da altri usi, come le radiografie. In un dato momento nel corso delle ultime ore, degli sconosciuti si sono infiltrati nell’ospedale, hanno violato il sistema di sicurezza e rimosso le scorie radioattive lì conservate.”

“Sappiamo quanto hanno preso?” chiese Luke.

Trudy consultò il pad. “Ogni quattro settimane, i materiali vengono rimossi e trasportati con un furgone in una struttura per il contenimento radioattivo nella Pennsylvania occidentale controllata congiuntamente dal Dipartimento della Sicurezza Interna e da quello per la Tutela Ambientale. L’ultima consegna è stata programmata a due giorni a partire da oggi.”

“Quindi circa ventisei giorni di scorie radioattive,” disse Don. “Di quanto si tratta?”

“L’ospedale non lo sa,” rispose Trudy.

“Non lo sanno?”

“Inventariano le scorie e registrano tutto in un database. Il database è stato violato e cancellato da chi ha rubato il materiale. Le quantità differiscono da mese a mese, a seconda dei trattamenti programmati. Possono ricreare l’inventario dai registri dei trattamenti, ma ci vorranno molte ore.”

“Non fanno il back up del database?” chiese Swann, l’informatico.

“Sì lo fanno, ma è stato ripulito anche il backup. A dire il vero, tutti i registri dell’ultimo anno sono stati cancellati.”

“Quindi si tratta di qualcuno che sa quello che fa,” disse Swann.

Luke prese la parola. “Come facciamo a sapere che è un’emergenza se non sappiamo nemmeno quanto è stato rubato?”

“Per molte ragioni,” disse Trudy. “Questo non è stato un semplice furto. È stato un attacco ben organizzato e pianificato. Le telecamere di videosorveglianza sono state spente in zone strategiche dell’ospedale. Incluse diverse entrate e uscite, scale e montacarichi, la camera blindata di contenimento e il garage del parcheggio.”

“Qualcuno ha parlato con le guardie di sicurezza?” chiese Luke.

“Le due guardie che presidiavano la console video sono state entrambe trovate morte dentro a una stanza per le attrezzature chiusa a chiave. Si trattava di Nathan Gold, un uomo bianco di cinquantasette anni, divorziato, tre figli, nessun legame conosciuto con il crimine organizzato o organizzazioni estremistiche. E poi Kitty Falkner, una donna di colore di trentatré anni, nubile, un figlio, nessun legame conosciuto con il crimine organizzato né con organizzazioni estremistiche. Gold lavorava in ospedale da ventitré anni. Faulkner ci lavorava da otto. I corpi erano nudi, le uniformi non sono state ritrovate. Sono stati entrambi strangolati, presentavano evidenti decolorazione facciale, gonfiore, trauma al collo e segni di legatura associati alla morte per strangolamento o a una tecnica similare. Ho delle foto se vuoi dare un’occhiata.”

Luke alzò una mano. “Va bene così. Ma presumiamo per un momento che siano stati degli uomini a farlo. Un uomo ucciderebbe una guardia donna per poi indossare la sua uniforme?”

“Faulkner era alta per essere una donna,” disse Trudy. “Era alta un metro e settantasette, e di corporatura massiccia. Un uomo avrebbe potuto indossare tranquillamente la sua uniforme.”

“È tutto quello che abbiamo?”

Trudy continuò. “No. C’è un impiegato dell’ospedale che era di turno e che al momento è scomparso. L’impiegato è un membro del personale di custodia di nome Ken Bryant. È un uomo di colore di ventinove anni che ha scontato un anno in detenzione predibattimento a Rikers Island, e poi trenta mesi al Clinton Correctional Center di Dannemora, New York. Colpevole di furto e aggressione semplice. Subito dopo il rilascio, ha completato un programma di recupero di sei mesi e un tirocinio formativo. Lavora in ospedale da quasi quattro anni, e la sua storia lavorativa è buona. Nessun problema di presenze, nessun problema disciplinare.

“In quanto custode, ha accesso alla camera blindata di contenimento del materiale pericoloso, e potrebbe conoscere le pratiche di sicurezza dell’ospedale e il personale. Ha avuto legami con trafficanti di droga e con una gang afroamericana della prigione chiamata Black Gangster Family. I trafficanti di droga erano spacciatori di strada di bassa lega del quartiere dove è cresciuto. Probabilmente si è aggregato alla gang per protezione personale.”

“Pensi che dietro a tutto questo ci sia una gang della prigione, o una gang di strada?”

Scosse la testa “Assolutamente no. Menziono le affiliazioni di Bryant perché ancora non sappiamo che pesci pigliare. Accedere e cancellare il database, così come sottrarre un sistema di videosorveglianza, richiede un’esperienza tecnica in genere non associabile a questo tipo di gang. Crediamo che il livello di sofisticazione e i materiali rubati facciano pensare a una cellula terroristica dormiente.”

“Cosa possono fare con le sostanze chimiche?” chiese Don.

“È logico pensare a un dispositivo a dispersione radiologica,” rispose Trudy.

“Una bomba sporca,” disse Luke.

“Bingo. Non c’è altra ragione di rubare scorie radioattive. L’ospedale non sa la quantità che è stata sottratta, ma sanno che roba è stata portata via. I prodotti chimici includono quantità di iridio-192, cesio-137, trizio e fluoro. L’iridio è altamente radioattivo, e l’esposizione concentrata può causare ustioni e malattia da radiazione nel giro di minuti o ore. Gli esperimenti hanno dimostrato che una piccola dose di cesio-137 uccide un cane di diciotto chili in tre settimane. Il fluoro è un gas caustico pericoloso per i tessuti molli come gli occhi, la pelle e i polmoni. A bassissime concentrazioni fa piangere gli occhi. Ad altissime concentrazioni infligge danni gravi ai polmoni, causando l’arresto respiratorio e la morte in pochi minuti.”

“Fantastico,” disse Don.

“Il punto qui,” disse Trudy, “sono le alte concentrazioni. Se sei un terrorista, per un lavoro come questo non vuoi un’amplia area di dispersione. Vorrebbe dire limitare l’esposizione. Vuoi preparare una bomba con il materiale radioattivo e un esplosivo convenzionale come la dinamite, e vuoi avviarla in uno spazio delimitato, preferibilmente con molte persone attorno. Una metropolitana affollata o una stazione metro nelle ore di punta. Centri per pendolari, come il Grand Central Terminal o la Penn Station. Una grande stazione degli autobus o un aeroporto. Un’attrazione turistica come la Statua della Libertà. Lo spazio delimitato massimizza le concentrazioni di radiazioni.”

Luke si immaginò l’angusta e claustrofobica tromba delle scale che si arrampicava fino alla cima della Statua della Libertà. Ogni giorno era assaltata da gente, spesso studenti in gita. Con l’immaginazione vide la Liberty Island piena di diecimila turisti, i traghetti ingorgati con a bordo ancor più persone, come le barche di rifugiati che salpano da Haiti.

Poi vide le banchine del Grand Central Terminal alle 7:30 del mattino, così affollate che i pendolari non riescono a stare in piedi. Cento persone in fila sulle scale, in attesa dell’arrivo del treno per poter svuotare la banchina, così che il prossimo gruppo di persone possa scendere. Immaginò una bomba esplodere in quella folla.

E poi le luci che si spengono.

Un’ondata di disgusto lo attraversò. Sarebbero morte più persone per il panico, nella calca dei corpi, che per l’esplosione iniziale.

Trudy continuò. “Il problema che ci ritroviamo ad affrontare è che ci sono troppi obiettivi sensibili per tenerli d’occhio tutti, e l’attentato non deve avvenire per forza a New York. Se il furto è avvenuto fino a tre ore fa, allora dobbiamo già guardare a un possibile raggio operativo di almeno centocinquanta miglia. Incluse la città di New York e la sua periferia, Philadelphia e le maggiori città nel New Jersey, come Newark, Jersey City e Trenton. Se i ladri rimangono a piede libero un’altra ora, si può allargare il raggio fino a includere Boston e Baltimora. L’intera regione è un centro popolato. In un raggio così ampio, potremmo dover prendere in considerazione fino a diecimila possibili obiettivi facili da colpire. Anche se si attengono a obiettivi importanti, di alto profilo, stiamo comunque parlando di centinaia di luoghi.”

“Okay, Trudy,” disse Luke. “Ci hai esposto i fatti. Ora, tu che idea ti sei fatta?”

Trudy scrollò le spalle. “Penso che possiamo dedurre che qui si tratta di un attacco con una bomba sporca, finanziato da un paese straniero o forse da un gruppo terroristico indipendente, come l’ISIS o Al-Qaeda. Potrebbero essere coinvolti anche degli americani o dei canadesi, ma il controllo operativo è da un’altra parte. Di sicuro non si tratta di un gruppo nazionale locale, come gli ambientalisti o i fautori della supremazia bianca.”

“Perché? Perché non può essere un gruppo interno?” chiese Luke. Sapeva già il perché, ma era importante dirlo esplicitamente, fare un passo alla volta, senza lasciarsi sfuggire nulla.

“I militanti di sinistra hanno bruciato i concessionari Hummer nel bel mezzo della notte. Praticano il tree spiking per scoraggiare il disboscamento, ma segnano gli alberi trattati perché non si faccia male nessuno. Non hanno storia di attacchi ad aeree popolate o di omicidi, e odiano la radioattività. La destra è più violenta, e Oklahoma City ha dimostrato che sono capaci di attaccare le popolazioni civili così come i simboli del governo. Ma nessuno dei due gruppi probabilmente ha la formazione per fare questo. E c’è un’altra buona ragione per cui probabilmente non si tratta di loro.”

“Quale?” chiese Luke.

“L’iridio ha un periodo di dimezzamento breve,” disse Trudy. “Sarà praticamente inutilizzabile tra un paio di giorni. Inoltre, chiunque abbia rubato questi elementi chimici deve agire in fretta prima di essere colpito lui stesso dalla malattia da raggi. Il mese sacro ai musulmani del Ramadan comincia stanotte al tramonto. Quindi credo che qui abbiamo un attentato concepito per coincidere con l’inizio del Ramadan.”

Luke quasi sospirò di sollievo. Conosceva e lavorava con Trudy da qualche anno. La sua capacità come agente dell’intelligence era sempre stata buona, e la sua abilità di imbastire scenari eccezionale. Aveva ragione molto più spesso di quanto avesse torto.

Guardò l’orologio. Erano le 3:15. Il tramonto probabilmente sarebbe stato attorno alle otto, stanotte. Fece un rapido calcolo mentale. “Quindi pensi che abbiamo più di sedici ore per beccare queste persone?”

Sedici ore. Cercare un ago in un pagliaio era una cosa. Ma avere sedici ore per farlo, con la tecnologia più avanzata e le persone migliori, era decisamente un’altra. Era quasi troppo bello per essere vero.

Trudy scosse la testa. “No. Il problema con il Ramadan è che comincia al tramonto, ma il tramonto di chi? A Teheran stanotte il tramonto sarà alle 20:24, cioè alle 10:54 qui. Ma se prendono in considerazione l’inizio del Ramadan da qualche altra parte del mondo, per esempio in Malesia o in Indonesia? Potremmo dover avere a che fare con qualcosa che al più presto comincerà alle 7:24 del mattino, ipotesi che avrebbe anche senso perché è l’inizio dell’ora più affollata della giornata.”

Luke grugnì. Fissò lo sguardo fuori dal finestrino verso la grande megalopoli illuminata sotto di lui. Diede un’altra occhiata all’orologio. Le 3:20. Davanti, all’orizzonte, poteva vedere gli alti edifici della Lower Manhattan, e le luci blu gemelle che svettavano alte fino al cielo dove un tempo c’era stato il World Trade Center. Fra tre ore, le metropolitane e le stazioni ferroviarie avrebbero cominciato a riempirsi di pendolari.

E là fuori, da qualche parte, c’erano persone che pianificavano di uccidere quei pendolari.

Capitolo 3

3:35 a.m.

East Side di Manhattan

“Sembrano proprio ratti,” disse Ed Newsam.

L’elicottero planò sull’East River. Sotto di loro c’era l’acqua scura che scorreva veloce, in piccole onde che si gonfiavano e sgonfiavano. Luke riusciva a capire quello che Ed voleva dire. L’acqua era come migliaia di ratti che correvano sotto una nera coperta iridescente.

Atterrarono piano sull’eliporto della 34ma strada. Luke guardò le luci degli edifici alla sua sinistra, un milione di gioielli scintillanti nella notte. Ora che erano qui, una sensazione di fretta gli montò dentro. Il cuore gli perse un battito. Era rimasto calmo durante il lungo volo, perché che altro poteva fare? Ma l’orologio ticchettava, e dovevano muoversi. Quasi saltò fuori dall’elicottero prima che toccasse terra.

Atterrò con un sobbalzo e un sussulto, e istantaneamente tutti nella cabina si slacciarono le cinture. Don aprì con uno strattone la porta. “Andiamo,” disse.

La cancellata che dava sulla strada si trovava a una ventina di metri dall’eliporto. Tre SUV aspettavano appena fuori dalle barriere in cemento. Una squadra dell’SRT di New York corse verso l’elicottero e tirò giù le borse dell’equipaggiamento. Un uomo prese la borsa porta abiti e lo zaino di salvataggio di Luke.

“Piano con quelle,” disse. “L’ultima volta che sono venuto qui, mi avete perso le borse. Non avrò tempo di fare shopping.”

Luke e Don si arrampicarono nell’auto di testa, Trudy scivolò dentro con loro. Il SUV era stato adattato per avere un locale passeggeri con sedili che si guardassero. Luke e Don guardavano avanti, mentre Trudy guardava dietro. Il mezzo partì quasi prima che si fossero seduti. In un minuto erano dentro all’angusto canyon della FDR Drive, verso nord. I taxi gialli sfrecciavano tutto intorno a loro, come un nugolo di api.

Nessuno parlava. Il SUV correva, abbracciando le curve di cemento, attraversando tunnel formati da edifici pericolanti, rimbalzando sulle buche. Luke riusciva a sentire il cuore battergli nel petto. Non era la guida ad accelerargli il polso. Era l’aspettativa.

“Sarebbe stato carino venire qui per divertirsi un po’,” disse Don. “Alloggiare in un bel hotel, magari vedere uno spettacolo a Broadway.”

“La prossima volta,” disse Luke.

Fuori dal finestrino, l’auto aveva già lasciato l’autostrada. Era l’uscita della 96ma. L’autista si fermò appena a un semaforo, poi svoltò a sinistra e proseguì a tutto gas lungo la strada vuota.

Luke guardò il SUV ruggire nell’ampia strada d’accesso dell’ospedale. Era un momento tranquillo della notte. Accostarono proprio davanti alle luminose luci del pronto soccorso. Un uomo in un completo a tre pezzi era lì in piedi ad aspettarli.

“Elegante,” disse Luke.

Don toccò Luke con un grosso dito. “Dimmi un po’, Luke. Abbiamo un trattamento speciale per te stanotte. Quand’è stata l’ultima volta che hai indossato una tuta antiradiazioni hazmat?”

Capitolo 4

4:11 a.m.

Sotto al Center Medical Center, Upper East Side

“Non troppo stretto,” bofonchiò Luke tenendo in bocca un termometro di plastica.

Trudy aveva posizionato il sensore di un monitor di pressione portatile sul petto di Luke. Il sensore gli strinse il petto forte e poi ancora più forte, poi lentamente allentò la presa, rantolando nel mentre. Trudy strappò via il velcro sul sensore e quasi con lo stesso gesto gli levò il termometro.

“Che cosa dice?” chiese.

Lei guardò i display. “Hai la pressione alta,” disse. “138 su 85. Cuore a riposo 97. Temperatura 38. Non ti mentirò, Luke. Potresti avere dei valori migliori.”

“Sono stato un po’ stressato ultimamente,” disse Luke.

Trudy scrollò le spalle. “I valori di Don sono migliori dei tuoi.”

“Sì, ma prende le statine.”

Luke e Don sedevano insieme in boxer e t-shirt su una panchina di legno. Erano in un magazzino sotterraneo al di sotto dell’ospedale. Pesanti tende in vinile erano appese tutte intorno a loro, delimitando l’area. Era freddo e umido lì sotto, e un brivido corse lungo la schiena di Luke. La struttura per il contenimento radioattivo violata era due piani più sotto.

La gente girovagava. C’erano due ragazzi dell’SRT di New York. Questi avevano predisposto due tavole pieghevoli con sopra una serie di laptop e display video. C’era il tizio in tre pezzi, che era un agente dell’intelligence dell’unità antiterrorismo del NYPD.

Ed Newsam, il ragazzone armi e tattica che Luke aveva conosciuto sull’elicottero, si fece strada attraverso le tende in vinile con altri due ragazzi dell’SRT dietro di lui. Ognuno portava con sé un pacco trasparente sigillato con dentro del materiale giallo brillante.

“Attenzione,” disse Newsam a voce alta, spezzando il chiacchiericcio. Puntò due dita verso i suoi occhi. “Don e Luke, occhi a me, per favore.”

Newsam teneva una bottiglia d’acqua in ogni mano. “So che l’avete già fatto tutti e due prima, ma lo rifarete come fosse la prima volta, in modo che non ci siano errori. Questi uomini dietro di me controlleranno le vostre tute per voi, e poi vi aiuteranno a indossarli. Queste sono tute hazmat di livello A, e sono di solido vinile. Farà caldo lì dentro, e ciò vuol dire che suderete. Quindi prima di cominciare, ho bisogno che cominciate a bere queste bottiglie d’acqua. Sarete felici di averlo fatto.”

“C’è mai stato qualcuno qui sotto prima di noi?” chiese Luke.

“Sono scese due guardie dopo la scoperta della violazione nella sicurezza. Le luci sono KO. Swann ha provato a riaccenderle, ma senza fortuna. Quindi è buio qui sotto. Le guardie avevano delle torce, ma quando hanno trovato la camera blindata aperta e contenitori e barili sparsi in giro, se la sono squagliata in un attimo.”

“Sono stati esposti?”

Newsam sorrise. “Un po’. Le mie figlie li useranno come luci da notte per qualche giorno. Non avevano su le tute, ma sono stati qui sono un minuto. Voi ci resterete più a lungo.”

“Riuscirai a vedere quello che vediamo noi?”

“Abbiamo installato ai vostri cappucci videocamere e luci LED. Vedrò quello che vedete voi, e lo registrerò.”

Ci vollero venti minuti per vestirsi. Luke si sentiva frustrato. Era difficile muoversi all’interno della tuta. Era coperto dalla testa ai piedi di vinile, e lì dentro cominciava già a fare caldo. Il cappuccio continuava ad appannarsi. Sembrava che il tempo volasse. I ladri erano lontanissimi.

Lui e Don guidarono l’ascensore merci insieme. Lentamente cigolava giù. Don portava il contatore Geiger. Sembrava una piccola batteria di un’auto con un manico.

“Mi sentite bene?” chise Newsam. Sembrava che fosse dentro alla testa di Luke. I caschi avevano casse e microfoni incorporati.

“Sì,” disse Luke.

“Ti sento,” disse Don.

“Bene. Io vi sento entrambi forte e chiaro. Siamo su una frequenza vicina. Le sole persone qui siete voi, ragazzi, poi io e Swann su alla stazione di controllo video. Swann ha accesso a una mappa digitale della struttura e quelle tute sono dotate di dispositivi di rilevamento. Swann può vedervi sulla mappa, e vi guiderà dall’ascensore alla camera blindata. Ci sei, Swann?”

“Ci sono,” rispose Swann.

L’ascensore sbandò fino a fermarsi.

“Quando le porte si aprono, fate un passo fuori e girate a sinistra.”

I due si mossero goffamente lungo un ampio corridoio, guidati dalla voce di Swann. Le luci dei cappucci giocavano contro i muri, gettando ombre nel buio. Ricordarono a Luke le immersioni in relitto che aveva fatto molti anni prima.

In pochi secondi, il contatore Geiger cominciò a fare click. I click si sentivano lontani, all’inizio, come il lento battere di un cuore.

“Abbiamo delle radiazioni,” disse Don.

“Lo vediamo. Non ti preoccupare. Non è un male. La macchina che stai trasportando è sensibile.”

I click cominciarono a velocizzarsi e a suonare più forte.

La voce di Swann: “Tra circa un metro, girate a destra, poi seguite quel corridoio per una decina di metri. Si aprirà in una larga stanza quadrata. La camera di contenimento si trova dall’altra parte della stanza.”

Quando svoltarono a destra, il contatore Geiger cominciò a mandare segnali forti e veloci. Era un torrente di click. Era difficile distinguerne uno dall’altro.

“Newsam?”

“Svelti, signori. Proviamo a farcela in cinque minuti o meno.”

Entrarono nella stanza. Il posto era un disastro. Sul pavimento erano rovesciati contenitori, scatole e grossi barili di metallo, lasciati lì a caso. Alcuni erano aperti. Luke orientò la sua luce sulla camera blindata dall’altra parte della stanza. La pesante porta era aperta.

“Vedi?” chiese Luke. “Godzilla deve essere passato di qui.”

La voce di Newsam si fece sentire di nuovo. “Don! Don! Orienta la luce e la telecamera sul pavimento, un metro e mezzo più avanti. Lì. Qualche centimetro ancora. Cosa c’è per terra?”

Luke si girò verso Don e puntò la luce nello stesso posto. A circa tre metri da lui, fra i rottami, erano sparpagliati quelli che sembravano mucchi di stracci.

“È un corpo,” disse Don. “Merda.”

Luke si mosse in quella direzione e vi puntò la luce. La persona era grande, indossava quel che sembrava un’uniforme delle guardie. Luke si accucciò accanto al corpo. C’era una macchia scura sul pavimento, come una brutta perdita di olio sotto a un’automobile. La testa era di sghembo, di fronte a lui. Tutto, al di sopra degli occhi, era sparito, la fronte esplosa in un cratere. Luke ci girò intorno fino alla nuca, cercando a tentoni un buco più piccolo. Persino attraverso gli spessi guanti chimici lo trovò.

“Che cos’hai lì, Luke?”

“Ho un grosso uomo, dai 18 ai 30 anni, arabo, persiano o con discendenti mediterranei. C’è molto sangue. Ha ferite in entrata e in uscita consistenti in uno sparo alla parte posteriore della testa. Sembra un’esecuzione. Potrebbe essere un’altra guardia o potrebbe essere uno dei nostri soggetti che ha litigato con i suoi amichetti.”

“Luke,” disse Newsam. “Nella tua cintura multiuso hai un piccolo scanner di impronte. Vedi se riesci a tirarlo fuori e a prendere un’impronta di questo tizio.”

“Non credo sarà possibile,” disse Luke.

“Coraggio. I guanti sono scomodi, ma io so dov’è lo scanner. Posso portartici.”

Luke puntò la videocamera verso la mano destra dell’uomo. Ogni dito era un moncone a brandelli, fino alla prima nocca. Diede un’occhiata all’altra mano. Era lo stesso.

“Si sono portati via le impronte,” disse.

Capitolo 5

Luke e Don, di nuovo in abiti normali, percorrevano velocemente il corridoio dell’ospedale con l’elegantone dell’unità antiterrorismo del NYPD. Luke non aveva neanche capito come si chiamasse il tizio. Nella sua testa lo chiamava Tre-Pezzi. Stava per dare al tizio gli ordini. Dovevano far delle cose, e per questo avevano bisogno della cooperazione della città.

Stava prendendo il comando, come tendeva sempre a fare. Diede un’occhiata a Don, e lui gli diede il suo consenso con un cenno. Ecco perché Don si era portato dietro Luke: perché prendesse il comando. Diceva sempre che Luke era nato per fare il quarterback.

“Voglio contatori Geiger su ogni piano,” disse Luke. “Da qualche parte lontano dal pubblico. Non abbiamo percepito alcuna radiazione fino al sesto piano sotterraneo, ma se comincia a salire dobbiamo far uscire tutti, e velocemente.”

“L’ospedale ha pazienti tenuti in vita artificialmente,” disse Tre-Pezzi. “È difficile spostarli.”

“Vero. Allora cominciamo a organizzarci per l’evacuazione adesso.”

“Okay.”

Luke proseguì. “Avremo bisogno di un intera squadra di emergenza quaggiù. Ci serve che quel corpo venga portato su, non importa quanto sia contaminato, e ci serve che tutto venga fatto velocemente. La ripulitura può aspettare finché non abbiamo il corpo.”

“Afferrato,” disse Tre-Pezzi. “Lo metteremo in una bara saldata in piombo, e lo porteremo al coroner in un camion di contenimento radioattivo.”

“Si può fare silenziosamente?”

“Certo.”

“Ci serve un match per le impronte dentali, il DNA, cicatrici, tatuaggi, lesioni chirurgiche, qualsiasi cosa possiamo trovare. Una volta avuti i dati, passali a Trudy Wellington del nostro team. Ha accesso a database preclusi al tuo gruppo.”

Luke tirò fuori il telefono e compose un numero con la selezione rapida. Lei rispose al primo squillo.

“Trudy, dove sei?”

“Sono con Swann sulla Quinta Strada, dietro a una delle nostre macchine, stiamo andando al centro di comando.”

“Senti, ho…” Guardò Tre-Pezzi. “Come ti chiami?”

“Kurt. Kurt Myerson.”

“Ho Kurt Myerson del NYPD qui con me. È con l’unità antiterrorismo. Porteranno su il corpo. Ho bisogno che gli parli per avere le impronte dentali, il DNA, qualsiasi identificatore. Quando hai i dati, voglio sapere il nome, l’età, il paese di origine, i colleghi, tutto di questo tizio. Devo sapere dove è stato e cosa ha fatto negli ultimi sei mesi. E ho bisogno di tutto ieri.”

“Ricevuto, Luke.”

“Fantastico. Grazie. Ti passo Kurt, ti darà il suo numero diretto.”

Luke porse a Kurt il telefono. I tre uomini attraversarono una serie di doppie porte, rallentando di pochissimo. In un attimo, Kurt ritornò il telefono a Luke.

“Trudy? Sei sempre lì?”

“Dove altro potrei essere?”

Luke annuì. “Bene. Un’ultima cosa. Le telecamere di sorveglianza sono spente qui nell’ospedale, ma ce ne saranno in tutto il circondario. Quando arrivi al centro di comando, prendi un paio dei nostri. Fagli scoprire tutto quello che possono nel raggio di cinque isolati dal posto, e tirami fuori delle registrazioni video, facciamo dalle 8 della sera fino all’1:00 di notte. Voglio dare un’occhiata a ogni veicolo commerciale o di consegna che si è avvicinato all’ospedale in quelle ore. La priorità massima va ai furgoncini delle consegne, ai camion del pane, degli hot dog, cose del genere. Qualsiasi cosa di piccolo, comodo, che possa trasportare un carico nascosto. Di minore priorità sono gli articolati, gli autobus e le ruspe, ma non lasciarteli sfuggire. La priorità più bassa va ai camper, ai pick-up e ai SUV. Voglio degli screen delle targhe, e voglio la proprietà dei veicoli tracciati. Se ne trovi uno di sospetto, cerca altre videocamere per quel veicolo su un raggio più ampio, e scopri dove è andato.”

“Luke,” disse lei, “Avrò bisogno di più di un paio di persone per questo.”

Luke ci pensò su per qualche secondo. “Okay. Sveglia alcuni di quelli a casa, portali al quartier generale dell’SRT, e inoltragli le targhe. Possono ricavare i nomi dei proprietari da lì.”

“Ricevuto.”

Riattaccarono. Luke tornò a concentrarsi sul momento presente, e gli venne in mente qualcos’altro. Guarò Kurt Myerson.

“Okay, Kurt. Ecco la cosa più importante. Questo ospedale deve essere chiuso. Gli impiegati che erano di turno stanotte devono essere raggruppati e isolati. La gente chiacchiererà, lo capisco, ma dobbiamo tenere tutto fuori dalla portata dei media finché possiamo. Se viene fuori qualcosa, ci sarà il panico, ci saranno diecimila telefonate di false piste alla polizia, e i cattivi seguiranno le indagini passo passo alla tv. Non possiamo permettere che succeda.”

Attraversarono un’altra serie di doppie porte fino all’ingresso principale dell’ospedale. Tutta la facciata dell’ingresso era di vetro. Molte guardie della sicurezza stavano in piedi vicino alle porte principali chiuse.

Fuori era il casino. Una folla di reporter si spingeva contro le barriere della polizia sul marciapiedi. Fotografi schiacciati contro le finestre, che scattavano foto degli interni dell’ingresso. Dieci furgoni dei telegiornali erano parcheggiati uno dietro all’altro sulla strada. Mentre Luke guardava, tre diversi reporter della tv stavano filmando proprio davanti all’edificio.

“Dicevi?”

Capitolo 6

5:10 a.m.

Dentro a un furgone

Eldrick era malato.

Sedeva nel retro del furgone, abbracciandosi le ginocchia, chiedendosi in cosa si fosse cacciato. Ne aveva vista di merda in prigione, ma niente del genere.

Di fronte a lui, Ezatullah era al telefono, urlava qualcosa in farsi. Ormai erano ore che faceva telefonate. Le parole non significavano niente per Eldrick. Sembrava tutto un borbottio senza senso. In realtà Ezatullah aveva studiato a Londra come ingegnere chimico, ma invece di ottenere un lavoro era andato in guerra. E ora appena trentenne, con una grossa cicatrice che gli attraversava una guancia, lì a dire che aveva finanziato la jihad in una mezza dozzina di paesi – e che era venuto in America per fare lo stesso.

Urlò nel telefono ancora parecchio prima di prendere la linea. Quando finalmente riuscì a parlare con qualcuno, si buttò a capofitto nel primo di molti litigi urlati. Dopo qualche minuto, si calmò e si mise in ascolto. Poi riattaccò.

Il viso di Eldrick era rosso. Aveva la febbre. Poteva sentirsela bruciare dentro al corpo. Il cuore correva all’impazzata. Non aveva vomitato, ma si sentiva come se stesse per farlo. Attendevano al punto di incontro sulla riva del South Bronx da più di due ore. Doveva essere una cosetta facile. Rubare il materiale, guidare il furgone per dieci minuti, incontrare i contatti e andarsene a piedi. Ma i contatti non si erano mai fatti vedere.

Ora si trovavano… da qualche parte. Eldrick non sapeva dove. Aveva perso i sensi per un po’. Era di nuovo sveglio, ma tutto sembrava un sogno vago. Erano sull’autostrada. Momo guidava, quindi lui doveva sapere dove stavano andando. Esperto di tecnologie, Momo, secco senza tono muscolare, era la perfetta rappresentazione del suo personaggio. Era così giovane che la pelle liscia del viso non aveva una singola ruga. Sembrava che non sarebbe stato capace di farsi crescere la barba nemmeno se il futuro di Allah in persona fosse dipeso da quello.

“Abbiamo nuove istruzioni,” disse Ezatullah.

Eldrick gemette, desiderando di essere morto. Non sapeva che fosse possibile stare così male.

“Devo uscire da questo furgone,” disse Eldrick.

“Chiudi il becco, Abdul!”

Eldrick aveva dimenticato: il suo nome era Abdul Malik adesso. Era strano sentirsi chiamare Abdul, lui, Eldrick, un orgoglioso uomo nero, un orgoglioso americano per la maggior parte della sua vita. Sentendosi così male, desiderò non averlo mai cambiato. Convertirsi in prigione era stata la cosa più stupida che avesse mai fatto.

Tutta quella merda nel retro. Ce n’era tanta, in ogni tipo di contenitore e scatola. Un po’ era filtrata fuori, e ora li stava uccidendo. Aveva già ucciso Bibi. Quel cretino aveva aperto un contenitore quando erano ancora nella camera blindata. Era incredibilmente forte e aveva strappato via il coperchio. Perché l’aveva fatto? Eldrick lo rivedeva lì a prendere in mano il contenitore. “Non c’è niente qui,” aveva detto. Poi se l’era avvicinato al naso.

Nel giro di un minuto, aveva cominciato a tossire. Praticamente era affondato sulle sue ginocchia. Poi a quattro zampe, a tossire. “Ho qualcosa nei polmoni,” diceva. “Non riesco a buttarlo fuori.” Si era messo a rantolare. Il suono era orribile.

Ezatullah si era avvicinato e gli aveva sparato alla nuca.

“Credimi, gli ho fatto un favore,” aveva detto.

Adesso il furgone stava attraversando un tunnel. Il tunnel era lungo e stretto e buio, con luci arancioni che sfrecciavano sopra la testa. Le luci diedero a Eldrick le vertigini.

“Devo uscire da questo furgone!” urlò. “Devo uscire da questo furgone! Devo…”

Ezatullah si voltò. Aveva tirato fuori la pistola. La puntò alla testa di Eldrick.

“Zitto! Sono al telefono.”

La faccia tagliata in due di Ezatullah era rossa. Stava sudando.

“Mi ucciderai come hai fatto con Bibi?”

“Ibrahim era mio amico,” disse Ezatullah. “L’ho ucciso per pietà. A te ti ucciderò solo per farti stare zitto.” Premette la bocca della pistola contro la fronte di Eldrick.

“Sparami. Non me ne frega niente.” Eldrick chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, Ezatullah si era voltato dall’altra parte. Erano ancora nel tunnel. Le luci erano troppe. Un’improvvisa ondata di nausea attraversò Eldrick, e uno spasmo sempre più urgente gli prese il corpo. Gli si contrasse lo stomaco e sentì dell’acido in gola. Si piegò e si vomitò sul pavimento tra le scarpe.

Passò qualche secondo. La puzza gli arrivò al viso, e si svuotò di nuovo.

Oh Dio, pregò silenziosamente. Ti prego lasciami morire.

Capitolo 7

5:33 a.m.

East Harlem, quartiere di Manhattan

Luke trattenne il respiro. Non gli piacevano molto i rumori forti, e un cazzo di rumore forte stava per arrivare.

Restò completamente immobile nella tetra luce di un caseggiato di Harlem. Aveva estratto la pistola, la schiena schiacciata contro la parete. Dietro di lui, Ed Newsman stava quasi nella sua stessa posizione. Di fronte a loro nell’angusto corridoio, una mezza dozzina di membri della SWAT con elmetti e giubbotto protettivo era ai lati delle porte dell’appartamento.

Nell’edificio c’era un silenzio di tomba. Granelli di polvere volteggiavano nell’aria. Qualche momento prima, un piccolo robot aveva fatto scivolare un minuscolo telescopio con videocamera al di sotto della soglia, in cerca di esplosivi fissati alla porta. Negativo. Ora il robot si era ritirato.

Due tizi della SWAT entrarono con un pesante ariete. Era di quelli a oscillazione, e ogni agente reggeva il manico su ogni lato. Non fecero alcun rumore. Il capo del team SWAT alzò il pugno. Apparve il dito indice.

Uno.

Medio. Due.

Anulare …

I due uomini indietreggiarono e fecero oscillare l’ariete. BAM!

La porta esplose verso l’interno mentre i due agenti ripiegavano. Gli altri quattro sciamarono dentro, strillando all’improvviso, “Giù! Giù! A TERRA!”

Da qualche parte lungo il corridoio, un bambino si mise a piangere. Si aprirono porte, fecero capolino teste, poi si ritirarono negli appartamenti. Si era alle solite. A volte i poliziotti venivano e buttavano giù la porta di un vicino.

Ed e Luke aspettarono per una trentina di secondi finché la SWAT ebbe messo in sicurezza l’appartamento. Il corpo era sul pavimento del salotto, dove Luke aveva sospettato dovesse essere. Lo guardò appena.

“Libero?” chiese al capo della SWAT. Il tizio gli diede un’occhiataccia. C’era stato un piccolo litigio quando Luke aveva comandato il suo team. Questi erano del NYPD. Non erano pedine su una scacchiera che i federali potevano muovere per il capriccio di un solo uomo. Volevano che Luke lo sapesse. A Luke andava bene, ma un attacco terroristico era difficilmente un capriccio di un solo uomo.

“Libero,” disse il capo. “Quello probabilmente è il tuo soggetto.”

“Grazie,” disse Luke.

Il tizio scrollò le spalle e si voltò da un’altra parte.

Ed si chinò sul corpo. Portava con sé uno scanner per impronte. Prese le impronte da tre dita.

“Cosa ne pensi, Ed?”

Scrollò le spalle. “Ho caricato qui le impronte di Ken Bryant dal database della polizia. Dovremmo sapere se c’è una corrispondenza in pochi secondi. Nel frattempo, abbiamo evidenti segni di legatura e di gonfiore. Il corpo è ancora piuttosto caldo. Il rigor mortis è cominciato, ma non è completo. Le dita stanno diventando blu. Direi che è morto come la guardia dell’ospedale, per strangolamento, grosso modo dalle otto alle dodici ore fa.”

Alzò la testa verso Luke. C’era un bagliore nei suoi occhi. “Se vuoi abbassargli i pantaloni per me, posso prendergli la temperatura rettale e restringere un po’ il lasso di tempo.”

Luke sorrise e scosse la testa. “No grazie. Tra le otto e le dodici ore va bene. Dimmi una cosa, però: è lui?”

Ed diede un’occhiata allo scanner. “Bryant? Sì, è lui.”

Luke prese il telefono e compose il numero rapido di Trudy. Dall’altra parte, il telefono squillava. Una volta, due, tre. Luke guardò la cupa desolazione dell’appartamento. I mobili del salotto erano vecchi, con i rivestimenti strappati e della roba che usciva dai braccioli del divano. Un tappeto logoro era disteso sul pavimento, e contenitori vuoti del takeaway e utensili di plastica erano sparsi sulla tavola. Pesanti tende nere coprivano le finestre.

La voce di Trudy si fece sentire, vigile, quasi musicale. “Luke,” disse. “Da quanto tempo? Mezz’oretta?”

“Voglio parlare del custode.”

“Ken Bryant,” disse.

“Esatto. Non è più scomparso. Io e Newsam siamo nel suo appartamento. Abbiamo un riscontro positivo. È morto tra le otto e le dodici ore fa. Strangolato, come le guardie.”

“Okay,” disse.

“Voglio che accedi ai suoi conti bancari. Probabilmente aveva un deposito diretto dal suo lavoro all’ospedale. Comincia con quello e muoviti da lì.”

“Mmm, avrò bisogno di un mandato per questo.”

Luke fece una pausa. Capiva la sua esitazione. Trudy era una brava agente. Era anche giovane e ambiziosa. Rompere le regole aveva fatto deragliare molte carriere promettenti. Ma non sempre. A volte rompere le regole era una via rapida per la promozione. Dipendeva tutto da quali regole rompevi, e dalle conseguenze.

“Lì con te c’è Swann?” chiese Luke.

“Sì.”

“Allora il mandato non ti serve.”

Lei non rispose.

“Trudy?”

“Sono qui.”

“Non abbiamo il tempo di procurarci un mandato. Ci sono vite in pericolo.”

“Bryant è un sospettato in questo caso?”

“È una persona di interesse. In ogni caso, è morto. Difficilmente lederemo i suoi diritti.”

“Ho ragione a pensare che sia un tuo ordine, Luke?”

“È un ordine diretto,” rispose. “La responsabilità è mia. Se vuoi che ci spingiamo un po’ più in là, ti dico che il tuo lavoro dipende da questo. O fai quello che ti dico, o darò il via a un procedimento disciplinare. Chiaro?”

La voce della donna sembrava petulante, quasi come quella di un bambino. “Okay.”

“Bene. Quando hai accesso al suo conto, cerca qualsiasi cosa fuori dall’ordinario. Del denaro che non dovrebbe esserci. Ingenti depositi o prelievi. Bonifici. Se ha dei risparmi o ha fatto degli investimenti, controlla quelli. Stiamo parlando di un ex pregiudicato con un lavoro come custode. Non dovrebbe avere tanti soldi. Se ne ha, voglio sapere da dove vengono.”

“Va bene, Luke.”

Esitò. “Come va con le targhe?”

“Lavoriamo più in fretta che possiamo,” rispose. “Abbiamo visionato i filmati notturni delle videocamere della Quinta e della 96ma, e della Quinta e della 94ma, e qualche altra nel vicinato. Stiamo tracciando 198 veicoli, 46 dei quali sono alta priorità. Dovrei avere un rapporto iniziale dal quartiere generale in una quindicina di minuti.”

Luke guardò l’orologio. Il tempo stringeva. “Okay. Bel lavoro. Arriveremo lì appena possiamo.”

“Luke?”

“Sì.”

“La storia è su tutti i notiziari. Ci sono tre collegamenti in diretta sul megaschermo qui, adesso. Spingono tutti su questo.”

Annuì. “Me lo immaginavo.”

Lei continuò. “Il sindaco ha programmato un discorso per le 6 del mattino. Sembra che dirà a tutti di restare a casa oggi.”

“A tutti?”

“Vuole che il personale non necessario se ne stia fuori da Manhattan. Tutti i funzionari. Tutti gli addetti alle pulizie e i commessi. Tutti gli studenti e gli insegnanti. Chiederà a cinque milioni di persone di prendersi una giornata di vacanza.”

Luke si portò la mano alla bocca. Respirò. “Dovrebbe fare molto per il morale,” disse. “Se tutti a New York restano a casa, i terroristi potrebbero colpire Philadelphia.”

Capitolo 8

5:45 a.m.

Baltimora, Maryland – A sud del tunnel Fort McHenry

Eldrick era solo, a una decina di metri dal furgone. Aveva appena vomitato un’altra volta. Erano più che altro conati e sangue ormai. Era il sangue a disturbarlo. Era ancora stordito, ancora febbricitante e arrossato, ma più niente nello stomaco, la nausea se n’era quasi andata. Ma soprattutto, era finalmente fuori dal furgone.

Da qualche parte oltre l’orizzonte sporco, il cielo stava appena cominciando a illuminarsi di un pallido e malato giallo. Quaggiù sulla terra, era ancora buio. Erano appostati in un parcheggio desolato lungo una squallida costiera. Un cavalcavia passava venti piani sopra le loro teste. Lì vicino c’era un edificio industriale abbandonato in mattoni con due ciminiere gemelle. Le finestre erano rotte in buchi neri come gli occhi di un morto. L’edificio era circondato da un recinto di filo spinato con cartelli ogni nove metri: ALLA LARGA. C’era un buco visibile nel recinto. L’area attorno all’edificio era infestata da cespugli ed erba alta.

Guardò Ezatullah e Momo. Ezatullah rimosse una delle grandi e magnetiche decalcomanie che dicevano Lavanderia Dun-Rite, andò sul margine dell’acqua e la lanciò dall’altra parte. Poi tornò indietro e rimosse quella dall’altro lato. Eldrick non era mai riuscito a levarle. Nel frattempo, Momo si inginocchiò di fronte al furgone con un cacciavite, rimosse la targa e la rimpiazzò con un’altra. Un momento dopo era sul retro, e faceva lo stesso con la targa posteriore.

Ezatullah fece un gesto verso il furgone. “Voilà!” disse. “Un veicolo nuovo. Prendimi adesso, Zio Sam.” Il viso di Ezatullah luccicava di rosso e di sudore. Sembrava ansimare. Gli occhi erano iniettati di sangue.

Eldrick guardò i dintorni. Lo stato fisico di Ezatullah gli aveva dato un’idea. L’idea gli brillò nella testa come un flash, apparsa e sparita in un attimo. Era il modo migliore di pensare. Le persone potevano leggerti i pensieri negli occhi.

“Dove siamo?” chiese.

“Baltimora,” rispose Ezatullah. “Un’altra delle tue fantastiche città americane. E un luogo bellissimo dove vivere, immagino. Bassa criminalità, le bellezze della natura, e i cittadini sono sani e benestanti, l’invidia della gente di ogni dove.”

Nella notte, Eldrick aveva avuto il delirio. Era svenuto più di una volta. Aveva perso il senso del tempo, e non sapeva dove fosse. Ma non aveva idea che fossero arrivati così lontano.

“Baltimora? Perché siamo qui?”

Ezatullah scrollò le spalle. “Stiamo andando verso la nostra nuova destinazione.”

“L’obiettivo è qui?”

Ora Ezatullah sorrise. Il sorriso sembrava fuori posto in quella faccia avvelenata dalle radiazioni. Sembrava la morte stessa. Allungò una mano tremante e diede a Eldrick un’amichevole pacca sulla spalla.

“Mi spiace di essermi arrabbiato con te, fratello. Hai fatto un buon lavoro. Hai portato a termine tutto ciò che avevi promesso di fare. Con il volere di Allah, spero che raggiungerai il paradiso oggi stesso. Ma non per mano mia.”

Eldrick si limitava a fissarlo.

Ezatullah scosse la testa. “No. Non Baltimora. Stiamo viaggiando verso sud per lasciare un segno che darà gioia alle masse sofferenti di tutto il mondo. Entreremo nel covo del Diavolo stesso e taglieremo la testa della bestia con le nostre mani.”

Eldrick sentì freddo nella parte superiore del corpo. Gli venne la pelle d’oca sulle braccia. Si accorse di avere la camicia fradicia di sudore. Non gli piaceva quello che aveva sentito. Se erano diretti a sud e si trovavano a Baltimora, allora la prossima città era …

“Washington,” disse.

“Sì.”

Ezatullah sorrise ancora. Ora il sorriso era glorioso, quello di un santo davanti alle porte del paradiso, pronto ad accettare il permesso di entrare.

“Taglia la testa e il corpo morirà.”

Eldrick riusciva a vederlo negli occhi di Ezatullah. Aveva perso la testa. Forse era la malattia, o forse qualcos’altro, ma era ovvio che non ragionava con chiarezza. Fino a quel momento, il piano era stato di rubare il materiale e abbandonare il furgone nel South Bronx. Era un lavoro pericoloso, molto difficile da portare a termine, e loro ce l’avevano fatta. Ma chiunque fosse il capo questi aveva cambiato il piano, o aveva mentito fin dall’inizio. Adesso viaggiavano verso Washington in un furgone radioattivo.

Per fare cosa?

Ezatullah era uno jihadista esperto. Doveva sapere che quello che stava suggerendo era impossibile. Qualsiasi cosa pensasse che avrebbero fatto, Eldrick sapeva che non ci sarebbero arrivati neanche lontanamente vicini. Immaginò il furgone, trivellato di buchi di proiettile, a trecento metri dalla Casa Bianca o dal Pentagono o dal recinto del Campidoglio.

Questa non era una missione suicida. Non era una missione per niente. Era una dichiarazione politica.

“Non ti preoccupare,” disse Ezatullah. “Sii felice. Sei stato scelto per l’onore più grande che ci sia. Ce la faremo, anche se tu non puoi immaginarti come. Il metodo ti diverrà chiaro a suo tempo.” Si voltò e aprì la portiera del furgone.

Eldrick guardò Momo. Stava montando la targa posteriore. Momo non parlava da un po’. Probabilmente neanche lui si sentiva tanto bene.

Eldrick fece un passo indietro. Poi un altro. Ezatullah era impegnato con qualcosa dentro al furgone. Gli dava le spalle. La parte migliore di quel momento era che un altro sarebbe potuto non capitare più. Eldrick se ne stava lì in piedi nello spazio aperto, e nessuno lo guardava.

Eldrick era stato un corridore a scuola. Era bravo. Ricordava le folle nella 168ma Strada Armory a Manhattan, le posizioni sul tabellone, la campanella che scattava. Ricordava quel senso di nodo allo stomaco appena prima di una gara, e la velocità folle sulla nuova pista, le magre gazzelle nere da competizione che si spintonavano, i gomiti in alto, che correvano così veloci che sembrava di stare in un sogno.

Per tutti gli anni trascorsi da allora, Eldrick non aveva mai corso come aveva fatto all’epoca. Ma forse, con una scarica di energia concentrata, avrebbe potuto raggiungere quella velocità adesso. Non aveva senso esitare, né starci a pensare troppo.

Si voltò e partì.

Un secondo dopo, la voce di Momo dietro di lui:

“EZA!”

Poi qualcosa in farsi.

L’edificio abbandonato era davanti. La malattia tornò a farsi sentire. Vomitò, il sangue che gli schizzava la camicia, ma continuò a correre. Era già senza fiato.

Sentì uno schiocco come di una spillatrice. Fece una debole eco contro i muri dell’edificio. Ezatullah sparava, ovvio che sparava. La sua pistola aveva un silenziatore.

Una puntura acuta attraversò la schiena di Eldrick. Cadde sul marciapiedi, sbucciandosi le braccia contro l’asfalto rotto. Un secondo dopo, un’altra eco di sparo. Eldrick si alzò e continuò a correre. Il recinto era proprio lì. Si voltò e si gettò verso il buco.

Un’altra puntura lo attraversò. Cadde in avanti e si aggrappò al recinto. Tutta la forza sembrò scivolargli fuori dalle gambe. Era appeso lì, a tenersi su con la presa morta delle dita attraverso le maglie della rete.

“Muoviti,” gracchiò. “Muoviti.”

Cadde sulle ginocchia, forzò il recinto lacero da parte e strisciò dentro al buco. Era nell’erba fitta. Si mise in piedi, incespicò per qualche passo, inciampò in qualcosa che non riusciva a vedere e rotolò giù da un terrapieno. Non ci provò neanche a smettere di rotolare. Lasciò che lo slancio lo portasse sul fondo.

Arrivò a fermarsi, respirando pesantemente. Il dolore alla schiena era irreale. Aveva il viso nella terra. Era umido lì, infangato, e si trovava proprio lungo l’argine. Poteva ruzzolare nelle acque buie se voleva. Invece strisciò più a fondo nel sottobosco. Il sole non era ancora sorto. Se fosse rimasto lì, senza muoversi e senza fare rumori, era quasi possibile che…

Si toccò il petto con la mano. Ritirò le dita zuppe di sangue.

*

Ezatullah era in piedi davanti al buco nella recinzione. Il mondo attorno a lui girava. Gli erano venute le vertigini anche solo a rincorrere Eldrick.

Con la mano si aggrappava alla maglia di ferro della recinzione, che lo teneva in piedi. Pensava che avrebbe potuto vomitare. Era buio in quei cespugli. Avrebbero potuto perdere un’ora a cercarlo lì. Se ce l’avesse fatta a raggiungere il grande edificio abbandonato, allora magari non l’avrebbero mai più trovato.

Moahmmar era lì accanto. Era chino, le mani sulle ginocchia, respirava profondamente. Tremava in tutto il corpo. “Dovremmo andare?” chiese.

Ezatullah scosse la testa. “Non ne abbiamo il tempo. Gli ho sparato due volte. Se non lo finisce la malattia, lo faranno i proiettili. Lasciamolo morire solo. Forse Allah avrà pietà della sua codardia. Lo spero. In ogni caso, dobbiamo andare avanti senza di lui.”

Si voltò e riprese il cammino verso il furgone. Sembrava che fosse parcheggiato lontanissimo. Era stanco, ed era malato, ma continuò a mettere un piede davanti all’altro. Ogni passo lo portava più vicino ai cancelli del Paradiso.

Capitolo 9

6:05 a.m.

Centro di comando congiunto dell’antiterrorismo - Centro Manhattan

“Luke, la cosa migliore da fare è riunire i tuoi e tornare a Washington,” disse l’uomo in giacca e cravatta.

Luke era all’interno del vorticoso caos della sala principale del centro di comando. Era già giorno, e una fioca luce filtrava dalle finestre due piani al di sopra degli uffici. Il tempo passava troppo velocemente, e il centro di comando era un cazzo di casino.

Duecento persone riempivano la stanza. C’erano almeno quaranta postazioni di lavoro, alcune delle quali con due o tre persone sedute davanti a cinque schermi di computer. Sul megaschermo di fronte c’erano venti diverse schermate televisive e di computer. Questi mostravano mappe digitali di Manhattan, del Bronx, sequenze live di entrate nei tunnel Holland e Lincoln, foto segnaletiche di terroristi arabi che risiedevano nel paese.

Tre adesso mostravano il sindaco DeAngelo, che con il suo metro e novantadue sovrastava gli assistenti al suo fianco, e che al microfono diceva ai coraggiosi newyorkesi di restare a casa e abbracciare i loro figli. Stava leggendo un discorso preparato.

“Nel peggiore dei casi,” disse il sindaco, la voce che usciva dagli altoparlanti disposti nella stanza, “l’esplosione iniziale ucciderà molte persone e creerà un panico di massa nell’area immediatamente limitrofa. L’esposizione alle radiazioni diffonderà la paura in tutta la regione e probabilmente in tutto il paese. Molte persone esposte all’attacco iniziale si ammaleranno, e alcune moriranno. I costi per ripulire l’aerea saranno enormi, ma sembreranno piccoli in confronto a quelli psicologici ed economici. Un attacco con una bomba sporca in un’importante stazione di New York paralizzerà i trasporti lungo la costa per il prossimo futuro.”

“Carino,” disse Luke. “Mi chiedo chi scriva questa roba.”

Analizzò la stanza. Qui erano rappresentati tutti, tutti a sgomitare per una posizione migliore. Era pastina alfabeto. NYPD, FBI, NSA, ATF, DEP, persino CIA. Diavolo, c’era la DEA qui. Luke non era sicuro di come il furto di scorie radioattive costituisse un crimine di droga.

Ed Newsam era andato a pescare lo staff dell’SRT tra la folla.

“Luke, mi hai sentito?”

Luke tornò alla questione in esame. Era con Ron Begley della Sicurezza Interna. Ron era un uomo che si stava stempiando, sul finire dei cinquant’anni. Aveva una grossa pancia tonda e piccole dita tracagnotte. Luke conosceva la sua storia. Era stato uno da scartoffie, un uomo che era venuto fuori dalla burocrazia del governo. L’11 settembre, era alla Tesoreria a coordinare un team che analizzava l’evasione fiscale e gli schemi Ponzi. Era passato all’antiterrorismo con la creazione della Sicurezza Interna. Non aveva mai fatto un arresto, o fatto fuoco in un momento di rabbia, nella sua vita.

“Hai detto che vuoi che me ne vada a casa.”

“Ci stai tra i piedi qui, Luke. Kurt Myerson ha chiamato il suo capo al NYPD e gli ha detto che all’ospedale trattavi la gente come schiavi personali. E che hai sequestrato un team della SWAT. Davvero? La SWAT? Senti, questo è il loro terreno. Devi seguire la loro guida. È così che si gioca.”

“Ron, è stato il NYPD a chiamarci. Immagino perché hanno ritenuto di aver bisogno di noi. La gente lo sa come lavoriamo.”

“Come i cowboy,” disse Begley. “Lavori come partecipassi a un rodeo di cowboy.”

“Don Morris mi ha buttato giù dal letto per farmi venire qui. Puoi parlarne con Don…”

Begley alzò le spalle. Una parvenza di sorriso gli apparve in faccia. “Don è stato richiamato. È salito su un elicottero venti minuti fa. Ti suggerisco di fare lo stesso.”

“Cosa?”

“È così. È stato promosso, se capisci cosa voglio dire. Promosso in senso lato. L’hanno chiamato a tenere un briefing sulla situazione al Pentagono. Roba davvero importante. Credo che non potessero mandarci un interno, così ci hanno portato Don.”

Begley abbassò la voce, nonostante Luke riuscisse comunque a sentirlo bene. “Un avvertimento. Cos’ha Don, altri tre anni prima della pensione? Don è una specie in via di estinzione. È un dinosauro, e così è l’SRT. Lo so io e lo sai tu. Tutte queste piccole agenzie segrete all’interno di un’unica agenzia stanno per essere scaricate. Stiamo accorpando e centralizzando, Luke. Adesso ci servono analisti di dati. È così che risolveremo i crimini del futuro. È così che prenderemo questi terroristi oggi. Non abbiamo bisogno di machi, di superspie e anziani ex commando che si calino giù dalle corde lungo le facciate degli edifici ormai. Proprio non ci servono. Basta giocare agli eroi. In realtà è un po’ ridicolo, se ci pensi bene.”

“Ottimo,” disse Luke. “Lo prenderò in considerazione.”

“Pensavo che insegnassi al college,” disse Begley. “Storia, scienze politiche, quella roba lì.”

Luke fece un cenno col capo. “Sì.”

Begley posò una mano carnosa sul braccio di Luke. “Dovresti continuare a farlo.”

Luke scosse via la mano e si tuffò nella folla, cercando i suoi.

*

“Che cosa abbiamo?” chiese Luke.

Il suo team aveva organizzato un campo in un ufficio fuori mano. Avevano preso un po’ di scrivanie vuote e imbastito la loro piccola stazione di comando con laptop e uplink satellitari. Ed Newsam e Trudy erano lì, insieme a pochi altri. Swann si era rintanato in un angolo da solo con tre laptop.

“Hanno richiamato Don,” disse Trudy.

“Lo so. Gli hai parlato?”

Annuì. “Venti minuti fa. Stava per partire. Ha detto di continuare a lavorare al caso finché lui non ce ne tira fuori personalmente. E di ignorare gentilmente chiunque altro.”

“Mi sta bene. Quindi a che punto siamo?”

Trudy parlò seria. “Ci muoviamo veloci. Abbiamo ristretto la ricerca a sei veicoli ad alta priorità. Tutti sono passati entro un isolato o due dall’ospedale la scorsa notte, e presentano caratteristiche strane o che non corrispondono.”

“Dammi un esempio.”

“Okay. Uno è un camion fornitore alimentare intestato a un ex paracadutista russo. Siamo stati in grado di seguirlo con le videocamere di sorveglianza, e a quanto sembra, è andato su e giù per Manhattan tutta la notte, a vendere hot dog e Pepsi a prostitute, magnaccia e clienti.”

“Ora dov’è?”

“È parcheggiato sull’11ma Avenue, a sud Centro Congressi Jacob Javits. Non si muove da un po’. Pensiamo che stia dormendo.”

“Okay, mi pare che sia appena diventato di bassa priorità. Passalo al NYPD, non si sa mai. Possono svegliarlo e rivoltargli il camion, scoprire se lì dentro ci vende anche qualcos’altro. Prossimo.”

Trudy scorse la sua lista. Un minivan convertito in auto Uber da un ex fisico nucleare caduto in disgrazia. Un articolato di quaranta tonnellate con richiesta d’indennizzo assicurativo che venne demolito in un incidente e rottamato. Un furgone delle consegne per un servizio commerciale di lavanderia, con le targhe registrate a una non collegabile attività di pavimentazione di Long Island. Un’ambulanza registrata come rubata tre giorni fa.

“Un’ambulanza rubata?” chiese Luke. “Sembra interessante.”

Trudy scrollò le spalle. “Di solito si tratta di commercio illegale di organi. Li recuperano dai pazienti deceduti a pochi minuti dalla morte. Devono recuperare gli organi, impacchettarli e portarli fuori dall’ospedale in fretta. Nessuno dà una seconda occhiata a un’ambulanza che aspetta nel parcheggio di un ospedale.”

“Ma stanotte forse non aspettavano organi. Sappiamo dove sono?”

Scosse la testa. “No. L’unico luogo che abbiamo è quello del russo. È ancora più un arte che una scienza. Le telecamere di sorveglianza non sono ancora dappertutto, specialmente appena si esce da Manhattan. Vedi un furgone sorpassare una videocamera, poi potresti non vederlo più. O potresti ribeccarlo con un’altra telecamera dieci isolati più in là, o a cinque miglia. L’articolato ha attraversato il ponte George Washington verso il New Jersey prima che lo perdessimo. Il furgoncino della lavanderia è passato per la 138ma Strada verso il South Bronx ed è sparito. Proprio adesso, li stiamo rintracciando tutti con altri mezzi. Abbiamo contattato la compagnia dell’autotrasporto, l’Uber, la compagnia di pavimentazione e il servizio di lavanderia. Dovremmo venire a sapere qualcosa presto. E ho otto persone al quartier generale che setacciano ore di video, in cerca dell’ambulanza.”

“Bene. Tienimi aggiornato. Che succede con la banca?”

Il viso di Trudy era di pietra. “Dovresti chiederlo a Swann.”

“Okay.” Fece un passo verso il piccolo feudo d’angolo di Swann.

“Luke?”

Si fermò. “Sì.”

Gli occhi di Trudy guizzavano per la stanza. “Possiamo parlare? In privato?”

*

“Mi licenzierai perché non infrango la legge per te?”

“Trudy, non ho nessuna intenzione di licenziarti. Perché lo pensi?”

“È quello che hai detto, Luke.”

Si trovavano in uno stanzino. C’erano due scrivanie vuote qui e una piccola finestra. La moquette era nuova. I muri erano bianchi e non vi era appeso niente. C’erano una piccola videocamera montata in un angolo, vicino al soffitto.

Sembrava che la stanza non fosse mai stata usata. Lo stesso centro di comando era aperto da meno di un anno.

I grandi occhi di Trudy lo fissavano con attenzione.

Luke sospirò. “Ti stavo dando una via d’uscita. Pensavo che lo avresti capito. Se ci sono dei guai, puoi dare la colpa a me. Tutto quello che hai fatto è stato eseguire i miei ordini. Temevi di perdere il lavoro se non avessi eseguito i miei ordini.”

Lei gli si avvicinò di un passo. Nell’isolamento della stanza, Luke poteva sentire il suo shampoo e il delicato profumo che portava spesso. La combinazione di odori gli fece qualcosa alle ginocchia. Le sentì tremare un po’.

“Non puoi neanche darmi un ordine diretto, Luke. Non lavori più per l’SRT.”

“Sono in congedo.”

Lei fece un altro passetto nella sua direzione. I suoi occhi erano concentrati su di lui come laser gemelli. C’era intelligenza in quegli occhi, e calore.

“E te ne sei andato… perché? Per causa mia?”

Scosse la testa. “No. Avevo le mie ragioni. Tu non eri fra queste.”

“I fratelli Marshall?”

Scrollò le spalle. “Quando uccidi due uomini in una sola notte, è un buon momento per prendersi una pausa. Forse anche di valutare quello che stai facendo.”

“Stai dicendo che non hai mai provato niente per me?” chiese.

Lui la guardò, sbalordito dalla domanda. Aveva sempre avuto l’impressione che Trudy flirtasse con lui, e lui non aveva mai abboccato all’amo. C’era stata qualche volta, ubriaco a qualche festa, dopo brutte litigate con la moglie, che ci era andato vicino. Ma il pensiero di sua moglie e suo figlio l’avevano sempre tenuto lontano dal precipitare in qualcosa di stupido.

“Trudy, noi lavoriamo insieme,” disse risolutamente. “E io sono sposato.”

Lei si avvicinò ancora di più.

“Non mi interessa il matrimonio, Luke,” disse piano, inclinandosi verso di lui, ormai vicinissima.

Era contro di lui adesso. Luke le mise le mani sui fianchi. Sentiva il calore provenire da lei, e quella vecchia incontrollabile voglia quando le stava vicino, l’eccitazione, l’energia… il desiderio. Lei riuscì a posargli le mani sul petto, e non appena i palmi gli toccarono la camicia, lui seppe che avrebbe dovuto agire subito o abbandonarsi a lei completamente.

Con un atto finale di supremo autocontrollo, Luke fece un passo indietro e le allontanò delicatamente le mani.

“Mi dispiace, Trudy,” disse, con la voce roca. “Ti voglio bene. Davvero. Ma non è una buona idea.”

Lei si accigliò, ma prima di poter dire qualcosa, un pesante pugno colpì la porta di legno.

“Luke? Sei lì?” Era la voce di Newsam. “Dovresti uscire e vedere questo. Swann ha trovato qualcosa.”

Si guardarono, Luke sentendosi colpevole come il diavolo al pensiero di sua moglie, anche se non aveva fatto niente. Se ne andò di lì prima che potesse accadere qualcos’altro senza poter fare a meno di chiedersi quanto ciò che era appena successo avrebbe avuto conseguenze sulla loro vita lavorativa insieme.

E poi, peggio di tutto, non poteva fare a meno di ammettere che, sotto sotto, non aveva nessuna voglia di lasciare la stanza.

*

Swann sedeva a una lunga tavola con i suoi tre monitor video allineati davanti a sé. Con la sua calvizie incipiente e gli occhiali, ricordava a Luke un fisico della NASA al controllo missione. Luke era in piedi dietro di lui con Newsam e Trudy, al di sopra delle strette spalle di Swann.

“Questo è il conto corrente di Ken Bryant,” disse Swann, muovendo il cursore nel centro dello schermo. Luke assorbì i dettagli: depositi, prelievi, saldo totale, un range di date che andava dal 28 aprile al 27 maggio.

“Quanto è sicura la connessione?” chiese Luke. Diede un’occhiata alla stanza e fuori dalla porta. La stanza principale del centro di comando era proprio in fondo al corridoio.

“Questa?” disse Swann. Alzò le spalle. “È indipendente dal centro di comando. Sono connesso alla nostra torre e ai nostri satelliti. È criptata dai nostri. Credo che la CIA o l’NSA potrebbero cercare di violarla, ma perché preoccuparsi? Facciamo parte della stessa squadra, no? Non me ne preoccuperei. Invece, mi concentrerei su questo conto bancario. Noti niente di strano?”

“Il saldo è più di $24,000,” disse Luke.

“Esatto,” disse Swann. “Un custode con un bel po’ di soldi nel suo conto corrente. Interessante. Ora andiamo indietro di un mese. Dal 28 marzo al 27 aprile. Il saldo arriva fino a $37,000, e adesso comincia a spendere. Ci sono trasferimenti qui da un conto anonimo, $5,000, poi $4,000, poi, be’, chi se ne frega delle tasse… dammene $20,000.”

“Okay,” disse Luke.

“Indietro di un altro mese. Dalla fine di febbraio alla fine di marzo. Il saldo iniziale è di $1,129. Entro la fine del mese, è di oltre $9,000. Indietro di un altro mese, dalla fine di gennaio alla fine di febbraio, e il saldo non è mai arrivato a $2,000 in tutto il tempo. Da qui, se andiamo indietro di tre anni, vediamo che il saldo raramente ha superato i $1,500. Ecco un tizio che vive giorno per giorno, che d’un tratto comincia a ottenere grossi trasferimenti di denaro in marzo.”

“Da dove viene il denaro?”

Swann sorrise e alzò un dito. “Adesso viene il bello. Viene da una piccola banca offshore specializzata in conti numerari anonimi. Si chiama Royal Heritage Bank, e ha sede sulla Grand Cayman.”

“Riesci ad hackerarlo?” chiese Luke. Vide di sfuggita l’aria di disapprovazione di Trudy.

“Non ce n’è bisogno,” disse Swann. “La Royal Heritage appartiene a una risorsa della CIA di nome Grigor Svetlana. È un ucraino che faceva parte dell’Armata Rossa. Ha avuto qualche guaio con i russi vent’anni fa, dopo la sparizione di alcuni armamenti sovietici che poi sono riapparsi nei mercati neri dell’Africa Occidentale. Non parlo di pistole. Parlo di contraeree, artiglieria controcarri, più un po’ di missili cruise a bassa altitudine. I russi erano pronti ad appenderlo per il collo. Non avendo dove andare, si è rivolto a noi. Ho un amico a Langley, e i conti della Royal Heritage Bank, per nulla anonimi, sono in realtà un libro aperto per la comunità dell’intelligence americana. Certo, la maggior parte dei clienti della Royal non ne è al corrente.”

“Quindi sai a chi appartiene il conto che procede con i trasferimenti.”

“Sì.”

“Okay, Swann,” disse Luke. “Capisco. Sei molto sveglio. Ora arriviamo al punto.”

Swann fece un gesto verso gli schermi del computer. “Lo stesso Bryant era il titolare del conto che faceva i trasferimenti. È il conto su quel monitor a sinistra. Potete vedere che ha circa $209,000 adesso. Stava trasferendo un po’ qui e un po’ là dal conto numerario al suo conto corrente locale, probabilmente per uso personale. E se andiamo indietro di qualche mese, vediamo che il conto offshore di Bryant era stato creato il 3 marzo con un trasferimento di $250,000 da un altro conto della Royal Heritage, quello sul monitor di destra.”

Luke guardò il conto di destra. C’erano più di quarantaquattro milioni di dollari.

“Qualcuno ha assunto Bryant,” disse.

“Precisamente,” disse Swann.

“Chi è?”

“È quest’uomo.” Sullo schermo apparve una fototessera. Mostrava un uomo di mezz’età con capelli scuri che si stavano incanutendo. “Questo è Ali Nassar. Cinquantasette anni. Cittadino iraniano. Nato a Teheran in una famiglia benestante e influente. Ha studiato alla London School of Economics, poi alla Harvard Law School. È tornato a casa e ha preso un’altra laurea in legge, questa dall’università di Teheran. Quindi può lavorare sia negli Stati Uniti che in Iran. È stato coinvolto in negoziazioni commerciali internazionali per la maggior parte della carriera. Vive qui a New York e attualmente è un diplomatico iraniano delle Nazioni Unite. Ha completa immunità diplomatica.”

Luke si grattò il mento. Poteva sentire la corta barba crescere. Cominciava a essere stanco. “Fammi capire bene. Nassar ha pagato Ken Bryant, presumibilmente per avere accesso all’ospedale, e per ottenere informazioni sulle misure di sicurezza e su come evitarle.”

“Presumibilmente, sì.”

“Quindi probabilmente sta guidando una cellula terroristica qui a New York, è complice nel furto di materiale pericoloso e di almeno quattro omicidi, e non può essere perseguito dalla legge americana?”

“Pare proprio così.”

“Okay. Sei già nel conto, vero? Vediamo a chi altro manda soldi.”

“Mi ci vorrà un po’.”

“Va bene. Nel frattempo mi occupo di una faccenda.”

Luke guardò Ed Newsam. La faccia di Newsam era dura, gli occhi opachi e vuoti.

“Dimmi, Ed, ti va di fare un giro con me? Forse dovremmo fare una visita al signor Ali Nassar.”

Newsam sorrise, ma aveva un’aria più che altro accigliata.

“Mi pare divertente.”

Capitolo 10

6:20 a.m.

Centro Wellness del Congresso - Washington D.C.

Non era facile da trovare.

Jeremy Spencer si trovava di fronte a una serie di porte serrate in acciaio grigio in uno scantinato del Rayburn House Office Building. Le porte erano nascoste in un angolo del parcheggio della metropolitana. Pochissime persone erano a conoscenza dell’esistenza di questo posto. Ancor meno persone sapevano dove fosse. Si sentiva uno scemo, ma bussò alla porta comunque.

Qualcuno premette un pulsante e lo fece entrare. Spinse la porta, provando quella familiare sensazione di incertezza nello stomaco. Sapeva che la palestra del congresso era off-limits per chiunque eccetto i membri del Congresso degli Stati Uniti d’America. Eppure, nonostante la violazione del protocollo di lunga data, era stato invitato a entrarci.

Oggi era il più importante giorno della sua giovane vita. Viveva a Washington da tre anni, e stava facendo carriera.

Sette anni prima, era un morto di fame dell’Upstate New York che viveva in una roulotte. Poi era stato uno studente con piena borsa di studio alla State University di New York a Binghamton. Invece di rilassarsi e godersi la corsa, era diventato presidente del campus dei repubblicani e cronista per il giornale della scuola. Ben presto si era messo a scrivere su Breitbart e Drudge. Ora, a ciò che gli pareva dopo un respiro profondo, era un reporter di Newsmax che scriveva direttamente dal Campidoglio.

Non era una palestra di lusso. C’erano alcuni attrezzi cardiovascolari, un po’ di specchi e un po’ di pesi su uno scaffale. Un signore anziano in t-shirt e pantaloni sudati, con addosso gli auricolari, camminava su un tapis roulant. Jeremy entrò nel silenzioso spogliatoio. Svoltò l’angolo, e davanti a lui c’era l’uomo con cui era venuto a parlare.

L’uomo era alto, sui cinquantacinque, con capelli d’argento. Era davanti a un armadietto aperto, così Jeremy lo vide di profilo. La schiena era dritta, e la grande mascella si protendeva in avanti. Indossava una t-shirt e i pantaloncini, entrambi fradici dall’allenamento. Le spalle, le braccia, il petto e le gambe, ogni muscolo era definito. Aveva l’aria di un capo.

L’uomo era William Ryan, rappresentante della Carolina del Nord con un mandato di nove anni, e speaker della Camera. Jeremy sapeva tutto di lui. La sua era una famiglia ricca da generazioni. Possedevano piantagioni di tabacco da prima della Rivoluzione. Il suo trisavolo era stato un senatore degli Stati Uniti durante la Ricostruzione. Si era laureato come primo della sua classe al college militare The Citadel. Era affascinante, elegante, ed esercitava il potere con un’aria di confidenza e di diritto così totali che erano pochi nel suo partito a prendere in considerazione l’idea di opporglisi.

“Signor speaker?”

Ryan si voltò, vide Jeremy lì, e fece comparire un sorriso luminoso. La t-shirt era blu scuro, con lettere rosse e bianche. AMERICANO ORGOGLIOSO era tutto quello che dicevano. Allungò la mano per una stretta. “Scusa,” disse. “Sono ancora un po’ sudato.”

“Nessun problema, signore.”

“Okay,” disse Ryan. “Basta con il signore. In privato puoi chiamarmi Bill. Se ti sembra troppo difficile, chiamami col mio titolo. Ma voglio che tu sappia una cosa. Ti ho richiesto io, e ti darò un’esclusiva. Più tardi oggi pomeriggio, potrei tenere una conferenza stampa con tutti i media. Ancora non lo so. Ma fino ad allora, per tutto il giorno, le mie opinioni su questa crisi andranno a finire sotto la tua firma. Che ne dici?”

“Dico che mi va benissimo,” disse Jeremy. “È un onore. Ma perché proprio me?”

Ryan abbassò la voce. “Sei un bravo ragazzo. Ti seguo da un po’. E voglio darti un consiglio. In via assolutamente ufficiosa. Dopo oggi, non sarai più un cane da guerra. Sei un giornalista stagionato. Voglio che stampi quello che sto per dire parola per parola, ma a partire da domani, voglio che diventi leggermente più… nuancé, diciamo. Newsmax è fantastico per quello che è, ma tra un anno ti vedrò al Washington Post. È dove abbiamo bisogno di te, e andrà così. Ma prima, la gente deve credere che sei maturato e cresciuto fino a diventare un chiamiamolo giusto ed equilibrato reporter mainstream. Ciò che hai o non hai non è importante. È tutta una questione di percezioni. Capisci quello che dico?”

“Credo di sì,” rispose Jeremy. Il sangue gli rombava nelle orecchie. Quelle parole erano eccitanti e terrificanti allo stesso tempo.

“Tutti abbiamo bisogno di amici ai piani alti,” disse lo speaker. “Incluso io. E ora spara.”

Jeremy tirò fuori il telefono. “Il registratore è accesso… adesso. Signore, è a conoscenza del massiccio furto di materiale radioattivo che è avvenuto durante la notte a New York City?”

“Più che a conoscenza,” disse Ryan. “Come ogni americano, sono profondamente preoccupato. I miei assistenti mi hanno svegliato alle quattro del mattino con la notizia. Siamo in stretto contatto con l’intelligence, e monitoriamo la situazione da vicino. Come sai bene, mi sono adoperato per far approvare una dichiarazione di guerra da parte del Congresso contro l’Iran, dichiarazione che il presidente e il suo partito hanno bloccato a ogni votazione. Ci troviamo in una situazione in cui l’Iran sta occupando il nostro alleato, la sovrana nazione dell’Iraq, e il nostro personale deve attraversare i posti di blocco iraniani per entrare e uscire dalla nostra ambasciata sul posto. Non credo che si sia verificata una serie di eventi così umilianti dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979.”

“Crede che il furto sia stato compiuto dall’Iran, signore?”

“Per prima cosa, chiamiamolo per quello che è. Che una bomba esploda o meno in una metropolitana, si tratta di un attentato terroristico sul suolo americano. Almeno due addetti alla sicurezza sono stati uccisi, e la grande città di New York è in stato di allarme. Secondo, non abbiamo ancora sufficienti informazioni per individuare i terroristi. Ma sappiamo che la debolezza sul piano mondiale incoraggia questo tipo di attacchi. Dobbiamo mostrare la nostra vera forza, e dobbiamo agire uniti come paese, destra e sinistra, per difenderci. Invito il presidente a unirsi a noi.”

“Che cosa pensa che dovrebbe fare il presidente?”

“Il minimo sarebbe dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Dovrebbe investire le forze della legge di poteri speciali temporanei, finché non riusciamo a prendere i terroristi. Questi poteri dovrebbero includere sorveglianza non autorizzata, così come perquisizioni casuali e sequestri presso tutte le stazioni ferroviarie, degli autobus, presso i terminal, gli aeroporti, le scuole, le piazze pubbliche, i centri commerciali e gli altri centri di attività. Deve poi agire immediatamente per salvaguardare tutte le altre scorte di materiale radioattivo, ovunque negli Stati Uniti.”

Jeremy fissava gli occhi feroci di Ryan. Il fuoco che vi vedeva era quasi sufficiente a farlo scappare via.

“Ed ecco la cosa più importante. Se si scopre che gli attentatori sono iraniani o pagati dall’Iran, allora deve o dichiarare la guerra o fare un passo indietro e permettere a noi di farlo. Se si tratta davvero di un attacco da parte dell’Iran, e di fronte a questa informazione il presidente insiste nel bloccare i nostri sforzi per proteggere il paese e i nostri alleati nel Medio Oriente… quale scelta mi lascia? Avvierò io stesso le procedura d’impeachment.”

Capitolo 11

6:43 a.m.

Settantacinquesima Strada vicino a Park Avenue - Manhattan

Luke sedeva nel retro di un SUV dell’agenzia con Ed Newsam. Erano dall’altra parte di una tranquilla strada costeggiata da alberi, di fronte a un elegante, alto e moderno edificio con doppie porte in vetro e un usciere in guanti bianchi all’ingresso. Mentre osservavano, l’usciere teneva la porta aperta per una donna bionda e magra in abito bianco che usciva con un cane. Luke odiava questi edifici.

“Be’, c’è almeno una persona in questa città che non sembra preoccuparsi di un attentato terroristico,” disse Luke.

Ed si stravaccò sul sedile. Sembrava mezzo addormentato. Con i pantaloni cargo beige e la t-shirt bianca dipinta sulle sue qualità cesellate, la testa come una palla da biliardo e la barba quasi corta, Ed non dava l’impressione di un agente federale. Certamente non somigliava a nessuno che questo edificio avrebbe lasciato entrare.

Pensando ad Ali Nassar, Luke era infastidito dalla sua immunità diplomatica. Sperava che Nassar non cercasse di avvantaggiarsene. Luke non aveva pazienza per le negoziazioni.

Il telefono di Luke suonò. Lo guardò. Premette il bottone.

“Trudy,” disse. “Come posso aiutarti?”

“Luke, abbiamo nuove informazioni,” disse. “Sul corpo che tu e Don avete trovato all’ospedale.”

“Dimmi tutto.”

“Ibrahim Abdulraman, trentun anni. Cittadino libanese, nato a Tripoli da una famiglia molto povera. Scarsa educazione, se ne ha avuta una. Si è arruolato nell’esercito a diciotto anni. In breve tempo è stato trasferito nel carcere di Abū Salīm, dove ha lavorato per molti anni. In prigione è stato implicato in violazioni dei diritti umani, inclusi tortura e omicidio di oppositori politici. Nel marzo del 2011, mentre il regime cominciava a collassare, fuggì dal paese. Deve aver sentito puzza di bruciato. Un anno dopo era a Londra, a lavorare come guardia del corpo per un giovane principe saudita.”

Le spalle di Luke si accasciarono. “Mmm. Un torturatore libanese che lavora per un principe saudita? Che finisce morto mentre ruba materiale radioattivo a New York? Chi era veramente questo tizio?”

“Non ha storia di legami con estremisti, e sembra non avesse neanche fedi politiche. Non è mai stato un soldato scelto per alcun esercito, e sembra non si sia sottoposto ad alcun addestramento avanzato. A me pare che fosse un opportunista, un gorilla mercenario. È scomparso da Londra dieci mesi fa.”

“Okay, ridimmi il nome.”

“Ibrahim Abdulraman. E, Luke? C’è qualcos’altro che devi sapere.”

“Dimmi.”

“Non ho trovato io questa informazione. È sul megaschermo della sala principale. Questo Myerson del NYPD non mi ha dato i dati identificativi quando li aveva, e la ricerca l’hanno portata avanti loro. Hanno rilasciato l’informazione a tutti senza neanche dirlo a noi. Ci stanno sbattendo fuori.”

Luke guardò Ed e girò gli occhi all’insù. L’ultima cosa che voleva era essere coinvolto in una gara a chi piscia più lontano tra agenzie. “Okay, va bene…”

“Senti, Luke. Sono un po’ preoccupata per te. Rimarrai senza amici qui, e dubito che un incidente internazionale ti aiuterà. Perché non passiamo i dettagli del trasferimento bancario ai piani alti e lasciamo che sia la Sicurezza Interna a occuparsene? Possiamo scusarci per la violazione, dire che siamo stati troppo zelanti. Se incontri quel diplomatico adesso, ti esponi troppo.”

“Trudy, sono già arrivato.”

“Luke…”

“Trudy, adesso riattacco.”

“Cerco di aiutarti,” disse la donna.

Dopo aver riattaccato, guardò Ed.

“Sei pronto?”

Ed si mosse appena. Fece un cenno in direzione dell’edificio.

“Sono nato per fare queste cose.”

*

“Posso aiutarvi, signori?” disse l’uomo mentre entravano.

Un lampadario scintillante pendeva dal soffitto di fronte alla lobby. A destra, c’erano un sofà e un paio di sedie di marca. C’era un bancone lungo il muro sinistro, con un altro usciere dietro di esso. Aveva un telefono, un computer e un ammasso di schermi. Aveva anche una piccola televisione sintonizzata sui notiziari.

L’uomo pareva sui quarantacinque anni. Gli occhi erano rossi e venati, non necessariamente iniettati di sangue. I capelli erano tenuti all’indietro dal gel. Sembrava che fosse appena uscito dalla doccia. Luke pensò che lavorasse lì da tanto di quel tempo che avrebbe potuto bere tutta la notte e lavorare dormendo. Probabilmente era in grado di riconoscere ogni singola persona che fosse mai entrata o uscita da questo posto. E sapeva che Ed e Luke qui non c’entravano nulla.

“Ali Nassar,” disse Luke.

L’uomo prese il telefono. “Signor Nassar. L’attico. Chi devo annunciare?”

Senza dire una parola, Ed scivolò oltre il banco e schiacciò la cornetta del telefono, troncando la connessione. Ed era grande e grosso come un leone, ma quando si muoveva era fluido ed elegante come una gazzella.

“Non devi annunciare nessuno,” disse Luke. Mostrò all’usciere il distintivo. Ed fece lo stesso. “Agenti federali. Dobbiamo fare qualche domanda al signor Nassar.”

“Temo che al momento non sarà possibile. Il signor Nassar non accetta visitatori prima della 8 del mattino.”

“Allora perché hai alzato la cornetta?” chiese Newsam.

Luke guardò Ed. Era una domanda furba. Ed non sembrava il tipo da gruppo di dibattito, ma questa volta forse c’aveva preso.

“Hai guardato i notiziari?” chiese Luke. “Sono sicuro che hai sentito delle scorie radioattive scomparse. Abbiamo ragioni di credere che il signor Nassar possa saperne qualcosa.”

L’uomo guardava dritto di fronte a sé. Luke sorrise. Aveva appena avvelenato la fonte di Nassar. L’usciere era il centro della comunicazione. Entro domani, ogni singola persona dell’edificio avrebbe saputo che il governo era venuto a interrogare Nassar sulle sue attività terroristiche.

“Sono desolato, signore,” cominciò l’uomo.

“Non devi essere desolato,” disse Luke. “Tutto quello che devi fare è garantirci l’accesso al piano attico. Se non lo fai ti arresterò subito per intralcio alla giustizia, e ti porterò via da qui in manette. Sono sicuro che non vuoi che accada, e io neanche. Quindi dacci la chiave o il codice o quello che è, e poi torna al tuo lavoro. Ah, sappi che se manometti l’ascensore mentre siamo dentro, non solo ti arresterò per intralcio, ma anche per complicità in quattro omicidi e in furto di materiale pericoloso. Il giudice stabilirà una cauzione di dieci milioni di dollari, e tu marcirai a Rikers Island in attesa di processo per i prossimi dodici mesi. Ti suona attraente la prospettiva…” Luke lesse il nome sulla targhetta.

“John?”

*

“Volevi davvero arrestare quell’uomo?” chiese Ed.

Era un ascensore di vetro che si muoveva attraverso un tubo rotondo, anch’esso di vetro, nell’angolo sudoccidentale dell’edificio. A mano a mano che salivano, il panorama della città toglieva il fiato, fino a frastornare. Presto poterono godere della vista di un’ampia distesa con l’Empire State Building proprio davanti a loro e l’edificio delle Nazioni Unite alla loro sinistra. A distanza, una riga di aeroplani luccicava nel sole del primo mattino mentre si avvicinavano all’aeroporto LaGuardia.

Luke sorrise. “Arrestarlo per cosa?”

Ed ridacchiò. L’ascensore continuava a muoversi, sempre più su.

“Vecchio mio, sono stanco. Stavo andando a letto quando Don mi ha chiamato.”

“Lo so,” disse Luke. “Anch’io.”

Ed scosse la testa. “È da un po’ che non faccio tirate così. Non ne sentivo la mancanza.”

L’ascensore raggiunse l’ultimo piano. Si sentì un suono caldo, e le porte si aprirono.

Uscirono su un ampio corridoio. Il pavimento era di pietra lucida. Direttamente davanti a loro, a nove metri, c’erano due uomini. Erano grossi tizi in giaccia e cravatta, dalla pelle scura, forse persiani, forse di qualche altra etnia. Stavano bloccando una serie di doppie porte. A Luke la cosa non importava granché.

“Pare che il nostro usciere l’abbia fatta, quella telefonata.”

Uno degli uomini nel corridoio agitò la mano. “No! Dovete tornare indietro. Non potete venire qui.”

“Agenti federali,” disse Luke. Si avvicinarono agli uomini.

“No! Non avete giurisdizione. Vi vietiamo l’accesso.”

“Credo che non mi prenderò la briga di mostrargli il distintivo,” disse Luke.

“Già,” disse Ed. “Non ce n’è ragione.”

“Al mio via, okay?”

“Certo.”

Luke aspettò un attimo.

“Via.”

Erano a un metro e mezzo dagli uomini. Luke si avvicinò al suo e sferrò il primo pugno. Era sorpreso di quanto lentamente sembrava muoversi. L’uomo era di dodici centimetri più alto di lui. Aveva l’apertura alare di un grosso uccello. Bloccò il pugno facilmente e afferrò Luke al polso. Era forte. Spinse Luke più vicino.

Luke alzò un ginocchio verso l’inguine, ma l’uomo lo bloccò con la gamba. Gli mise una grossa mano attorno alla gola. Le dita si serravano come gli artigli di un’aquila, scavando nella carne vulnerabile.

Con la mano libera, la sinistra, Luke lo colpì agli occhi. Indice e medio, uno per occhio. Non era un colpo diretto, ma funzionò. L’uomo lasciò andare Luke e indietreggiò. Gli occhi gli piangevano. Sbatté le palpebre e scosse la testa. Poi sorrise.

Ci sarebbe stata una lotta.

Ecco arrivare Newsam, come un fantasma. Afferrò la testa dell’uomo con entrambe le mani, e la sbatté con forza contro il muro. La violenza fu intensa. Alcune persone sbattono la testa dell’avversario contro il muro. Ed Newsman lo fa come se stesse cercando aprire una breccia nel muro con la testa dell’uomo.

Bang!

Il viso dell’uomo trasalì.

Bang!

La mascella gli divenne floscia.

Bang!

Gli occhi gli girarono all’insù.

Luke alzò una mano. “Ed! Okay. Credo che basti così. È a posto. Mettilo giù piano. I pavimenti sembrano di marmo.”

Luke guardò l’altra guardia. Era già stesa sul pavimento, gli occhi chiusi, la bocca aperta, la testa appoggiata al muro. Ed li aveva liquidati entrambi. Luke non aveva fatto nulla.

Luke prese un paio di fascette di plastica dalla tasca e si accucciò sul suo uomo. Gli legò le caviglie. Strinse forte, come fosse un maiale pregiato. Alla fine qualcuno sarebbe venuto a tagliargliele via. Quando l’avrebbero fatto, il tizio probabilmente non avrebbe avuto sensibilità ai piedi per un’ora.

Ed faceva lo stesso con il suo uomo.

“Sei un po’ arrugginito, Luke,” disse.

“Io? No. Non dovrei neanche fare a pugni. Sono stato assunto per il cervello.” Poteva ancora sentire il punto della gola in cui l’uomo aveva stretto la mano. Avrebbe fatto male, domani.

Ed scosse la testa. “Ero nella Delta Force, come te. Ci sono entrato due anni dopo l’operazione Stanley agli avamposti di combattimento nel Nurestan. Se ne parlava ancora. Di come vi hanno lasciati lì e di come siete stati annientati. Al mattino, solo tre uomini stavano ancora combattendo. Tu eri uno di quelli, no?”

Luke grugnì. “Non sono a conoscenza dell’esistenza di…”

“Non dirmi cazzate,” disse Ed. “Secretata o meno, la storia la conosco.”

Luke aveva imparato a vivere la sua vita in compartimenti stagni. Raramente parlava dell’incendio alla base. Era accaduto un secolo prima, in un angolo dell’Afghanistan orientale così remoto che anche solo piazzarci delle truppe di terra doveva voler dire qualcosa. Era storia antica. Che nemmeno sua moglie conosceva.

Ma Ed era stato della Delta, perciò… okay.

“Sì,” disse. “Ero lì. Informazioni sbagliate ci hanno messo lì, ed è diventato il peggior incubo della mia vita.” Indicò i due uomini sul pavimento.

“In confronto questo sembra un episodio di Happy Days. Abbiamo perso nove bravi uomini. Appena prima del tramonto, siamo rimasti senza munizioni.” Luke scosse la testa. “È stato orribile. La maggior parte dei nostri ormai era già morta. E i tre fra noi che ce l’hanno fatta… Non so se siamo mai veramente tornati. Martinez è paralizzato dalla vita in giù. L’ultimo di cui ho sentito, Murphy, un vagabondo, entra ed esce dal reparto psichiatrico della Virginia.”

“E tu?”

“Io ho ancora gli incubi sull’accaduto.”

Ed stava fasciando i polsi del suo uomo. “Conoscevo un tizio che doveva ripulire tutto dopo che l’area era stata sgombrata. Ha detto che hanno contato 167 corpi su quella collina, esclusi i nostri. C’erano 21 morti tra i nemici per combattimento corpo a corpo all’interno del perimetro.”

Luke lo guardò. “Perché me lo stai dicendo?”

Ed scrollò le spalle. “Sei un po’ arrugginito. Non vergognarti di ammetterlo. E sarai anche intelligente. E sarai pure bassetto. Ma hai anche i muscoli, proprio come me.”

Luke scoppiò a ridere. “Okay. Sono arrugginito. Ma non mi chiamare bassetto.” Rise, alzando lo sguardo sull’enorme ossatura di Ed.

Anche Ed rise. Frugava le tasche dell’uomo sul pavimento. In pochi secondi, trovò quello che stava cercando. Era una scheda elettronica per la serratura digitale montata sul muro accanto alle doppie porte.

“Entriamo?”

“Dopo di te,” disse Ed.

Capitolo 12

“Non potete stare qui!” urlò l’uomo. “Fuori! Fuori da casa mia!”

Erano in un’ampia zona giorno. C’era un pianoforte a mezza coda bianco nell’angolo più lontano, e delle finestre che partivano quasi da terra e arrivavano al soffitto svelavano panorami mozzafiato. La luce del mattino si diffondeva all’interno. Vicino c’era un moderno sofà bianco e un tavolo, delle poltrone raggruppate attorno a un gigantesco schermo televisivo piatto appeso al muro. Sulla parete opposta c’era un’enorme tela, alta tre metri, con strane chiazze e gocce dai colori brillanti. Luke di arte ne sapeva qualcosa. Pensava si trattasse di un Jackson Pollock.

“Sì, ci siamo già passati con i tizi nell’ingresso,” disse Luke. “Noi non possiamo stare qui, eppure… eccoci qui.”

L’uomo non era alto. Era grosso e tozzo, e indossava una sfarzosa vestaglia bianca. Teneva in mano un grande fucile e puntava la canna nella loro direzione. A Luke sembrava un vecchio Browning da safari, probabilmente con un caricatore Winchester da 270 colpi. Quella cosa avrebbe seccato un alce a trecentocinquanta metri di distanza.

Luke si mosse verso la parte destra della stanza, Ed verso sinistra. L’uomo faceva oscillare il fucile avanti e indietro, incerto su chi prendere di mira.

“Ali Nassar?”

“Chi lo vuole sapere?”

“Sono Luke Stone. Questo è Ed Newsam. Siamo agenti federali.”

Ed e Luke circondarono l’uomo, avvicinandosi sempre di più.

“Sono un diplomatico della Nazioni Unite. Non avete giurisdizione qui.”

“Vogliamo solo farle un paio di domande.”

“Ho chiamato la polizia. Arriveranno tra poco.”

“Allora perché non getta a terra l’arma? Ascolti, è un’arma vecchia. Ha un otturatore girevole-scorrevole quella cosa. Se spara una volta, non avrà mai il tempo di ricaricarla per il secondo round.”

“Allora ucciderò lei e lascerò vivere l’altro.”

Ruotò verso Luke. Luke continuava a muoversi lungo il muro. Alzò le mani per mostrare di non essere minaccioso. Gli erano state puntate addosso così tante armi nel corso della sua vita da averne perso il conto molto tempo fa. Eppure, provava una brutta sensazione. Ali Nassar non aveva l’aria di un cecchino, ma se riusciva a sparare gli avrebbe fatto un bel buco da qualche parte.

“Se fossi in te, ucciderei quell’omone laggiù. Perché se uccidi me, nessuno può immaginarsi cosa farà quello lì. Io gli piaccio.”

Nassar non esitò. “No. Ammazzo lei.”

Ed era già dietro all’uomo, a tre metri. Coprì la distanza in un secondo. Colpì la canna facendo ruotare il fucile verso l’alto proprio mentre Nassar premeva il grilletto.

BUM!

La detonazione rimbombò fortissima tra le quattro mura dell’appartamento. Il colpo aprì un buco nell’intonaco bianco del soffitto.

Con una sola mossa, Ed allontanò l’arma, colpì con un pugno Nassar alla mascella e lo portò a sedersi su una poltrona.

“Okay, si accomodi. Con calma, per favore.”

Nassar era sotto shock a causa del pugno. Gli ci vollero diversi secondi perché gli occhi ritrovassero il loro centro. Teneva una mano paffuta sul livido rosso che gli si stava già formando sulla mascella.

Ed mostrò a Luke il fucile. “E questo?” Era elaborato, con il calcio intarsiato di perle e il caricatore lucido. Probabilmente era rimasto appeso a un muro da qualche parte fino a pochi minuti prima.

Luke dirottò la sua attenzione all’uomo sulla poltrona. Ricominciò dall’inizio.

“Ali Nassar?”

L’uomo era imbronciato. Aveva la stessa aria arrabbiata di suo figlio Gunner quando aveva quattro anni.

Fece un cenno col capo. “Ovviamente.”

Ed e Luke si mossero veloci, senza perdere tempo.

“Non potete farmi questo,” disse Nassar.

Luke guardò l’orologio. Erano le 7. La polizia poteva arrivare in qualsiasi momento.

Lo portarono in un ufficio appena fuori dalla zona giorno. Gli avevano tolto gli abiti. Gli avevano portato via le pantofole. Indossava dell’aderente biancheria intima bianca e nient’altro. Il suo stomaco sporgeva. Era teso come un rullante. Lo avevano fatto sedere, i polsi legati ai braccioli e le caviglie alle gambe della poltrona.

L’ufficio aveva una scrivania con un case vecchio stile e un monitor. Il processore era all’interno di una scocca in spesso acciaio, ancorata al pavimento in pietra. Non c’era un modo chiaro di aprire il case, nessun lucchetto, nessuna porta, niente. Per prendere l’hard disk un saldatore avrebbe dovuto tagliare la scocca. Non c’era tempo.

Ed e Luke erano in piedi davanti a Nassar.

“Ha un conto numerario alla Royal Heritage Bank sulla Grand Cayman,” disse Luke. “Il 3 marzo ha fatto un trasferimento di $250.000 a un conto intestato a un uomo di nome Ken Bryant. Ken Bryant è stato strangolato a morte a una qualche ora la scorsa notte in un appartamento di Harlem.”

“Non ho idea di cosa stiate parlando.”

“Lei lavora per un uomo di nome Ibrahim Abdulraman, che è morto stamattina in uno scantinato del Center Medical Center. È stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco alla testa mentre rubava materiale radioattivo.”

Un lampo di consapevolezza attraversò il viso di Nassar.

“Non conosco quest’uomo.”

Luke fece un respiro profondo. Normalmente, avrebbe avuto ore per interrogare un soggetto del genere. Oggi aveva minuti. Ciò significava che forse avrebbe dovuto imbrogliare un po’.

“Perché il computer è imbullonato al pavimento?”

Nassar scrollò le spalle. Cominciava a riacquistare fiducia in sé. Luke poteva quasi vederla riemergere. L’uomo credeva in se stesso. Pensava di riuscire a ostacolarli.

“C’è un bel po’ di materiale confidenziale lì. Ho dei clienti che sono coinvolti in transazioni commerciali sulla proprietà intellettuale. E io sono, come ho detto, un diplomatico assegnato alle Nazioni Unite. Di tanto in tanto ricevo comunicazioni che sono… come definirle? Secretate. Occupo questa posizione perché sono noto per la mia discrezione.”

“Può essere,” disse Luke. “Ma avrò bisogno che lei mi dia la password in modo che possa dare un’occhiata io stesso.”

“Temo che non sarà possibile.”

Dietro a Nassar, Ed rise. Sembrava un grugnito.

“Sarà sorpreso nello scoprire che cosa è possibile,” disse Luke. “Le cose stanno così, noi accederemo a quel computer. E lei ci darà la password. Ora, c’è un modo facile per farlo, e c’è un modo difficile. La scelta è sua.”

“Non mi farete del male,” disse Nassar. “Siete già in guai seri.”

Luke guardò Ed. Ed si mosse e si chinò alla destra di Nassar. Prese la mano destra di Nassar nelle sue forti mani.

Ed e Luke si erano conosciuti la prima volta la scorsa notte, ma stavano già cominciando a lavorare insieme senza comunicazione verbale. Era come se si leggessero nella mente a vicenda. A Luke era già capitato in passato, di solito con tizi che avevano fatto parte di unità speciali come la Delta. Alla relazione di solito occorreva più tempo per svilupparsi.

“Lo suona, quel piano?” chiese Luke.

Nassar annuì. “Ho studiato musica classica. Quand’ero giovane, ero un pianista concertista. Suono ancora per divertimento.”

Luke si accovacciò per essere all’altezza dello sguardo di Nassar.

“Tra un attimo, Ed le spezzerà le dita. Le sarà difficile poi suonare il piano. E farà male, probabilmente parecchio. Non sono sicuro che sia il tipo di dolore a cui un uomo come lei è abituato.”

“Non lo farete.”

“La prima volta, conterò fino a tre. Per darle qualche ultimo secondo per decidere cosa vuole fare. A differenza sua, noi avvertiamo le persone prima di ferirle. Noi non rubiamo materiale radioattivo con l’obiettivo di uccidere milioni di innocenti. Diavolo, se la caverà con poco in confronto a ciò che farà agli altri. Ma dopo questa prima volta, non ci saranno più avvertimenti. Mi limiterò a guardare Ed, e lui lei spezzerà un altro dito. Capito?”

“Le toglierò il lavoro,” disse Nassar.

“Uno.”

“Lei è un omuncolo senza alcun potere. Si pentirà di essere venuto qui.”

“Due.”

“Non si azzardi!”

“Tre.”

Ed spezzò il mignolo di Nassar a livello della seconda nocca. Lo fece velocemente, con pochissimo sforzo. Luke sentì lo scricchiolio appena prima che Nassar urlasse. Il mignolo sporgeva storto di lato. C’era qualcosa di osceno nell’angolo che faceva.

Luke mise la mano sotto al mento di Nassar e gli sollevò la testa. Nassar digrignava i denti. Aveva il viso arrossato e respirava a sussulti. Ma lo sguardo era severo.

“Era solo il mignolo,” disse Luke. “Il prossimo sarà il pollice. I pollici fanno molto più male dei mignoli. E sono anche più importanti.”

“Siete animali. Non vi dirò niente.”

Luke guardò Ed. Aveva un’espressione seria. Scrollò le spalle e spezzò il pollice. Questa volta lo schiocco fu forte.

Luke si alzò in piedi e lasciò che l’uomo strillasse per un attimo. Il suono era assordante. Poteva sentirne l’eco nell’appartamento, come le grida dei film horror. Forse sarebbe stato il caso di prendere un asciugamano dalla cucina da usare come bavaglio.

Camminava avanti e indietro per la stanza. Non gli piacevano queste cose. Era tortura, ne era consapevole. Ma le dita dell’uomo sarebbero guarite. Se una bomba sporca fosse scoppiata su un treno della metro, sarebbero morte molte persone. I sopravvissuti si sarebbero ammalati. Nessuno sarebbe mai guarito. Paragonando le due cose, le dita dell’uomo e i morti su un treno, la decisione era facile da prendere.

Nassar adesso piangeva. Del muco trasparente gli usciva da una delle narici. Respirava come un pazzo. Faceva huh-huh-huh-huh.

“Mi guardi,” disse Luke.

L’uomo fece quello che gli era stato detto di fare. Lo sguardo non era più severo.

“Ho visto che il pollice ha catturato la sua attenzione. Poi lavoreremo sul pollice sinistro. Dopodiché, cominceremo con i denti. Ed?”

Ed si spostò alla sinistra dell’uomo.

“Kahlil Gibran,” Nassar rantolò.

“Cosa? Non ho sentito.”

“Kahlil underscore Gibran. È la password.”

“Come lo scrittore?” chiese Luke.

“Sì.”

“Ma cosa significa lavorare con amore?” disse Ed, citando Gibran.

Luke sorrise. “Significa tessere la tela con fili tirati dal tuo stesso cuore, come se quella tela dovesse essere indossata dal tuo caro. Ce l’abbiamo appeso al muro della cucina. Mi piace questa roba. Credo che siamo tre inguaribili romantici.”

Luke andò al computer e fece volare le dita sul touchpad. Si aprì la schermata per l’inserimento della password. La scrisse.

Kahlil_Gibran

Apparve lo schermo del desktop. Lo sfondo era una foto di montagne con le punte coperte di neve, con prati gialli e verdi in primo piano.

“Sembra che finalmente ci siamo. Grazie, Ali.”

Luke tirò fuori un hard disk esterno che gli aveva dato Swann dalla stretta tasca dei pantaloni cargo. Lo collegò a una porta USB. La memoria esterna aveva una grande capacità. Avrebbe dovuto ingoiare facilmente tutto il computer del tizio. Potevano preoccuparsi più tardi di decifrare le informazioni.

Cominciò il trasferimento file. Sullo schermo, apparve una barra orizzontale vuota. La barra cominciò a riempirsi da sinistra con il colore verde. Tre percento verde, quattro percento, cinque. Sotto la barra, un casino di nomi di file apparivano e scomparivano una volta copiati sul drive di destinazione.

Otto percento. Nove percento.

Fuori dalla stanza principale ci fu un improvviso fracasso. La porta si aprì con uno schianto. “Polizia!” urlò qualcuno. “Lasciate cadere le armi! A terra!”

Si muovevano nell’appartamento, buttando giù cose, spalancando porte. Sembrava che fossero in parecchi. Sarebbero arrivati tra pochissimo.

“Polizia! A terra! A terra! Buttatevi a terra!”

Luke guardò la barra orizzontale. Sembrava bloccata al dodici percento.

Nassar fissava Luke. La palpebre gli scendevano pesanti sugli occhi. Gli uscivano delle lacrime. Gli tremavano le labbra. Aveva la faccia rossa, e il suo corpo quasi nudo era tutto sudato. Non aveva l’aria innocente né trionfante.

Capitolo 13

7:05 a.m.

Baltimora, Maryland – A sud del tunnel Fort McHenry

Eldrick Thomas si svegliò da un sogno.

Nel sogno si trovava in una piccola capanna sulla cima di una montagna. L’aria era pulita e fredda. Sapeva di sognare perché non era mai stato in una capanna prima. C’era un caminetto in pietra acceso. Il fuoco era caldo e lui allungava le mani verso le fiamme. Poteva sentire la voce di sua nonna dalla stanza accanto. Stava cantando un vecchio inno religioso. Aveva una voce meravigliosa.

Aprì gli occhi alla luce del giorno.

Sentiva molto dolore. Si toccò il petto. Era appiccicoso di sangue, ma i proiettili non l’avevano ucciso. Era malato per via delle radiazioni. Se lo ricordava. Si guardò attorno. Era disteso nel fango ed era circondato da spessi cespugli. Alla sua sinistra c’era un grande specchio d’acqua, un fiume o un porto. Poteva sentire un’autostrada da qualche parte lì vicino.

Ezatullah gli aveva dato la caccia fin qui. Ma era stato… molto tempo fa. Ezatullah probabilmente ormai se n’era andato.

“Coraggio,” gracchiò. “Devi andartene.”

Sarebbe stato facile rimanere lì. Ma se l’avesse fatto, sarebbe morto. Non voleva morire. Non voleva più essere uno jihadista. Voleva solo vivere. Anche trascorrere il resto della vita in prigione gli andava bene. La prigione andava bene. Ci aveva passato molto tempo. Non era così male come diceva la gente.

Cercò di alzarsi, ma non si sentiva le gambe. Non c’erano più. Si rotolò sullo stomaco. Il dolore lo bruciò come una scossa elettrica. Se ne andò in un posto buio. Passò del tempo. Dopo un po’, tornò. Era ancora qui.

Si mise a strisciare, con le mani stringeva la sporcizia e il fango e si trascinava avanti. Si strascicò su una lunga collina, la collina da cui era sceso la notte precedente, la collina che probabilmente gli aveva salvato la vita. Piangeva dal dolore, ma continuava a muoversi. Non gliene fregava un cazzo del dolore, cercava solo di arrivare in cima.

Passò molto tempo. Teneva la faccia nel fango. I cespugli erano un po’ più fitti qui. Si guardò intorno. Era sopra al fiume ora. Il buco nel recinto era dritto davanti a lui. Strisciò in quella direzione.

Rimase incastrato sul fondo del recinto mentre cercava di attraversarlo. Il dolore lo fece urlare.

Due uomini di colore sedevano su secchi bianchi non molto lontano. Eldrick li vide con chiarezza surreale. Non aveva mai visto nessuno con tanta chiarezza prima. Avevano canne, equipaggiamento vario e un grosso secchio bianco. Avevano un grosso frigorifero portatile blu su ruote. Avevano borse di carta bianca e contenitori a isolamento termico di McDonald’s. Dietro di loro c’era una vecchia e arrugginita Oldsmobile.

Sembravano vivere in paradiso.

Dio, ti prego, fammi essere loro.

Quandò urlò, gli uomini lo raggiunsero di corsa.

“Non mi toccate!” disse. “Sono contaminato.”

Capitolo 14

7:09 a.m.

La Casa Bianca - Washington D.C.

Thomas Hayes, presidente degli Stati Uniti, era in piedi in pantaloni e camicia elegante al banco della cucina di famiglia della Casa Bianca. Sbucciava una banana e aspettava che il caffè fosse pronto. Quando era solo, preferiva venirsene qui in silenzio e prepararsi da solo una colazione semplice. Non aveva ancora indossato la cravatta. Era a piedi nudi. E pensieri oscuri lo tormentavano.

Questa gente mi sta mangiando vivo.

Il pensiero era un intruso sgradito nella sua mente, il tipo di cosa che gli accadeva sempre di più nell’ultimo periodo. Una volta era stato la persona più ottimista che conosceva. Fin da piccolo, era sempre stato il migliore, ovunque si fosse trovato. Aveva tenuto il discorso di commiato al liceo, era stato il capitano della squadra di canottaggio e presidente del corpo studentesco. Summa cum laude a Yale, summa cum laude a Stanford. Borsista Fulbright. presidente del senato dello stato della Pennsylvania. Governatore della Pennsylvania.

Aveva sempre creduto di poter trovare la soluzione giusta a ogni problema. Aveva sempre creduto nel potere della sua leadership. Ma più importante ancora era che aveva sempre creduto nella bontà innata della gente. Queste cose non erano più vere. Cinque anni di mandato gli avevano risucchiato via tutto l’ottimismo.

Poteva gestire le lunghe ore. Poteva gestire i vari dipartimenti e la vasta burocrazia. Fino a poco fa, era stato in buoni rapporti con il Pentagono. Poteva vivere ventiquattro ore al giorno con i servizi segreti che si intrufolavano in ogni aspetto della sua vita.

Poteva persino gestire i media, e i modi poco intellettuali con cui lo attaccavano. Poteva convivere con il modo in cui deridevano la sua “educazione da country club”, e con il fatto che lo chiamassero “liberale da limousine”, presumendolo privo di qualsiasi capacità di sintonia con la gente. Il problema non erano i media.

Il problema era la Camera dei rappresentanti. Erano degli immaturi. Erano dei deficienti. Erano dei sadici. Erano un’orda di vandali, intenti a smantellarlo e portarlo via, un pezzo alla volta. La Camera era come un congresso studentesco delle medie, uno dove i bambini venivano eletti tra i peggiori delinquenti della classe.

I repubblicani più in vista erano un’irosa orda di barbari medievali, e i conservatori del Tea Party anarchici guerrafondai. E intanto, più vicino a casa, il leader della minoranza stava puntando dritto allo Studio Ovale, senza nascondere il suo desiderio di spingere il presidente in carica sotto a un autobus. I democratici della Blue Dog erano traditori a due facce – i tipici cugini che un secondo fanno gli amiconi e quello dopo sono bianchi arrabbiati che inveiscono contro gli arabi e gli immigrati e il crimine dei quartieri poveri. Ogni mattina, Thomas Hayes si svegliava sicuro che il suo gruppo di amici e alleati sarebbe diminuito nel corso dell’ora successiva.

“Sei con me, Thomas?”

Hayes guardò su.

David Halstram, il suo capo di gabinetto, era davanti a lui, completamente vestito, con l’aria che aveva sempre – sveglia, energica, assolutamente viva, preso dalla battaglia e impaziente di vederne delle altre. David aveva 34 anni, e lavorava lì da soli nove mesi. Diamogli tempo.

“Quando è uscita la storia?” chiese Hayes.

“Una ventina di minuti fa,” rispose David. “È già un trend nei social, e le reti televisive si stanno dimenando per mettere insieme degli ospiti per i dibattiti televisivi delle 8 del mattino. Se ne parlerà per molto tempo. Tra lo speaker Ryan e il fiasco dell’Iran e i terroristi a New York, siamo messi male.”

Hayes fece il pugno con la mano destra. Aveva fatto a pugni esattamente con due persone in tutta la sua vita. In entrambi i casi era stato tanto tempo fa, quando era un giovanissimo studente. In questo momento avrebbe voluto fare di Bill Ryan il numero tre.

“Abbiamo un pranzo in programma per domani,” disse. “Pensavo che potrebbe essere un passo avanti. Non che si possa appianare tutto in un solo incontro, ma…”

David allontanò l’idea con la mano. “Ci ha colti impreparati. Devi ammettere che è stata una mossa piuttosto scaltra. Praticamente ti mette in stato d’accusa perché non dai inizio alla terza guerra mondiale. E lo fa in un ambiente favorevole come quello di Newsmax, dove non ci saranno commenti critici a opporvisi, nessuna oggettività nemmeno nell’articolo, tutta questa roba può essere diffusa via Twitter e blog dai conservatori tutto il giorno, senza che lui abbia bisogno di dire una sola parola. È una storia che ha già una vita tutta sua. Nel frattempo noi dobbiamo comportarci come adulti. Dobbiamo tenere una conferenza stampa per parlare della minaccia di un attacco terroristico e della possibilità che sia stato finanziato dall’Iran. Dobbiamo rispondere a domande su un’eventuale ondata di supporto all’impeachment e su ciò che facciamo per salvaguardare i materiali radioattivi presenti in tutto il paese.”

“Cosa facciamo?”

“Per i materiali radioattivi?”

“Sì.”

David scrollò le spalle. “Dipende da quello che intendi dire. La politica è far sì che le scorie radioattive vengano stipate in sicurezza, ma ciò non accade sempre. Okay, la stragrande maggioranza viene trattata in modo ragionevolmente corretto. Ci sono posti, come il Center Medical Center tra l’altro, che sono piuttosto bravi a gestirle e rimuoverle stipandole in siti sicuri. Ma spediscono anche questa roba in furgoni di contenimento senza personale di sicurezza, usando le strade pubbliche. Poi ci sono ospedali che stipano le scorie insieme al materiale a rischio biologico. C’è pure una manciata di ospedali, specialmente al sud, che sembrano buttar via il materiale radioattivo insieme ai rifiuti normali. Non scherzo. E non farmi parlare delle testate nucleari. Originariamente, tutte le barre di combustibile usato dovevano essere trasferite in impianti di deposito sicuri, ma non è mai successo. Gli impianti non sono mai stati costruiti. La stragrande maggioranza delle barre di combustibile utilizzato negli Stati Uniti, già nei primi anni Settanta, venivano stipate in loco insieme ai reattori dove erano state usate. E ci sono prove che suggeriscono che quasi il novanta percento dei reattori del paese abbia delle perdite, anche nelle acque sotterranee dei dintorni.”

Il presidente Hayes fissò il suo capo di gabinetto. “Perché non sono a conoscenza di queste cose?”

“Be’, tecnicamente, tu sei a conoscenza di queste cose. Ne sei stato informato, ma non è mai stata una priorità prima di oggi.”

“Quando ne sono stato informato?”

“Vuoi le date?”

“Le date, il personale, i contenuti. Sì.”

David lasciò crollare le spalle. Fece una pausa. “Thomas, posso farlo. E poi? Rileggerai il briefing della Commissione normativa sul nucleare di tre anni fa? Penso che abbiamo pesci più grossi da friggere in questo momento. Abbiamo una crisi in corso nel Medio Oriente, e un bombardamento pro guerra nei media e nei corridoi del Congresso. Abbiamo del materiale radioattivo rubato e un potenziale attacco terroristico che scoppierà a New York City. Stiamo perdendo l’ala destra del nostro partito. Potrebbero spostarsi in massa dall’altra parte entro questo pomeriggio. E il secondo uomo più potente di Washington ti ha appena messo in stato di accusa. Siamo su un’isola, e l’acqua sale tutto intorno a noi. Dobbiamo agire, e dobbiamo farlo oggi.”

Hayes non si era mai sentito così perso. Era troppo, tutto quanto. Sua moglie e le sue figlie erano in vacanza alle Hawaii. Buon per loro. Avrebbe voluto essere lì invece che qui.

Ricorse a David Halstram come se l’uomo fosse un salvagente gettatogli in un mare in burrasca.

“Che cosa facciamo?”

“Ci prepariamo a difenderci,” disse David. “Il gabinetto è ancora saldo. Lì ti copriranno le spalle. Mi sono preso la libertà di organizzare una riunione per la mattinata di oggi. Porteremo qui tutti i geniacci e costruiremo un fronte unito. Kate Hoelscher del Tesoro. Marcus Jones del Dipartimento di Stato. Dave Delliger della Difesa non ci potrà essere per ovvie ragioni, ma chiamerà sulla linea sicura. E Susan Hopkins ci sta raggiungendo in aereo dalla costa occidentale mentre parliamo.”

“Susan,” cominciò Hayes.

Non poteva dire altro che il nome. Per più di mezza decade, aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per prendere le distanze dalla sua candidata a vice e attuale vice presidente. Tutta la situazione con Susan, lei stessa, lo metteva in imbarazzo. Aveva cominciato la sua vita come modella. Ritiratasi dall’ambiente a ventiquattro anni, aveva sposato un miliardario della tecnologia. Quando i suoi figli avevano raggiunto l’età della scuola, si era buttata in politica con i soldi del marito.

La gente la adorava perché era bella. Era rimasta snella e in forma e entusiasta nella mezza età. Una rivista femminile di recente l’aveva fotografata mentre faceva jogging all’aperto con pantaloni yoga di un luminoso arancione e canottiera. Era una discreta oratrice. Era inarrestabile quando si trattava di tagliare nastri e nelle competizioni di cucina. Si occupava di rendere nota alla gente l’esistenza del cancro al seno (come se per una qualche ragione la gente non ne fosse già a conoscenza), del fitness e dell’obesità infantile.

Non era Eleanor Roosevelt.

David alzò una mano. “Lo so, lo so. Credo che Susan sia un peso leggero, ma tu non le dai mai una chance. È stata senatrice della California per due mandati, Thomas. È la prima donna vice presidente nella storia degli Stati Uniti. Sono traguardi non da poco. È sveglia, e brava con le persone. Ma soprattutto sta dalla tua parte. Hai bisogno di tutto l’aiuto che puoi avere adesso, e credo che lei possa darti una mano.”

“Ma cosa vuoi che faccia? Non stiamo organizzando una sfilata di moda.”

David scrollò le spalle. “Il tuo ultimo indice di popolarità era del 12%. È un dato di tre giorni fa, prima di quest’ultimo disastro. Potrebbe trasformarsi in un numero a una cifra entro la prossima settimana. Alla tua nemesi Bill Ryan non va tanto meglio. È al 17%, più che altro perché è stato incapace di giungere a una dichiarazione di guerra. Probabilmente farà un salto in avanti temporaneo per la minaccia dell’impeachment.”

“Okay. La gente non è felice del governo.”

David sollevò un dito. “Piuttosto vero. Tranne per quanto riguarda Susan. Questa cosa dell’Iran non l’ha sfiorata. Il suo indice complessivo è del 62%, e lei è solida come una roccia per tutte le donne tranne che per le conservatrici credenti. Gli uomini liberali e indipendenti la adorano. È il politico più popolare d’America, ed è possibile che possa prestarti un po’ della sua popolarità.”

“Come?”

“Venendo qui alla Casa Bianca, lavorando spalla a spalla con te sui problemi più pressanti con i quali questo paese deve fare i conti, e facendosi fotografare nel mentre. Con apparizioni pubbliche insieme a te, e quasi letteralmente alzando lo sguardo su di te sul podio della leadership, come se tu fossi il suo eroe.”

“Gesù, David.”

“Scarta l’idea a tuo rischio e pericolo, Thomas. Siamo a questo punto. Le ho parlato sull’aereo appena prima di venire qui. Capisce cosa c’è in gioco, ed è pronta a fare queste cose. È anche pronta ad accettare qualsiasi dichiarazione vogliamo fare per poi sciorinarla nei talk show di punta e in giro per le zone più remote del paese.”

Hayes si accarezzò il mento. “Devo solo decidere se sono disposto a farlo oppure no.”

David scosse la testa. “Il momento in cui si poteva decidere qualcosa su Susan è passato da molto. Abbiamo bisogno di lei, e la verità è che tu non l’hai trattata molto bene. Francamente, dovresti essere contento che lei sia ancora disposta a rivolgerti la parola.”

Capitolo 15

7:12 a.m.

Appartamento di Ali Nassar - Manhattan

“Giù! State giù!”

Luke era faccia a terra sul pavimento in pietra dell’ufficio di Nassar. Gli avevano preso la pistola dalla fondina ascellare. Una scarpa da poliziotto gli stava sul retro del collo. Il poliziotto era robusto, più di novanta chili. La sua mole avrebbe potuto spezzargli il collo, se solo avesse voluto.

Con una mano, Luke teneva il distintivo sopra la testa. “Agenti federali!” urlò, cercando di sovrastare il volume dei poliziotti.

“FBI! FBI!” urlava Ed a fianco a lui. Era quel delicato momento in cui i buoni tendevano a sparare ad altri buoni per errore.

Qualcuno afferrò il distintivo di Luke. Delle mani ruvide gli portarono le braccia dietro la schiena e le ammanettarono strette. Sentì il morso del freddo acciaio sui polsi. Non fece alcuna resistenza. Dei poliziotti stavano ancora facendo irruzione nelle altre stanze dell’appartamento, urlando e sbraitando.

“Stone, cosa stai facendo?”

Luke riconobbe la voce. Allungò la testa per vedere chi fosse. Ron Begley della Sicurezza Interna era lì in piedi, circondato da poliziotti in uniforme. Fissava Luke con un’espressione probabilmente calcolata per comunicare disgusto, o forse pietà. Begley indossava un lungo cappotto di trench. Con la sua grossa pancia e il cappotto, incarnava l’idea che potrebbe avere un produttore televisivo di un detective irlandese alcolizzato. In piedi con lui c’era Tre-Pezzi, l’agente dell’antiterrorismo del NYPD di stamattina, quello a cui non piaceva essere trattato come uno schiavo. A Luke ci volle un momento un per ricordarne il nome. Myerson. Kurt Myerson.

Da un certo punto di vita, Luke era felice di vederli.

“L’uomo legato alla poltrona lavora con una cellula terroristica localizzata qui a New York. Abbiamo prove che lo legano al gruppo che ha rubato il materiale radioattivo dal Medical Center la scorsa notte.”

Begley si accovacciò accanto alla testa di Luke. “L’uomo non è più legato. Lo abbiamo appena liberato. Scommetto che tu sia al corrente che si tratta di un diplomatico iraniano membro delle Nazioni Unite, vero?”

“Si nasconde dietro l’immunità diplomatica,” disse Luke. “È quella che gli permette di…”

“Siamo sull’orlo di una guerra con l’Iran, Stone. Questo è vero. Ma dare il via alla guerra va al di là della nostre mansioni.” Begley fece una pausa. La squadra sembrava trattenere il respiro, ma lui proseguì per la sua strada.

“Puoi anche solo immaginarti la quantità di merda che ne verrà fuori? Gli Stati Uniti d’America dovranno presentare scuse pubbliche all’Iran. E questo perché hai deciso per conto tuo di invadere la casa di un diplomatico, metterlo in mutande e fargli un interrogatorio che a una prima occhiata sembra coincidere con la definizione internazionale di tortura. Al presidente andranno di traverso i cereali quando lo verrà a sapere. E un agente corrotto di un’unità segreta dell’FBI di cui nessuno ha mai sentito parlare verrà sparato dalle news ventiquattr’ore su ventiquattro in loop, nel caso in cui fosse rimasto qualcuno in questo paese a credere ancora che il sistema di spionaggio del paese non sia fuori controllo.”

“Ron, ascoltami.”

“Ho smesso di starti a sentire, Stone. A che serve? Sei fuori di testa. Proprio adesso, i miei stanno contattando Don Morris. Dato che è l’unica persona che sembri ascoltare, sarà lui stesso a sollevarti dall’incarico. A questo punto, hai poco da preoccuparti della sicurezza del lavoro. Quell’uomo nella stanza accanto molto probabilmente ti denuncerà, e se lo farà credo che trascorrerai un po’ di tempo in prigione. Nessuno ti proteggerà. Nessuno alzerà un dito per te.”

Begley abbassò la voce. “Sarò sincero con te. La gente ha già i suoi dubbi sulla ragione per cui Don ti ha portato qui. Lo Special Response Team è il giocattolino di Don, vero? Tutta questa cosa poteva saltare per aria e sparpagliarsi ai quattro venti più velocemente di quanto io stesso pensassi. Mi hai fatto un favore oggi.”

Begley si alzò. “Toglietegli le manette,” disse a qualcuno lì vicino. “Poi scortateli fuori di qui. Dritti all’ascensore, poi giù in strada. Nessuna sosta, nessuna chiacchiera, senza guardare di qua e di là. Se vi danno un qualsiasi problema, sparategli in testa.”

“Signore?”

Begley scrollò le spalle. “Scherzavo.”

Due uomini rimisero in piedi Luke. Intravide di sfuggita Begley e Myerson lasciare la stanza. I poliziotti liberarono Luke, poi gli restituirono la pistola e il distintivo. Ed Newsam era alla sua sinistra, stava ricevendo lo stesso trattamento.

Luke guardò il computer, l’hard disk esterno era ancora collegato. La barra orizzontale era quasi completamente verde. Il trasferimento di file era quasi completato. Luke attirò l’attenzione di Ed. Le sopracciglia del collega si arcuarono per un secondo.

“Andiamo,” disse un poliziotto. “Fuori.”

Ed camminava davanti, Luke lo seguiva. L’ampia schiena di Ed riempiva il campo visivo di Luke. Fecero due passi fuori dalla stanza. A destra, Ali Nassar sedeva su una poltrona. Si era rimesso la sfarzosa vestaglia bianca, parlava al cellulare. Una poliziotta gli iniettò un anestetico locale nella mano, e si mise subito a steccargli temporaneamente le dita. Nassar faceva smorfie esagerate per il dolore.

D’un tratto Ed cadde a terra. La testa gli sbatté sul pavimento con un tonfo. Le pupille girarono all’indietro, mostrando il bianco. Un violento tremore gli attraversò il corpo. La testa e le braccia si muovevano a scatti. In pochi secondi, delle gocce di schiuma bianca cominciarono a uscirgli dalla bocca.

“Oh, Gesù,” disse Luke. Gli si inginocchiò accanto.

Begley si era voltato. “Vattene da qui, Stone!”

Luke si rimise in piedi e fece un passo indietro, le mani in alto. Si avvicinarono i poliziotti.

“Che cos’ha?” chiese Begley.

“È epilettico. È stato colpito in un Humvee in Afghanistan, e ha subito un forte danno alla testa. Un leggero danno al cervello ha alterato le onde cerebrali. Non ne sono del tutto sicuro. Dovete tenergli libere le vie respiratorie. Dovrebbe passare in pochi minuti.”

“Avete un agente sul campo che ha attacchi epilettici?”

“Non le prendo io queste decisioni, Ron.”

“Okay, un passo indietro. Questi sanno quello che fanno. Se ne prenderanno cura loro.”

Luke fece un passo indietro. Poi un altro. Un cerchio di poliziotti si inginocchiò e rimase in piedi attorno a Ed. Passò qualche secondo, e Begley tornò alla sua conversazione con Myerson. Luke si spostava all’indietro lentamente, facendo finta di rimanere fermo. Tornò nell’ufficio. Si lanciò sul computer, tirò fuori l’hard disk e lo lasciò cadere nella tasca dei pantaloni cargo. Prese dalla scrivania una penna blu.

Si voltò. C’era un poliziotto sulla soglia.

Luke alzò la penna. “Avevo quasi dimenticato la mia penna.”

Il poliziotto gli fece un cenno in direzione della porta. “Muoviamoci.”

Nella stanza principale, Ed aveva smesso di schiumare dalla bocca. Era disteso su un fianco, si muoveva appena. Gli occhi chiusi, poi leggermente aperti. Un paio di poliziotti lo aiutarono a mettersi seduto. Sbatté ancora le palpebre. Sembrava uno che non sapesse dove si trovava.

“Tutto okay?” chiese qualcuno. “Hai dato una botta alla testa niente male.”

Ed fece un respiro profondo. Era chiaramente in imbarazzo a essersi mostrato così vulnerabile davanti a tutti questi poliziotti macho. “Non lo so. Lo stress. La mancanza di sonno. Mi capita solo quando sono esausto.”

Luke guardò la stanza. Alla sua destra, Nassar aveva smesso di parlare al telefono. Chiacchierava con la poliziotta che gli aveva steccato le dita. Luke si precipitò verso di lui.

“Stone!”

Luke alzò la mano sinistra verso Nassar, come se volesse una stretta di mano. Nassar, col volto tetro, ignorò il gesto. Luke lo raggiunse, lo afferrò dalla vestaglia e se lo avvicinò. Erano faccia a faccia, abbastanza vicini da baciarsi.

“Io so cos’ha fatto,” disse Luke. “E le farò abbassare la cresta.”

“Sarà senza lavoro entro questo pomeriggio,” disse Nassar. “Me ne occuperò personalmente.”

Poi i poliziotti furono ovunque, a separarli. Un massiccio poliziotto strattonò Luke con una full nelson, agitandolo di qua e di là.

“Basta!” urlò Begley. “Portate questi pagliacci fuori di qui!”

Nell’ascensore, erano circondati da poliziotti. Rimasero tranquilli, tutti guardavano i numeri scendere veloci.

“Stai bene?” chiese Luke.

Ed fece spallucce. “Sono stanco. Non ne avevo attacchi da un paio d’anni. Mi distruggono. Mi trema ancora tutto il corpo.”

Per strada, i poliziotti li lasciarono andare. Camminavano fianco a fianco lungo la strada a tre corsie, di ritorno al SUV. Luke non parlò finché non si trovarono a una cinquantina di metri dal gruppo di poliziotti.

“Un attacco?” disse. “Non hai mai avuto attacchi in tutta la tua vita.”

Ed sorrise. “Gli attacchi sono le mie vie di fuga. Ma per dargliela a bere devo impegnarmici.”

“E ti ci sei impegnato, direi. Quando ho sentito che avevi colpito con la testa il pavimento, mi hai fatto venire qualche dubbio. Giuro che il colpo me lo sono sentito nelle gambe.”

“Bene. Un’ottima cosa che abbia la testa dura. E tengo sempre un paio di pillole per la schiuma alla bocca. E a te com’è andata?”

Luke scrollò le spalle. “Ho l’hard disk. E l’ultima cosetta? Il battibecco con Nassar? È un vecchio trucco da borseggiatore.” Infilò una mano nella tasca e ne tirò fuori un nuovo smartphone in una custodia di plastica bianca. “Gli ho fregato il cellulare dalla vestaglia.”

Capitolo 16

7:20 a.m.

Sito R – Summit sui Monti Blue Ridge, Pennsylvania

“Ora si delibera il seguente.”

Quattordici uomini si erano raccolti in una tranquilla stanza molto al di sotto della superficie terrestre. La stanza era quasi spoglia, con un grande tavolo da conferenza nel centro, un pavimento in cemento e soffitto e mura di pietra levigata. Delle luci al LED erano montate in impianti sospesi sul soffitto. L’aria ossigenata veniva pompata nella stanza attraverso molti piccoli condotti. La totale assenza di finestre dava al luogo il senso di essere in una caverna senza uscita, cosa che effettivamente era. Un claustrofobico non avrebbe resistito cinque minuti lì dentro.

Non c’era attrezzatura audio né per registrazioni nella stanza. Un citofono collegato al sistema di comunicazione inerente l’intero complesso era stato rimosso una decina d’anni prima. Incastonato in un muro c’era un vecchio schermo di proiezione interattiva, che in una volta sola avrebbe mostrato una mappa del mondo e una degli Stati Uniti. Poteva essere usato per segnare il luogo degli schieramenti delle truppe, degli aerei, persino i lanci dei missili. Teoricamente il dispositivo funzionava ancora, ma la teoria non era stata testata. Nessuno lo accendeva dal 1998.

La stanza si trovava dietro una porta in doppio acciaio alla fine di una passerella in metallo. La passerella traballava tre piani sopra a una stanza di comando e controllo annebbiata e cavernosa, gestita giorno e notte da un gruppo ridotto all’osso formato da personale militare. Questa era la parte più profonda del vasto complesso, aperto per la prima volta nel 1953, e temprato per resistere ai colpi diretti e ripetuti dei missili balistici nucleari di era sovietica.

Dieci uomini sedevano su sedie da ufficio imbottite alla tavola. Rappresentavano varie organizzazioni di intelligence e branche dell’esercito americano, sia di operazioni speciali che tradizionali. Contro una parete, altri quattro uomini sedevano su sedie pieghevoli. Questi rappresentavano quattro industrie civili, incluse quella dell’estrazione del carbone, del petrolio e di gas naturali, le banche e la finanza, e l’industria aerospaziale e di difesa.

Il gruppo operava in segreto, anche per quanto riguardava se stesso. Nessuno nella stanza indossava segni identificativi di alcun tipo. Non c’erano targhe con i nomi, indicazioni di rango né nastrini o decorazioni militari in evidenza. In effetti, non c’erano uniformi. I militari indossavano tutti camicia e pantaloni. Per la maggior parte, quasi tutti gli uomini si conoscevano a un certo grado, due uomini erano sconosciuti, e metà aveva legami ignoti al resto del gruppo.

Un generale dai capelli d’argento con quattro stelle, un tempo comandante della forze speciali dell’esercito, era in piedi in testa al tavolo. Si massaggiava una vecchia e ormai sbiadita cicatrice sulla fronte.

“Voi tutti mi conoscete,” disse. “Sapete che ruolo ricopro qui. Quindi andrò dritto al punto. Gli eventi si sono mossi velocemente nelle ultime ventiquattr’ore, più velocemente di quanto avessi previsto. In risposta a fatti simili, e per assicurare continuità nell’eventualità di un massiccio attacco o interruzione, abbiamo aggiornato i piani di evacuazione per l’intero personale governativo civile eletto e nominato di alto livello. I piani sono in effetto a partire dalle ore 06:00, approssimativamente un’ora e venti minuti fa. Rimarranno in essere fino a ulteriori notifiche. Vi prego di fare attenzione perché divergono dai piani precedenti.”

Guardò un unico foglio di carta di fronte a lui sulla scrivania.

“Durante un attacco o un’interruzione, il presidente Thomas Hayes e la vicepresidente Susan Hopkins verranno portati in elicottero al sicuro complesso civile governativo di Mount Weather vicino a Bluemont in Virginia. Nell’eventualità della morte del presidente Hayes, la vicepresidente Hopkins è la numero due in linea di successione e presterà giuramento a Mount Weather. I membri civili del gabinetto, inclusi il segretario del Tesoro, il segretario di Stato e il segretario dell’Educazione, verranno portati a Mount Weather, in elicottero o su convogli militari, a seconda delle circostanze e della disponibilità di velivoli. Questi individui rappresentano rispettivamente i numeri cinque, sei e otto in linea di successione.”

Guardò ancora le note.

“In caso di attacco, lo speaker della Camera dei rappresentanti verrà portato in elicottero a questo stesso complesso, il Sito R. Lo speaker attualmente è William Ryan della Carolina del Nord. Nell’eventualità di morte di entrambi il presidente e la vicepresidente, lo speaker Ryan è il numero tre in linea di successione, e presterà giuramento qui in qualità di nostro ospite.”

Guardò la stanza, incontrando ogni paio d’occhi a turno.

“Nel caso di un attacco o di un’interruzione, il presidente del Senato pro tempore si imbarcherà sull’Airborne Communications Command, nome in codice Nightwatch, presso la Base di Andrews. Il velivolo rimarrà a un’altitudine di crociera di dodicimila metri, con una scorta di jet da combattimento, per la durata della crisi. Nella sfortunata eventualità delle morti del presidente, della vicepresidente e dello speaker della Camera, il presidente del Senato è il numero quattro in linea di successione, e presterà giuramento a bordo del velivolo. Il presidente del Senato pro tempore è il senatore Edward Graves del Kansas, attualmente presidente del Comitato delle Forze Armate del Congresso.”

Al tavolo si alzò una mano. Il generale riconobbe un uomo molto più vecchio di lui, un ex ammiraglio della marina, un uomo così antico che una volta aveva guidato un’unità del corpo dei marines attraverso la terribile tempesta del porto di Busan all’inizio della guerra di Corea. C’era una fotografia iconica dell’evento, che non era mai stata desecretata, ma che il generale aveva visto. Mostrava l’ammiraglio a diciannove anni, senza camicia in un trench infangato, gli occhi selvaggi, il viso e la parte superiore del corpo dipinte del rosso scuro del sangue dei comunisti morti.

“Sì?”

“Non ha menzionato il segretario della Difesa. Normalmente si imbarcherebbe sull’ Airborne Command.”

Il generale scrollò le spalle. “Il segretario della Difesa verrà qui.”

“Prevede che ci saranno dei problemi?”

Il generale raccolse il foglio davanti a lui e si mise a spezzettarlo in strisce sottili con molta attenzione. “Noi non prevediamo,” disse, “alcun problema.”

Capitolo 17

7:40 a.m.

Centro di comando congiunto dell’antiterrorismo - Centro Manhattan

“Come diavolo faceva Begley a sapere dove eravamo?”

Luke si trovava all’ingresso della piccola stanza controllata dall’SRT al centro di comando. Trudy e Swann erano lì, insieme ad alcuni tizi dell’ufficio di New York. Lo fissavano con grandi occhioni. Qualcuno nella stanza fingeva di essere innocente. Più di ogni altra cosa, fu questo a far vedere rosso a Luke.

“Cosa?” chiese Trudy.

“Begley. È arrivato all’appartamento dell’iraniano con la polizia. Nessuno lo aveva chiamato. È venuto e basta. Come lo sapeva?”

Swann scosse la testa. Indicò le sue macchine. “Questa roba è criptata. Lavoro sul mio network. Non è possibile che quelli di Begley siano riusciti a rompere il codice nel breve tempo in cui siamo stati qui.”

“Trudy?”

Alzò le mani in aria come se Luke le avesse puntato contro una pistola. “No, Luke. Non ci provare. Disprezzo Begley. Credi che farei la spia?”

Ed gli scivolò accanto ed entrò nella stanza. “Credo che sia meglio per te rimanere concentrato, vecchio mio. Non ha senso far partire una battuta di caccia alla talpa. Credo che nessuno qui ti abbia tradito.”

Luke annuì col capo. Ed aveva ragione. “Va bene.” Oltrepassò Swann e svuotò il contenuto delle sue tasche sulla sua tavola. “Ho copiato l’hard disk del suo computer. Questo è un cellulare. Devi recuperarne i dati, e poi distruggere il telefono e farlo sparire. Prima occupati di questo.”

Swann alzò le spalle. “Lo verranno a sapere comunque. È un iPhone. Lo tracceranno fino ad arrivare a noi. Probabilmente l’hanno già fatto.”

“Okay,” disse Luke. “Ma vediamo di non averlo tra le mani quando verranno a cercarlo. D’accordo?”

“D’accordo, Luke.”

Luke guardò l’ingresso, in parte aspettandosi di trovarci Begley. “Cos’hai trovato sul conto bancario?”

“Molto. Ali Nassar è un uomo impegnato. Ci sono tonnellate di transazioni legate a quel conto. Soldi che entrano, soldi che escono. Ginevra, Nassau, Teheran, Parigi, Washington. Molte sono anonime, impossibili da tracciare. Be’, non impossibile, ma ci vorrebbe più tempo di quello che abbiamo.”

“Qualcosa di interessante che possiamo vedere?”

“C’è questo. Negli ultimi sei mesi, Nassar ha pagato più di otto milioni di dollari a qualcosa chiamato China Aerospace Science and Technology Corporation, una compagnia che appartiene e viene gestita dal governo cinese. Costruiscono droni robotici a livello militare, roba piuttosto esclusiva. I droni possono trasportare missili aria-superficie e cariche esplosive di bombe, fare sorveglianza, collegamenti di dati tra satelliti, sai di cosa parlo. E la Cina li vende a prezzi bassissimi a gente che probabilmente non dovrebbe averli. Penso alla Corea del Nord. Ai dittatori africani. Attori non statali. Il loro drone CH-3A è simile per quanto riguarda la capacità di missione al nostro MQ-9 Reaper, ma sul cartellino c’è scritto meno di un milione di dollari. Vedi il quadro?”

Luke lo vedeva. “Potresti mettere una bomba sporca a bordo di uno di quei cosi, e diciamo… andare a sbattere contro qualcosa?”

Swann strinse le labbra. “Forse. Ma tieni a mente che sarebbe difficile far volare un grosso drone che trasporti cariche esplosive in un’area come Manhattan, con tutti quegli edifici alti. Non si tratta dei giocattolini che liberi nel giardinetto di casa. Sono grandi. Stiamo parlando di cosi con un’apertura alare che va dagli otto ai dieci metri, a seconda del velivolo. Hanno bisogno di uno spazio di manovra. Decollano, volano e atterrano come aeroplani. Hanno una quota di tangenza di tre miglia, ma se ne porti uno così in alto il controllo del traffico aereo ti vede sul radar in un minuto.”

Luke tamburellò sull’hard disk con i file di Nassar. “Vedi se c’è niente su questo qui dentro.”

“Prima o dopo il cellulare?”

“Prima il cellulare, ma fa’ presto.”

Swann sospirò. “Nessuno in questo lavoro mi ha mai detto di fare con calma. Relax, Swann. Prenditi tutto il tempo che ti serve e fai bene il tuo lavoro. Paroline che non ho mai sentito.”

“Se vuoi sentire le paroline magiche, credo che faresti meglio a lavorare nel settore privato.”

Swann fece una smorfia. “Cosa? E guadagnare cinque volte di più? Non ne voglio proprio sentir parlare.”

“Luke?” disse Trudy.

Si voltò verso di lei. Aveva lo sguardo distante, e gli porgeva un cellulare.

“È Don,” disse. “Per te.”

Capitolo 18

Luke uscì nel corridoio con il telefono all’orecchio. Gli giungeva l’eco del mormorio delle conversazioni che si tenevano nella stanza di controllo principale. Non voleva rispondere a questa telefonata. In parte la ragione era che non voleva tornare a casa, non ora, non dopo tutto quello che era accaduto stamattina, non quando c’era in gioco così tanto. Ma c’era ancora di più, molto di più.

Luke ricordava il giorno in cui aveva incontrato Don. Luke era un capitano dell’esercito ventisettenne. Era stato nominato capitano sei mesi prima, ed era appena stato accettato nella Delta Force, l’unità d’élite dell’esercito adibita alle operazioni speciali e all’antiterrorismo. Era il suo primo giorno, ed era era nervoso. Don era il suo nuovo comandante. Don gli stava dando delle istruzioni, mentre Luke stava a riposo di fronte alla sua scrivania.

“Sì, signor colonnello,” aveva detto Luke a un certo punto.

Don aveva sospirato profondamente. “Figliolo, chiariamoci subito. Non sei più nell’esercito regolare. Questa è la Delta Force. Vivremo insieme, combatteremo insieme, e forse un giorno moriremo insieme. Quindi chiamami Don, oppure Morris. Puoi chiamarmi testa di cazzo. Non me ne frega niente. Ma non mi chiamare né signore né colonnello. Tienitele per altri rami dell’esercito. Capito?”

“Sì…” Luke si era trattenuto prima di ripetere signore. “Don.”

Don sorrise. “Bene. Testa di cazzo arriverà a suo tempo.”

Anni dopo, quando Don aveva lasciato la Delta per formare lo Special Response Team, Luke era stato tra i suoi primi agenti.

“Don?” disse adesso.

“Luke. Come te la cavi?”

“Bene. Sto bene. Com’è andato il briefing?”

“Ancora non è andato. Siamo scesi dall’elicottero appena dieci minuti fa. Sembra che dovrò rimanere un po’ qui prima che accada qualcosa. Sai come vanno queste cose. Muoviti e poi aspetta.”

“Vero,” disse Luke.

“Credo che abbiano intenzione di mandarmi in pensione,” disse Don.

Luke annuì. “Sì. Lo so.”

“Il direttore mi ha chiamato poco fa. Il capo di Ron Begley alla Sicurezza Interna ha chiamato lui. Ho sentito del diplomatico.”

“Don, mi sono fatto un po’ prendere la mano. Se perdi l’SRT per questo mi sentirò malissimo. Ma non sono dispiaciuto di averlo fatto.”

“Rilassati, figliolo. Perché credi che ti abbia chiamato ieri notte? Perché potessi venir qua e seguire le regole? Se avessi voluto questo, ti avrei lasciato dormire. Siamo pieni di gente di quel tipo al governo. Più di quanta ce ne serva. No, non sono preoccupato. Non mi aspettavo niente di meno da te.”

“Begley sapeva dove mi trovavo,” disse Luke. “È venuto a fare il suo balletto con la polizia.”

“Certo che l’ha fatto. Abbiamo una fuoriuscita di notizie interne da un po’. Sei mesi, forse di più.”

Luke si passò una mano tra i capelli. Questa era una brutta notizia. Guardò su e giù per il corridoio. In fondo, vicino ai distributori d’acqua, un gruppetto di agenti dell’intelligence era raccolto e mormorava sottovoce. Uno di loro guardò nella sua direzione, poi coprì quel che stava dicendo con la mano.

Luke si stava stancando. Aveva bisogno di trovare il suo zaino di salvataggio. Era quasi l’ora di una botta di energia.

“Chi è?” chiese.

Don sembrava riluttante a parlare. “Luke…”

“Coraggio, Don. Sono grande ormai. Posso sopportarlo.”

“Non sono stato in grado di definirlo con precisione. Ma ho i miei sospetti. La gente ha avuto tutto il tempo di mangiare la foglia, sulla situazione dell’SRT. Abbiamo un paio di persone che forse stanno tentando di abbandonare la nave prima che affondi.”

“Dimmi un nome.”

“Trudy Wellington.”

“Don…”

Don lo interruppe. “Okay. So cosa stai per dire. È il nostro miglior agente dell’intelligence. E hai ragione. E per un po’ ci sei andato a letto. Lo so. Anch’io. Adesso me ne pento. Se Margaret lo venisse a sapere, credo che morirei. Ma c’è dell’altro. Ho detto a Trudy delle cose che non avrei dovuto dirle. Chiacchiere da letto. Immagino che tu sappia come funzionano queste cose. Mi spiace di aver fatto dell’SRT un libro aperto a disposizione degli altri. Credimi, mi sento proprio un idiota.”

Luke non rispose. Non gli veniva in mente nulla da dire.

“Luke, mi sento vecchio.”

“Don…”

“Forse ce ne sono altri,” continuò. “Oltre a Trudy. Sono uscite cose che nemmeno lei poteva sapere. Ci ripassiamo il quartier generale in cerca di cimici ogni settimana. Criptiamo tutte le nostre comunicazioni. Il nostro network è sicuro. E comunque…”

La voce gli si affievolì per un attimo.

“L’SRT è diventato un nido di vipere, Luke. Non c’è più nessuno di cui possa fidarmi. Sai cosa? In parte ieri notte ti ho chiamato perché potessimo lavorare ancora insieme. Volevo sentirmi come ai vecchi tempi. Magari partire insieme e mandare i cattivi col culo a terra un’ultima volta.”

Luke fece un respiro profondo. Gli sembrava che la telefonata potesse durare un’altra ora senza che dicesse una sola parola.

“E adesso ecco la parte che aspettavi,” disse Don. “Sappi che non ho assolutamente scelta. Ordini dall’alto.”

La voce di Don cambiò. Improvvisamente, sembrava che stesse leggendo da appunti preparati. “Luke, sei sospettato di aver commesso reati multipli nel corso dello svolgimento dei tuoi doveri. Per questo, sei formalmente sollevato dall’incarico di comandante dello Special Response Team, con effetto immediato. Avendo un’investigazione pendente in merito alle tue azioni, sei in sospensione amministrativa. Potresti venire citato in giudizio per testimoniare sul tuo comportamento. Il tuo salario e i benefits rimarranno intatti durante questo periodo di tempo, ma ciò dipende dalla tua piena cooperazione con le investigazioni.”

Luke alla fine ritrovò la voce. “Ero in congedo,” disse.

“Sei stato il miglior investigatore, il miglior agente dell’antiterrorismo e tra i migliori soldati con cui abbia mai lavorato,” disse Don. “Ti prego di consegnare il distintivo e l’arma di servizio a Trudy. Ogni arma da fuoco a uso personale in tuo possesso richiederà un porto d’armi , se ne hai uno.”

“Ce l’ho,” disse Luke.

“Mi dispiace, Luke. Davvero.”

La telefonata terminò. Alcuni secondi dopo, Luke non riusciva a ricordare come l’avesse chiusa. Doveva aver semplicemente riattaccato. Rimase in corridoio alcuni istanti, il telefono ancora schiacciato contro l’orecchio. Poi fluttuò fino all’ufficio. Non sembrava controllare le sue gambe. I piedi erano lontanissimi.

C’era Trudy. Lo fissava.

“Che cosa ha detto Don?”

Una guerra di emozioni gli rombò dentro, e doveva tenerle sotto controllo. Non voleva essere quella persona. Il geloso. L’arrabbiato. Il ferito. Ma era lui. Era proprio quella persona. Era un uomo sposato, eppure questa donna lo bruciava. Aveva pensato ci fosse qualcosa tra loro. L’idea di essere solo stato manipolato… L’idea che lei fosse stata anche con Don, magari anche nello stesso periodo… E con chi altro? A chi passava i segreti dell’agenzia? Gli serviva tempo per digerire tutto questo.

Luke finse un sorriso, e il sorriso, da solo, lo fece un po’ riprendere. Sembrava quasi vero. “Don ha detto di tener duro e perseverare. Vogliono sospendermi, ma lui ha deciso di cercare di fermarli. Conosci Don. Ha la pellaccia dura.”

“Davvero?” chiese lei. “Ha deciso di fermare la tua sospensione?”

Leggerle quello che aveva scritto in faccia era quasi troppo facile. Non credeva a una parola di quello che le aveva detto.

“Sì,” rispose Luke. “Ha cambiato idea su tutta questa cosa mentre stavamo parlando. Sa di essere in errore. Io e Don ci conosciamo da una vita, e non lascerà mai precipitare questa situazione. Quindi sono ancora in partita, almeno per adesso. Cos’hai per me?”

Lei esitava. “Be’…”

Luke schioccò le dita. “Trudy, abbiamo ancora poche mosse a disposizione. Dobbiamo restare concentrati. Furgoni, camion, che ne è stato di quella roba?”

Lei afferrò il suo smartpad. “C’è stato del movimento. La polizia locale ha rintracciato il camion degli hot dog. Avevi ragione. Il russo aveva imbastito un servizio ristorante completo per protettori e prostitute. Hot dog, salsicce italiane, patatine fritte, Red Bull, Pepsi, Mountain Dew. Più ossitocina, metanfetamina, ecstasy, calmanti, diazepam… la roba la conosci. Lo hanno trovato nel retro del furgone su un materasso con due prostitute. Non cominciare a scaldarti. Tutti e tre stavano dormendo con i vestiti addosso.”

“Che altro?”

“L’ambulanza rubata è saltata fuori nel parcheggio di un deposito di carne a Newark, in New Jersey. La polizia di Newark ha fatto irruzione. Spaventoso. Il deposito fungeva anche da magazzino per organi umani, soprattutto fegati e reni. In una stanza sul retro, hanno trovato due serie di polmoni tenuti in vita dentro a cupole di plastica sigillate. Un impianto pompava aria ossigenata dentro ai polmoni e i polmoni respiravano. Un poliziotto l’ha descritto come – guardò il pad – “gigantesche ali di carne rosa.”

“E il furgone della lavanderia?”

“Per ora nulla. Abbiamo chiamato la compagnia, la lavanderia Dun-Rite. Il proprietario era lì. È uscito a contare i suoi furgoni. Ha detto che c’erano tutti. Ventuno furgoni. Ha detto anche che utilizzano solo furgoni elevatori – ha comprato un’intera flotta di furgoni del pane convertiti. Non usano furgoncini da piccole consegne come quello beccato nel video. Ci ha invitati a mandare qualcuno a dare un’occhiata.”

“Abbiamo mandato qualcuno?”

Annuì. “Un agente ci sta andando adesso.”

“Quindi qualcuno ha copiato il logo della compagnia e l’ha messo sul suo furgoncino.”

“Sì. E la Dun-Rite ha un contratto con l’ospedale. Quindi un furgone con quel logo non farebbe necessariamente nascere sospetti se fosse parcheggiato lì davanti.”

“Dobbiamo trovare quel furgone,” disse Luke.

“Ci proviamo, Luke.”

“Provateci di più.”

Si allontanò da Trudy. Il movimento fu brusco e rivelò troppo. Le disse ciò che lei aveva bisogno di sapere. Luke andò verso la postazione di Swann. Stava ancora lavorando sui tre schermi contemporaneamente.

“Che cos’hai, Swann?”

“La trama s’infittisce,” disse. “Ali Nassar ha un’intera cartella nel suo computer dedicata alla tecnologia dei droni. Ha dei PDF di brochure a colori. Ha centinaia di fotografie e video sul punto di vista degli uccelli. Ha fogli excel con confronti tra specifiche, cariche esplosive, armamenti, velocità, altitudini. O sta comprando droni, o ci sta scrivendo su una tesi di laurea.”

“E il telefono?”

Swann annuì. “Il telefono. Il telefono è stato pulito. Ha un’app che cancella automaticamente la cronologia delle chiamate. Possiamo recuperarla, ma dovremmo presentarci al suo provider con un mandato.”

“Puoi hackerarli?”

“Potrei, ma a che serve? Mi ci vorrebbero dodici ore, e per quando ci sarò riuscito tutto quello che dovrà accadere sarà già successo. Comunque c’è una questione più urgente. Appena dopo la mezzanotte di ieri, Nassar ha comprato un biglietto aereo di sola andata per il Venezuela. È per le 14:30, un diretto dal JFK a Caracas, classe executive. La carta d’imbarco era sul telefono. La ricevuta e una copia extra della carta d’imbarco erano nell’hard disk del computer.”

“Venezuela?” chiese Luke.

Swann scrollò le spalle. “Non abbiamo un accordo d’estradizione con il Venezuela.”

“Certo, ma perché non tornarsene a casa in Iran?”

Swann si voltò. Sgranava gli occhi dietro agli occhiali. “E se l’attentato fallisse? L’ultima volta che ho sentito, avevano ancora la pena di morte per fucilazione in Iran. Cosa che dà alla frase essere silurato per incompetenza sul lavoro tutto un altro significato.”

“Il punto è che lascerà il paese,” disse Luke.

“Sì. Oggi.”

“E ha comprato il biglietto più o meno mentre qualcuno stava rubando materiale radioattivo.”

Swann annuì. “Io dico che l’ha comprato subito dopo aver saputo che il colpo era andato a segno.”

“Ce l’abbiamo,” disse Luke. Diede una pacca sulla spalla a Swann. “Bel lavoro.”

Luke si voltò, e Begley era sulla soglia. Due grossi uomini in abito scuro gli stavano accanto. Luke guardò la stanza. Ed Newsam era in un angolo vicino alla finestra a esaminare la strada di sotto e bere una bottiglia di succo di frutta. Trudy era contemporaneamente sul suo pad e al cellulare. Un paio di tizi dell’SRT della città erano alle scrivanie a battere una lettera alla volta sui laptop.

“Stone, perché sei qui?” chiese Begley. La stanza si fece silenziosa quando parlò. Tutti lo guardavano.

Luke sorrise. “Ron, per una volta sono felice di vederti. Siamo a una svolta. Ali Nassar ha trasferito un quarto di milione di dollari da un conto offshore a Ken Bryant, il custode morto dell’ospedale. Nassar ha speso milioni di dollari in droni robotici di livello militare. E ieri notte, mentre i ladri colpivano al Medical Center, ha prenotato un volo aereo per la Venezuela in partenza oggi pomeriggio.”

Begley scosse la testa. “Nulla di tutto ciò mi impressiona.”

“Dobbiamo portarlo dentro, Ron. Non possiamo permettergli di lasciare il paese. Se arriva in Venezuela, sarà difficile riportarlo qui.”

Begley guardò Ed. “Una crisi, Newsam? Divertente. Ho fatto controllare la tua storia personale. Non sei epilettico. Non sei nemmeno rimasto ferito in Afghanistan.”

Ed si mosse appena. Alzò il dito indice. “Errato. Sono rimasto ferito due volte. Costole rotte, una concussione e un braccio spezzato quando il nostro Humvee ha colpito un ordigno esplosivo e si è rovesciato. Il tizio accanto a me ha perso una gamba.” Scrollò le spalle. “Colpo di proiettile al polpaccio un’altra volta. Il proiettile mi ha portato via un bel pezzo di carne. Hanno dovuto recuperarmela dal culo per ricostruire il muscolo. Ancora oggi la carne del culo ha una sfumatura diversa da quella della gamba. Si vede la linea dove è stata attaccata. La vuoi vedere?”

Begley non diceva niente.

“Comunque, queste a me sembrano ferite. Ho due Purple Heart, quindi credo che lo zio Sam sia d’accordo con me.”

“Volevo dire che non sei mai stato ferito alla testa.”

Ed guardò di nuovo fuori dalla finestra. “È diverso.”

“Begley, mi stai ascoltando?” disse Luke. “Abbiamo l’uomo che ha finanziato la cellula terroristica. E conosciamo il loro progetto di consegna. È un attacco con droni. E ciò significa che c’è una buona probabilità che non accada qui. Non c’è spazio aereo a Manhattan per far volare i tipi di droni di cui stiamo parlando. Dobbiamo cercare un attacco molto mirato, una bomba sporca consegnata in un preciso spazio chiuso da un drone. E il drone probabilmente volerà basso, al di sotto del rilevamento dei radar.”

Begley sorrise. “Non hai idea di che cosa stai parlando, Stone. Sarebbe tutto molto buffo se non la prendessi così seriamente. Abbiamo le informazioni che ci servono. Sappiamo quali sono gli obiettivi. Ibrahim Abdulraman, te lo ricordi? L’uomo senza impronte digitali? È venuto fuori che suo cugino è in prigione in Egitto. L’hanno interrogato per più di un’ora.”

“Torturato,” disse Stone.

“Non così diverso da quello che avete fatto voi due, no?”

“Invece è diverso,” disse Stone. “Abbiamo spezzato le dita di un uomo per ottenere la password di un computer, che era un’informazione verificabile istantaneamente.”

“Ci sono tre obiettivi possibili,” continuò Begley. “L’obiettivo scelto è a discrezione dei terroristi, e dipende dalle condizioni del sito. Il primo obiettivo è il piano ristorante sotterraneo del Grand Central Terminal all’ora di pranzo. È sempre pieno di gente. Lo stiamo trattando come lo scenario più probabile. Abbiamo uomini con contatori Geiger appostati a ogni entrata del terminal.”

Luke scosse la testa. “Non puoi crederci. Praticano la tortura dell’acqua in Egitto. Lo sai. Li folgorano. Li appendono dai polsi. Li impalano su bastoni di ferro. I soggetti ti dicono qualsiasi cosa per farti smettere.”

Begley continuò, ignorandolo. “Il secondo obiettivo più probabile è il treno PATH da Hoboken a Manhattan. Questi treni sono affollati, e viaggiano al di sotto del fiume Hudson a lungo. Stessa cosa. Abbiamo contatori Geiger sul luogo a tutte le entrate su entrambe le rive del fiume. Il terzo obiettivo è causare un incidente stradale nel tunnel Midtown e poi far scoppiare una bomba quando il traffico fa marcia indietro. Stiamo controllando tutte le auto su entrambi lati del tunnel, ma questo è l’obiettivo meno probabile. Ci sono troppe variabili in gioco per rendere fattibile un attentato. Capisci quel che voglio dire, Stone? Abbiamo tutto sotto controllo.”

“Ti sbagli, Begley. Non puoi fidarti di informazioni estorte con la tortura.”

“No. Sei tu a sbagliarti. Lo sai perché ti ho detto degli obiettivi? In modo che tu possa renderti conto di quanto in torto sei. Hai dato la caccia a fantasmi. Sei fuori dal giro, e sei sospeso. Quindi vattene a casa e lascia che i grandi se ne occupino, okay?”

Begley si voltò verso i due uomini che gli erano accanto. “Voglio che quest’uomo, e quell’uomo alla finestra, vengano scortati fuori dall’edificio. Dategli tre minuti per raccogliere i loro averi, e poi portateli fuori di qui.”

Begley uscì, lasciando dietro di sé una scia di silenzio.

Luke era al centro della stanza, e fissava i due uomini che l’avrebbero scortato fuori. Gli uomini guardavano lui, con visi impassibili. Luke diede un’occhiata alla stanza. Tutti lo stavano osservando.

Capitolo 19

8:19 a.m.

East Side di Manhattan

“Scommetto che non siamo più alta priorità,” disse Ed Newsam.

Il SUV nero era parcheggiato appena fuori dalle barriere in cemento dell’eliporto sulla 34ma Strada, dove erano arrivati quasi cinque ore prima. Il traffico del mattino li oltrepassava ronzando sulla FDR Drive. L’elicottero non era sulla pista, perciò sedevano sui sedili neri del SUV e aspettavano. Mentre stavano guardando, un grosso e bianco Sikorsky oltrepassò il fiume, un elicottero executive.

Atterrò, e un gruppo di stravaganti giovani saltò giù. Un uomo indossava dei jeans neri aderenti e nessuna maglietta. Aveva i capelli blu con la cresta, e tutta l’ossuta parte superiore del corpo coperta di tatuaggi. Un altro uomo magrissimo indossava un abito blu elettrico, con una bombetta coordinata sulla testa. Le tre donne con loro erano vestite come prostitute di vent’anni fa, con minigonne, top e tacco dodici. L’intero gruppo incespicava, rideva e faceva cadere cose. Sembravano ubriachi.

Due omaccioni più vecchi, uno bianco e uno nero, entrambi completamente calvi, camminavano dietro i giovani. Questi erano vestiti in modo convenzionale, con t-shirt nere e jeans blu.

Tutti quanti si ammassarono in una lunga bianca limousine. In un attimo, la vettura si infilò nel traffico e scomparve. Il loro elicottero se n’era già andato. Aveva toccato terra, li aveva vomitati, e poi era decollato di nuovo.

“Preoccupato?” chiese Luke.

Newsam era spaparanzato all’indietro sul sedile, la sua classica posa nei momenti di riposo. “Per cosa?”

Luke alzò le spalle. “Non lo so. Di perdere il lavoro?”

Newsam sorrise. “Non credo che mi licenzieranno. È politica, vecchio. Qualcuno in alto sta proteggendo Ali Nassar, tutto qua. Senti, abbiamo l’uomo giusto. Lo sai tu e lo so io. Se oggi esploderà una bomba sporca, Dio mi perdoni, salteranno delle teste, ma non saranno le nostre. Un paio di persone nel Medio Oriente moriranno durante delle incursioni aeree. Ali Nassar verrà trovato affumicato in un vicolo di Caracas. E niente di tutto ciò arriverà ai giornali. Tu e io ci prenderemo zitti zitti i nostri bonus per tenere le bocche chiuse. Non capiremo nulla di tutto questo, più che altro perché non ha senso. E la persona che regge le fila continuerà a fare quello che fa sempre.”

Luke grugnì. Il cinismo era diffuso tra gli agenti dell’intelligence. Non era qualcosa che Luke di solito amava. Aveva sempre cercato la semplicità. Noi eravamo i buoni. Laggiù c’erano i cattivi. Questa visione del mondo era il velo protettivo del quale si era avvolto. Doveva ammettere che stamattina era difficile vederla così.

“E se non esplode nessuna bomba?”

Il sorriso di Ed si allargò. Scommetto che diranno che abbiamo dato una ripassatina a un signore tanto carino che stava solo cercando di rendere il mondo un posto migliore. Che importa? Li hai visti quei ragazzini un minuto fa? Rock star, o star della tv, chi lo sa? Le mie figlie probabilmente li riconoscerebbero a prima vista. Vedi quegli omaccioni con loro? Guardie del corpo. L’ho fatto per un po’ quando sono tornato negli Stati Uniti. Le ore erano terribili perché i ragazzini erano come licantropi. Uscivano solo la notte. Ma si fanno soldi buoni. Lo farei ancora, se dovessi. Un uomo come me, che non si arrugginisce, ha molte opzioni a questo mondo.”

Il telefono di Luke suonò. Guardò il numero. Era Becca.

“È mia moglie. Rispondo.”

“Fa’ pure,” disse Ed. “Io faccio un pisolino.”

“Ciao, tesoro,” disse Luke non appena premuto il bottone verde. Provò a fare la voce allegra, più per lei che per lui.

“Luke?”

“Sì,” disse. “Ciao.”

“Amore, è bello sentire la tua voce,” disse. “Sono stata in pensiero per te, ma non ti volevo chiamare. Non fanno che parlarne alla televisione. È il tuo caso, vero? I materiali nucleari rubati?”

“Sì, è quello.”

“Cosa sta succedendo?”

“Sono fuori dal caso da venti minuti. In realtà sto tornando a casa.”

“Sono felice di sentirlo. È una buona o una brutta notizia?”

“Politiche dell’ufficio, credo che le chiameresti tu. Ma sarà decisamente bello tornare e lasciarmi questa nottata alle spalle. Che stai facendo?”

“Be’, io e Gunner abbiamo deciso di prenderci la giornata libera. Ha fatto molta fatica a tornare a dormire ieri notte, e anch’io. Ti vogliamo qui con noi, Luke. Vogliamo che lasci quello stupido lavoro una volta per tutte. Così ho pensato che Gunner ha perso solo quattro giorni di scuola in totale quest’anno, e io ho molti giorni liberi, perciò perché non fare qualcosa?”

“Certo,” disse Luke. “Perché no? Che cosa pensate di fare?”

“Stavamo andando in centro. Io volevo andare al Air and Space Museum, e lui voleva andare allo Spy Museum, naturalmente.”

Luke sorrise. “Ovvio.”

“Ma ora con tutta questa cosa del terrore, non lo so. Apparentemente stanno raddoppiando la sicurezza ovunque, specialmente nei siti turistici. Un po’ mi spaventa. Così lo lascio dormire per un’altra ora, mentre penso a qualcos’altro da fare. Immagino che faremo colazione tardi e poi… cosa? Andiamo a vedere un film? Dubito che i terroristi attaccheranno un cinema di periferia durante una matinée. No?”

Adesso quasi rideva. “Ah… sì. Non credo che avrebbero passato tanti guai se il loro obiettivo fosse stato quello.”

“Magari dopo andremo alla palestra d’arrampicata, poi prenderemo delle polpette di granchio per pranzo.”

“Mi sembra una giornata piacevole.”

“Ti aspettiamo?” chiese.

“Mi piacerebbe. Ma sto aspettando un elicottero. Non posso sapere quando sarò a casa. Comunque, non dormo da ventiquattr’ore.”

Dopo aver riattaccato, Luke chiuse gli occhi e si permise di sonnecchiare. Era Ed a russargli accanto? Sembrava proprio di sì. Luke immaginava il suo futuro. Il semestre al college era finito ormai. Aveva insegnato a un paio di corsi come assistente, e si era divertito. Poteva vedersi a farlo ancora, magari prendendo una Master’s Degree, e facendosi assegnare una cattedra da qualche parte. Un uomo come lui, un ex commando alle operazioni speciali della 75ma Rangers e alla Delta Force che aveva lavorato ovunque e con esperienza nel combattimento, un ex agente FBI dell’antiterrorismo, un posto per lui lo si sarebbe trovato.

Si immaginò l’estate che stava arrivando. Lui e Becca avevano una casetta estiva a Chesapeake Bay. La casa apparteneva alla famiglia di Becca da generazioni. Era in un bellissimo posto, affacciato sull’acqua. Una scalinata pericolante abbracciava la scogliera giù fino al loro molo per la barca e le nuotate. In estate, Luke lì ci teneva una vecchia barca a motore. Gunner aveva ormai raggiunto un’età in cui Luke poteva insegnargli alcune cose. Forse l’avrebbe portato fuori sugli sci d’acqua quest’anno. Forse gli avrebbe insegnato a guidare la barca.

Luke creò un’immagine nella sua mente. Erano loro tre, seduti a tavola nel patio posteriore della casa estiva, mentre il sole sorvolava l’acqua verso ovest. Era la fine di una lunga giornata di nuotate e uscite in barca. Stavano mangiando cozze al vapore, e una bottiglia di freddo vino bianco era aperta sulla tavola. Poteva vedere tutto con dettagli vividi. Mentre tutti stavano lì seduti a ridere, la sirena di un raid aereo mandava in pezzi la pace. Ululava e ululava, il grido che aumentava e scemava.

Aprì gli occhi. Suonava il telefono.

“E adesso rispondi?” chiese Ed Newsam. “O vuoi che lo faccia io?”

Luke prese la chiamata senza guardare da chi arrivasse.

“Stone,” disse.

“Luke, sono Trudy. Senti, lo so che mi hai mentito. Lo so che ti hanno sospeso. Di questo problema ne parliamo un’altra volta.”

“Okay.”

“Sono arrivate altre informazioni. Sono sul megaschermo proprio adesso. Un uomo è stato portato al Baltimore Memorial Hospital in condizioni critiche circa quaranta minuti fa. Ha un avvelenamento da radiazioni acuto e almeno due ferite da arma da fuoco nella schiena. È stato trovato da due pescatori nel sottopassaggio dell’autostrada lungo la riva.”

“Chi è?”

“Si chiama Eldrick Thomas. Conosciuto anche come LT. Conosciuto anche come Abdul Malik. Ventotto anni, afroamericano. Nato e cresciuto nella zona Brownsville di Brooklyn. Precedenti considerevoli, con condanne multiple negli ultimi dieci anni. Aggressione, furto armato, possesso di armi. Gli manca una sola condanna per finire dentro per moltissimo tempo.”

“Okay, è dei cattivi,” disse Luke.

“Ma soprattutto, è stato in carcere con Ken Bryant in due occasioni. Una volta cinque mesi a Rikers Island, e una volta quasi due anni al Clinton Correctional Center. Ha fatto parte della stessa gang insieme a Bryant, la Black Gangster Family. Si è convertito dal cristianesimo all’islam in prigione, e ha preso il nome di Abdul Malik. Ha commesso tre infrazioni disciplinari in occasione di risse sorte perché faceva proselitismo tra gli altri detenuti, parlando soprattutto della necessità di una jihad all’interno dei confini statunitensi. Una di queste lo ha fatto finire in isolamento per un mese.”

Luke si stava mettendo in allerta. Guardò Ed. Ed aveva tradotto il linguaggio del corpo di Luke e si era messo seduto dritto sul sedile.

“Ecco il colpo di scena,” disse Trudy. “Eldrick Thomas e Ken Bryant erano amici in prigione. Il loro aspetto era così simile che gli altri detenuti, e le guardie, spesso li chiamavano i Gemelli. Sto guardando le loro foto segnaletiche sullo schermo di Swann. Potrebbero essere fratelli. In effetti, se vogliamo spingerci un po’ più in là, potrebbero essere scambiati per lo stesso uomo.”

“Perché è a Baltimora?” chiese Luke.

“Nessuno lo sa.”

“Qualcuno ci ha parlato?”

“Negativo. Era incosciente quando l’hanno portato lì. Adesso è in chirurgia, gli stanno togliendo le pallottole. È in anestesia totale.”

“Sopravvivrà?”

“Pensano che sopravvivrà all’operazione. Oltre a quella, non si sa.”

“Perché mi stai raccontando tutto questo?”

Riusciva a sentire il suo sorriso dall’altra parte del ricevitore. “Ho solo pensato che magari volessi saperlo.”

“Chi sono i miei piloti di elicottero?” chiese Luke.

“Rachel e Jacob,” disse Trudy. “Li ho richiesti apposta per te.”

“I miei amiconi,” disse Luke.

“Esatto.”

La telefonata terminò. Luke guardò fuori l’acqua. Stava arrivando un nero elicottero Bell. Era la loro corsa. Lo zaino di salvataggio era ai suoi piedi. Lo aprì e cercò a tastoni le pillole di Dexedrine. Le trovò e tenne il contenitore in alto per l’ispezione di Ed.

“Dexy,” disse Ed. “Mi tenevano in vita in Afghanistan. Prendile per troppo tempo e ti faranno crepare, lo sai, sì?”

Luke annuì.

“Lo so.”

Aprì il contenitore e fece scivolare con attenzione due capsule nel palmo della mano. Una metà della capsula era rosso bruno, l’altra chiara.

“Pare che abbiamo un’altra possibilità, se la vogliamo. Ti va di infrangere qualche altra regola stamattina?”

Ed prese una capsula dalle dita di Luke. Se la fece saltare in bocca e mandò giù. Guardò l’orologio.

“Credo di poter trovare un po’ di tempo.”

Capitolo 20

Ora zero

Tra la vita e la morte

Andava alla deriva, ascoltando i suoni.

Suonavano della musica, della musica classica tranquilla con il piano e i violini. La gente raccolta attorno a lui parlava con voci meccaniche.

“Forbici. Bisturi. Aspirazione. Ho detto aspirazione! Non puoi ripulire un po’ meglio?”

“Sì, dottore.”

Poi: “È stato fortunato. Un millimetro più a sinistra e gli avrebbe intaccato l’aorta. Sarebbe morto in un paio di minuti.”

Eldrick non era interessato ai dottori, e non era interessato nemmeno al corpo sul tavolo. Erano tutti sotto di lui ora, e lui dava un’occhiata alla cosa che i medici si stavano dannando per salvare. Gli ricordò un cane morto sul ciglio della strada. Non sembrava qualcosa che valesse la pena di essere salvato.

Si voltò e attraverso la porta vide sua nonna nella stanza accanto, in piedi ai fornelli che mescolava una pentola. Qualcosa profumava proprio di buono.

“LT, vieni qui.”

Corse dentro. Era pomeriggio, il sole splendeva fuori dalle finestre dell’appartamento, e lui voleva scendere al parco e giocare a palla. Ma il profumo della cena bastava a fargli venire fame. Erano bei tempi, prima che tutto andasse così male.

“Hai finito i compiti, tesoro?”

“Sì, nonna.”

“Non mi dici le bugie, vero?”

Lui sorrise.

Si voltò verso di lui, e aveva una faccia seria. “Hai fatto qualcosa di brutto, vero?”

Dopotutto non era un bambino. Era un uomo fatto, e lei era la piccola anziana signora che era diventata prima che il cancro al seno se la portasse via.

Annuì. “Ho fatto una brutta cosa.”

“Puoi aggiustarla?”

Scosse la testa. “Non so se le cose torneranno mai più a posto.”

9:30 a.m.

Johns Hopkins Bayview Medical Center - Baltimora, Maryland

“Ecco che ne arrivano due,” disse Luke.

Ed e Luke erano in un corridoio d’ospedale, a una ventina di metri dalla porta contrassegnata come FARMACIA. Qualche istante prima, Luke aveva provato ad aprirla. Era chiusa a chiave. In fondo al corridoio, due uomini in camici blu e giacche bianche da laboratorio stavano venendo verso di loro. Parlavano e ridevano di qualcosa.

C’erano telecamere di sorveglianza a ogni angolo. Non importava. Luke aveva pianificato di agire velocemente. Era già nei guai. Che poteva fare un guaio in più?

“Scusatemi,” disse Luke. “Siete medici?”

“Sì,” disse uno, un uomo di mezza età molto in forma che indossava occhiali dalla montatura in ferro. “Qual è il problema?”

Luke si avvicinò all’uomo. Aveva già tirato fuori la pistola. La premette sullo stomaco dell’uomo, in basso, fuori dalla vista delle telecamere. Gli posò una mano amichevole sulla spalla. “Non dite una parola, nessuno dei due.”

Ed si avvicinò al secondo uomo. Luke poteva vedere la pistola nella sua mano. Premette forte la bocca dell’arma all’altezza delle reni del secondo dottore.

“Non vi faremo del male, se farete esattamente quello che vi diciamo.”

Il primo medico, così sicuro un momento prima, tremava. “Io…” diceva. Non riusciva a parlare.

“Va tutto bene,” disse Luke. “Non parli. Ho bisogno che mi apriate la porta di quella farmacia laggiù. È tutto quello che mi serve. Aprite la porta e venite dentro con me per qualche minuto.”

Il secondo dottore era più calmo. Era stempiato, con spessi occhiali, più robusto del primo. “Va bene. Se avete bisogno di medicine, va bene. Vi daremo ciò che vi serve. Ma ci sono telecamere di sorveglianza dappertutto. Non andrete molto lontano.”

Luke sorrise. “No, non lo faremo.”

Gli uomini si girarono tutti insieme e raggiunsero la porta. Il secondo medico fece passare la tessera magnetica contro il lettore e la luce rossa divenne verde. Luke aprì la porta. Dentro alla stanza c’erano molti armadietti chiusi a chiave.

“Che cosa vi serve?” chiese il dottore.

“Ritalin,” disse Luke. “Due iniezioni.”

“Ritalin?” ripeté l’uomo.

“Sì. E veloce, non ho molto tempo.”

Il medico fece una pausa. “Signore, non si sballerà con il Ritalin. Se ha un deficit di attenzione, può ottenerlo facilmente con una prescrizione. Non deve cacciarsi in questi guai. Ci sono programmi che la aiuteranno a pagare. E comunque, il Ritalin non è l’ideale…”

Luke scosse la testa. “Non siamo più a scuola, doc. Facciamo finta per un attimo che io sappia quello che sto facendo, e che voi invece non lo sappiate. Okay?”

Il medico scrollò le spalle. “Si serva pure.” Aprì un armadietto, mostrò a Luke la bottiglia e preparò le iniezioni. Mentre lavorava, Ed sistemava quattro fascette di plastica sul banco. Aprì un cassetto e trovò un paio di piccoli asciugamani e un po’ di nastro chirurgico. Mise gli articoli accanto alle fascette.

Il dottore aveva finito di preparare le iniezioni, e allungò le siringhe oltre il banco.

“Molto bene,” disse Luke. “Grazie. Ora ho bisogno che facciate un’ultima cosa prima che ce ne andiamo.”

“Va bene,” disse il dottore.

“Spogliatevi,” disse Luke. “Tutti e due.”

*

Ed e Luke, vestiti in camicie bianco e guanti chirurgici, attraversarono la folla di poliziotti fuori dalla porta della stanza di Eldrick Thomas. Si fermarono e indossarono le maschere chirurgiche prima di entrare.

Un cartello triangolare giallo e nero era affisso alla porta. PERICOLO: RISCHIO RADIAZIONI.

Sotto era esposto un altro cartello. Era una serie di istruzioni.

A. Visite limitate a 1 ora al giorno. Le donne incinte e i minori di anni 18 non dovrebbero visitare il paziente.

B. I visitatori dovrebbero mantenersi a una distanza di almeno 2 metri dal paziente.

C. I visitatori devono essere protetti da camici, copriscarpe e guanti. I visitatori non dovrebbero portare alcun articolo all’interno della stanza.

D. Ai visitatori è vietato fumare, mangiare e bere mentre si trovano all’interno della stanza del paziente.

Un poliziotto toccò il braccio di Luke. “Quando possiamo svegliarlo?”

Luke gli fece una seria espressione da medico. “Vuol dire se si sveglia. Stiamo facendo del nostro meglio. Dovrete aspettare ancora un po’.”

Entrarono. Thomas era disteso su un letto da ospedale, addormentato. Casuali macchie sul viso e sul collo era arrossate, di un rosso profondo e scuro. I polsi e le caviglie erano legati alle ringhiere di metallo del letto con manette di plastica flessibile. Diversi macchinari monitoravano i suoi segni vitali. Due poliziotti con le mascherine e i guanti chirurgici se ne stavano in un angolo, tanto lontani da Thomas quanto la stanza glielo permetteva.

“Ragazzi, potete lasciarci qualche minuto da soli con il paziente?” chiese Ed.

“Non possiamo lasciare la stanza,” disse un poliziotto.

Ed disse le parole magiche, quelle che avrebbero dato il via a un match di spintonate burocratiche se il paziente non fosse stato radioattivo. “Mi dispiace, ma la vostra presenza va in conflitto con l’approvvigionamento delle cure mediche.” Poi sorrise. “E poi è legato al letto. Non andrà da nessuna parte. Dateci un minuto, okay?”

I poliziotti uscirono, probabilmente felici di farlo.

Luke andò dritto da Thomas. Tolse il tappo dalla siringa, gli girò il braccio sinistro, trovò la grossa vena sulla piega del gomito e fece l’iniezione.

“Ritalin, eh?” disse Ed.

Luke scrollò le spalle. “Fa uscire la gente dall’anestesia totale. Non è che sia approvato dall’FDA, ma funziona che è un incanto.”

Fece un passo indietro. “Non ci dovrebbe volere molto.”

Trascorse un minuto, poi due. A metà del terzo minuto, Luke pensò di vedere un leggero palpito nelle palpebre del paziente.

“Eldrick,” disse. “Svegliati.”

Gli occhi di Eldrick si aprirono lentamente. Li sbatté. Sembrava molto stanco. Sembrava avere cent’anni.

“Mi fa male il petto,” disse, con una voce che si innalzava appena al di sopra di un sospiro. Si guardò lentamente intorno senza muovere la testa. “Dove sono?”

Luke scosse la testa. “Non importa dove sei. Eri a New York ieri notte. Hai rubato del materiale radioattivo dal Center Medical Center. Lavoravi con Ken Bryant e Ibrahim Abdulraman. Sono stati assassinati entrambi. Così come due addetti alla sicurezza.”

La memoria si fece strada nel viso dell’uomo. A malapena muoveva un muscolo. Sembrava così debole che sarebbe potuto morire in qualsiasi momento. Ma aveva lo sguardo severo. “Polizia?” chiese.

Luke annuì. “Abbiamo bisogno di sapere dove e quando esploderà la bomba.”

Eldrick Thomas guardò Ed. Fece un cenno con la testa verso Luke. “Hey, fratello. Butta fuori il maiale bianco.”

Chiuse gli occhi lentamente, poi li riaprì. “E dopo, ti dirò tutto quello che so.”

*

Luke aspettò nel corridoio, a cinquanta metri dal muro di poliziotti. Non ci volle molto prima che Ed uscisse. Camminava veloce.

“Muoviamoci, vecchio. Andiamo.”

Luke camminava veloce, adattandosi al ritmo di Ed. “Che succede?”

“Credo che abbia avuto un attacco di cuore,” disse Ed. “Forse il Ritalin era troppo per lui. Non lo so. Ho premuto l’allarme prima di uscire.”

“Ha detto qualcosa?”

“Sì. Ha detto qualcosa.”

“Che cosa?”

“Non so se posso crederci.”

Luke si fermò. Anche Ed si fermò.

“Non possiamo fermarci,” disse Ed.

Luke scosse la testa. “Qual è l’obiettivo?”

Al di sopra delle loro teste, il citofono dell’ospedale parlò. Una voce femminile, calma, meccanica, quasi robotica. Codice blu, codice blu. Terzo piano, stanza 318. Terzo piano, stanza 318. Codice blu… Medici e membri dello staff, tutti agitati, li superarono correndo nei corridoi, spintonando spalle.

“È l’ora dell’inizio del ramadan in Iran. Le 20:24, ovvero le 10:54 qui.” Guardò l’orologio. “A un’ora da adesso.”

“Dove?” chiese Luke.

Ed lo fissava a sua volta, cupo. Per la prima volta, Luke vide la disperazione nel viso di Ed.

“La Casa Bianca.”

Capitolo 21

10:01 a.m.

I cieli tra Baltimora e Washington D.C.

I piloti erano dei duri.

L’elicottero volava basso e veloce. Il paesaggio sfrecciava sotto di loro, quasi abbastanza vicino da essere toccato. Luke se ne accorgeva appena. Gridava nel telefono. Continuava a perdere la linea. La procedura handover da un ripetitore all’altro era incerta a più di cento miglia all’ora.

“Dobbiamo evacuare la Casa Bianca,” diceva. “Trudy! Mi senti?”

La voce della donna era spezzata dall’elettricità statica. “Luke, c’è un mandato di arresto. Per te e per Ed. È appena arrivato.”

“Perché? Per i medici? Non gli abbiamo fatto alcun male.”

Ci fu una scarica di elettricità statica. Si perse la linea.

“Trudy? Trudy! Merda!”

Guardò Ed.

“Mi ha detto che erano nel furgone della Dun-Rite,” disse Ed. “I loghi erano decalcomanie magnetiche. Li hanno tolti a Baltimora, e hanno cambiato le targhe. Forse ci sono telecamere di sorveglianza dove è stato trovato Thomas. Potrebbero trovare delle tracce e capire dove si trova il furgone grazie ai video.”

Il cellulare di Luke suonò. Rispose.

“Trudy.”

“Luke, prima di dire qualsiasi cosa, lasciami parlare. Eldrick Thomas è morto. Ha avuto un forte attacco di cuore. Voi due siete sul video di sorveglianza. Si vede chiaramente che gli avete fatto un’iniezione di qualcosa.”

“Ritalin, per svegliarlo,” disse Luke.

“Ed gli si è avvicinato davvero tanto prima che morisse.”

“Trudy, Thomas stava dando a Ed delle informazioni. Capisci? Eldrick Thomas non è il problema, adesso. L’attentato è alla Casa Bianca. Tutte le prove indicano un attacco tramite drone. Erano nel furgoncino della Dun-Rite. Hanno cambiato i marchi. Dobbiamo trovare il furgone e dobbiamo far evacuare tutto il personale della Casa Bianca. Adesso.”

Un’altra scarica di elettricità.

“Ma loro non… Luke? Luke?”

“Ci sono.”

“Stanno controllando il Grand Central e la stazione PATH di Hoboken. Hanno chiuso il tunnel Midtown. Ho parlato con Ron Begley. Non credono che si tratti della Casa Bianca. Credono che tu abbia ucciso Eldrick Thomas. Il mandato di arresto è per omicidio.”

“Cosa? Perché avrei dovuto uccidere Eldrick Thomas?”

La linea cadde di nuovo.

Luke guardò Ed. “Chiediamo ai piloti di mettersi in comunicazione via radio.”

Ed scosse la testa. “Cattiva idea. Nessuno ci crederà. E se diciamo ai piloti di mettersi in comunicazione via radio, tutti sapranno dove siamo. No. Dobbiamo andarci da soli. E dobbiamo andarci senza farci notare.”

Luke si avviò verso la cabina di pilotaggio e infilò la testa dentro.

Li conosceva quei due – Rachel e Jacob. Erano suoi vecchi amici, e volavano insieme da anni. Entrambi avevano fatto parte del 160mo Reggimento Operazioni Speciali dell’Aviazione dell’Esercito degli Stati Uniti. Ed e Luke era abituati a volare con gente così. Erano la Delta Force dei piloti d’elicottero.

Rachel era tostissima. Non entri a far parte di una élite di piloti per operazioni speciali dell’esercito normalmente, se sei una donna. Ci entri a scazzottate. Sistema perfetto per Rachel – il suo hobby quando non lavorava era il cage fighting. E Jacob era stabile come una roccia. La sua calma quando era sotto tiro era leggendaria, quasi surreale. Il suo hobby erano i ritiri meditativi sulle cime delle montagne. Entrambi forse sapevano che Luke era stato sospeso. Forse sapevano anche che c’era un mandato per il suo arresto. Ma sapevano anche che Luke era la Delta, e non erano tipi da fare troppe domande.

“Quanto vicini alla Casa Bianca ci potete portare?” chiese Luke.

“Hai un appuntamento per pranzo?” disse Rachel.

Luke scrollò le spalle. “Dai.”

“Eliporto di South Capitol Street,” rispose Jacob. “È una pista della polizia metropolitana di Washington chiusa al traffico, ma li conosco. Posso trovarci un buco. Si trova a circa tre miglia dalla Casa Bianca.”

“Mi serve un’auto dell’SRT ad aspettarci,” disse Luke. “Senza autista, solo la macchina. Okay?”

“Ricevuto,” disse Rachel. Si girò indietro per guardarlo.

“Vi spiegherò dopo,” disse.

Luke tornò nella stiva. Ed era in piedi accanto alla porta cargo aperta.

Luke gli urlò. “Abbiamo una pista a tre miglia dalla Casa Bianca, e avremo un’auto che possiamo guidare noi.”

Ed annuì. “Ottimo.”

Suonò ancora il telefono. Luke guardò il nome di chi stava chiamando. Non voleva più discutere a proposito di mandati di arresto, né di chi credeva cosa. Questa volta, quando rispose, le parlò appena.

“Trudy, chiamami Mark Swann al telefono.”

Capitolo 22

10:23 a.m.

Washington D.C.

“Non ce la faremo mai.”

Luke guidava il SUV dell’agenzia in direzione della Casa Bianca attraverso il traffico di metà mattina. Era tutto un fermarsi e ripartire. Il tempo a loro disposizione stava scadendo.

Il telefono era incollato all’orecchio. Suonava e suonava. Alla fine prese la linea. Per la terza o quarta volta di fila, beccò la segreteria telefonica. Gli aveva detto che lei e Gunner avevano deciso di andare al cinema.

La voce era vibrante e luminosa. Luke se la immaginava: bellissima, sorridente, ottimista ed energica. “Ciao, sono Becca. Non posso rispondere adesso. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico e vi richiamerò appena possibile.”

“Becca!” disse. Respirò. Non voleva spaventarla. “Ho bisogno che tu faccia qualcosa per me. Non ho il tempo di spiegare. Quando senti questo messaggio, fila via alla casa in campagna. Non andare a casa. Non fermarti a prendere niente. Prendi solo l’autostrada e guida fin là. Se ti serve qualcosa, puoi sempre comprarla lì. Ci vediamo là non appena riesco a tornare.” Fece una pausa. “Vi voglio molto bene, tantissimo. Fallo per me. Non perdere tempo. Va’ subito, non appena senti il messaggio.”

Riattaccò. Accanto a lui, Ed sedeva dritto come un fuso. Una spessa vena gli spuntava dalla fronte. Sudava.

“Dobbiamo aggirare questo traffico, in qualche modo,” disse Luke.

Ed raggiunse il vano portaoggetti e ne tirò fuori la sirena al LED. La montò sul cruscotto, la accese e poi premette l’interruttore. Fuori dalla macchina, il grido della sirena era incredibilmente forte.

UAH-UAH-UAH-UAH-UAH.

“Vai!” disse Ed.

Luke si infilò nel traffico in arrivo e si buttò sul clacson. Schiacciò l’acceleratore, corse fino al semaforo successivo, poi tornò nella sua corsia. Adesso accelerò e la macchina decollò come un missile.

“Vai, vecchio! Vai!” urlava Ed.

Davanti, le auto al semaforo seguente si scansarono a destra come una mandria di animali. Luke bruciò l’incrocio, correndo a settanta miglia all’ora.

Suonò il telefono.

“Swann?”

La voce aveva una sottile pronuncia nasale. “Luke, sono Don Morris.”

“Don, devo tenere libera questa linea.”

“Figliolo, cosa stai combinando? Mi hanno detto che hai ucciso un uomo in un ospedale di Baltimora.”

Luke scosse la testa. “Non ho ucciso nessuno. Vogliono attaccare la Casa Bianca. È di questo che si è sempre trattato.”

“Non è vero, Luke. Negli ultimi dieci minuti hanno arrestato due arabi, uno al Grand Central e uno a Hoboken. Due ragazzini che trasportavano in zaini di tela delle bombe rudimentali fabbricate con pentole a pressione. L’NSA sta tracciando identità e affiliazioni proprio adesso.”

“Queste non sono bombe sporche!” disse Luke. Si sentiva la voce stridula. Sembrava un pazzo. Aveva dormito appena nelle ultime ventiquattr’ore. Lo sapeva. Le sue percezioni potevano essere distorte. Ma quanto distorte? Era così? Guardò il tachimetro. Stava andando a ottantacinque miglia all’ora su strade cittadine.

“Erano solo delle pedine,” disse Don. “Le bombe non erano neanche operative. I cattivi hanno mandato i ragazzini a vedere come avremmo risposto noi. Ora sanno che gli obiettivi sono compromessi.”

Luke provò ad abbassare la voce, in modo che lui e Don potessero avere una conversazione razionale. Voleva far capire a Don ciò che lui vedeva in modo così dolorosamente chiaro. “Don, abbiamo parlato con Eldrick Thomas. Era uno dei ladri. Non l’abbiamo ucciso. È morto per l’avvelenamento da radiazioni. Ci ha detto che l’obiettivo è la Casa Bianca.”

“Luke, lo so chi era. Le informazioni in nostro possesso dicono, oltre a tutto il resto, che Eldrick Thomas era un truffatore professionista. Si stava prendendo gioco di te, ecco tutto. È questo che fanno i truffatori. Si prendono gioco delle persone fino alla fine. Ti dice che è la Casa Bianca. La sicurezza si rimpolpa, e la gente crede che stia cooperando. Se sopravvive, magari ottiene un buon patteggiamento. Il tizio è entrato e uscito dalla galera per tutta la vita. Ma sa che l’obiettivo è la Casa Bianca. Pensi che le persone dietro di lui si fiderebbero di un criminale da poco per quel tipo di informazione?”

Luke non disse una parola.

“Puoi ancora fermarti,” disse Don. “Torna al quartier generale. Ci vedremo lì. Se dici di non averlo ucciso, ti credo. Farò tutto ciò che posso per proteggerti. Parleremo con uno psichiatra. Dirà che hai avuto un disturbo post-traumatico da stress. Un crollo psicotico. La tua storia come agente avvalorerà questa tesi. Magari dovrai farti ricoverare per qualche giorno, ma ne uscirai.”

Luke non credeva a quello che sentiva.

“Devo tenere libera questa linea,” disse.

“Sei arrivato fin qui ormai, Luke. Se prosegui su questa strada, sarai solo.”

Stava arrivando un’altra telefonata.

“Don, devo andare.”

“Luke! Non osare riattaccare il telefono.”

Davanti c’era il cancello della Casa Bianca. Ed spense la luce e la sirena. Luke rallentò il SUV. Teneva il telefono fuori così da vederne lo schermo. La persona che cercava di chiamarlo era Swann.

Luke rispose. “Swann. Ci hai recuperato l’autorizzazione dei servizi segreti?”

Swann esitava. “Credo di sì.”

“Credi di sì?”

“Avete entrambi dei mandati per omicidio, Luke. Dammi pace. Sì, sembra che abbiate un’autorizzazione Yankee White, Categoria Uno. Siete autorizzati a lavorare direttamente con il presidente e la vice. Ma non reggerà. In trenta secondi il database dei servizi segreti potrebbe fare un riferimento incrociato con il database criminale e buttarvi fuori di nuovo. Qualcuno potrebbe fare un secondo controllo e scoprire che l’autorizzazione è stata approvata negli ultimi cinque minuti. Non posso garantirti niente. Direi cinquanta e cinquanta, nella migliore delle ipotesi. Tra quanto sarete lì?”

“Siamo già qui. Stiamo entrando nel vialetto.”

“Okay, allora bene. Stiamo per scoprire quanto sono bravo.”

Luke riattaccò. Tornò alla conversazione con Don.

“Don?”

Era caduta la linea.

Il corpo di guardia era lì davanti. Era protetto da barriere di cemento. C’erano sia un segnale di STOP che un segnale NON ENTRARE. Quattro uomini in giacca e cravatta gironzolavano davanti all’entrata. ATTENZIONE, diceva un altro segnale. AREA RISERVATA. CONTROLLO DOCUMENTI.

Luke si voltò verso Ed. Aveva il viso unto e brillante di sudore.

“Pronto?” chiese Luke.

“Pronto a tutto.”

Luke sentì correre una goccia di sudore dentro la camicia. Stavano per entrare nella Casa Bianca con l’inganno. Avrebbero fatto tutto il possibile grazie all’autorizzazione, poi si sarebbero fatti strada per il resto. Avrebbero cercato di scavalcare l’intero sistema di sicurezza dei servizi segreti e di far evacuare il presidente sotto i loro ordini, quelli di due uomini provenienti da una diversa agenzia che erano stati sospesi dalle loro mansioni ore prima. E tutto questo basandosi sulla parola di un criminale professionista morto che magari aveva mentito, o magari no.

Per un breve momento, Luke poté quasi capire quello che Don aveva detto. Da fuori, doveva sembrare un’idea folle.

Una guardia apparve accanto al suo gomito sinistro. Luke aveva guidato fino alla portineria con il pilota automatico. Intorpidito, allungò all’uomo il suo documento di identificazione e quello di Ed. L’uomo se ne andò, ma tornò un minuto dopo.

“Mi dispiace,” disse. “Questi li rifiutiamo entrambi. Non avete l’autorizzazione.”

“Forse è un segno,” disse Ed.

“Ricontrolli, per favore,” disse Luke.

Di fronte a loro, il cancello si aprì. La guardia riapparve.

“Scusatemi,” disse. “Dev’essere stato un errore del sistema.”

Luke guidò piano attraverso il cancello della Casa Bianca.

*

Swann era bravo. Molto, molto bravo.

Entrarono nell’Ala Ovest, oltrepassarono un controllo di identificazione, poi scesero veloci lungo un corridoio fiancheggiato da colonne greche. I loro passi echeggiavano sul pavimento di marmo. Svoltarono a destra, e l’entrata dello Studio Ovale era proprio lì davanti.

Due agenti dei servizi segreti erano appostati fuori dalla porta.

“Salve, ragazzi,” disse uno dei due. “Fermatevi qui.”

Luke alzò il distintivo. “FBI. Abbiamo l’autorizzazione Yankee White. Dobbiamo parlare con il presidente Hayes.”

“Il presidente è in riunione.”

“Vorrà sentire cosa abbiamo da dire.”

Il tizio scosse la testa. “Non ci è stato detto nulla. Dovrete aspettare mentre controlliamo.”

Ed non esitò. Colpì il primo uomo con un pugno alla gola, poi ruotò e colpì il secondo alla mandibola con il gomito. Il primo andò al tappetto stringendosi la gola. Ed si accovacciò, gli sbatté la testa contro il pavimento in pietra, poi tornò in piedi. Il secondo uomo stava cercando di prendere la pistola quando Ed lo colpì in faccia. Il tizio perse i sensi prima di andare a sbattere sul pavimento.

Ed e Luke si precipitarono all’interno dello Studio Ovale.

Dall’altra parte della stanza c’era il presidente, insieme alla vicepresidente. Stavano leggendo attentamente quella che pareva una gigantesca mappa aperta sulla scrivania del presidente. Dietro di loro, tre alte finestre guardavano sul Giardino delle Rose. Un uomo faceva fotografie. Un giovane con una calvizie incipiente era lì accanto. Nella stanza si trovava un’altra mezza dozzina di persone.

Quando Ed e Luke entrarono, il presidente si alzò. Era molto alto.

Quattro agenti dei servizi segreti tirarono fuori le pistole.

“Fermi! A terra!”

In mezzo alla stanza, il tappeto color crema mostrava il sigillo rotondo del presidente. Luke ci mise i piedi sopra. Alzò le mani.

“FBI,” disse. “Ho un importante messaggio per il presidente.”

Fu placcato da dietro. In un secondo, la sua guancia era contro il tappeto. Le braccia dolorosamente girate dietro di lui. Aveva il piede di un uomo sul viso. Pochi passi più in là, Ed si trovava nella stessa posizione.

“FBI!” urlò Luke. “Agenti federali!”

Gli presero il distintivo e i documenti. E la pistola dalla fondina. Li sentì alzargli i pantaloni e prendergli la sua pistola extra e il coltello.

“Che succede qui?” chiese il presidente.

Tre uomini tenevano Luke a terra. Un pesante braccio spingeva contro il suo collo. Muoversi faceva male. Era difficile parlare. “Signore. Sono l’agente Stone dello Special Response Team, FBI. Questo è l’agente Newsam. Lei è in pericolo. Abbiamo informazioni affidabili che suggeriscono che ci sia in corso un piano di attacco per la Casa Bianca con una bomba sporca. L’attacco è programmato per coincidere con l’inizio del ramadan a Teheran, tra meno di quindici minuti.”

Il presidente Hayes gli si fece più vicino. Torreggiava su Luke.

“Non è vero,” disse una voce femminile.

Luke allungò il collo abbastanza da vedere Susan Hopkins, la vicepresidente. Era molto carina, come una veterana annunciatrice televisiva. Indossava un gessato grigio e teneva i capelli biondi in un caschetto corto. “Abbiamo appena ricevuto una relazione che dice che la minaccia era contenuta a New York City, ed è stata neutralizzata.”

“Non c’è abbastanza tempo per spiegarvi tutto,” disse Luke. “Dobbiamo evacuare l’intero palazzo, e non abbiamo quasi più tempo. Se ci sbagliamo, sarà davvero imbarazzante. La Casa Bianca sarà stata allarmata ed evacuata senza ragione. Ma se sbagliate voi… non voglio neanche pensarci.”

Tutti guardarono il presidente. Era un uomo abituato a prendere decisioni difficili. Fece una pausa di sette interi secondi.

“Portate tutti fuori,” disse. “Iniziate i protocolli di evacuazione per tutto lo staff. Entro dieci minuti, voglio che non una sola persona si trovi dentro l’edificio.”

Capitolo 23

10:50 a.m.

Sotto alla Casa Bianca

Scendevano in ascensore fin dentro le viscere della terra. A bordo c’erano dieci persone: il presidente, la vicepresidente, il giovane capo di gabinetto del presidente, Ed e Luke e cinque agenti dei servizi segreti. Uno degli agenti portava una borsa a tracolla di pelle nera, assicurata al polso con una fibbia di metallo. Da qualche parte sopra di loro, suonava un allarme.

“Quanto ne è sicuro?” chiese il presidente.

Il viso di Luke era ustionato dallo sfregamento contro al tappeto. Gli faceva il male la parte posteriore del collo e quella laterale. Riusciva a sentire un livido gonfiarglisi sulla mascella. Gli sanguinava la bocca.

“Non sono sicuro di niente, signore.”

“Se ha torto, si ritroverà in un sacco di guai.”

“Signore, credo che lei non possa immaginare la reale entità di quei guai.”

Le porte dell’ascensore si aprirono. Uscirono in una stanza illuminata da luci cavernose, che svanivano in lontananza. Due limousine nere erano allineate appena fuori dall’ascensore. Luke si ritrovò nella seconda auto, con Ed, la vicepresidente e due agenti dei servizi segreti.

La faccia di Ed era un casino. L’occhio destro era mezzo chiuso dal gonfiore. La palpebra era ferita e sanguinava.

L’auto percorse il tunnel, le luci gialle che sfrecciavano in alto.

“Per quanto mi riguarda, spero che lei abbia torto,” disse Susan Hopkins.

“Anch’io,” disse Luke. “Assolutamente.”

Alla fine del tunnel, presero un altro ascensore per risalire in superficie. Sbucarono su una pista per elicotteri. Un grande Sikorsky grigio si trovava sulla pista, con i rotori già accesi. Si arrampicarono sul mezzo e decollarono.

Mentre salivano, Luke vide che stavano salendo da un’area boschiva a circa mezzo miglio dalla Casa Bianca. Si libravano a una certa distanza da essa. Il presidente fissava l’edificio. Anche Luke.

“Se deve accadere qualcosa, dovrebbe essere più o meno adesso,” disse il presidente. “È così?”

Luke guardò l’orologio. “Sono le 10:53.”

“Una bomba sporca di solito è piccola,” disse Ed. “Potremmo non vedere nulla da questa distanza.”

“Potrebbe essere un attacco via drone,” disse Luke. “Se fosse così, potremmo…”

Improvvisamente, le sue parole vennero interrotte dall’esplosione dello Studio Ovale.

Un flash di luce rossa e gialla apparve dietro le alte finestre. Il vetro andò in frantumi. I muri sembrarono sporgere, poi si riversarono all’esterno sul prato.

Un’altra esplosione, ancora più grande, distrusse l’Ala Ovest.

Mentre guardavano, il tetto collassò.

Una serie di esplosioni fece crollare il colonnato che portava alla residenza principale al centro dell’edificio. Tutti guardavano le fiamme consumare uno dei duraturi simboli degli Stati Uniti. Un’immensa esplosione, la più grande finora, si muoveva rapidamente all’interno della residenza. Un enorme pezzo di muratura volò in alto, ruotando su se stesso. Luke guardò l’arco che fece disintegrandosi nell’aria.

Improvvisamente l’elicottero sussultò. Precipitò facendogli venire la nausea prima che i piloti lo recuperassero, e poi ricominciò a salire.

“È l’onda d’urto,” disse Luke. “Stiamo bene.”

L’elicottero si girò e puntò verso ovest. Volavano tutti in silenzio, scambiandosi occhiate stupefatte. Luke guardò i danni sul volto di Ed. Sembrava un pugile che aveva appena perso un incontro. Non c’era nient’altro da dire.

Alle loro spalle, la Casa Bianca bruciava.

PARTE SECONDA

Capitolo 24

11:15 a.m.

Centro operativo di emergenza di Mount Weather – Bluemont, Virginia

“Armi?” chiese un uomo a Luke.

Venti uomini dei servizi segreti si trovavano sulla pista quando l’elicottero atterò. Lavoravano con semplicità efficiente, separando Ed e Luke dal gruppo principale e spingendo il presidente e la vicepresidente verso le fauci spalancate del tunnel aperto. L’entrata era a due piani di altezza, incastrata nel metallo ondulato.

Sopra le loro teste, degli elicotteri Gunship riempivano l’aria come libellule. L’elicottero del presidente era volato fin qui scortato da altri dieci.

Ed e Luke restavano isolati sull’asfalto, a circa sei metri di distanza. Erano circondati dal filo spinato. I servizi segreti li perquisivano sommariamente. Due uomini tenevano le braccia di Luke mentre gli altri gli controllavano gli abiti. Abiti che si increspavano con il vento provocato dalle pale dell’elicottero.

“Armi?” chiese di nuovo l’uomo.

Luke era annebbiato. La Casa Bianca era saltata in aria. Lo Studio Ovale, poi l’intera Ala Ovest, il colonnato, tutto quanto fino alla residenza presidenziale. Si aspettava… qualcosa. Ma non quello che aveva visto. Era troppo stanco adesso per capire il senso di quello che era successo.

Gli venne in mente di non essere riuscito a parlare con Becca. Doveva essere in pensiero per lui. Sperava che se ne fosse andata nella casa di campagna. Dava su una spiaggia del Maryland orientale. Era tranquillo laggiù, sicuro. Washington D.C. e la periferia sarebbero state un casino per un po’.

“Devo chiamare mia moglie,” disse.

L’agente dei servizi segreti di fronte a lui gli diede un rapido pugno nello stomaco. Riportò Luke al presente. Guardò l’uomo nei suoi severi occhi.

“Nascondi delle armi?” gli chiese ancora.

“Non lo so. Mi hanno perquisito allo Studio Ovale. Credo che le abbiano prese tutte.”

“Chi sei?”

Questa era facile. “Agente Luke Stone, Special Response Team, FBI.”

“Dov’è il tuo documento di identificazione?”

“Non lo so. Chiedilo ai tuoi. Mi hanno preso tutto. Ascolta, devo proprio fare una telefonata, e non ho il mio telefono.”

“Puoi fare la tua telefonata dopo aver risposto alle nostre domande.”

Luke si guardò intorno. Era luminoso e c’era il sole, ma la spossatezza e gli eventi della giornata cospiravano per dare al cielo un’aria oscura. Sopra le loro teste, gli elicotteri gettavano ombre sulla terra simili al volteggiare di avvoltoi. Laggiù, all’entrata del complesso, il presidente si era voltato e stava venendo dalla loro parte. Era facile notarlo tra la folla perché era davvero alto.

L’agente dei servizi segreti schioccò le dita davanti al viso di Luke. “Mi stai ascoltando?”

Luke scosse la testa. “Scusa. Sentite, ragazzi. È stata una giornata lunga per me. Lasciatemi solo chiamare mia moglie, e poi vi dirò tutto quello che so.”

L’uomo gli diede uno schiaffo. Era uno schiaffo rapido e pungente, dato apposta per catturare la sua attenzione. Lo fece e fece anche altro. Luke si divincolò per liberarsi le braccia. Un secondo dopo era a terra, il viso giù contro la superficie ruvida del cemento nero. Lo tenevano due uomini. Alla sua sinistra, avevano atterrato anche Ed.

Dal suo punto di vista di verme, Luke guardava avvicinarsi il presidente, che camminava veloce, circondato da tutti i lati, sinistra, destra, davanti e dietro, da agenti dei servizi segreti. Si fermò a tre metri di distanza.

“Signori!” disse in tono autoritario. “Lasciateli alzare. Quei due uomini sono con me.”

Ben presto Luke si trovò all’interno dell’ingresso per il complesso del Mount Weather. Una folla di persone, molte delle quali militari nelle ufficiali uniformi blu, gli vorticavano attorno. L’entrata era letteralmente un gigantesco tunnel scavato all’interno della facciata di granito della montagna. Il soffitto era una pietra arcuata tre piani sopra di loro. Il presidente era scomparso.

Luke alzò di nuovo il telefono.

“Ciao, sono Becca. Non posso rispondere adesso. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico e vi richiamerò appena possibile.”

Luke voleva spaccare l’apparecchio contro il pavimento di cemento.

“Maledizione! Perché non risponde?”

La ragione la conosceva già, ovviamente. Il telefono non suonava neanche – partiva subito la segreteria. I ripetitori erano sovraccarichi. In tutta la regione, milioni di persone stavano cercando di telefonare tutte nello stesso momento.

Ed era lì accanto, anche lui provava a chiamare.

“Ce la fai?” chiese Luke.

Ed scosse la testa.

Luke entrò in modalità capo. “Senti, mi porteranno giù tra un minuto. Mi serve che tu in qualche modo ti metta in contatto con Trudy e Swann. Dobbiamo mettere le mani su Ali Nassar. Se non lo arresta il NYPD, devono mettergli le mani su i nostri uomini. Trattenerlo, farlo scomparire e portarlo in un posto sicuro. In nessun caso possiamo permettere che lasci il paese. E non possiamo aspettarci alcun aiuto da Ron Begley.”

Ed annuì. “Okay. Dovrei avvertire Don?”

Luke scrollò le spalle. “Certo, se riesci a parlarci.”

“Che cosa gli dovrei dire?”

Luke non sapeva come rispondere a questa domanda. Don era uno dei suoi mentori, ma era anche di più. Era stato come un padre per lui. Eppure Don oggi lo aveva sospeso, e gli aveva raccomandato un soggiorno in una clinica psichiatrica. E in entrambi i casi, Don aveva avuto torto.

Due ampie porte si aprirono nei muri a circa sei metri da lì. Il gruppo partì per raggiungere le porte, e Luke partì con lui.

“Digli che siamo vivi, e che lo è anche il presidente.”

“E poi cosa faccio?” chiese Ed.

Luke scrollò le spalle. “Se riesci a fare tutto, trova qualcosa da mettere sotto i denti.” Fece un cenno in direzione dell’ascensore. “Non ci vorrà molto.”

L’ascensore merci era largo, e alto due piani. Ci salirono venti persone. L’ascensore si muoveva lentamente sempre più giù, rocce cesellate fluivano lisce verso l’alto appena fuori dalle sbarre metalliche. Un cartello giallo sul cancello diceva, in gigantesche lettere nere: ATTENZIONE – TENERE LE MANI ALL’INTERNO. L’ascensore scese per un po’, affondando sempre più al di sotto della superficie.

Luke osservò la gente attorno a lui. Uomini in giacca e cravatta. Uomini in uniforme. Tutti erano puliti, tutti erano vestiti bene, e tutti erano elettrizzati dalla paura e dalla determinazione. Invece Luke si sentiva sfinito, sporco e consumato.

L’ascensore li scaricò in un ampio corridoio. Lo percorsero come una mandria. Si aprì in una sala operativa illuminata a giorno. Schermi piatti coprivano due pareti. Ogni schermo poteva contenere una dozzina o più di finestre aperte, ognuna con la sua immagine o informazione. Gli schermi erano accesi, e un piccolo team di tecnici stava a una console touch pad, a caricare immagini e video sugli schermi. Uno mostrava la Casa Bianca in fiamme, circondata da camion dei pompieri. Molti mostravano moschee in fiamme. Alcune erano scene di sfrenate celebrazioni da strada, con gente che cantava e uomini con la barba che scaricavano in aria degli AK-47.

Un breve video catturò lo sguardo di Luke. Erano pochi secondi dell’entrata all’Ala Ovest. Una macchia nera e rapida appariva dall’angolo in alto a destra dello schermo e si schiantava sulle porte dell’atrio. Un attimo dopo un’esplosione faceva saltare la parte davanti dell’ingresso sul prato e la strada di accesso. Il video si ripeteva ancora e ancora in slow motion. Anche rallentato, era impossibile dire che cosa fosse l’oggetto sfuocato.

Un giovane in abito marrone chiaro prese Luke per il gomito e lo guidò verso il centro della stanza. Davanti, una dozzina di persone sedeva su sedie dallo schienale alto a un lungo tavolo. Un’altra trentina di persone – assistenti, gente dello staff, strateghi, Dio solo sapeva chi fossero questi – stavano appoggiati alle pareti. Il presidente era in piedi in testa al tavolo. La vicepresidente, più bassa di una testa, era alle sue spalle.

“Eccolo,” disse il presidente Thomas Hayes indicando Luke con un grasso palmo aperto. Aveva i denti perfetti, di un bianco splendente. Per un secondo, Luke pensò al presentatore di un gioco televisivo che invitava il pubblico in studio a dare un’occhiata dietro la Porta #3.

“Mi ricorda il suo nome?” chiese il presidente.

Cinquanta facce si voltarono per guardare Luke. Con tutti gli occhi su di lui, si sentiva persino più distrutto di prima. “Stone,” rispose. “Sono Luke Stone, Special Response Team, FBI.”

Il presidente annuì. “Questo è l’uomo che ci ha salvato la vita.”

Luke sedette al tavolo da conferenza. Affondò all’indietro nella morbida pelle della sedia. Un assistente gli mise davanti un dolce alla mela avvolto nella plastica. Qualcun altro gli portò del caffè in una tazza termica. Luke versò un po’ di latte senza lattosio nel caffè. La luce fluorescente che proveniva da sopra la sua testa colorava il caffè di verde.

La struttura era progettata per resistere a una guerra nucleare. Anche il cibo servito era progettato a quello scopo.

Un tenente colonnello in uniforme blu dell’esercito era in piedi al centro dello schermo. Indicava le immagini trasmesse con un puntatore laser rosso. “Approssimativamente alle ore 10:54 del mattino, fuso orario della costa orientale, la Casa Bianca è stata attaccata per mezzo di dispositivi esplosivi multipli, incluso almeno un dispositivo a dispersione radiologica contenente agenti radioattivi per il momento sconosciuti. L’Ala Ovest, incluso lo Studio Ovale, è stata quasi completamente distrutta. Il colonnato e la residenza presidenziale hanno riportato ingenti danni. L’Ala Est non ha subito l’attacco, ma ha riportato danni secondari dovuti alla forza delle esplosioni, così come dal fumo e dall’acqua.”

“Si sa qualcosa delle vittime?” chiese il presidente.

Il tenente colonnello annuì. “Diciassette morti confermate finora. Quarantatré feriti, alcuni in condizioni critiche. Otto persone scomparse. Nella reazione iniziale, almeno due dozzine di persone tra pompieri e altro personale di emergenza sono probabilmente state esposte a radiazioni. Non conosceremo l’entità dell’esposizione per qualche giorno. Dalle 11:24 del mattino, approssimativamente, tutti i pompieri e il personale di emergenza nelle vicinanze devono indossare tute protettive hazmat di Livello Uno. Come può immaginare, ciò ha rallentato considerevolmente gli sforzi per spegnere gli incendi e ricercare eventuali sopravvissuti.”

Quasi non volava una mosca nella stanza. L’uomo tossì piano, poi proseguì.

“L’attacco ha creato panico diffuso. Abbiamo fissato una zona di contenimento radioattivo con un raggio di mezzo miglio, e la Casa Bianca ne è il centro. Solo al personale autorizzato è consentito l’accesso. Anche se al momento non c’è radiazione misurabile ai margini della zona, fondamentalmente tutti hanno provato a lasciare la città nello stesso momento. Nel frattempo, la metropolitana che attraversa tutta Washington D.C. e le aree circostanti è stata chiusa. Le strade principali e le arterie maggiori della città sono chiuse a tutti salvo al traffico di emergenza, e ciò ha creato ingorghi significativi nelle strade secondarie.

“Questi effetti si sono diffusi nella regione. Il servizio ferroviario tra Washington e Boston è stato sospeso, e tutti i maggiori aeroporti della regione sono chiusi in attesa dei test di sicurezza. Inoltre, delle moschee sono state attaccate in più di una dozzina di città, e nuovi rapporti su attacchi a moschee arrivano di minuto in minuto. Sembra che molti americani credano che l’attentato sia stato organizzato da musulmani, quindi la gente brucia moschee e attacca musulmani per vendetta.”

“Sono stati i musulmani,” disse Luke.

L’uomo fece una pausa. “Mi scusi?”

Luke alzò le spalle. “Sono stati i musulmani. A farlo.”

Lo speaker guardò il presidente, che si limitò ad annuire.

“Può chiarire la sua affermazione, agente Stone?”

“Non c’è nulla da chiarire,” disse Luke. “La mia unità ieri notte è stata portata a investigare sul furto di materiale radioattivo da un ospedale di New York City. Sono sicuro che avete sentito tutto sul furto nei notiziari di stamattina. Siamo riusciti a collegarlo a una cellula terroristica costituita da almeno due americani e un libico, e organizzata da un diplomatico iraniano legato alla missione iraniana permanente delle Nazioni Unite con sede a New York. Lo vedete quel breve video sullo Schermo C, lì, quello con l’oggetto sfuocato che colpisce l’Ala Ovest? O è un drone velocissimo o un missile lanciato da un drone. L’uomo in questione ha utilizzato un conto bancario anonimo a Grand Cayman per acquistare milioni di dollari di droni di tecnologia militare cinese.”

Susan Hopkins sedeva dall’altra parte del tavolo rispetto a Luke. Lo fissava. Luke riusciva a capire cosa alla gente piacesse di lei. Sembrava esattamente quello che era – una modella che fingeva di essere la vicepresidente degli Stati Uniti. Di persona era ancora più bella che in tv.

“Si tratta di fatti o congetture?” chiese Susan.

“Tutto quello che ho detto sono fatti,” rispose Luke. “Io e il mio partner abbiamo interrogato il diplomatico stamattina, ma è stato protetto dalla Sicurezza Interna per ragioni che non conosco. Siamo stati rimossi a forza dalle scene prima che potessimo ottenere qualcosa di più da lui.”

Sorrise e scosse la testa. “Parla di quell’incidente della tortura? Ne sono stata informata durante il mio volo da Los Angeles questa mattina. Se non fosse per tutto quello che sta accadendo, lei e il suo partner sareste probabilmente su tutte le prime pagine d’America adesso.”

Fu per l’ostilità del suo tono, o per il caffè che lo stava innervosendo, ma qualsiasi cosa fu Luke cominciò a riemergere dalla nebbia. Meno di un’ora prima aveva salvato la vita di questa donna. Essere volubile era una cosa, ma…

“L’abbiamo interrogato,” disse. “Era un soggetto riluttante, e c’erano delle vite in pericolo. Incluse, come si è visto, la sua, quella del presidente, e la vita di tutte le persone che si trovavano alla Casa Bianca. Mi creda quando le dico che date le circostanze ci siamo andati piano con lui. Se avessi avuto la sfera di cristallo, ci sarei andato giù più pesante.”

Lei annuì. “È molto coraggioso ad ammetterlo, considerando quando la tortura sia disapprovata ai giorni nostri. È anche piuttosto coraggioso a decidere che questo sia stato un attentato islamico, dato che non ne sappiamo ancora niente a dire il vero. In effetti, dato la stato attuale delle relazioni internazionali, mettersi a dire che sono stati gli iraniani è più che solo coraggioso o audace. È pericolosamente prematuro.”

“Ho detto che è stato un iraniano a organizzarlo. Ha finanziato i droni. Ha pagato la gente coinvolta. Ne sono certo.”

“Si rende conto che siamo sull’orlo di una guerra contro l’Iran, e che ci sono membri del Congresso che intendono mettere in stato di accusa il presidente nel caso in cui non dichiari la guerra? Si rende conto poi che una guerra contro l’Iran probabilmente porterà a una guerra contro la Russia?”

Luke scosse la testa. “Non è il mio dipartimento. Le sto solo dicendo quello che so.”

La stanza esplose in chiacchiere di sottofondo.

Il presidente alzò le mani. “Okay, okay.” Si rivolse direttamente a Luke. “Ci dica tutto. Non dobbiamo agire seguendo la sua opinione, ma personalmente vorrei conoscerla. Crede che dietro all’attentato ci sia il governo iraniano?”

“Io non faccio salti di fede,” disse Luke. “Quello che so è che l’attacco è stato organizzato da un iraniano. So che è un diplomatico legato alla missione iraniana. E, ultima cosa che so, è vivo e si trova ancora sul territorio americano.”

Il presidente si guardò intorno nella stanza. “Ripeto, non dobbiamo agire sulla base delle informazioni dell’agente Stone. Ma vorrei che continuasse a raccogliere dati, e a fare un resoconto di ciò che scopre a questo gruppo, anche in caso di risultati controversi.”

“Potrebbe essere difficile per me,” disse Luke.

“Perché?”

Adesso Luke scrollò le spalle. “Sono stato sospeso dal lavoro questa mattina. Sono sotto investigazione per presunti reati che ho commesso mentre investigavo su questo caso.”

Il tenente colonnello fissò Luke. “È tutto?”

Luke scosse la testa. “C’è anche un mandato di arresto per me a Baltimora.”

“Arresto per cosa?”

“Omicidio.”

L’intera stanza si fece silenziosa. Tutti gli occhi erano puntati di nuovo su Luke.

“Ho avuto una giornata pesante,” disse.

Capitolo 25

“Com’è andata laggiù?” chiese Ed.

Si trovavano ai bordi dell’eliporto e guardavano una folla di persone scendere da un velivolo appena atterrato e correre verso la salvezza promessa dall’entrata del Mount Weather. Tra di loro Luke riconobbe il rappresentante degli Stati Uniti del Vermont.

Scrollò le spalle. “Gli ho detto quello che so. Loro mi hanno detto grazie mille, preferiamo credere a qualcos’altro.”

“Molto sensato,” disse Ed.

“Non vogliono cominciare una guerra contro l’Iran,” disse Luke.

Ed scrollò le spalle. “Non posso dire di biasimarli. La guerra è l’inferno.”

Il segnalatore sulla pista fece un cenno a Ed e Luke con bacchette arancione brillante, dandogli il via. Si chinarono e corsero verso l’elicottero. C’era solo una pista attiva a questo ingresso, e da qui i velivoli atterravano e decollavano nel giro di due minuti o meno.

Non appena Ed e Luke furono saliti, l’elicottero decollò di nuovo. Ed chiuse la porta a sei metri da terra. Luke sprofondò nel sedile e assicurò la cintura. Erano soli all’interno di una macchina costruita per portare otto passeggeri. Molte persone del governo civile stavano volando da Washington D.C. a Mount Weather. Erano poche invece quelle che tornavano in città.

Guardò l’orologio. Erano le 12:35. Più di undici ore da quando Don l’aveva chiamato. Circa trenta ore da quando si era svegliato la mattina precedente. Contando le due volte che si era appisolato, probabilmente non aveva dormito neanche trenta minuti da ieri.

Si alzarono al di sopra del grande bunker. Svanì dietro di loro e presto il panorama era quello dei boschi verdi e delle aspre montagne. Il cielo era nero per via degli elicotteri che aspettavano il loro turno per atterrare. Guardando a est, c’era una linea pressoché ininterrotta di elicotteri nell’aria, in una fila singola che arrivava all’orizzonte. Luke guardò a terra. C’era un’autostrada laggiù. Le strade che portavano a occidente erano incolonnate, soffocate dal traffico. Su quelle che portavano a oriente, sfrecciavano una manciata di auto.

“Sarà una buona nottata di affari per gli hotel della Virginia Occidentale,” disse Ed.

“Pennsylvania, Maryland, Carolina del Nord,” disse Luke. “Probabilmente non ci sarà una stanza libera per duecento miglia.”

Ed annuì. “E molte persone dormiranno in macchina.”

Luke guardò il viso di Ed. Si era dato una rinfrescata nel bagno degli uomini, quindi almeno era pulito. Ma i servizi segreti lo avevano pestato peggio di quanto avessero fatto con Luke. Forse era la vendetta per avergli messo KO due agenti allo Studio Ovale. Forse era perché era nero. Difficile a dirsi. Ma il suo occhio era quasi del tutto chiuso dal gonfiore adesso. Aveva un paio di protuberanze nerastre sulla linea della mascella che avrebbero formato dei graziosi lividi. E sembrava stanco. Esausto.

“Vecchio mio, stai una merda.”

Ed scrollò le spalle. “Dovresti vedere quell’altro.”

“Sporgerai reclamo ufficiale?”

Ed scosse la testa. Sorrise. “No, probabilmente mi limiterò a far causa a te per condotta incauta. Com’è la tua assicurazione contro gli errori professionali? Aggiornata?”

Luke rise. “Buona fortuna. Comunque, non siamo più sospesi.”

Ed alzò un sopracciglio. “Ero stato sospeso?”

“Non lo so. Forse sì. Forse tu no. Ma adesso non lo sei. E in più, hai un nuovo capo.”

“Ah sì? E chi?”

Luke fissò l’autostrada di sotto. La coda continuava finché si riusciva a vedere. “Il presidente degli Stati Uniti d’America,” disse.

Capitolo 26

1:15 p.m.

McLean, Virginia – Quartier generale dello Special Response Team

Luke non aveva mai guardato davvero le foto di Don Morris, prima. I muri del suo ufficio ne erano ricoperti. E poi, Luke non aveva neanche mai davvero vagato nell’ufficio di Don senza aver niente da fare. Di solito Don era lì quando Luke entrava.

Le foto erano fantastiche. In una, un Don molto più giovane era con Arnold Schwarzenegger, e stava mostrando all’attore un grosso lanciagranate MK-19. In una più recente, Don stava provando una mossa di ju jitsu su Mark Wahlberg. Wahlberg era capovolto, le gambe per aria e la testa in direzione del materassino. Luke sapeva che Don a volte lavorava come consulente a Hollywood, nel tentativo di far sembrare vagamente realistiche quelle illusioni di celluloide.

Ce n’erano altre. Qui c’era Don, che riceveva quella che sembrava una Stella di Bronzo da Jimmy Carter. Qui stringeva la mano a Ronald Reagan. Qui ce n’era una con Bill Clinton. Qui una di Don con un braccio paterno attorno a Susan Hopkins. E un’altra di Don in piedi accanto a un fiume con l’attuale speaker della Casa Bianca, entrambi con addosso le attrezzature per la pesca con la mosca. Ecco Don che teneva un discorso al comitato del Congresso.

Luke percepì una presenza dietro di lui nella stanza.

“Salve, figliolo,” disse Don.

“Ciao, Don. Foto fantastiche.” Luke si voltò per guardarlo in faccia. “Ne fai di cose, eh?”

Don entrò. Indossava una camicia elegante e dei pantaloni. Il linguaggio del corpo diceva che era rilassato, ma lo sguardo era duro. Si sedette dietro la grande scrivania, e fece un cenno in direzione della sedia che gli stava di fronte.

“Accomodati. Rilassati un po’.”

Luke lo fece.

“La politica…” disse Don, “…è guerra fatta con altri mezzi. La rete di contatti ha avuto un ruolo fondamentale nel mantenere operativo questo posto. I nostri sono ottimi agenti, ma se i pezzi grossi non se ne accorgono noi restiamo senza lavoro. Per quelli che amministrano i soldi siamo un articolo di una riga, importante più o meno quanto la miscellanea.”

“Okay,” disse Luke.

“Ho visto che hai fatto una doccia,” disse Don. “Ti sei un po’ rinfrescato?”

Luke annuì. Le docce qui erano di prima qualità. E lui teneva due cambi d’abito nell’armadietto, anche quando era in congedo. Non era al cento percento, ma si sentiva molto meglio rispetto a prima.

“C’è mancato poco oggi, eh?”

“Credo che in altre occasioni ci sia mancato ancora meno,” disse Luke.

Don sorrise. “In ogni caso, sono contento che tu non sia morto.”

Luke sorrise a sua volta. “Anch’io.”

“Siamo ancora partner?” chiese Don.

Luke non sapeva come rispondere. Erano stati insieme molto tempo. Fino a oggi non c’era mai stato un momento, non uno solo, in cui Luke avesse pensato che Don non gli avrebbe coperto le spalle. Oggi ce n’erano stati due, di momenti come quello. E in entrambi i casi l’istinto di Don si era sbagliato. Si era affannato in una direzione mentre il disco girava al massimo della velocità in senso contrario. Se Luke lo fosse stato a sentire, il presidente, la vicepresidente e molta altra gente sarebbe morta.

Era un cambiamento profondo, un po’ come vedere un iceberg delle dimensioni del Kentucky staccarsi dall’Antartico e cadere nell’oceano. Era una cosa enorme da vedere, ma le implicazioni erano ancora maggiori.

Forse Don stava diventando vecchio, dopo tutto. Forse vedeva lo Special Response Team collassargli intorno, l’organizzazione che ci avevano messo dieci anni a costruire, e aveva paura. Forse la fine dell’SRT gli dava un sentore della sua stessa mortalità. Forse questo gli annebbiava la capacità di giudizio. Luke desiderava credere che fosse così.

“Saremo sempre partners,” rispose Luke.

“Bene,” disse Don. “E ora ascolta, sei ancora sospeso. Non sono riuscito a muoverli di un millimetro. Credo che recederanno, ma forse ci vorranno uno o due giorni, quindi ti mando a casa. Ti sta bene?”

“Don…”

“Non mi preoccuperei, figliolo. Eri comunque in congedo. Dopo tutto quello che hai fatto, ti meriti un paio di giorni di riposo. Diavolo, stai uno schifo.”

“Ho nuovi ordini, Don.”

Il viso di Don era risoluto. “Con quale autorità?”

Luke lo guardò direttamente negli occhi. “Quella del presidente. Mi ha detto di continuare a seguire le piste di questa mattina, e poi di fare rapporto alla sua sicurezza a Mount Weather. Mi piacerebbe lavorare con quelli dell’SRT, però mi ha detto che se avessi avuto un qualsiasi problema mi avrebbero dato a disposizione le risorse dei servizi segreti.”

Don sorrise, ma di un sorriso che non coinvolse gli occhi. Luke sentì un dolore acuto a vederlo. L’SRT stava per cadere a pezzi, e ora il presidente si prendeva gli agenti di Don. Pure stando così le cose, Don doveva comportarsi da adulto. Qui non si trattava di ego né di budget per le agenzie. Qui si trattava di portare a termine il lavoro.

Don guardò su. “Be’, se l’ha ordinato il presidente, non vedo come posso dire di no. Non vedo neanche come possa farlo il direttore dell’FBI. Finché non sentirò altrimenti, avrai tutto quello che ti serve.”

*

L’incorporea testa di Trudy Wellington apparve sullo schermo piatto appeso al muro.

Luke, Ed Newsam, Don Morris e una mezza dozzina di membri dello Special Response Team sedevano nella sala conferenze. Il lungo tavolo nero era cosparso di cibo vero – panini della rosticceria a meno di un miglio dal quartiere generale. Quello di Luke era pane di segale con manzo e crauti.

Guardò Ed. Anche lui si era fatto una doccia e cambiato. Indossava una tuta nera dell’SRT adesso. Teneva un impacco freddo sull’occhio. Aveva divorato due panini e davanti a lui c’era una tazzona di caffè. La tazza era nera con la scritta rossa: CARBURANTE PER MOTORE A REAZIONE. Ed sembrava vigile, immenso, formidabile – un uomo diverso da quello di mezz’ora prima. A parte il viso distrutto e l’occhio gonfio, era praticamente lo stesso uomo che Luke aveva conosciuto quella mattina.

“Mi sentite ragazzi?” chiese Trudy.

“Ti sentiamo bene,” rispose Don.

“L’immagine è chiara?”

“Mi sembra chiara. Swann è lì con te?”

“Proprio dietro di me. È stato lui a stabilire il collegamento.”

“Bene,” disse Don. “Che cos’hai per noi?”

“Be’, un casino,” rispose Trudy. “È stata mobilitata la Guardia Nazionale. Stanno ispezionando ogni singolo veicolo su ogni ponte e ogni tunnel per Manhattan. Il traffico è ingorgato ovunque. Due furgoni stanno facendo sgombrare le macchine parcheggiate per liberare le corsie di emergenza. La polizia ha chiuso le metropolitane e le ferrovie. Per ogni metro sono aperte solo un’entrata e un’uscita, e tutti quelli che entrano vengono perquisiti. Aprono ogni singolo bagaglio. Le code sono lunghe diversi isolati. C’era così tanta gente a Times Square che la polizia ha chiuso la stazione della metro lì e ha fatto sgombrare la piazza. Almeno diecimila persone si stanno spostando verso nord per raggiungere a piedi Central Park. Nell’area sono diffusi i verbali di vandalismo, per lo più spaccano le finestre dei negozi.”

“Che altro?” chiese Don.

“Mentre parliamo, centinaia di migliaia di persone stanno attraversando a piedi i ponti di Brooklyn, Manhattan, Williamsburg, della 59ma Strada, George Washington e della 138ma Strada per uscire da Manhattan. Sembra di nuovo l’undici settembre. Le persone sono perlopiù calme, ma odio pensare a cosa sarebbe diventato questo posto se l’attentato fosse avvenuto qui.”

“Qualcosa sul furgone della lavanderia?” chiese Luke. “Non sappiamo quali materiali radioattivi sono stati usati nell’attentato contro la Casa Bianca. Con il furgone ancora irreperibile, c’è sempre la possibilità di un secondo attacco.”

“Ci stiamo lavorando,” rispose Trudy. “Eldrick Thomas, ricordate? È stato trovato in un parcheggio lungo il porto di Baltimora. Proprio fuori da una rampa d’uscita dell’I-95. È una zona calda per il traffico di droga e la prostituzione, quindi la polizia di Baltimora ha telecamere di sorveglianza all’inizio e alla fine della strada che porta al parcheggio. La prima telecamera, che è posizionata proprio all’entrata, è stata disabilitata, probabilmente proprio da quelle persone che avrebbero dovute essere monitorate. La telecamera all’uscita funziona ancora. Swann, puoi caricare quei video?”

Il monitor si divise in due schermi. Sul lato sinistro, Trudy guardava dietro di sé qualcosa fuori dalla visuale della telecamera. Sul lato destro, apparve un filmato sfocato. Mostrava una strada a quattro corsie all’altezza di un semaforo. La strada era deserta.

“L’abbiamo ricevuto mezz’ora fa,” disse Trudy. “Per una qualche ragione, il dipartimento di polizia di Baltimora era riluttante a mostrarci queste immagini. C’è stato un momento in cui ho pensato che saremmo dovuti passare per un giudice federale.”

Mentre guardavano, sullo schermo entrò un furgone bianco per le consegne. Il logo sulla fiancata del veicolo era chiaro. Lavanderia Dun-Rite. Il furgone svoltò a destra, trovandosi quindi a girare il muso proprio verso la telecamera.

“Okay, Swann, ferma qui,” disse Trudy. “Potete vedere la targa. È granulosa, ma siamo riusciti a ricavarla. È una targa commerciale di New York, AN1-2NL. Le stesse targhe che si trovavano sul furgone la prima volta che lo abbiamo ripreso vicino al Center Medical Center. Ora guardate quando se ne va.”

Il video andò avanti veloce, e il furgone scomparve. Poi era nero, questa volta con il muso non più rivolto alla telecamera. Luke riuscì a intravedere una macchia, arancione come una targa di New York.

“Questo è venti minuti dopo,” disse Trudy. “Vedete la targa? È una targa residenziale di New York, 10G-4PQ. Adesso guardate quando il furgone svolta a sinistra per tornare in autostrada. Lo vedete? Il logo della lavanderia non c’è più. Questi sono svegli.”

“E ora cosa facciamo?” chiese Luke.

“Ogni forza di polizia municipale in un raggio di trecento miglia ha queste informazioni. Elicotteri della polizia di Stato del Maryland e della Virginia stanno volando con fotogrammi presi da questi video, per esaminare ogni furgone bianco sulle strade.”

“E se l’hanno parcheggiato in un garage?” chiese Ed.

Trudy scosse la testa. “Non ha importanza. Le ultime otto ore di filmati registrati da ogni singola telecamera per il controllo del traffico nel Maryland e in Virginia sono state acquisite da una compagnia indiana. Proprio adesso, quattrocento persone a Delhi stanno visionando i videotape con un solo compito: guardare ogni furgone bianco, e trovare quello con le targhe arancioni di New York 10G-4PQ. Verranno rilasciati bonus per gli operatori e la compagnia a seconda di quanto velocemente lo troveranno, e non da quante ore ci lavoreranno. Qualcuno beccherà il furgone molto presto, e una volta che l’avrà fatto sarà facile tracciare ogni singolo semaforo che ha oltrepassato finché non si è fermato.”

“Chiunque si trovi su quel furgone sarà disperato,” disse Luke. “Hanno già perso due dei loro. Se capiscono che ci stiamo avvicinando, probabilmente si faranno esplodere. Quando qualcuno troverà il furgone, voglio che sulla scena ci siamo noi, cioè l’SRT. Dobbiamo prenderli vivi.”

“Faremo del nostro meglio,” disse Trudy. “Ma dobbiamo collaborare con gli altri. Ci sono cinquanta forze di polizia sul caso, e una dozzina di agenzie dell’intelligence. Se ci teniamo le informazioni per noi, rischiamo di non trovarli.”

“Questo lo capisco,” disse Luke. “Ma se partiamo con il Little Bird, possiamo essere ovunque e atterrare praticamente dappertutto molto velocemente. Tu avvisaci solo un po’ prima.”

“Lo farò,” disse.

“E adesso, novità su Ali Nassar?”

“Per questo devi parlare con Swann.”

Trudy scomparve e apparve il viso di Mark Swann. “Luke, abbiamo mandato una squadra di tre uomini a prelevare Nassar dal suo appartamento. Sfortunatamente sono arrivati con qualche minuto di ritardo. Quando sono arrivati Nassar se ne stava già andando con un contingente di sicurezza della missione iraniana. Erano armati, le pistole bene in vista. Non abbiamo voluto rischiare una sparatoria per la strada, e francamente, i nostri erano di meno e meno armati.”

“Dove sono andati?”

“È stato prima dell’attentato alla Casa Bianca, quindi per strada si poteva ancora circolare. Sono venuti in centro e hanno portato Nassar all’interno della sede della missione, sulla Terza Strada. Il posto è inviolabile. Ci vorrebbe un esercito, più un po’ di vittime, per entrar lì e portarlo fuori. A meno di una dichiarazione di guerra non lo faremo, e anche se lo facessimo probabilmente lo troveremmo morto.”

“Merda,” disse Luke.

“Mai agitarsi,” disse Swann. “La CIA è riuscita a piazzare più di duecento dispositivi di ascolto in quell’edificio nel corso degli anni. Undici sono ancora attivi. È un edificio grande, ma la voce di Nassar è stata captata da almeno due dispositivi. Discutevano, quando l’hanno portato lì. È tutto in farsi, quindi non ci serve a molto, ma la CIA ha dei traduttori, e il mio contatto a Langley mi ha anticipato quello che si sono detti. Hanno intenzione di fargli lasciare di nascosto il paese, possibilmente entro oggi.”

“Come faranno? Tutti i voli sono trattenuti a terra.”

Swann alzò un dito. “Tutti i voli commerciali sono trattenuti a terra. I privati decollano ancora. C’è un jet privato all’aeroporto Kennedy con il pieno e pronto a partire. La missione iraniana si trova a pochi isolati dal tunnel Midtown. Se e quando le strade saranno sgombre, c’è da fare un viaggetto nel tunnel, poi fuori sulla Van Wyck Expressway e giù fino al Kennedy.”

“Possiamo arrestarlo se mette il naso fuori?”

Swann scrollò le spalle. “Il NYPD e la Sicurezza Interna non stanno cooperando. Credo che Begley si sia arrabbiato perché avevi ragione, e se ne starà nel suo ufficio a mangiarsi le mani. Potremmo trattenerlo noi stessi se fossimo disposti a combattere, e se non mette fuori il naso travestito da qualcosa o impacchettato nel baule di una macchina.”

“Voglio che teniate d’occhio chiunque esca da quella missione,” disse Luke. “Non possiamo lasciarlo andare, anche se significa che dobbiamo…”

“Luke? Luke?” la voce di Trudy era tornata, ma non il suo viso. “Luke, stiamo ricevendo adesso delle nuove informazioni sul furgone. È stato rintracciato. L’hanno beccato in una discarica nell’area nordest di Washington. È parcheggiato. Avremo delle immagini dal satellite in una trentina di secondi.”

Luke era già in piedi. Guardò la sedia di Ed Newsam. Newsam non c’era. Luke guardò la porta della sala conferenze. Ed era sulla soglia, a tenere aperta la porta.

“Ti sto aspettando,” disse Ed.

Luke guardò la sala conferenze. Don era seduto dritto sulla sedia, lo sguardo fisso davanti a sé.

“Don?”

Annuì.

“Andate.”

Capitolo 27

1:45 p.m.

Ivy City – Zona nordest di Washington D.C.

Era un fantasma.

Non aveva nome. Non aveva famiglia. Non portava identificazioni. Se gli avessero preso le impronte digitali, non sarebbero saltate fuori in nessun database criminale o militare esistente. Aveva un passato, certo che ce l’aveva, ma adesso non importava quasi più. Aveva chiuso con la vita di una volta, e poi aveva chiuso con l’uomo che un tempo conduceva quella vita. Ora viveva in una specie di eterno presente. Il presente dava le sue soddisfazioni.

Stava disteso prono sul tetto di un edificio a tre piani abbandonato, lui e il suo fucile a lungo raggio, il THOR M408. Pensava a lui come al Possente THOR, e lui e il fucile si comportavano come fossero una persona sola. Era il suo sistema di supporto vitale. Era la fonte della sua espressione creativa.

Tutto intorno a loro, il tetto era zeppo di rifiuti. Abiti, scatole, un vecchio forno a microonde, un televisore in bianco e nero distrutto. C’era un carrello per la spesa arrugginito quassù, così come un’intera trasmissione di quello che probabilmente un tempo era stato un pick-up. Come o perché qualcuno avesse portato quella qua sopra…

Non valeva la pena pensarci.

L’edificio, fatiscente com’era, era stato abbandonato solo di recente. Con la forza. Fino a questa mattina, era stato la casa di otto eroinomani che vi trovavano rifugio ogni notte. I loro materassi macchiati, con gli abiti smessi, gli aghi sporchi e i patetici souvenir erano sparpagliati nelle varie stanze. I loro sproloqui insensati era graffiti che imbrattavano tutti i muri e le scale. L’uomo vi si era imbattuto mentre saliva verso il tetto. Era proprio uno spettacolo.

I drogati erano stati radunati silenziosamente e rimossi prima dell’alba. L’uomo non aveva idea di cosa fosse il suo destino, né gli importava. Erano sulla sua strada, quindi li aveva rimossi. Probabilmente aveva fatto un favore per tutti, inclusi loro stessi, a ucciderli.

Respirò profondamente e chiuse gli occhi per qualche secondo. Quando li riaprì, riguardò l’obiettivo. Era disteso sotto i resti di un vecchio tendone verde, di quelli che la gente usa per coprire il giardino per non farlo bagnare dalla pioggia. Il gigantesco silenziatore del fucile era l’unica parte di lui visibile da fuori. Sì, era piuttosto sicuro che nessuno potesse vederlo qui. E che nessuno avrebbe sentito lo sparo quando avrebbe fatto fuoco.

Il mirino era puntato sulla portiera anteriore del passeggero di un furgone bianco parcheggiato in una discarica a due viali da lì. Il potente mirino faceva sembrare la portiera del furgone vicinissima. L’uomo avrebbe preferito sparare adesso, ma il riflesso del sole rendeva difficile vedere attraverso il finestrino. Comunque, le istruzioni erano di aspettare finché la porta non si fosse aperta e il soggetto non fosse uscito.

Questo era il lavoro. Aspettare finché la portiera non si apre e un uomo non esce. Sparare un colpo alla testa dell’uomo. Buttare di sotto il Possente THOR. Uscire da sotto il tendone e scendere in strada. Un’auto insignificante lo avrebbe aspettato davanti all’edificio. Sedere sul sedile del passeggero e lasciare che qualcuno che non aveva mai visto lo portasse via.

C’era anche qualcos’altro, qualcosa su un senzatetto ubriacone che poi avrebbe vagato nella discarica in cerca di sollievo, e che avrebbe tolto ogni telefono e altri dispositivi di comunicazione rintracciabili. Ma questi non erano affari suoi, e l’uomo non sapeva nient’altro sul senzatetto. Le strade qui intorno erano affollate di senzatetto laceri, ubriachi di vino e birra. Avrebbe potuto essere uno qualsiasi di quelli.

L’uomo sul tetto non era un clochard. Indossava una tuta da manutentore marrone e lasciando l’edificio avrebbe portato con sé una scatola degli attrezzi. Nessuno gli avrebbe dato una seconda occhiata. Probabilmente lavorava per un proprietario assente, ed era venuto per sistemare qualche problemino dell’edificio.

Fino ad allora, aspettava. E guardava la portiera.

*

Nulla aveva più senso.

Sul sedile anteriore del passeggero del furgone bianco sedeva Ezatullah Sadeh. Si era appena svegliato da un sonno febbricitante pieno di visioni da incubo. Aveva il corpo e i vestiti fradici di sudore.

Rabbrividì, sebbene, lo sapeva, doveva essere una giornata calda. Aveva vomitato qualche ora prima, ma sembrava aver finito. Guardò il telefono e vide che era pomeriggio inoltrato. Vide anche che non c’erano messaggi per lui.

La fiducia in se stesso che aveva provato quella mattina era svanita da molto. Era stata sostituita dalla confusione. Erano parcheggiati in un appezzamento di terra sporco e coperto da erbacce, pieno di automobili distrutte e spazzatura. Fuori dai cancelli che portavano alla discarica c’era un quartiere povero. Era un tipico territorio cementato e incolto americano, con foschi negozi tutti accalcati, orde di donne con borse di plastica in attesa alle fermate degli autobus, uomini ubriachi agli angoli delle strade con lattine di birra dentro a borse di carta marrone. Poteva sentire i suoni del vicinato da qui: il traffico automobilistico, la musica, le urla e le risate.

Le ultime istruzioni che aveva ricevuto dicevano di recarsi qui, in questo appezzamento di terra. Era stato stamattina presto, a Baltimora, appena prima che perdessero quello che si chiamava Eldrick. Ezatullah non aveva mai creduto del tutto alla sottomissione di Eldrick ad Allah, e non era mai riuscito a chiamare il tizio con il suo nome islamico, Malik. In quel momento era sembrato vergognoso che Eldrick avesse dato i numeri e fosse scappato proprio a pochi passi dalla gloria. Ma adesso…

Adesso Ezatullah non ne era più tanto sicuro.

Quando erano arrivati qui, il cancello era chiuso. Nessuno gli aveva detto che sarebbe accaduto. Avevano dovuto recidere la pesante catena con delle pinze. Sia lui che Mohammar erano così deboli ormai da riuscirci a stento. Avevano guidato fin qui, parcheggiato il furgone tra due auto sfasciate, e aspettato. Dopo tutte queste ore stavano ancora aspettando.

Be’, tecnicamente, “stava” aspettando. Mohammar era morto a una qualche ora questa mattina. Ezatullah aveva perso il senso del tempo, ma a un certo punto dopo l’alba, si era voltato per dire qualcosa a Mohammar. Solo che Mohammar non ascoltava più. Era morto, seduto dritto sul sedile del guidatore. Lui era l’ultimo. Presumendo che Eldrick fosse morto tra le erbacce, tutti gli uomini di Ezatullah, cioè tutta la sua cellula, erano morti.

Ezatullah aveva inviato un messaggio sulla morte di Mohammar ai suoi addestratori, ma ovviamente non aveva ricevuto alcuna risposta. Sospirò ripensandoci. Sperava che il sacrificio di Mohammar fosse stato apprezzato da Allah. Mohammar non aveva neanche vent’anni, e anche se era molto intelligente, per molti altri versi era più che altro un bambino.

Ezatullah mollò un pugno al cruscotto per la frustrazione. Il pugno era debole. Il suo nome significava “Dio sia lodato”, e avrebbe voluto che questa operazione fosse il suo testamento, la manifestazione pubblica della sua fede. Ora non sarebbe più stato così.

Avevano attaccato senza di loro. Aveva visto le immagini dell’esplosione della Casa Bianca sul telefono. Ciò faceva pensare che lui e il suo gruppo fossero stati delle esche per tutto il tempo. Nessuno aveva mai pensato di fargli portare a termine un attentato. Erano stati guidati a questo punto morto, e poi abbandonati. Era dura pensarci. Ezatullah si era considerato un agente significativo. Invece, aveva appreso di essere una mera pedina da usare e poi scaricare.

E l’attentato, per quanto spettacolare, era stato più che altro un fallimento. Era morta una manciata di persone poco importanti, e il presidente ne era uscito illeso. Avrebbero dovuto fidarsi di Ezatullah. Avrebbe portato a termine il lavoro nel modo in cui si doveva. Scosse la testa di fronte alla stupidità della situazione.

Improvvisamente gli arrivò un messaggio.

Siamo orgogliosi. Hai lavorato bene e tutto ti verrà chiarito a tempo debito. Un’auto verde ti aspetta sulla strada. Vieni subito, mujaheddin.

Ezatullah fissò il messaggio. Era quasi impossibile da credere, dopo tutte queste ore. Se era vero, non era stato tradito. Ora, finita l’operazione, avevano mandato qualcuno a salvarlo e riportarlo a casa.

Ma esitava. Osava fidarsi?

Era possibile, pensò. Era ovvio che i suoi addestratori non gli avessero rivelato ogni sfaccettatura dell’attentato. Non poteva essergli permesso di vedere il grande disegno. Si trattava di un’operazione pericolosa e difficile, in cui erano probabilmente coinvolte molte persone. Gli altri dovevano essere protetti. Se Ezatullah fosse stato catturato, persino torturato, dalla CIA, tutto quello che avrebbe potuto dire sarebbe stato ciò che sapeva. Aveva ricevuto del denaro, non sapeva da chi. Aveva ricevuto delle istruzioni, non sapeva da dove. Aveva un obiettivo, ma era cambiato diverse volte, e non sapeva il perché.

“Alzati,” si disse. “Alzati e va’ da loro.”

Poteva uscirne. Doveva solo aprire la portiera e arrancare fino alla strada. Era malato, sì, ma loro potevano curarlo. Questi erano gli Stati Uniti. Una clinica segreta in un vicolo segreto, con un medico sulla lista nera sarebbe stato un avamposto di stupefacente modernità in confronto a ciò che si trovava in molti altri paesi.

Okay. Allora era deciso. Sarebbe vissuto per combattere un altro giorno. Il suo testamento sarebbe arrivato in un altro momento su un diverso campo da battaglia.

Aprì la macchina e spinse la portiera. Era sorpreso dalla facilità con cui si muoveva. Forse aveva più forza di quel che pensava. Diede al giovane Mohammar un’ultima occhiata.

“Addio, amico mio,” disse. “Sei stato coraggioso.”

Da qualche parte lì vicino, infuriavano delle sirene. Si stavano avvicinando. Forse c’era stato un altro attentato, o forse era solo un giorno normale in un brutto quartiere. Ezatullah si girò e scivolò fuori dal furgone. Colpì con i piedi il sudiciume del parcheggio e scoprì che le sue gambe erano instabili ma potevano reggerlo. Fece un passo di prova, poi un altro. Gloria ad Allah, riusciva ancora a camminare.

Chiuse le portiera alle sua spalle e fece un respiro profondo. L’ultima cosa che vide fu il cielo blu e la luminosa luce del sole di un caldo giorno di giugno.

Capitolo 28

Il Little Bird lo chiamavano l’Uccellino. A volte anche l’Uovo Volante.

Era l’elicottero MH-6 – veloce e leggero, facilmente manovrabile, il tipo di velivolo che non aveva bisogno di spazio per atterrare. Poteva scendere su piccoli tetti e su strade strette di quartieri frequentati. L’elicottero era adorato dalle forze speciali, e Don se n’era procurato uno quando aveva lanciato lo Special Response Team.

Planava al di sopra delle strade, appena sopra il groviglio dei cavi elettrici. Ed e Luke viaggiavano appollaiati sul sedile esterno in legno, le gambe a penzoloni nell’aria. Accanto alla discarica, il pilota trovò un edificio a due piani di cemento con una rampa antincendio. Atterrò e entrambi gli uomini scesero sul tetto. Tre secondi più tardi, l’elicottero era di nuovo in volo.

Un minuto dopo, Ed e Luke attraversavano il polveroso parcheggio in direzione del furgone. Il luogo era pieno di polizia. Sette o otto auto di pattuglia di Washington erano parcheggiate sulla strada e sul marciapiedi, con i lampeggianti accesi. C’erano anche due camion dei pompieri. Un furgone hazmat e uno degli artificieri si erano appostati all’interno del parcheggio, mentre il nastro giallo della polizia era teso all’ingresso.

In un angolo lontano, uomini in tute hazmat complete stavano perquisendo l’interno del furgone. Tutte le portiere erano aperte. Un corpo giaceva di fronte alla portiera anteriore del passeggero, con una pozza di sangue lì vicino. Un altro corpo si trovava sul sedile del guidatore.

A quarantacinque metri dal furgone, un poliziotto si fermò di fronte a loro.

“Basta così, ragazzi.”

Luke gli mostrò il distintivo. “Agente Stone, Special Response Team, FBI.” Lo disse anche se non gli era più tanto chiaro per chi stesse lavorando. Comunque aveva ancora il distintivo. Era abbastanza.

Il poliziotto annuì. “Lo sospettavo che dovessi essere qualcuno di importante. La gente di solito non salta giù da elicotteri sui tetti. Oltre questo punto è area contaminata da radiazioni. Se vuoi andare avanti, devi indossare una tuta hazmat.”

Luke non voleva perdere venti minuti per indossare una tuta hazmat. Fece un cenno in direzione degli uomini che stavano al furgone. “Sai qualcosa di quel che è successo qui?”

Il poliziotto sorrise. “Potrei aver sentito un paio di cosette.”

“Come sono morti?”

Il poliziotto indicò col dito. “A quello per terra hanno sparato alla testa. Un’arma di grande calibro, il colpo è stato sparato da lontano. Il proiettile gli ha portato via un bel pezzo del cervello e dell’osso quando è uscito. Il tizio è stato fortunato – probabilmente non si è neanche accorto di che cosa l’ha colpito.”

“Qualcuno gli ha sparato?” chiese Ed.

“Se poteste avvicinarvi un pochino, non mi fareste questa domanda. C’è insalata di cervello dappertutto per terra. Sembra che qualcuno abbia rovesciato un piatto di guacamole.”

“Non si è sparato da solo?”

Il poliziotto scrollò le spalle. “Tutto quello che so è quello che stanno dicendo quelli della balistica. Hanno fatto delle misurazioni e le inseriranno nel computer per ricavarne dei modelli più precisi, ma a prima vista pensano che l’assassino si trovasse su uno dei tetti del circondario.”

Luke fece vagare lo sguardo nel quartiere. Era un’area di condomini a due e tre piani, officine, magazzini. C’erano negozi di liquori, cambia assegni e COMPRO ORO a un solo piano. Si voltò e fissò l’uomo.

“Stai dicendo che è stato ucciso da un cecchino? Chi metterebbe un cecchino su uno di questi edifici oltre alla polizia?”

Il poliziotto alzò le mani. “Guarda, io qui ci lavoro solo. Ma posso dirti che non siamo stati noi. I nostri ordini erano di prenderli vivi, se possibile, e quello per terra era già morto quando sono arrivati i primi sbirri.”

“E quell’altro?”

“L’autista? Sembra che possa trattarsi di malattia da raggi, o forse ha preso delle pillole. Non ci sono ferite evidenti da arma da fuoco né da taglio. Niente sangue. Sta solo lì seduto al volante, come se avesse parcheggiato il furgone e fosse morto. Devono fargli un esame tossicologico, ma ci vorrà un po’. Con tutte le radiazioni, ci vorranno un paio d’ore anche solo per tirare fuori quei corpi da lì.”

“Hanno un qualche dispositivo tecnologico con loro?” chiese Ed. “Cellulari, tablet, laptop?”

Scosse la testa. “Nulla che sia stato trovato. È buffo, no? Due tizi in missione senza nessuna possibilità di contattare la base?”

“Gli hanno preso le impronte?” chiese Luke.

Annuì. “Quelle e il DNA. È stata una delle prime cose che hanno fatto non appena i tipi con le hazmat sono arrivati.”

“Grazie.”

Ed e Luke tornarono all’edificio dove era atterrato l’elicottero. “Lo temevo,” disse Luke. “Oltre ad Ali Nassar, questi erano gli ultimi legami con chiunque abbia attaccato la Casa Bianca. È ovvio che non sono stati loro.”

“A che cosa stai pensando?” chiese Ed. “Tutta questa cosa delle radiazioni è stata messa su per distrarci?”

“Forse. O forse è un piano di riserva andato male. Non lo so.”

Luke tirò fuori il telefono satellitare. Lui e Trudy erano passati ai satellitari, adesso. Il cattivo tempo poteva tagliarli fuori, ma non rischiavano guasti alle comunicazioni come quello che li aveva colpiti sulla East Coast.

Aspettò che il telefono stringesse la mano al satellite, e poi che il segnale rimbalzasse fino a Trudy. Bip… Bip… Bip… I telefoni satellitari lo rendevano sempre un po’ sospettoso. Sapeva che era stupido. Erano superstiti dei tempi in cui i droni potevano usare i segnali dal satellite per agganciarsi agli obiettivi a terra. All’epoca, un uomo con un telefono satellitare era un uomo con un grossissimo bersaglio rosso. Ma oggi era relativo. I droni più recenti potevano agganciarsi ai cellulari, ai laptop, alle unità GPS, praticamente a tutto.

“Pronto?” disse una voce. Era Trudy. Sembrava che stesse parlando dal fondo di una lattina. “Luke?”

“Trudy. Senti. Siamo sul sito del furgone. Ci sono due sospetti qui, entrambi morti. Un poliziotto mi ha detto che gli hanno preso il DNA e le impronte digitali. Contatta chiunque possa farti entrare nel giro per saperne qualcosa. Quando le identificazioni saltano fuori, le voglio.”

“Lo farò, Luke. Ma ascolta. Swann sta ricevendo informazioni praticamente in tempo reale dalla missione iraniana. Porteranno Ali Nassar all’aeroporto oggi. Lo vogliono fuori dal paese. Tutto fa pensare che il jet che lo aspetta sia autorizzato a partire alle 15:30.”

Luke guardò l’orologio. Erano le 14:05.

“Gesù. Possiamo fermarlo?”

“Ne ho parlato con Ron Begley,” disse. “Ha riso. Ha detto che la Sicurezza Interna lo lascerà in pace. Per quanto gli riguarda, l’uomo è un diplomatico e non ha nulla a che fare con gli attentati. Non c’è prova che sia stato l’Iran, e oggi non hanno voglia di rischiare un altro incidente internazionale.”

“Maledizione!” disse Luke. Nassar era l’unico legame rimanente con l’attentato e Ron Begley stava per lasciarlo andare. “Che ca… e la polizia locale?”

“Non alza un dito,” disse. “Hanno già detto che se non lo vuole la Sicurezza, loro non hanno giurisdizione. E sono già troppo sotto pressione così. Praticamente l’intero corpo di polizia è stato mobilitato e messo di guardia in ogni stazione dei treni e in ogni spazio pubblico. Ali Nassar è la tua ossessione, Luke. A nessun altro importa.”

“Che sia così, allora,” disse Luke. “Lo fermerò io.”

“Da lì?” chiese.

Luke scosse la testa, poi si ricordò che lei non poteva vederlo. “No. Stiamo tornando a New York. Se andiamo a tutto gas, dovremmo arrivare appena in tempo. Voglio della gente fuori dalla sede della missione che ci informi non appena Nassar se ne va.”

“Be’, ci sono un altro paio di cose che dovresti sapere,” disse Trudy. “Stanno pianificando di andare all’aeroporto in un convoglio armato di SUV.”

“Non c’è altro modo,” disse Luke. “Assicurati che i nostri abbiano una foto di Nassar. Se parte più di uno di quei convogli, voglio saperlo, e voglio le ipotesi migliori sul veicolo in cui si trova lui. Se hanno bisogno di trovare uno stratagemma per fermare i furgoni e vedere chi c’è dentro, che lo facciano. Un finto posto di blocco funzionerà, è lo stesso. Di’ a Swann di mettere un po’ dei suoi giocattolini, quei droni, in cielo, e di prepararsi a seguire convogli multipli. Vedi quanto vicino possiamo arrivare con le sue telecamere.”

“Luke, un’altra cosa. Nassar ha una figlia di cinque anni. La madre è libanese e vive qui a New York. Lasceranno entrambe il paese con lui. Probabilmente nella sua auto.”

Luke non disse nulla. Gli era venuto un buco nello stomaco al pensiero della bambina nella macchina. Perché doveva sempre esserci qualcosa? Perché non poteva mai andare tutto liscio?

Accanto a lui, Ed stava richiamando l’elicottero. Un momento dopo Luke poteva già vederlo, un insetto nero in lontananza che si avvicinava veloce, che diventava ogni secondo più grande. Cominciarono ad avvicinarsi alla scala antincendio dalla quale erano saltati giù.

“Non farti prendere la mano dai tuoi, di giocattolini,” disse Trudy. “Ecco quello che ti dico.”

“Non mi faccio mai prendere la mano.”

“No?”

Luke sorrise. “No. Lascio queste cose a Ed.”

Capitolo 29

2:35 p.m.

Centro operativo di emergenza di Mount Weather - Bluemont, Virginia

La riunione era un disastro. Si trascinava da ben oltre un’ora ormai.

Thomas Hayes cercava di presiedere a una calca sregolata di gente spaventata. Non funzionava. Queste erano persone per lo più sveglie, intelligenti, inventive, di solito le migliori e le più illuminate. Ma la paura aveva soppresso la loro creatività, e stava soffocando la loro iniziativa. Non sapevano nemmeno dove fossero tutti. Hayes riusciva a stento a credere a quanto era stata disorganizzata l’evacuazione.

Un assistente stava facendo un resoconto. “Signore, approssimativamente alle 12:30 l’Airborne Communications Command, nome in codice Nightwatch, è decollato dalla base di Andrews in rotta verso ovest. Attualmente si trova al di sopra del Missouri orientale, e viaggia a un’altezza di dodicimila metri.”

Hayes guardò attraverso il tavolo da conferenze una fila di visi vuoti.

“Chi l’ha autorizzato?”

Nessuno disse una parola. Il Nightwatch doveva decollare solo in caso di guerra nucleare. C’erano i codici per i missili su quel coso.

Hayes si diede un’occhiata intorno. Un agente dei servizi segreti era in piedi vicino alla porta con una borsa a tracolla in pelle tra le mani. La borsa era fissata al suo polso con una corda di acciaio. Hayes sapeva che lì dentro c’era un astuccio in alluminio della ZERO Halliburton. Gli scappò una risatina. La ZERO Halliburton, un tempo produttrice della nuclear football del presidente, ora era una società totalmente sussidiaria di una compagnia giapponese che faceva valigie. Le tradizioni erano buffe.

Hayes si rivolse all’assistente. “Figliolo, siamo in guerra, per quanto ne sappiamo?”

“No, signore.”

“Be’, chi c’è a bordo di quel maledetto aereo?”

“Signore, a bordo dell’aereo c’è il senatore Edward Graves del Kansas, insieme a una manciata di agenti del Pentagono.”

Thomas Hayes si sentì crollare. Ed Graves era presidente del Comitato delle Forze Armate, nonché uno dei membri più cretini del Congresso. L’uomo aveva la capacità intellettiva di un tronco d’albero. Non c’era mai stata guerra o scaramuccia marginale che non gli fosse piaciuta. E considerando che il Nightwatch era stato pensato come luogo dove il presidente potesse ordinare attacchi nucleari di rappresaglia, ecco che Ed Graves era pericoloso. Diavolo, probabilmente pensava che stare in quell’aereo facesse di lui il presidente.

Hayes si rivolse all’intera stanza. “C’è qualcuno che può farmi un favore e portarmelo giù? Per cortesia? A St. Louis, a Kansas City, nel posto più vicino. Ditegli che l’ho ordinato io.”

Hayes si massaggiò la fronte. Era stanco, e aveva il mal di testa.

David Halstram si trovava nell’angolo. Si avvicinò quando si accorse dello stato in cui si trovava Hayes.

“Okay, ascoltatemi tutti. Facciamo così. Interrompiamo la riunione per una mezz’ora, andate in bagno, bevetevi un caffè, rilassatevi, fate quello che vi pare.” Guardò l’orologio. “Ciò significa che si ricomincia alle tre meno dieci. Sapete una cosa? Facciamo quaranta minuti e torniamo alle tre in punto. Questi sono problemi seri, lo capisco, ma non vanno da nessuna parte. Saranno ancora lì ad aspettarci tra quaranta minuti.”

“Grazie, David,” disse Hayes. “È una buona idea.”

Susan Hopkins alzò un palmo aperto. Sembrava un cartello di STOP. “Thomas, posso dire una cosa?”

“Susan, preferirei di no.”

“Thomas, credo che sia importante, e non sono sicura che possa aspettare fino alle tre.”

Hayes aveva finito la pazienza. Avrebbe potuto aggredire chiunque avesse aperto bocca in quel momento. Ma era la vicepresidente, e la totale assurdità della loro relazione rendeva la cosa peggiore di quanto sarebbe stata altrimenti. Le parole gli uscirono prima per potesse fermarle.

“Qui non siamo a una gara di cucina, Susan. E non stiamo organizzando una sfilata di moda. Cosa c’è di così importante da non poter proprio aspettare?”

Lei non parlò. Il viso acceso di rosso. Senza dire un’altra parola, si alzò e uscì dalla stanza.

Capitolo 30

3:15 p.m.

In cielo – Periferia del Queens, New York

L’elicottero aveva sorvolato Staten Island, superato il ponte di Verrazzano ed era entrato a Brooklyn. Ora si muovevano verso est lungo le spiagge dell’oceano, volando bassi e veloci. Presto avrebbero virato a nord lungo la Van Wyck Expressway.

Ed e Luke erano incurvati nella piccola stiva cargo. Tornati nel New Jersey, entrambi avevano preso un’altra Dexedrine. Gli effetti cominciavano a farsi sentire.

Era stata una giornata lunga e violenta. Luke era rimasto sveglio troppo a lungo. Era stato soffocato, placcato, gli avevano sparato, camminato sopra, lo avevano preso a pugni, a calci e, oh sì, ed era quasi saltato per aria. Era stato sospeso dal lavoro e accusato di omicidio. Ma quando la Dexy fece effetto, riprese a sentire una fonte di prudente ottimismo. Diavolo, avevano salvato il presidente degli Stati Uniti oggi. Conterà pure qualcosa.

L’elicottero era piccolo. Poteva stendere le braccia e toccare i piloti. Intrufolò la testa tra di loro. Erano Jacob e Rachel, gli stessi piloti di quella mattina.

“Ehi, pronti a far ballare questo coso?” urlò.

Dietro di lui, Ed sedeva accanto alla porta cargo aperta, e riempiva uno dei caricatori per il fucile d’assalto M4. Ne aveva una bella pila.

“Non lo stiamo già facendo?” chiese Rachel.

A Luke Rachel piaceva. Aveva i capelli castano ramato. Era forzuta come la Rosie the Riveter dei poster. Certo che lo era. Era una combattente di arti marziali miste, dopo tutto. Grosse braccia, grosse gambe, doveva tirar su l’inferno messa dentro a una gabbia di acciaio.

“Quello che state facendo lo potrebbe fare Ed,” disse Luke. “Ma mi serve che lui si occupi di quell’M4. Voglio dire, siete pronti a guidare questo coso come vi è stato insegnato nell’Esercito degli Stati Uniti? Le cose potrebbero farsi parecchio difficili, qui.”

“Siamo pronti, Luke,” rispose Jacob. Jacob era quasi il contrario di Rachel. Era esile come un fuscello. Non somigliava per niente al tipico soldato scelto. Quelli delle operazioni speciali potevano essere attenti al look forse più di chiunque altro. Probabilmente nessuno l’avrebbe accettato, né la Delta, né la SOAR, né i Ranger o i SEALS. L’unica cosa che aveva funzionato per lui, oltre al suo profondo senso di calma, era che probabilmente era tra i dieci migliori piloti di elicotteri ancora vivi sulla Terra.

Rachel annuì. “Lo sai che siamo pronti.”

“Bene. C’è un convoglio di SUV in viaggio verso il Kennedy. Ma lì non ci arriverà. Perché noi lo fermeremo.”

“Che tipo di supporto abbiamo?” chiese Jacob.

“Swann sta guidando alcuni piccoli droni che controlleranno la zona per noi. Probabilmente avrà un paio di auto, anche. Oltre a questo, avete me, e avete quel grosso uomo con quella grossa arma lì dietro.”

“Tu cosa farai?”

Luke sorrise. “Io sono il cervellone. Terrò il citofono spalancato e starò lì ad ascoltare le mie stesse urla.”

“Ehi, Luke,” gridò Rachel. “Quando ho lasciato la SOAR, il mio capo mi ha chiesto che cosa avrei fatto per il resto della mia vita. Sai cosa gli ho detto? Gli ho detto che avrei lavorato per l’SRT. E sai perché? Perché Luke Stone è lì. Tutti questi anni a far volare elicotteri, e non ho mai avuto la possibilità di morirci dentro. Spero che Luke mi sistemerà questo problema.”

“Sei proprio il mio tipo,” disse Luke.

“Comunque,” disse Jacob. “Quest’area è piena di civili.”

Luke annuì. “Ed ecco perché lo faremo senza sparare un solo colpo.”

Un momento dopo, il telefono satellitare di Luke cominciò a suonare. Rispose, tenendolo attaccato all’orecchio.

“Swann? Dimmi tutto.”

“Li stiamo guardando. Hanno lasciato la missione circa quindici minuti fa.”

“E?”

“Probabilmente non sanno che li abbiamo ascoltati,” disse Swann. “O almeno credo. Sono usciti con un solo convoglio. Sono due Range Rovers che proteggono a sandwich una Navigator della Lincoln, grande e nera. Nove su dieci Nassar si trova nella Navigator. Hanno attraversato il tunnel Midtown e si sono fermati al posto di blocco che c’è lì. I poliziotti hanno controllato i documenti e gli hanno fatto segno di passare. Li ho ribeccati con i droni dall’altra parte. Li sto guardando adesso. Sono appena entrati nella Van Wyck, puntano a sud verso l’aeroporto. Abbiamo due dei nostri SUV che li seguono a circa un miglio di distanza.”

“Nessun altro è uscito dalla missione?” urlò Luke nel telefono.

“Abbiamo ancora due agenti lì,” rispose Swann. “Finora non è uscito nessun altro. Credo proprio che ci siamo. Loro non sanno che li abbiamo ascoltati e non sanno che stiamo arrivando. Non ci hanno nemmeno provato a sviarci.”

“Ottimo,” disse Luke. Controllò la strada sotto di loro. L’elicottero volava verso nord, a ovest dell’autostrada. Il convoglio sarebbe arrivato da sud. Si sarebbero incrociati a momenti. Di traffico ce n’era poco adesso, e le auto si muovevano a una certa velocità. Tutti quelli ancora per strada cercavano di correre a casa prima della fine del mondo.

“Cosa avete intenzione di fare?” chiese Swann.

“Li faremo accostare,” rispose Luke. “Proprio come fa la polizia con chi con rispetta i limiti di velocità. Quando te lo dico io, fa’ uscire i nostri SUV con le luci e le sirene. Noi scenderemo più vicino e li terremo sotto tiro. Dovrebbe funzionare.”

“Okay,” disse Swann. “Facciamo così.”

Mentre Luke osservava, passò una Range Rover bianca, seguita da vicino da una Navigator nera. Un’altra Range Rover chiudeva la fila. Si muovevano veloci. L’elicottero li superò. Luke tamburellò sul casco di Rachel.

“Li vedete?”

“Li abbiamo visti,” rispose Rachel.

“Quelli sono i nostri soggetti,” disse Luke. “Facciamo ballare questo coso.”

L’elicottero si inclinò su se stesso e si ritrovò in direzione sud.

“Swann, dammi quei SUV.”

“Arrivano,” disse Swann.

Sotto di loro, due SUV neri a circa un quarto di miglio di distanza improvvisamente presero vita. Sui parabrezza presero a lampeggiare delle luci rosse e blu. Gli autisti spinsero l’acceleratore, e in un attimo entrambe le auto avevano preso ad avvicinarsi a una velocità di cento miglia all’ora.

L’elicottero era più veloce.

Luke guardò Newsam. “Pronto con quell’arma?”

Ed mostrò il fantasma di un sorriso. Diede una pacca alla canna. “Questa vecchia cosa? Siamo amici di vecchia data.” Indossava degli occhiali protettivi con le lenti gialle. Sulla testa un paio di paraorecchie. Scivolò fuori dalla porta cargo finché non si trovò appollaiato sul sedile fuoribordo. Si legò al velivolo.

Osservavano i SUV avvicinarsi al convoglio. Accadde tutto in poche miglia. Le Range Rover e la grossa Navigator videro arrivare le luci e si spostarono sulla banchina dell’autostrada. I veicoli dell’SRT gli stavano alle costole. Il traffico di civili ruggiva un metro alla loro destra.

“È stato facile,” urlò Newsam da fuori.

“Sì,” disse Luke. “Troppo facile.”

L’elicottero scese. Ben presto si trovò a quindici metri da terra, volteggiando a una trentina di metri dall’auto di testa.

“Swann, vogliamo solo Nassar. Se è nella Navigator, fallo tirare fuori dai tuoi uomini e poi andatevene.”

“Ricevuto, Luke.”

Due uomini dell’SRT oltrepassavano a piedi la fila di auto su entrambi i lati. Si muovevano veloci con le armi da fianco estratte. Si muovevano verso la macchina centrale, la Lincoln nera. L’uomo sulla banchina colpì la portiera. Non accadde nulla. Nessuno uscì.

Luke tamburellò sulla spalla di Ed. “Punta l’arma lì! Non mi piace. Due uomini non sono abbastanza.”

Newsam alzò l’arma e sospirò. “Ricevuto.”

“Swann! Mettimi altri due uomini su quella macchina.”

Senza preavviso, la portiera posteriore della Range Rover di testa si aprì. Saltò fuori un uomo, sparando con una mitragliatrice. Luke sentiva il verso orribile dell’Uzi da lì. Il primo uomo dell’SRT cadde sotto una pioggia di proiettili. Il secondo si voltò e tornò di corsa verso le auto dell’agenzia.

“Uomo a terra!” urlò Swann. “Uomo a terra! Gesù. Trudy, chiama il 911. Ci serve un’ambulanza. Cristo santo.”

L’uomo della Range Rover si avvicinò con calma all’agente ferito. Mise da parte l’Uzi. Era appeso alla fondina ascellare. Tirò fuori una pistola dalla giacca leggera e la puntò alla testa dell’agente.

“Ed!” disse Luke. “Non lasciarglielo fare.”

L’improvviso ruggito dell’M4 fu un terremoto vicino alla testa di Luke. Rinculò, e le orecchie presero a fischiare subito. Newsam resistette al rinculo, i muscoli gonfi e il viso una maschera vuota.

Era routine per lui. Una fila di proiettili mitragliò la Range Rover. Lo pneumatico anteriore sinistro esplose e il parabrezza andò in frantumi. L’uomo armato si agitò per non più di un secondo, poi collassò a terra accanto all’uomo che stava per uccidere. L’agente, ferito ma vivo, si mise a strisciare dentro a un canale di scolo.

“Il tuo uomo si muove, Swann. È vivo. Manda qualcuno a coprirlo.”

La prima Range Rover era inutilizzabile. Cominciò a muoversi, ma dal radiatore scoppiò fuori del fumo. Dietro, la Navigator si faceva strada bruscamente, la seconda Range Rover la seguiva. Entrambe le auto si mangiavano l’autostrada. Scappavano. Un SUV partì al loro inseguimento.

La Navigator sfrecciava appena sotto di loro. L’elicottero era di fianco alla strada, la porta cargo aperta. Ed era fuori sulla panca. La Range Rover arrivava. Troppo tardi, Luke vide i musi delle mitragliatrici emergere da entrambi i finestrini posteriori.

“Attenti! Fuoco in arrivo!”

Colpi d’arma da fuoco eruttarono tutto intorno a loro, come uno sciame di vespe arrabbiate. Luke si tuffò sul pavimento. Qualcosa gli disegnò un affilato sentiero sulla spalla destra. Ci fu un taglio, poi un dolore mordace. Metallo a pezzi. Vetri frantumati. Ed Newsam che gridava.

Luke strisciò fino a lui. Afferrò Ed sotto alle spalle, e lo trascinò dentro all’elicottero.

Teneva i denti serrati dal dolore. Gli occhi erano selvaggi e matti. Respirava veloce. “Sono stato colpito,” disse. “Maledizione, fa male.”

“Dove?”

“Non lo so. Ovunque.”

Si sentì una voce dall’interfono. Era Jacob. “Luke, abbiamo perso il lato destro del parabrezza, qui. Gli spari l’hanno fatto collassare.” Sembrava rilassato, come se stesse facendo la descrizione di un tranquillo weekend a casa.

“Qualcuno è ferito?” urlò Luke.

“Uh, siamo pieni di vetri, ma sembra che stiamo a posto. Il parabrezza probabilmente non reggerà, non se aumentiamo la velocità.”

“Ed è ferito,” disse Luke.

“Mi dispiace. È grave?”

“Non lo so.” Luke tirò fuori il suo coltello e si mise a tagliare la tuta di volo di Ed. C’era un capo nero e imbottito, al di sotto. Un giubbotto antiproiettile. Era una sorpresa. Luke non aveva pensato di mettersene uno. Lo toccò.

“Non hai caldo qui dentro?”

Ed scrollò le spalle. Gli piangevano gli occhi dal dolore.

“È stilosa,” riuscì a dire.

“Già. Sarebbe meglio dire vintage. Probabilmente ti ha salvato la vita, però.”

Luke passò le dita sotto il giubbotto. Non ci era passato nulla. Mosse le mani lungo il corpo di Ed. Il braccio e la spalla destri erano a brandelli. Un grosso pezzo della coscia destra era stato strappato via. L’estremità destra del bacino era stata colpita. La tuta era strappata e sanguinante su quel punto. Quando Luke toccò lì, Ed urlò ancora.

“Okay,” disse Luke. “Hai qualcosa di rotto.”

“Ma mi hai sentito?” disse Ed a denti stretti. “Sembravo una ragazzina.”

“Lo so,” disse Luke. “E sono in imbarazzo per te. Specialmente perché dato che vivrai, racconterò a tutti di quel gridolino fino alla fine dei miei giorni.”

L’elicottero virò puntando di nuovo a sud, seguendo le auto. Luke si alzò ed estrasse il kit di primo soccorso dal muro. Si accucciò su Ed e cominciò subito a disinfettargli le ferite. L’intero corpo di Ed si contrasse quando la pelle venne a contatto col disinfettante.

“Fa male,” disse Ed. “Molto.”

Luke non voleva pensare al tipo di dolore che faceva dire a un uomo come Ed Newsam che faceva molto male. “Lo so,” disse. “Ti darò una pillola. Ti farà qualcosa per il dolore, ma ti metterà anche fuori gioco.”

Ed scosse la testa.

“Aiutami solo a uscire da qui. Posso ancora sparare. Mi aggancerò alla porta. Andrà tutto bene. Non cadrò di sotto.”

“Ed…” Luke guardò fuori dalla porta. Volavano veloci e bassi. L’autostrada era appena sotto di loro. Dal suo punto di osservazione, sul pavimento, non riusciva a vedere dove fossero le automobili. Sbucò con la testa fuori dalla porta e guardò la strada davanti a lui.

La parte superiore del corpo di un uomo pendeva dal finestrino del passeggero della Range Rover, mirando indietro verso di loro con una mitragliatrice.

“Gesù.”

Luke tornò dentro mentre altri proiettili facevano a pezzi il metallo. Ed e lui erano faccia a faccia sul pavimento. Luke si tirò su sulle ginocchia. “Non ho nessuna intenzione di litigare con te, Ed. Non ne ho il tempo adesso.”

Ed scosse la testa con violenza. “Allora non litigare.”

Altri colpi tempestarono l’elicottero. Ancora vetri che andavano in pezzi.

“Luke, la strumentazione non funziona. Non possiamo più resistere ai colpi. Perderemo l’aggeggio nel giro di un minuto.”

“Fate una schivata,” urlò Luke.

L’elicottero si fermò bruscamente. Fece un’arrampicata scoscesa e si inclinò pericolosamente a sinistra. Luke cadde di lato. Si avvinghiò al pavimento, con le dita che stringevano le stecche di metallo. Ci fu un’altra raffica, ma sembrava più lontana.

Nella cabina di pilotaggio cominciò a suonare un allarme.

BIP, BIP, BIP…

La voce incorporea di Jacob disse: “Luke, abbiamo un mayday. È stato colpito un rotore. Oscilla. L’ho già visto prima. Non reggerà. O atterriamo o ci schiantiamo, ma in ogni caso andremo giù.”

“Quanto tempo abbiamo?”

“Novanta secondi. Forse. Più ci teniamo su, più forte colpiremo terra.”

Le spalle di Luke crollarono. Stava davvero accadendo? Gli iraniani scappavano davvero così? Che cosa pensavano, di arrivare all’aeroporto sparando, saltare sull’aereo e volarsene via?

Luke a fatica si tirò di nuovo in piedi. Guardò nella cabina. Il parabrezza era andato. Un ingarbugliato manto di vetri era collassato all’interno. Mentre guardava, Rachel lo afferrava con le mani inguantate, lo portava in cabina e lo spingeva da parte. Il ciclico sussultava nella mano di Jacob.

Tamburellò sull’elmetto di Jacob.

“Metti questo coso sul tetto di quella Navigator!” urlò. “Dammi due secondi per uscire, poi atterra da qualche parte.”

BIP, BIP, BIP…

Luke riposizionò Ed sul sedile fuoribordo, alla fine. Non aveva scelta.

“Sai quello che fai?”

Ed annuì. Il colore per lo più gli aveva lasciato il viso. Improvvisamente sembrava molto stanco. “Credo che tu sia pazzo, ma sì, lo so.”

“Dimmi tutto.”

“Non appena atterri, noi ci fermiamo davanti a te, e io gli faccio saltare il parabrezza.”

“Fantastico,” disse Luke. “Ma non uccidete il guidatore.”

“Farò del mio meglio.”

Erano a un’altezza di centocinquanta metri e a un quarto di miglio a ovest, fuori dalla portata della armi della Range Rover. Il momento pericoloso sarebbe stato quando avrebbero dovuto girarsi e tornare alla loro portata. In lontananza e parecchio sotto di loro, Luke seguiva i progressi delle auto. Mentre guardava, un’auto della polizia entrò in autostrada, con i lampeggianti accesi. Un miglio indietro, altre due guadagnavano terreno.

Strillò a Jacob. “Quando vuoi!”

Istantaneamente, l’elicottero si inclinò pericolosamente a sinistra e scese. Sbucarono davanti alle auto. Persero trenta metri in pochi secondi. Arrivavano veloci. Novanta metri. Sessanta. Un uomo armato sbucò dal finestrino posteriore della Range Rover. Puntò l’arma sull’elicottero.

“Da’ un bel ceffone a quel bastardo!” urlò Luke.

Ed lo fece, l’arma ruggì ancora. La portiera della Range Rover collassò all’interno, come una lattina di birra schiacciata tra dita invisibili. La testa dell’uomo esplose in uno spruzzo di sangue. Lasciò l’arma, crollò e cadde all’indietro. L’arma sferragliò lungo la strada.

“Centro. Ora portami lì.”

L’elicottero si mosse veloce, di lato alla strada. Virò, e si affiancò alla Navigator. Luke scavalcò Ed. L’elicottero scese del tutto e rimbalzò sul tetto della Navigator. Salì di un metro, poi scese di nuovo.

Era arrivato il momento.

Luke saltò.

Capitolo 31

Luke cadde sulle mani e le ginocchia, e si aggrappò al portapacchi.

L’autista doveva averlo sentito colpire il tetto. La Lincoln cominciò a sterzare avanti e indietro attraverso le corsie, oscillando disperatamente, cercando di scuotersi via Luke. Luke si aggrappava con tutte le sue forze, la parte inferiore del corpo che si muoveva da una parte all’altra.

L’elicottero accelerò in avanti e si piazzò alla loro sinistra. Fece un’improvvisa inversione a u e sfrecciò tagliandogli la strada. Ed era lì fuori, accanto a loro. Luke chinò la testa non appena i lampi di fuoco eruttarono dall’arma di Ed.

Una grandine di proiettili si abbatté sulla parte anteriore della macchina. Luke strisciò in quella direzione. Il lato destro del parabrezza era collassato verso l’interno. Si piegò verso il basso e colpì con un pugno i resti del vetro, spingendoli e forzandoli all’interno dell’auto. Dentro da qualche parte, una donna urlò. Una bambina piangeva.

Mezzo parabrezza cadde all’interno. Luke ruotò su se stesso, spinse le gambe attraverso il vetro e scivolò sul sedile del passeggero. Atterò sul grembo di un uomo morto. L’autista rovistò in cerca della sua arma. La puntò verso Luke. Luke gli afferrò il polso e lo sbatté contro il cruscotto.

L’uomo lasciò andare l’arma senza sparare. Gli cadde tra le gambe e poi giù sul pianale dal lato del guidatore. L’uomo lasciò perdere la strada e si abbassò per raggiungere la pistola. Luke tirò fuori la sua.

Improvvisamente, venne sparato un colpo dal sedile posteriore. Il suono era pazzesco tra le strette pareti dell’auto.

BUM.

C’era gente che urlava là dietro. Luke si abbassò e la testa dell’uomo morto esplose.

Gli fischiavano le orecchie. Si guardò alle spalle, sbirciando tra i sedili. Ali Nassar era lì con una donna e una bambina. Avevano tutti gli occhi spalancati, terrificati, scossi. La bambina sedeva nel mezzo. Dietro di loro, in terza fila, c’era un grosso uomo con un’arma.

L’uomo si accovacciò dietro la testa della bambina. L’arma le spuntava da sopra la spalla. A destra, vicino al viso.

Era l’occasione di porre fine a questa storia. Di salvarsi la vita. Di prendere Nassar.

Ma Luke non si decideva a sparare. Non poteva rischiare. Non con la bambina lì.

“Ali!” urlò Luke. “Gli prenda l’arma! Lo fermi!”

Ali Nassar fissava Luke con occhi spenti.

BUM. L’uomo sparò ancora.

La bambina urlò, un grido stridulo adesso. Tutti nel sedile posteriore urlavano.

Il proiettile colpì l’addome del morto. In un attimo, quei proiettili avrebbe cominciato a passare attraverso il sedile del morto e il suo stesso corpo.

L’autista aveva trovato la sua pistola.

Non c’era più niente da fare. Luke muoveva la pistola da una parte all’altra. Teneva la canna in mano e brandiva l’impugnatura. Con quella picchiò la testa dell’autista.

Una. Due. Tre volte.

Si abbassò quando nell’abitacolo esplose un altro sparo.

BUM.

Il cruscotto di plastica andò in frantumi, i cocci volavano ovunque. Luke li sentì penetrargli la carne.

L’auto fluttuò a sinistra, fuori dall’autostrada, sulla banchina. L’autista aveva perso i sensi al volante. L’auto scivolò lungo un terrapieno erboso. Si inclinò troppo a sinistra, pendeva, pendeva… e poi su due ruote. Luke cercò di afferrare il volante.

Troppo tardi. L’auto rotolò. Luke colpì la testa contro il cruscotto. Poi l’auto era sottosopra. Andò a sbattere forte contro il tettuccio, a una velocità nauseante. Atterrò sulla schiena. Gli mancò il fiato, da quanto forte aveva sbattuto.

Gli airbag esplosero tutto intorno a lui.

L’auto rotolò ancora. Luke veniva sbatacchiato come una bambola. Cadde dal tettuccio. L’ultima cosa che sentì fu la sua testa colpire il volante. Poi tutto quello che vide fu buio.

Capitolo 32

Ed Newsam guardava tutto dal Little Bird.

La Navigator si era ribaltata due volte e aveva toccato terra del tutto capovolta su una macchia di terreno compattato dal sole lungo il fianco dell’autostrada. Le gomme erano scoppiate tutte. Il parabrezza era andato. Fumava in più punti.

La seconda Range Rover accostò sulla banchina. Ne saltarono fuori tre uomini che corsero giù sull’argine erboso, le armi estratte che caricavano man mano che si avvicinavano alla Navigator distrutta.

L’elicottero si muoveva veloce, di fianco e a sinistra. Ed provò a mirare gli uomini, ma era inutile. L’elicottero sussultava. Sparò qualche proiettile lo stesso. Due uomini si tuffarono in mezzo all’erba. Il terzo continuò a correre.

“Mayday, mayday,” disse la voce di Jacob. “Prepararsi all’impatto.”

Ed era legato al sedile esterno con cinghie di pelle. Lì non era sicuro. Un insopportabile dolore gli scavava il fianco destro. Fitte acute, squarci e tagli erano ovunque sul suo corpo. Fissava indietro attraverso la porta della stiva cargo, dove penzolavano le cinture di sicurezza. Non c’era modo di farcela fin là e legarsi in tempo. Fece scivolare l’arma all’interno della porta, poi si abbassò e abbracciò il sedile più forte che poteva. Eccolo pronto all’impatto.

Davanti a lui, la terra arrivava veloce. Se l’elicottero si fosse rovesciato, lui sarebbe volato via. Non ce l’avrebbe mai fatta a reggersi. Sarebbe stato lì fuori, nello stesso spazio in cui ruotavano le pale dei rotori. Scosse la testa. Non buono.

Il mondo sfrecciava a velocità vorticosa. Erano a sei metri da terra.

La voce di Jacob, come quella di un uomo che ordina una pizza: “Impatto fra tre, due…”

Ed strinse il sedile più forte che mai. Chiuse gli occhi.

Ti prego non rovesciarlo. Ti prego non rovesciarlo. Ti scongiuro.

*

A Luke ci volle qualche secondo per mettere a fuoco.

Si trovava ancora sulla fila davanti. Aveva battuto forte la fronte contro il volante, ed era quasi accecato dal dolore. Gli air bag si erano sgonfiati, ma nell’aria volteggiava la polvere bianca. La sua testa riposava sulle gambe dell’autista. Le sue gambe, invece, erano distese sull’uomo morto sul sedile del passeggero. Entrambi indossavano le cinture di sicurezza. Luke era volato in aria. Loro si erano mossi appena.

Luke si chinò al di sotto del sedile del guidatore e sentì lì vicino i piedi del tizio. Trovò l’arma dell’uomo e la portò su. Una Glock nove millimetri. Andava bene. Se la sentiva bene tra le mani. Si rimise seduto a fatica. Il vetro frantumato del parabrezza era tutto sui sedili davanti. L’autista era ancora incosciente, la testa gli pendeva contro la cintura.

Fuori dalla macchina, due uomini si avvicinavano cauti, accovacciati, con gli Uzi in mano.

Luke guardò il sedile di dietro. Ali Nassar e la sua famigliola erano vivi e vegeti, anche se un po’ confusi. Nassar aveva un bel gesso bianco sulla mano destra.

La bambina era carina, con un nastro verde brillante tra i capelli neri. Aveva grandi occhi nocciola da cerbiatto. La donna era esile come un giunco ed eterea. Per Luke aveva l’aria di una donna che trascorreva i suoi giorni a leggere articoli sulle ultime sfilate parigine e milanesi e sulla vita della famiglia reale inglese. Probabilmente questa mattina si era svegliata pensando di aver fatto e visto tutto.

Non più. Ora fissava dritto davanti a sé. Luke aveva visto altra gente in quello stato prima, molte volte. La donna era sotto shock.

Luke spinse su il sedile del guidatore e lo scavalcò fino a raggiungere quello posteriore, dove c’erano loro. Si tenne basso, nel caso in cui uno di quegli uomini armati là fuori perdesse la calma. Si incastrò giù giù ai piedi della bambina.

“Lei è un pazzo,” disse Nassar.

Luke lo ignorò. Guardò invece la bimba, e dietro di lei.

L’uomo là dietro aveva preso una bella botta. O era incosciente o era morto.

“Come ti chiami?” chiese Luke.

La bambina era terrorizzata, ma parlò lo stesso. “Sofia.”

“Zitta! Non parlargli!”

“Sofia, un bel nome per una bella ragazzina. Okay, Sofia, voglio che tu faccia qualcosa per me. È davvero davvero facile. Voglio che ti sganci la cintura e vieni con me.”

Nassar fece per sganciare la sua, di cintura. “Non osi...”

Luke gli puntò la pistola alla testa. “Dica un’altra parola.”

“Per favore non fargli male,” disse Sofia. Le lacrime cominciarono a scenderle lungo le guance.

“Non lo farò, Sofia, ma ho bisogno che tu venga con me.”

La bambina fece esattamente ciò che le era stato detto. Sganciò la cintura e si mosse verso Luke con grazia, come un animaletto. Lui la avvolse delicatamente con un braccio come fosse figlia sua.

Fuori dalla macchina, i tizi armati erano arrivati. Si trovavano entrambi dallo stesso lato della macchina, il sinistro. Puntarono le pistole attraverso i finestrini. Quello posteriore era andato in pezzi. Bastava solo che uno dei due perdesse il controllo. E quella macchina sarebbe diventata un bagno di sangue.

“Fermi lì!” urlò agli uomini. “Qui ci sono una donna e una bambina. Se sparate ci ucciderete tutti.”

A loro non importava. Fuori dalla macchina, uno dei due si fece scivolare l’Uzi dietro la schiena. Estrasse una pistola e la puntò attraverso il buco che stava al posto del finestrino.

BUM!

Il finestrino andò in frantumi appena uno dei due ci sparò addosso.

La bambina urlava tra le braccia di Luke, e lui vide il segno del proiettile sul sedile in pelle, ad appena un soffio dalla testa della ragazzina. Fortunatamente l’avevano mancata. Avrebbe potuto non essere così fortunata in futuro, Luke lo sapeva. Stranamente, Luke si ritrovò a preoccuparsi più per la bambina che per se stesso.

Perciò quando uno dei due alzò di nuovo l’arma e si avvicinò, sbattendo le palpebre nel buio, fu la bambina la prima cosa a cui Luke pensò. Avrebbe potuto avere la sua occasione. Avrebbe potuto ucciderli entrambi. Ma non poteva rischiare. Non con lei in pericolo.

BUM!

Luke la afferrò, la tirò a sé per farle da scudo con il suo corpo, il tutto un secondo prima che venisse sparato il colpo.

Sentì un dolore lancinante non appena il proiettile gli escoriò il braccio. Il sangue schizzava ovunque. Ma sapeva per esperienza che si trattava di una ferita superficiale. Era un piccolo prezzo da pagare per averle salvato la vita.

La madre urlò, e gridò anche Nassar: “BASTA SPARARE, PAZZI!”

Luke sentì gli uomini alzare le armi, e poi si accorse che lo fissavano. Sapeva che questa era la sua ultima opportunità.

Ruotò su se stesso, fece leva sul ginocchio e sparò due colpi. Sapeva che avrebbero fatto meglio a essere colpi perfetti, oppure era morto. Non avrebbe avuto il tempo di spararne un terzo.

BUM. BUM.

Luke non vide movimento, e tutto rimase immobile. Finalmente, il silenzio. Guardò fuori e vide i due uomini, entrambi morti, entrambi con un perfetto colpo alla testa.

Fece un lungo sospiro di sollievo.

“Lei è pazzo!” ripeté Nassar, con la voce tremula, tremante.

Luke si voltò verso di lui e lo guardò male, come se si fosse sporto nella sua direzione e gli avesse strattonato la maglietta.

“Le voglio fuori,” disse. “La bambina e sua moglie. Lontane da qui. Ne arriveranno altri e potrebbero rimanere ferite. E questa è una faccenda tra lei e me adesso.”

Nassar annuì a sua moglie, ma lei emise un profondo gemito dal fondo della gola.

“ALI!” urlò Luke, e gli sollevò la pistola sulla testa. “ADESSO!”

La donna cominciò a gridare, e ora anche la bambina piangeva.

Nassar si chinò verso di loro, prese la donna dalle spalle, e la scosse con violenza. “Irina! Controllati. Prendi Sofia e vattene.”

La donna si sganciò la cintura. Saltò fuori e prese la ragazzina. La donna e la figlia erano a trenta metri di distanza e correvano. Ora quarantacinque. Per un secondo, Luke le guardò correre. Respirò profondamente. Si chiedeva se sua figlia sarebbe stata come lei, se mai ne avesse avuta una.

Nassar si mosse per lasciare l’auto. Troppo tardi. Luke lo afferrò dalla camicia e lo riportò nel vano. Chiuse la portiera e puntò la pistola alla testa di Nassar.

Nassar fissava Luke con occhi feroci.

“Ora lei mi ascolta,” disse Luke. “Voglio sapere tutto. Per chi lavora. Come ha fatto. Quando è cominciata questa storia. Cosa accade adesso. Tutto, capito? E se sento puzza di frottole, giuro su Dio che l’ammazzo.”

“Se mi ammazza, prometto che sarà l’ultima cosa che farà.”

“Parli! Conterò fino a tre. Proprio come l’altra volta. Si ricorda come è andata? Ma questa volta al tre le faccio saltare le cervella.”

“Lei è folle! Lo sa? Folle! Fol…”

“Uno,” disse Luke.

Fuori dai finestrini, degli uomini in uniforme si stavano affrettando giù per la collina. Poliziotti. Della città di New York, polizia, agenti della statale, un fiume di poliziotti. Con loro c’erano uomini in giacca e cravatta, probabilmente dell’SRT. La faccenda si stava ingarbugliando, qui.

Non aveva quasi più tempo.

“Due…”

Nassar non sopportò più oltre. “Basta! Le dirò quello che vuole sapere.”

“Chi è stato?” chiese Luke. “Per chi lavora? L’Iran?”

Le spalle di Nassar crollarono. La forza, la vita stessa, sembrava fluirgli fuori. Scosse la testa.

“Lavoro per voi.”

Capitolo 33

4:50 p.m.

Commissariato di polizia della 116ma - Queens, New York

Ci volle più di un’ora perché smaltissero la burocrazia e portassero giù Ali Nassar.

Mentre aspettava, Luke parlò al telefono con Becca.

“Sei un uomo meraviglioso.”

Luke schiacciava la fronte contro il sudicio muro del seminterrato del commissariato, e ascoltava il musicale suono della voce di sua moglie entrargli nell’orecchio. La stazione di polizia era un ambiente oppressivo. Le luci fluorescenti che provenivano dal soffitto erano troppo luminose. Le voci e i passi gli facevano l’eco attorno. Qualcuno in fondo al corridoio rideva, di una risata fragorosa e folle.

“Non mi sento particolarmente meraviglioso,” disse.

“Ma lo sei. Hai salvato il presidente oggi. È incredibile. È un miracolo.”

Luke sospirò. Non si sentiva un eroe. E quello che aveva fatto non gli sembrava un miracolo – gli sembrava un incubo ancora in sboccio.

“Sei solo stanco, Luke. Ecco perché ti senti giù. Quando è stata l’ultima volta che hai dormito, più di trenta ore fa? Ascolta, io e Gunner siamo davvero fieri di te. Quando torni a Washington, perché non passi da casa e ti fai una bella nottata di sonno, e poi vieni qui. È bellissimo qui adesso. Ci prendiamo solo qualche giorno, stacchiamo gli orologi, stiamo tutti insieme. Come ti suona?”

“Mi suona benissimo.”

“Ti amo tanto,” disse lei.

Anche Luke amava Becca, e voleva vederla. Voleva trascorrere qualche giornata tranquilla nella casa di campagna con lei e Gunner. Ma per quanto lo volesse non vedeva come sarebbe potuto succedere.

Non poteva dirle niente. Tutto quello che le disse fu che, dopo la riunione con il presidente, era volato di nuovo a New York per seguire un’altra pista. Non le aveva detto dell’elicottero. Non le aveva detto di essere saltato sul tettuccio di un’automobile in corsa a cento miglia all’ora. Non le aveva detto di aver ucciso due uomini. Non le aveva detto che il caso sembrava lontanissimo dall’essere chiuso.

Un giovano detective con una calvizie incipiente, con la cravatta sghemba e le maniche arrotolate, percorse il corridoio verso Luke.

“Agente Stone?”

Luke annuì.

“Stanno per iniziare l’interrogatorio.”

Luke si congedò da Becca e seguì il detective nella stanza di osservazione. La stanza era offuscata, con una mezza dozzina di uomini dentro. Luke diede il benvenuto alla semioscurità dopo la luce ossessiva del corridoio.

Il detective presentò Luke ai tre uomini in giacca scura e cravatta.

“Probabilmente vorrai conoscere questi ragazzi. Questo è l’agente Stone dell’FBI, questi sono l’agente Stern, Smith e Wallace.”

“Siamo della Sicurezza,” disse uno degli uomini stringendo la mano a Luke.

“Vi ha mandati qui Begley?” chiese Luke.

Il sorriso dell’uomo vacillò, appena un attimo. “Begley?”

“Sì. Ron Begley.” Luke mimò la forma di un pallone da basket con le mani. “Un tizio rotondetto? Gestisce un’unità laggiù, non chiedetemi quale. Abbiamo avuto una piccola incomprensione stamattina sull’opportunità che Ali Nassar dovesse essere inseguito o meno. Credo che abbia cambiato idea.”

I tre risero. “Non lavoriamo per Ron Begley.”

“Buon per voi. Probabilmente siete più felici così.”

Dall’altra parte di un ampio finto specchio, Ali Nassar sedeva a un tavolo di metallo. Sorseggiava caffè da una tazzina bianca. La caviglia era legata alla gamba del tavolo, a sua volta imbullonata al pavimento. Non aveva importanza. Ali Nassar non sembrava intenzionato ad andare da nessuna parte.

Era totalmente scarmigliato. La camicia elegante era lacera e sgualcita, e per metà aperta sullo stomaco. I capelli erano ritti sulla testa. Aveva delle mezzelune nere sotto agli occhi. La mandibola pendeva aperta. La mano tremava ogni volta che alzava la tazza.

Un detective del NYPD incombeva su di lui, un grosso e forzuto irlandese dai capelli rossi. Tutto si fece silenzio nella stanza di osservazione quando Nassar cominciò a parlare.

“Dove sono mia figlia e sua madre?” chiese.

Il poliziotto scosse la testa. “Stanno bene. Non si deve preoccupare per loro. Le abbiamo riportate alla sede della missione. Loro non hanno fatto niente. Non hanno idea di cosa stia succedendo. Nessuno è interessato a loro.”

Nassar annuì. “Bene.”

“Già,” continuò il poliziotto. “È un bene. Sono in salvo. Ora lasciamole da parte per un attimo. Voglio parlare di lei.”

Adesso Nassar scosse la testa. “Non avete diritto di tenermi qui. Voglio parlare con un avvocato.”

Il poliziotto sorrise. Era rilassato. Luke riconobbe un tizio che sentiva richiedere avvocati ogni singolo giorno, e poi riusciva a eludere la richiesta.

“Perché lo vuole fare?” chiese il poliziotto. “Ha qualcosa da nascondere? Ha già parlato con l’agente dell’FBI nella macchina.”

“Mi ha puntato una pistola alla testa.”

Il poliziotto scrollò le spalle. “Forse l’ha fatto, forse no. È la prima volta che lo sento. Io non c’ero, perciò che cosa ne so?”

“Trattenendomi qui lei viola la legge,” disse Nassar.

“Ali, lasci che le dica una cosa. Non la stiamo davvero trattenendo. Ecco. Lei non è in arresto. Non potremmo arrestarla neanche se lo volessimo, lo sa. L’abbiamo legata a questo tavolo per la sua incolumità. I corridoi là fuori pullulano di criminali violenti. A volte scappano. Mi creda, è più al sicuro in questa stanza. Ma se vuole andarsene, è libero di farlo quando vuole.”

Nassar sembrava sul punto di parlare. Esitò, forse pensando a un inganno.

Il poliziotto alzò una mano carnosa. “Ora lasci che le spieghi perché andarsene è una brutta idea,” disse. “Lei è coinvolto in qualcosa. Qualcosa di brutto. Lo sa lei e lo so io, quindi non ha senso fingere. Della gente mi ha detto che è stato lei a far saltare la Casa Bianca. Questo non so se crederlo.”

“Non sono stato io,” disse Nassar.

Il poliziotto lo indicò. “Giusto. Lo credo anch’io. Ci credo che non sia stato lei. Ma sembra che lei conosca le persone che l’hanno fatto. E se io fossi al posto loro, lo sa cosa starei cercando di fare proprio adesso? Chiudere i conti in sospeso. Uno come lei che prende ed esce dalla porta, ma quanto a lungo pensa di sopravvivere? Dodici ore, se è fortunato? Personalmente, dubito che resisterebbe così a lungo.”

Nassar lo fissava.

“E i suoi amichetti della missione iraniana?” disse il poliziotto. Scosse la testa. “Non credo che tornerebbero indietro per lei. Hanno perso quattro uomini oggi cercando di portarla all’aeroporto. Lei è un bello ostacolo per loro. Un disagio. Se tornano, credo sia per piantarle un proiettile proprio qui.”

Il poliziotto tamburellò un dito sulla fronte di Nassar.

Nassar scosse la testa. “Loro non erano coinvolti. Non hanno ragione di uccidermi.”

“Già. È quello che ha detto all’agente dell’FBI.” Il poliziotto consultò alcune note su un blocco per gli appunti. “Gli ha detto che stava lavorando per un’agenzia governativa americana, qualcosa che si chiama Red Box. Non crede che il governo iraniano la ucciderebbe se venisse a sapere che lavorava per gli americani? Coraggio, credo che lei sia un po’ più sveglio di così.”

Gli occhi di Nassar si ingrandirono per un attimo.

Il poliziotto annuì. “Eh già. È abbastanza sveglio. Capisce. Non le sono rimasti molti amici, Ali.”

Luke ripensò al momento nell’auto. I poliziotti erano tutti intorno a loro. “Lavoro per voi,” aveva detto Nassar. Poi aveva nominato la Red Box. Luke se lo ricordava appena. Era saltato giù da un elicottero. Aveva fatto schiantare la macchina. Aveva sparato a due uomini alla testa appena pochi secondi prima. Era sconvolto come chiunque altro. In quel momento, quasi non riusciva a esaminare quello che gli stava dicendo Nassar.

Ora, mentre li osservava, Nassar e il poliziotto si fissarono a vicenda per un lungo momento.

“Voglio confidarle qualcosa,” disse il poliziotto. “Io so esattamente cosa sta passando. Ho un fratello più piccolo. Circa quindici anni fa è rimasto coinvolto in qualcosa, come lei. È stato un errore, proprio come il suo è stato un errore, e ci è finito dentro fino al collo. Viene fuori che sta contrabbandando armi per l’Esercito Repubblicano Irlandese facendole uscire da un bar del Bronx. Io gli dico Mikey, sei uno stupido. Tu non sei irlandese. Tu sei americano. Ma ormai tutti gli sono addosso. È ricercato dal governo americano. È ricercato dal governo inglese. E se lo trovano i suoi amichetti dell’IRA, lo gettano nel fiume. Devono farlo. Che altro possono fare, lasciarlo parlare?”

Un paio di poliziotto nella stanza di osservazione rise. Luke li guardò.

“Questo qui e i suoi fratellini,” disse uno. “Mio fratello lo stupratore. Mio fratello il piromane. Mio fratello il terrorista. Vuoi sapere la verità? Ha tre sorelle, e sono tutte più grandi di lui.”

All’interno della sala interrogatori, Ali Nassar diceva, “Credo di trovarmi in una brutta situazione.”

Il poliziotto annuì. “Direi che si trova in una bruttissima situazione. Ma io posso aiutarla. Deve solo dirmi cosa sta succedendo.”

Nassar sembrava essersi deciso. Scosse la testa. “La Red Box non è un’agenzia. È un programma, un’operazione. Operazione Red Box. Non lo sapevo quale fosse il loro obiettivo. Sapevo quello che loro volevano che facessi, e basta. Volevano che comprassi dei droni dalla Cina. Mi hanno detto di pagare degli jihadisti, degli uomini disposti a sacrificarsi per Dio. Ho fatto i pagamenti da un conto offshore che hanno aperto loro per me. Non era un conto mio. Non ho assunto io quegli uomini. Non sapevo nemmeno cosa stessero per fare fino a due giorni fa.”

“Non fa che parlare di loro, loro, loro,” disse il poliziotto. “Può essere un po’ più specifico? Chi sono loro?”

Ali Nassar sospirò. “La Central Intelligence Agency. Ecco chi mi ha assunto. Un uomo della vostra CIA.”

Un rantolo quasi silenzioso attraversò la stanza, e Luke sentì uno strattone acuto nel petto. Si sentiva come se avesse il corpo impalato a uno spuntone. Guardò gli uomini nella stanza con lui. Tutti – i poliziotti, gli agenti della Sicurezza Interna – tutti sembravano confusi. C’era un basso mormorio di muta conversazione. La CIA aveva assunto Nassar per attaccare la Casa Bianca? La CIA?

Tutto il mondo di Luke gli ruotava intorno. Sembrava vero; Luke riusciva sempre a capire se qualcuno stava mentendo, e Nassar non mentiva. O la CIA l’aveva assunto, o lui sinceramente credeva che l’avesse fatto. Luke, vacillando, si chiedeva se potesse essere vero. Se sì, avrebbe dovuto guardare a tutti intorno a lui con sguardo diverso. Di chi sarebbe stato in grado di fidarsi?

“È stato un anno fa,” disse Nassar. “Mi ha fatto visita nella mia stanza in un hotel di Londra. All’inizio, l’ha chiamata Operazione Red Box. Poi, un mese dopo tornò da me e mi disse di aver commesso un errore, che non era l’Operazione Red Box. Non dobbiamo mai parlare di Operazione Red Box. Non dobbiamo neanche dirle, quelle parole. Ma io me le sono ricordate. Sono sicuro che si chiami così, ma non so cosa significhi. Quindi se vuole sapere qualcosa dell’ Operazione Red Box, non lo chieda a me. Chieda al direttore della CIA, piuttosto.”

“Chi si occuperà di questo tizio?” chiese Luke. “Qualcuno lo prenderà in custodia?”

Uno della Sicurezza Interna alzò la mano. “Quando il NYPD avrà finito con lui, lo lasceranno a noi.”

Luke annuì. “Bene. Tenetevelo stretto.”

Si avviò verso la porta.

“Dove vai?” chiese uno degli uomini.

Luke non si voltò neanche.

“Torno a Washington. Devo parlare con qualcuno.”

Capitolo 34

8:33 p.m.

Washington D.C.

L’uomo non l’avrebbe incontrato prima dell’imbrunire.

Luke aspettava solo, sul sentiero di un bosco presso la spiaggia del fiume Potomac. Il sole era tramontato da poco, ma non c’era luce visibile. Una spessa e fredda nebbia era emersa dalle acque qualche tempo prima. Gli vorticava intorno. Nessuno poteva vederlo. Poteva esserci chiunque lì. Poteva essere un uomo morto. Poteva aver cessato di esistere. Poteva essere l’ultima persona rimasta sulla Terra. Era una bella sensazione.

Era tornato di corsa qui da Washington, solo per finire con l’aspettare. Era più che esausto, e con così tanto a rischio aspettare lo infastidiva. L’uomo lo faceva sempre aspettare. L’aveva sempre fatto, e sempre l’avrebbe fatto.

Luke aveva parlato con Ed Newsam al telefono dieci minuti prima. Newsam era all’ospedale. Jacob e Rachel erano riusciti a fare un atterraggio di fortuna nel mezzo di un campo da baseball vuoto della Little League. Newsam si era rotto l’anca, ed era stato colpito piuttosto bene dai proiettili, ma si sarebbe ripreso. Ci voleva più di un Uzi per uccidere uno come Newsam. Però era fuori combattimento, e questo pensiero preoccupava un po’ Luke.

C’era ancora molto da fare.

“Che giornatina che hai avuto,” disse una voce.

Luke guardò in alto. Un signore anziano e alto in un lungo cappotto in pelle era in piedi lì vicino, e portava a passeggio un cagnolino grigio e marrone. I capelli dell’uomo erano così bianchi da sembrare quasi risplendere nel buio del crepuscolo. Non guardò Luke dritto in faccia, ma si avvicinò e sedette sull’angolo più remoto della panchina. Si abbassò verso la panchina con lentezza e un po’ di difficoltà. Poi diede qualche pacca al cane con mani sottili. Apparve un biscotto in una di quelle mani, come un trucco di magia, e l’uomo lo diede al cane. Sorrise del suo stesso trucchetto.

“Bel cane,” disse Luke. “Di che razza è?”

“Bastarda,” disse l’uomo. “Credo che sia mezzo topo. L’ho trovato nel ricovero. A ventiquattr’ore dalla camera a gas. Come potrei scegliere il cucciolo di un animale da riproduzione quando ci sono così tante anime perdute in fila per morire? Sarebbe immorale.”

“Come ti posso chiamare?” chiese Luke.

“Paul va bene,” disse l’uomo.

Era buffo. Paul, Wes, Steve, l’uomo sceglieva solo nomi vaghi. Quando Luke era giovane, il nome era stato Henry, o Hank. Era l’uomo senza nome, l’uomo senza nazione. Cosa si potrebbe dire di uno che era stato una spia durante la Guerra Fredda, che aveva venduto i segreti del suo paese ai sovietici, e che poi si era voltato dall’altra parte e aveva venduto i segreti dei sovietici ai britannici e agli israeliani? E questo era il poco che sapeva Luke. Probabilmente c’era molto di più.

Una cosa che si potrebbe dire è che era fortunato a essere vivo. Un’altra cosa è che era pazzesco che potesse scegliere di vivere a Washington D.C., adesso, proprio sotto il naso di gente che sarebbe stata felice di ucciderlo o metterlo fuori gioco per sempre. Ma forse il tradimento ha una data di scadenza. Passato un certo tempo, forse a nessuno interessava più. Forse tutti quelli a cui importava erano morti.

Luke annuì. “Okay, Paul. Grazie per essere venuto. Voglio dirti che ho incontrato quell’uomo stamattina. A New York.”

Il vecchio rise. “Oddio, sì. L’ho sentito dire. Si dice che gli sei cascato addosso senza invito, diciamo. Cascato dal cielo, in effetti.”

Luke fissò lo sguardo verso la nebbia. Era densa come una zuppa.

“Ha detto delle cose che non capisco.”

“Essere intelligenti non è la stessa cosa che essere acuti,” disse l’uomo. “Alcune persone, per quanto siano sveglie, sono comunque lente nell’assorbire le informazioni.”

“O magari capisco quello che dice, ma non ci credo.”

“Che cosa ha detto?”

“Operazione Red Box,” disse Luke. “Mi ha detto questo.”

Il vecchio non disse nulla. Guardava davanti a sé. Un momento prima, le sue mani accarezzavano il cane. Ora erano ferme.

Luke continuò. “Ha detto di chiedere al direttore della CIA. Be’, io non posso arrivare al direttore della CIA. Ma posso arrivare a te.”

La bocca dell’uomo si aprì, e poi si richiuse.

“Dimmi,” disse Luke.

L’uomo guardò Luke in faccia per la prima volta. Il suo viso era incartapecorito dalle rughe. Gli occhi erano infossati e blu pallido. Erano occhi che ancora custodivano segreti. Erano occhi privi di pietà.

“Non sento queste parole da molto tempo,” disse. “Non ti consiglierei di dirle ancora. Non si può mai sapere chi sia in ascolto, persino in un posto come questo.”

“D’accordo.”

“Immagino che tu gli abbia posto una domanda per saperne di più. Qual era la domanda?”

“Gli ho chiesto,” disse Luke, “per chi stesse lavorando.”

Un lungo sospiro uscì dal petto del vecchio. Sembrava che l’aria fuoriuscisse lentamente da una gomma, tutta quanta, finché non ne rimase rimasta più. Improvvisamente, l’uomo si alzò. Si mosse veloce, e senza l’apparente fragilità di pochi momenti prima.

“È stato interessante parlare con te,” disse. “Forse ci incontreremo ancora.”

La pistola apparve nella mano di Luke come per un trucco di magia, uno migliore di quello del biscotto per il cane. Era una pistola diversa da quella che aveva portato con sé per tutto il giorno. Questa aveva un silenziatore di venti centimetri assicurato alla canna. Era più lungo della pistola stessa. Luke la puntò con noncuranza alla pancia dell’uomo.

“Questo lo conosci?” chiese. “Si chiama l’Illusione. È nuovo, e tu sei fuori dal giro da un po’ quindi forse non lo conosci. Ti basti sapere che funziona davvero, davvero bene. In una notte così, con tutta questa nebbia? La pistola sparerà, e sembrerà che qualcuno abbia starnutito. Non forte. Piano, come uno starnuto fatto a teatro.” Sorrise. “Abbiamo i giocattoli migliori all’SRT.”

Un fantasma di sorriso attraverso le labbra dell’uomo. “Mi diverto sempre alle nostre riunioni.”

“Dimmi,” ripeté Luke.

L’uomo scrollò le spalle. “Dovresti andare a casa dalla tua adorabile moglie e dal tuo bellissimo figlio. È una situazione che non ti riguarda. E anche se ti riguardasse, non ci sarebbe nulla che tu potresti fare.”

“Che cos’è l’Operazione Red Box?”

Il vecchio sembrava trasalire a sentirne il nome.

Luke attese qualche secondo, ma l’uomo non sembrava pronto a parlare. “Dammi una sola ragione per non premere il grilletto.”

Sbatté le palpebre. “Uccidimi,” disse lentamente, “e non sarò più la fonte di cui hai bisogno per i casi futuri.”

Luke scosse la testa. “Non ci sono casi futuri,” disse. “Se questo non viene risolto, non c’è futuro per nessuno di noi.”

Luke si accigliò. “Che cos’è l’Operazione Red Box?”

L’uomo scosse la testa. “Navighi in acque troppo profonde. Sei diventato un pericolo per te stesso e per gli altri, e la parte peggiore è che tu questo neanche lo sai. Quelle parole non le dirò. Ma l’operazione di cui parli è pensata per un’accelerata successione presidenziale. È per quando il presidente deve essere rimosso dall’incarico, ma non c’è il tempo di aspettare il prossimo ciclo elettorale.”

“Stavano minacciando di impeachment il presidente questa mattina,” disse Luke. “Era alla radio.” La frase gli suonò strana non appena la disse. L’impeachment e i terroristi che fanno saltare la Casa Bianca… le due cose non si combinavano. Luke era oltre la stanchezza. Era difficile dare un senso alle cose.

“Più velocemente dell’impeachment,” disse Paul. “E più sicuro. Pensa a un cambiamento improvviso. Pensa al 1963. È un’operazione riservata per quando la lealtà al presidente non è più indiscussa. È anche per quando gli eventi sono troppo grossi, o troppo sensibili, per l’uomo incaricato di gestirli. È per i tempi che richiedono azione.”

“Chi prende questa decisione?” chiese Luke.

Paul scosse le spalle. Sorrise di nuovo. “Decide la gente che è al potere.”

Luke lo fissò.

“Dimmi che non sai chi è davvero al potere,” disse Paul, “e comincerò a sospettare che tua madre abbia avuto una storia con il postino.”

Il vecchio lo fissava. C’era una specie di luce selvaggia nei suoi occhi. A Luke sembrava un imbonitore da fiera, uno stregone da circo. L’uomo sorrideva. Ma senza gioia.

“Oggi hai visto la Casa Bianca saltare per aria, vero o no?”

Luke annuì. “Ero lì.”

“Certo che c’eri. Dove altro potevi essere in un momento come quello? Ti sembrava un attacco con droni? O sembrava qualcos’altro? Ripensaci. O forse sembrava più una serie di detonazioni, delle bombe che erano state installate all’interno dell’edificio, magari giorni o settimane fa?”

Con gli occhi della mente, Luke rivide le esplosioni, un’intera fila di esplosioni, che si muovevano dall’Ala Ovest, lungo il colonnato, fino alla residenza. Un’immensa esplosione faceva a pezzi la residenza, sparandone i cocci nell’aria. Sentiva di nuovo l’onda d’urto, quella che aveva rischiato di spazzar via il loro elicottero.

Ma come faceva qualcuno a posizionare delle bombe all’interno della Casa Bianca?

Tutti quelli che lavoravano lì avevano un’autorizzazione di alto livello, dai domestici agli uomini della manutenzione, ai lavapiatti e agli sbucciatori di cipolle, al responsabile dei rapporti con la stampa e al capo di gabinetto del presidente. Venivano tutti esaminati. Se erano state installate delle bombe, allora voleva dire che…

Un lavoro dall’interno. Del tutto interno, interno al sistema di sicurezza, interno all’intelligence, abbastanza interno da prendere un gruppo di esperti di esplosivi, cancellare il loro passato, dargli nuove identità e assegnargli delle mansioni alla Casa Bianca. Mansioni prive di stretta supervisione, mansioni che gli avrebbero dato la libertà di andarsene a zonzo per i corridoi, specialmente la notte quando non c’era nessun altro in giro.

Nella mente di Luke, cominciarono a susseguirsi intere serie di supposizioni. Per tutto il giorno, era rimasto concentrato su un gruppo di terroristi messo insieme alla buona. Avevano ricevuto un addestramento minimo, ma erano violenti ed erano svegli. Si nascondevano, scappavano, utilizzavano tattiche asimmetriche, usando la loro piccolezza come un’arma contro un nemico di gran lunga superiore. Forse quegli uomini credevano pure di fare quello che gli era stato detto. Magari avevano rubato il materiale radioattivo. Magari avevano fatto volare il drone, e persino fatto saltare una parte della Casa Bianca. Eppure, restavano pur sempre un piccolo ingranaggio nella macchina. Erano stati usati da qualcosa di più grande, qualcosa di molto più sofisticato.

Quello che aveva detto Ali Nassar era vero. Era sempre stato il governo americano.

Una strana sensazione di calore cominciò a diffondersi lungo la spina dorsale di Luke. Era partita dalla cima della testa e poi discesa lungo le spalle e le braccia. Si guardò le mani, in parte aspettandosi che prendessero fuoco. Un’ondata di nausea lo attraversò. Per un secondo, pensò che avrebbe potuto vomitare. Non voleva farlo, non qui, non davanti a Paul.

“Come posso fermarli?” chiese Luke.

Paul scosse la testa. “Mio caro, non si ferma un’Operazione Red Box. Ci si leva dalle palle. Questa non è la tua battaglia, Luke. Se proverai a farla tua, perderai. E perderai in un modo che probabilmente sembrerà spettacolare mentre accadrà, ma che alla fine sarà più che altro patetico.”

“Allora dimmi abbastanza perché possa perdere.”

Paul grugnì, e poi rise. “Sei un pazzo. Non hai nessun istinto di autoconservazione. Sei come quei piloti kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale, che ficcavano aerei pieni di bombe dritti nel fianco delle portaerei. Solo che in questo caso l’aereo su cui stai volando tu è un giocattolino da vasca da bagno.”

Il vecchio fece una pausa, pensando per un momento, vedendo che Luke non avrebbe ceduto.

“Okay. Cerchi una maniera di morire? Contatta un uomo di nome David Delliger. È il segretario della Difesa, nel caso non lo sapessi. Era compagno di stanza del presidente a Yale. Non è possibile che faccia parte di questa storia, ma ne sarà molto, molto vicino, probabilmente senza saperlo. I pezzi gli diventeranno chiari solo dopo il fatto, ma li vedrà. Forse neanche lui ha istinto di autoconservazione. Se è così, voi due farete una bella coppia.”

“E il presidente?” chiese Luke.

Paul scosse le spalle. “Che c’entra il presidente?”

“È in salvo adesso, vero?” Luke insisteva. “È dieci piani sottoterra.”

Paul sorrise. “Devo andare. Si sta facendo tardi per un vecchio per starsene in giro. Questi parchi possono essere pericolosi di notte.”

“Il presidente è in salvo,” ribadì Luke, afferrandogli il braccio, agitato dal bisogno di sentirglielo dire.

Paul scosse lentamente la testa e allontanò la mano di Luke.

“Tu non capisci,” replicò Paul, la voce rauca, prima di voltarsi e sparire nella nebbia grigio argento. “Se si tratta davvero di un’Operazione Red Box, allora il presidente è già morto.”

Capitolo 35

8:53 p.m.

Centro operativo di emergenza di Mount Weather - Bluemont, Virginia

Un coscienzioso giovane infilò la testa dentro la stanza.

“Signor presidente? Partiamo tra sette minuti. Ci farebbe piacere averla sul set con due minuti d’anticipo.”

Thomas Hayes sedeva su una sedia da barbiere in pelle in quello che equivaleva al suo camerino. La stanza aveva la forma di un ovale. I muri erano spogli, tranne che per lo specchio di fronte a lui e per una lunga toletta. Allo specchio poteva vedere il suo capo di gabinetto, David Halstram, che cercava di rilassarsi sul divano.

David sembrava avere due velocità – Corri, e Corri Più Veloce. Non riusciva a rilassarsi nelle circostanze più calme. Oggi era stato tutto tranne che calmo. Si stava agitando parecchio. Una scarpa batteva un ritmo concitato sul pavimento di cemento.

Il presidente teneva la bozza finale del suo discorso in mano. Un pezzo di carta molto vecchio stile per il presidente Hayes – non si era mai del tutto adattato alla rivoluzione digitale. David aveva lo stesso discorso su un iPad.

Due giovani donne stavano dando gli ultimi ritocchi a Hayes. Una gli addolciva il trucco in modo che sembrasse non truccato. L’altra gli sprimacciava i capelli in modo che fosse in ordine e presentabile, ma non del tutto perfetto. Era quasi rimasto ucciso oggi. Doveva sembrare come minimo un po’ spettinato.

“Che significa?” chiese al giovane che aveva parlato. “È un problema di matematica?”

“Significa che ha ancora cinque minuti, signore.”

“Okay. Saremo lì.”

Quando il giovane uscì, il presidente Hayes guardò di nuovo David attraverso lo specchio. “Che cosa ne pensi di questa frase che usa verso la fine, la grandezza ci aspetta? Ce la infila tre volte. Sembra la tag line di uno spot per un conto corrente zero spese. Cioè, che cosa dovrei farne?”

Hayes era nervoso, come avrebbe dovuto essere. Tra un attimo sarebbe andato in onda e avrebbe parlato al popolo americano della crisi che stavano affrontando. Poteva solo supporre che quasi ogni singolo adulto del paese, e centinaia di milioni all’estero, l’avrebbero visto o avrebbero ascoltato la sua voce. Ogni network televisivo stava liberando le trasmissioni. Così come quasi tutti i network radiofonici. Youtube l’avrebbe trasmesso in diretta.

Era il più grande discorso che probabilmente avrebbe mai tenuto, ed era stato buttato giù in serata da un importante scrittore di discorsi di cui Hayes probabilmente si sarebbe liberato settimane prima, se solo non avesse avuto tante cose per la testa.

“Thomas,” disse David, “sei il miglior oratore che ho sentito in tutta la mia vita. No, non c’ero ai tempi di John F. Kennedy o di Martin Luther King, ma non ha importanza. Nessuno ancora in vita si avvicina minimamente a te. Qualcuno ha cercato di ucciderti oggi. Hanno distrutto la Casa Bianca, e ucciso quasi due dozzine di persone. Il popolo americano vuole sentire te. Io dico, parlaci. Parlaci dal cuore. Commuovili, e guidali. Usa questo discorso come una traccia se vuoi, o butta via tutto e improvvisa. Ti ho visto parlare a braccio e portare intere stanze alle lacrime.”

Hayes annuì. Gli piaceva l’idea di improvvisare. Gli piaceva l’idea di prendere il comando. E quando pensava al comando, alla guida, capiva che cos’era a mancargli adesso. Il senso di paura, di trepidazione, di essere fatto a pezzi. Ormai era finita. L’attentato di oggi lo aveva confuso. Si sentiva sicuro. Sentiva che sarebbe potuto ancora essere un leader. Non gli interessava più cosa pensasse la Camera dei rappresentanti, o cosa facessero persone come Bill Ryan.

Thomas Hayes era stato eletto per guidare il popolo degli Stati Uniti d’America. Guidare era quello che avrebbe fatto.

“Credi che Susan si farà vedere per questo?”

David annuì. “So che lo farà. Le ho parlato nel tardo pomeriggio. Non le piaci molto adesso, ma non ha importanza. Questo lo sistemeremo più tardi. Nel frattempo, farà il suo lavoro. Quando il tuo discorso finirà, e tu starai accogliendo e chiacchierando con le persone più potenti d’America, e tutti si raccoglieranno insieme per uno spettacolo di unità di fronte alle telecamere, lei sarà proprio lì, molto ma molto visibile.”

“Okay, David. Mi dispiace per oggi. Voglio assolutamente sistemare tutto.”

David annuì. “Lo farai.”

Quando fu ora, Hayes si alzò dalla sedia, scrollò le spalle dentro alla giacca elegante, e marciò fuori dalla stanza. David era con lui, un mezzo passo indietro. Hayes entrò nello studio sotterraneo. Il suo podio, con il sigillo del presidente, si trovava su un palco rialzato di trenta centimetri, rivestito da una moquette blu. Era circondato da telecamere e luci.

Hayes si sentiva bene, si sentiva energico, e si sentiva potente. Sentiva quell’elettricità che una volta lo invadeva prima di una gara, quando era il capitano di una squadra di canottaggio che vinceva gare nazionali.

Si trattenne dalla voglia di correre sul palco come l’ospite di un gioco televisivo.

Dietro di lui, il telefono di David si mise a squillare. Si voltò indietro per guardare il suo capo di gabinetto. David stava guardando il nome di chi chiamava. Alzò gli occhi.

“È Luke Stone.”

Il presidente scrollò la spalle. “Rispondi. Abbiamo un paio di minuti. E comunque, posso gestirla. L’ho già fatto milioni di volte.”

Salì sul podio e guardò tutte le luci brillanti.

*

Luke era in piedi sulla riva. Si era mosso esattamente di cinque passi dalla panchina dove suo padre l’aveva lasciato. Poteva a malapena vedere qualcosa. La nebbia era così densa che era fortunato a essere riuscito a telefonare.

Il telefono suonava e suonava.

“Halstram,” disse una voce.

“David, devo parlare con il presidente Hayes.”

“Luke, mi dispiace. Lei e il suo partner avete agito meravigliosamente oggi. Ma il presidente tra due minuti sarà in diretta. Se vuole, può lasciare un messaggio a me, e io glielo riferirò non appena finita questa cosa, probabilmente tra un’ora. Ascolti, dovrebbe andare da qualche parte dove c’è un televisore e guardare la trasmissione. Mi aspetto che faccia il botto. Siamo sotto tiro, ma non siamo fuori combattimento, non a lungo termine.”

“David, abbiamo problemi grossi.”

“Lo so. C’ero anch’io oggi, se lo ricorda? Lavoreremo sodo e troveremo una via d’uscita. E lei in tutto questo sarà importante, mi creda.”

Luke non sapeva come gestire persone come David Halstram, o almeno non al telefono. David tendeva a elargire fiumi di parole, pausa per respirare, e poi ripartiva. Era pieno di energia, ipercinetico e probabilmente molto intelligente. Era di sicuro convinto delle sue capacità, ed era convinto che le persone avrebbero dovuto ascoltarlo e fare quello che diceva. Era difficile rallentarlo abbastanza da farsi ascoltare.

Se Luke fosse stato fisicamente lì adesso, avrebbe potuto puntargli la pistola alla fronte, e afferrarlo per i capelli finissimi. Oppure, se si sentiva più tranquillo, avrebbe potuto limitarsi a un colpo di karate alla clavicola. Una delle due cose avrebbe probabilmente attirato l’attenzione di David. Ma al telefono? Era difficile.

Parlò lento, come rivolgendosi a un idiota. “David, lei deve ascoltarmi. La vita del presidente è in pericolo.”

“È per questo che adesso siamo sottoterra.”

“David…”

“Luke, ascolti, devo essere disponibile qui. Se non ha un messaggio specifico da lasciarmi, deve richiamarmi tra… facciamo novanta minuti, okay? Se non mi trova, riprovi mezz’ora dopo.”

“Dovete uscire da lì.”

“Okay, Luke, ne parleremo. Adesso comincia. Devo andare.”

Cadde la linea. Luke fissò il telefono. Combatté la voglia di gettarlo nel fiume. Invece si mise in marcia verso l’automobile. Un minuto dopo, cominciò a correre.

Avrebbe davvero guidato fino a Mount Weather, adesso, dopo quasi quaranta ore senza dormire?

Sì.

Capitolo 36

Quanto avrebbe desiderato trovarsi praticamente ovunque tranne che lì.

Era in piedi fuori dalle fauci spalancate dell’entrata di Mount Weather, fumava una sigaretta e teneva lo smartphone all’orecchio.

Il fumo era una di quelle cose segrete che il popolo americano non doveva conoscere. Susan Hopkins si faceva una sigaretta una volta ogni tanto, e lo faceva da quando era una supermodella adolescente. Specialmente nei momenti di stress, niente poteva battere una sigaretta, e questo era probabilmente il giorno più stressante della sua vita. Nessuno aveva mai tentato di ucciderla prima.

Indossava un abito rosso da pattinatrice, che forse era un pochino troppo sexy per l’occasione. L’avevano rimediato nel negozio Nordstrom di un centro commerciale vicino al Pentagono, insieme a una sarta per adattarglielo addosso. Era stata un’idea di David Halstram. Era per quelli che avrebbero guardato la tv, in modo che potessero riconoscerla facilmente. In quel modo, dopo il discorso di Thomas, nessuno al mondo avrebbe potuto essere ancora all’oscuro che Susan Hopkins si trovava in un tunnel sotterraneo, a pendere dalle labbra del presidente. Era una buona idea. Ma era anche una nottata fredda, e l’aria di montagna passava attraverso al tessuto del vestito.

Rabbrividì. Tre imponenti uomini dei servizi segreti erano lì accanto. Incombevano su di lei. Sperava che nessuno le offrisse la giacca. Quel tipo di cavalleria le faceva venir voglia di vomitare.

Pierre parlava all’altro capo del filo.

“Tesoro,” disse, “Mi piacerebbe davvero vederti uscire da lì. Sto diventando nervoso. Posso mandare un aereo a qualunque aeroporto municipale più vicino. Potresti essere in viaggio entro un’ora. Ho raddoppiato la sicurezza. Il recinto elettrificato è acceso. Ci vorrebbe un piccolo esercito per entrare. Puoi sempre dire a tutti che ti servono un paio di settimane di pausa per riorganizzarti. Relax in piscina. Un massaggio.”

Susan sorrise al pensiero di Pierre rintanato nel suo palazzo di trenta stanze, al sicuro dietro al suo recinto elettrificato. Chi pensava di tener fuori, dei bulletti di strada? Il suo recinto e il suo cancello d’ingresso, e i suoi otto (invece di quattro) detective in pensione non avrebbero nemmeno rallentato le persone che l’avevano quasi uccisa.

Buon Dio.

“Pierre…”

Lui continuava a parlare. “Lasciami solo finire,” disse.

Pensava ai primi tempi con lui. Era già stata pubblicata su Vogue, Cosmo, Mademoiselle, Victoria’s Secret, persino sullo Sports Illustrated per giovani onanisti. Ma cominciava a invecchiare. Lo sentiva, e pure il suo agente glielo diceva. Le copertine non arrivavano più. Aveva ventiquattro anni.

Poi aveva conosciuto Pierre. Lui ne aveva ventinove, e l’offerta pubblica iniziale della sua start-up l’aveva appena fatto diventare un miliardario. Era cresciuto a San Francisco, ma la sua famiglia era francese. Era bello, con un corpo snello e grandi occhi scuri. Sembrava un cervo alla luce dei fanali. I capelli neri gli ricadevano sempre sulla faccia. Vi si nascondeva. Era insopportabilmente carino.

Lei aveva fatto molti soldi nella sua carriera, diversi milioni di dollari. Finanziariamente, stava molto, molto bene. Ma d’un tratto i soldi non le interessavano. Viaggiavano per il mondo insieme. Parigi, Madrid, Hong Kong, Londra… Alloggiavano sempre in hotel a cinque stelle, e sempre nella suite più costosa. Panorami stupefacenti divennero lo scenario della sua vita, persino più di prima. Sciavano sulle Alpi, e ad Aspen. Si abbronzavano sulle spiagge delle isole greche, ma anche a Bali e alle Barbados. Si erano sposati, e poi avevano avuto dei figli, due bellissime gemelle. Poi erano passati gli anni, e lentamente si erano allontanati l’uno dall’altra.

Susan aveva cominciato ad annoiarsi. Cercava qualcosa da fare. Era entrata in politica. Alla fine, si era candidata come senatrice degli Stati Uniti in California. Era un’idea folle, e aveva sorpreso tutti (inclusa se stessa) con una vittoria schiacciante. Dopodiché, aveva trascorso la maggior parte del suo tempo a Washington, a volte con le ragazze, a volte no. Pierre si occupava dei suoi affari, aumentando sempre di più i suoi sforzi caritatevoli nel Terzo Mondo. A volte non si vedevano per mesi.

Circa sette anni fa, Pierre l’aveva chiamata una notte tardi e le aveva confessato qualcosa che lei credeva di sapere già. Era gay, e aveva una relazione.

Rimasero comunque sposati. Soprattutto per le figlie, ma anche per altre ragioni. Per esempio, erano migliori amici. E poi era meglio per entrambi se il mondo pensava che erano ancora una coppia. Si erano costruiti un’ottima immagine per i media, insieme. Ed era comodo.

Sospirò. Era solo un altro di quei segreti di cui il popolo americano non doveva venire a conoscenza.

Guardò l’orologio. Erano quasi le nove.

“Pierre,” disse ancora.

“Sì,” rispose lui alla fine.

“Ti amo molto.”

“Ti amo anch’io.”

“Bene. Prenderò in attenta considerazione tutto quello che hai detto. E me ne andrò di qui non appena potrò. Ma adesso devo andare a guardare il presidente tenere il suo discorso.”

“Il presidente è un cretino.”

Lei annuì. “Lo so. Ma è il nostro cretino, e dobbiamo sostenerlo. Okay?”

“Okay.”

Riappese e buttò il mozzicone. Guardò i tre goffi giganti che la circondavano. “Andiamo, ragazzi,” disse. Un minuto dopo erano tutti nell’ascensore, in discesa verso le viscere della terra.

*

“Quaranta secondi, signor presidente,” disse un tecnico. “Quando la luce diventa verde, è in diretta.”

“La luce verde è lì davanti a me?” chiese Hayes.

“La riprendiamo da cinque angoli, signore, ma sì. Le telecamere saranno tutte accese. Trenta secondi.”

David Halstram si posizionò dietro allo studio, dove poteva vedere l’intera scena. Il presidente era alto sul podio, completamente calmo, in attesa che si accendesse la luce. Nel piccolo anfiteatro di fronte a lui sedevano alcune tra le persone più importanti e influenti del paese.

Deputati del Congresso e senatori smistati su entrambe le file costituivano la maggior parte del pubblico – più che altro dei liberali come il presidente, ma ce n’erano anche molti dell’opposizione. C’erano il segretario di Stato, così come quello del Tesoro e quello dell’Educazione. I direttori della NASA, della National Science Foundation e del National Park System sedevano su una sola fila, circondati dal loro staff.

Il cuore di Halstram batteva veloce. Dire che era agitato sarebbe stato sottostimare di molto il suo stato psichico. Si sentiva come dentro a un missile in accelerazione sparato attraverso il campo gravitazionale della Terra. Erano questi i momenti per cui viveva.

Era nato per fare questo lavoro. Non beveva alcolici, e non aveva mai preso droghe. A malapena gli serviva la caffeina. Lavorava diciotto ore al giorno senza battere ciglio, crollava dal sonno per quattro o cinque ore, si alzava e ricominciava tutto da capo. Il caffè era una cosa da niente rispetto alla vita che David conduceva.

Il presidente Thomas Hayes stava per tenere uno dei più importanti discorsi della storia americana, e David Halstram, il suo capo di gabinetto, il suo confidente, il suo fidato consigliere, era lì a dieci metri di distanza.

“Venti secondi, signor presidente.”

Un leggero fastidio attraversò la coscienza di David. Luke Stone. L’avevano esaminato questo pomeriggio. Ovvio che l’avevano fatto. Aveva salvato il presidente, ma… devi sapere con chi hai a che fare. C’era tanta roba nel file di quell’uomo. Bandiere rosse che sventolavano come pazze. Stress da combattimento. Uso questionabile della forza. Abuso di autorità. Falsificazioni. Apparentemente, oggi era entrato nell’Ala Ovest con una falsa autorizzazione Yankee White. Come c’era riuscito? Cosa sarebbe accaduto se non ce l’avesse fatta?

“Dieci secondi. Buona fortuna, signore.”

Adesso voleva che lasciassero il complesso. Okay, David glene avrebbe parlato. Magari in mattinata, sarebbero andati… dove? A Camp David?

Sul podio, Hayes guardava dritto in camera.

La voce si fece risentire un’ultima volta. “Siamo in onda tra quattro…”

“Tre…”

Hayes sorrise. Sembrava falso, forzato, ma poi si trasformò in qualcosa di diverso.

“Due…”

Divenne un sorriso di determinazione.

“Uno.”

“Buonasera, miei concittadini americani,” cominciò il presidente con un largo e sicuro sorriso. “Sono qui per dirvi…”

BUM!

Ci fu un lampo, e per un secondo David pensò che fosse la luce verde che il presidente stava aspettando. Ma non era verde. Era bianca, e immensa, e accecante. Veniva da qualche parte dietro al podio.

Ingoiò il presidente.

David fu lanciato in aria dall’impatto. Volò, colpì il muro tre metri dietro di lui e cadde a terra. Tutto era diventato buio. Non vedeva. Il pavimento sotto a lui tremava.

Improvvisamente ci fu un altro lampo, più grande questa volta, più intenso. Tutto rimbombava. L’intero complesso si muoveva. Il soffitto sopra di lui crollò. Lo udì cadere, e per un brevissimo secondo, lo sentì. Un grosso pezzo di muratura gli atterrò sulla parte bassa della schiena e sulle gambe. Fece male, e poi basta.

David era veloce a pensare. Seppe istantaneamente di avere le gambe spappolate, e di essere, con ogni probabilità, paralizzato dalla vita in giù. Sospettava che anche se non riusciva a sentirla, ci fosse probabilmente un’emorragia in corso.

Nell’oscurità attorno a lui, gente invisibile gridava.

Mi trovo dieci piani sotto la superficie. Nessuno verrà a salvarmi.

Pensò al passato, riavvolgendo i secondi. Quel primo lampo accecante. Lo rivide adesso, più chiaramente di prima. La luce non aveva inghiottito il presidente.

L’aveva annientato.

Il presidente – e probabilmente tutti quelli che si trovavano sottoterra con lui – era morto.

Capitolo 37

9:02 p.m.

Washington D.C.

“E ora…” disse una voce tranquilla. “Il presidente degli Stati Uniti.”

Luke stava imboccando la corsia dell’autostrada quando cominciò il discorso del presidente. Pensava che se il presidente avesse parlato per un’ora, a discorso finito sarebbe stato all’altezza dei cancelli di Mount Weather.

Sentì le prime parole del presidente – e poi la radio si fece muta.

Ci fu la voce di una donna.

“Ah…sembra che si siano problemi tecnici. Abbiamo perso la comunicazione con il bunker del presidente a Mount Weather. Stiamo lavorando per risolvere il problema. Nel frattempo, diamo la parola ai nostri sponsor.”

Luke passò a un’altra stazione. Stessa storia.

Provò un’altra stazione. Trasmettevano una canzone rock.

Alla fine alla radio si sentì la voce di un uomo.

“Signore e signori, ci hanno informati che un’esplosione sembra aver colpito il complesso governativo di Mount Weather. Non abbiamo dettagli al momento. Non siamo in contatto con il complesso, ma i paramedici si stanno recando sulla scena. Vi avvisiamo che questo non significa che…”

Luke spense la radio.

Per un po’, non sentì nulla. Era intorpidito. Ricordò la mattina su quella lontana collina afghana. Faceva freddo. Il sole era sorto, ma non c’era calore. Il terreno era aspro, e duro. C’erano cadaveri ovunque. Uomini magrissimi con le barbe giacevano per terra, con gli occhi spalancati e fissi.

A un certo momento della notte, Luke si era strappato via la camicia. Aveva il petto dipinto di rosso. Era fradicio del loro sangue. Li aveva fatti a pezzi. Accoltellati. Affettati. E più ne uccideva, più ne arrivavano.

Martinez era sdraiato sulla schiena lì vicino, giù in una trincea. Piangeva. Non riusciva a muovere le gambe. Ne aveva abbastanza. Voleva morire. “Stone,” diceva. “Ehi, Stone. Ehi! Uccidimi, amico. Uccidimi e basta. Ehi, Stone! Ascoltami!”

Murphy sedeva sulla superficie di una roccia, fissando il vuoto. Non cercava neanche di ripararsi.

Se fossero arrivati altri nemici, Stone non avrebbe saputo che fare. Nemmeno uno di questi ragazzi sembrava aver risorse da applicare nella battaglia, e l’unica arma utilizzabile che ancora aveva era la baionetta curva nella sua mano.

Mentre guardava, una fila di insetti neri era apparsa nel cielo lontano. Seppe cosa fossero in un istante. Elicotteri. E poi seppe di essere ancora vivo. Non gli piaceva, né gli dispiaceva. Non sentiva assolutamente niente.

Come adesso.

Si riscosse quando, alla sua sinistra, ruggì un’ambulanza a cento miglia all’ora, in direzione ovest, con le luci accese, la sirena che strombazzava. Luke lasciò l’autostrada alla prima uscita. Alla fine della rampa c’era un parcheggio periferico. Luke vi entrò e rallentò l’auto fino a fermarsi.

Parcheggiò l’auto e spense i fanali. Pensò che forse se avesse gridato avrebbe sentito qualcosa, così ci provò.

Gridò. Lo fece a lungo.

Non funzionò.

Capitolo 38

9:35 p.m.

Contea di Fairfax, Virginia – Sobborghi di Washington D.C.

Whiskey con ghiaccio.

C’era qualcosa di squisito nel modo in cui gli faceva freddo in bocca per poi accendergli dentro un incendio quando raggiungeva la stomaco.

Luke sedeva sul sofà del suo soggiorno. Aveva attraversato la soglia appena pochi momenti prima. Guardò l’orologio, ripensando al passato. Non tornava qui da quasi venti ore esatte. Se n’era andato con uno scopo, e pieno di energie. Aveva lavorato tanto per evitare il disastro, aveva rischiato la vita più volte, e per cosa? Il disastro era accaduto comunque.

Accese la tv e tolse il volume. Fece zapping tra i canali, guardando le immagini. Mount Weather, dov’era stato prima quello stesso giorno, che va a fuoco. La sconvolta First Lady intervistata in un resort delle Hawaii. Era crollata e aveva pianto davanti alle telecamere. Spontanee veglie a lume di candele in molti luoghi. Centinaia di migliaia di persone a Parigi, centinaia di migliaia a Londra. Strade deserte a Washington D.C. e a Manhattan. Ribellioni a Detroit e a Los Angeles e a Philadelphia, i luoghi dove il presidente era molto amato. Parlatori che parlavano, parlavano, parlavano, alcuni con l’occhietto umido e sincero, altri arrabbiati che gesticolavano in modo molto enfatico. Qualcuno doveva pagare, certo. Qualcuno doveva sempre pagare.

Adesso le notizie erano cambiate. Da qualche parte, venivano fatti decollare in tutta fretta degli aerei da combattimento. Delle bombe colpivano obiettivi nel Medio Oriente. Sottomarini nucleari nel Mare del Nord. La flotta americana nel Golfo Persico. Il presidente russo che si rivolgeva a una conferenza. I membri del gabinetto cinese a Pechino. Mullah iraniani. Folle che cantavano, uomini con sandali e turbante che brandivano AK-47, baciavano bambini e li issavano verso Dio. Una ribellione nei vicoli di un’antica città, soldati che sparavano gas lacrimogeno, gente che scappava, calpestata nel buio. Un uomo, un traditore di qualche tipo, lapidato a morte in una città polverosa.

Tutto passava, immagine dopo immagine dopo immagine. Il presidente americano era stato assassinato, e tutto il mondo era impazzito. Era impossibile afferrare la rilevanza di ciò che era accaduto.

Luke si abbassò, si slacciò gli stivali e li calciò via. Si risedette. Meno di ventiquattr’ore prima era stato sul punto di lasciare i giochetti dell’intelligence. Gli ultimi sei mesi erano stati quasi incredibilmente gradevoli, insegnare a un paio di classi, giocare a baseball con gli studenti, rilassarsi qui con la sua famiglia. Forse i suoi giorni da soldato e spia e kamikaze erano davvero finiti.

Si guardò intorno, in casa. Avevano avuto una vita grandiosa qui. Era una casa bella, moderna, con finestroni che andavano dal pavimento al soffitto, come uscita da una rivista di architettura. Era una specie di scatola di vetro. In inverno, quando nevicava, era proprio come uno di quelle palle di vetro con la neve che hanno i bambini. Si immaginava il Natale – seduto in questo favoloso soggiorno degli abissi, loro nell’angolino, la luce del caminetto, la neve che scende tutto intorno come se fossero fuori, ma sono dentro, al caldo comodo.

Dio, era bello.

Non avrebbe mai potuto permettersi questo posto con lo stipendio statale. Becca non se lo sarebbe mai potuto permettere con lo stipendio da ricercatrice universitaria. Nemmeno tutti e due insieme si sarebbe potuti permettere questo posto. Erano stati i soldi della famiglia di Becca a comprarlo.

E questo gli diceva tutto ciò di cui aveva bisogno di sapere sul lavoro. Non importava che lavorasse due giorni a settimana o che non lavorasse mai più. Erano sistemati, probabilmente per tutta la vita.

Gli venne in mente un pensiero oscuro. Se fosse scoppiata una guerra tra i poteri forti, sarebbe stato quasi impossibile fermarla. Eppure, forse poteva lasciare che queste gigantesche forze si combattessero tra di loro. Non doveva partecipare per forza. Forse, con il dovuto tempo, avrebbe potuto levarsi tutta questa storia dalla testa. Le peggiori atrocità potevano essere cose che accadevano ad altre persone, da qualche parte lontanissimo.

Prese il telefono dal tavolino da caffè e chiamò un numero.

Adesso le linee erano aperte. I ripetitori non erano più intasati. La gente ci aveva rinunciato.

Squillò il telefono. Rispose al terzo squillo.

Aveva la voce impastata dal sonno. “P’nto?”

“Amore?”

“Ciao, amore,” disse.

“Ciao. Che stai facendo?”

“Oh, ero stanca, così ho deciso di andare a dormire presto. Gunner mi ha fatto correre tutto il giorno. Quindi sono andata a letto subito dopo aver riattaccato con te. Com’è andata, poi? Hai visto il presidente?”

Luke fece un respiro profondo. Si era coricata prima del discorso. Ciò significava che non sapeva. Non riusciva a dirglielo. Non adesso.

“Nah. Ero troppo stanco. Ho deciso di prendermi una notte di libertà, e di staccare tutto. Niente tv, niente computer, niente. Sono sicuro che la gente mi informerà di tutto domani.”

“Ora sì che ragioni,” disse.

Luke sorrise. “Okay, tesoro. Torna a dormire. Mi spiace di averti svegliata.”

Si stava riaddormentando già. “Ti amo.”

Sedette sul sofà e sorrise a se stesso per un attimo. Bevve un altro sorso di whiskey. Lo faceva felice pensare a Becca e a Gunner che se ne andavano a zonzo tutto il giorno, e che ora dormivano nella profonda quiete della casa di campagna. A Luke sarebbe piaciuta la pensione, davvero.

Ma non adesso.

Compose un altro numero.

Rispose una voce femminile smozzicata. “Wellington.”

“Trudy, sono Luke.”

“Luke, dove sei? È tutto un casino.”

“Sono a casa. Tu dove sei?”

“Al quartier generale, dove diavolo dovrei essere? Luke, mezzo Congresso era a Mount Weather. Il presidente e gli assistenti e il capo di gabinetto. La vicepresidente, il Segretario di Stato, il Segretario del Tesoro, il Segretario dell’Educazione. Sono tutti lì. Il luogo va a fuoco e nessuno può estinguerlo. C’è stata una tempesta di fuoco nelle trombe degli ascensori. Le scale di emergenza sono saltate per aria. I vigili del fuoco non riescono ad arrivare alle fiamme.”

“Non c’è nessun contatto?”

Lei fece un suono. Era quasi una risata. “Il capo di gabinetto del presidente, David Halstram, è riuscito a chiamare. Ha chiamato il 911, se riesci a crederci. C’è un nastro. L’ho sentito poco fa. Sembrava terrorizzato, parlava davvero veloce. Ha detto di avere le gambe bloccate e di pensare che il presidente fosse morto. Ha detto che tu l’avevi chiamato appena prima che accadesse, e che gli avevi detto di portar via di lì il presidente. Lui…” La voce di Trudy tremò… “ha detto che avrebbe preferito averti dato retta.”

Luke non disse nulla.

“L’avevi chiamato?” chiese Trudy.

“Sì.”

“Come facevi a saperlo? Come sapevi che cosa stava per succedere?”

“Trudy, questo non te lo posso dire.”

“Luke…”

La interruppe. “Ascolta, devi fare qualcosa per me. Il Segretario della Difesa è vivo? David Delliger?”

“Sì, si trova al Sito R.”

“Mi serve una linea diretta con lui. Un modo per contattarlo.”

“Perché lui? Non dovresti parlare col presidente invece?”

Luke scosse la testa. “Non c’è nessun presidente.”

“Non ancora. Ma il nuovo presterà giuramento tra… dieci minuti da adesso.”

“E chi è, se non Delliger? Chi è rimasto in vita per fare il presidente?”

“Luke, non lo sai? È Bill Ryan, lo speaker della Camera dei rappresentanti.”

Luke ripensò ai vari rappresentanti e senatori che aveva visto raccogliersi a Mount Weather ore prima. “Ryan? Com’è sopravvissuto?”

La voce di Trudy suonava insicura. “Hanno detto che è stato un colpo di fortuna. Non ci era andato a Mount Weather.”

Ryan, pensò Luke, stupefatto. Un falco tra i falchi. Questo poteva significare solo una cosa: ci sarebbe stata la guerra.

*

10:02 p.m., Sito R – Summit sui monti Blue Ridge, Pennsylvania

Era un incubo dal quale non riusciva a svegliarsi.

Si chiamava David Delliger, ed era il segretario della Difesa degli Stati Uniti. Era stato nominato a quel ruolo dal suo compagno di stanza e amico di lunga data Thomas Hayes, l’ex presidente degli Stati Uniti.

Delliger era stata una scelta sorprendente per la posizione, sotto ogni punto di vista. Era professore di storia alla Naval Academy, nonché un avvocato che aveva trascorso la maggior parte della sua carriera come mediatore del terzo partito. Prima di questo lavoro, era stato consulente dell’organizzazione non governativa del Carter Center, occupandosi di monitorare le elezioni nelle nuove democrazie, quei paesi con lunghe storie di governi dispotici. Quel lavoro era l’opposto del fare guerra.

Ed era per questo che il liberale Hayes aveva scelto lui. Thomas Hayes ora era morto, era morto da un’ora. Attualmente non c’era modo di dire chi altro fosse vivo né chi fosse morto nella devastazione di quello che era stato il complesso Mount Weather. La vicepresidente era dispersa e presunta morta. Le fiamme ancora si accanivano su molti piani nelle profondità della terra. Centinaia di persone erano intrappolate all’interno, inclusi molti membri del Congresso, e almeno alcuni dei loro familiari.

Delliger si trovava in una stanza di cemento, anche questa sottoterra, ma a più di sessanta miglia dal disastro. All’incirca trenta persone erano nella stanza con lui. Una tenda blu era stata stesa sui muri di cemento per mascherare l’assoluta bruttezza della stanza. Due uomini e una donna erano in piedi su di una piccola pedana. Dei professionisti li fotografavano.

Uno degli uomini sulla pedana era basso e calvo. Indossava un abito lungo. Era Clarence Warren, il giudice capo degli Stati Uniti. Il nome della donna era Karen Ryan. Indossava un abito blu brillante con una rosa rossa sul bavero. Teneva tra le mani una Bibbia aperta. Un uomo alto e bello in abito blu scuro e cravatta teneva la mano sinistra sulla Bibbia. La destra era alzata. Fino a questo momento, l’uomo era stato per anni il rappresentante della Carolina del Nord, e lo speaker della Camera.

“Io, William Theodore Ryan,” diceva, “giuro solennemente che adempirò con lealtà ai doveri di presidente degli Stati Uniti d’America.”

“E al meglio delle mie possibilità,” suggeriva il giudice Warren.

“E al meglio delle mie possibilità,” diceva Ryan.

“Preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti.”

Ryan ripeté le parole, e con meno cerimonie di quelle che molte logge impongono ai loro nuovi membri, divenne all’improvviso presidente degli Stati Uniti. Dellinger era praticamente in stato di shock. Sì, il suo buon amico era morto. Thomas Hayes era stato un grande uomo e la sua perdita era una tragedia, a livello personale per Dellinger ma ancor più profondamente per il popolo americano.

Ma quel che era ancora peggio, era che uno dei più tremendi nemici del presidente al governo avesse appena preso il suo posto. Lo stesso uomo che l’aveva minacciato di impeachment stamattina era adesso il presidente.

Non aveva senso. Come potevano essere andati distrutti lo stesso giorno sia la Casa Bianca che Mount Weather? Perché il presidente e la vicepresidente erano stati portati nello stesso complesso? Dovevano separarli, non appena capito che erano insieme.

Mentre Delliger guardava, Ryan e sua moglie, Karen, si diedero un bacio. Poi, per un breve momento, Ryan fece le smorfie alle telecamere, e molte persone nella stanza risero. Delliger si guardò attorno per vedere chi fossero queste persone. Riconobbe molti dei presenti. Erano i più rabbiosi falchi da guerra del governo. Membri dello Stato Maggiore Congiunto. Il direttore della CIA. Membri del Congresso con cravatte strette, lì in difesa degli imprenditori. Lobbisti dell’industria della difesa, e dell’industria del petrolio.

Come erano finiti tutti qui? No, una domanda migliore era come c’era finito lui tra di loro? Era un alieno tra di loro, un outsider. Era il segretario della Difesa, ma era stato indicato come una colomba, un uomo che faceva tutto ciò che era in suo potere per evitare la guerra. Un uomo che era morto.

Questo era il bunker militare. Questa gente si sentiva a casa qui. David Delliger, persino con il suo passato militare, si sarebbe sentito più a casa nel bunker civile, un posto…

…che era appena stato distrutto.

Venne travolto da una strana sensazione. Per un momento, le facce della gente nella folla sembrarono distorte, come facce nella casa degli specchi. Tutti sorridevano. Un’ora fa era accaduto il più grande disastro della storia americana, e questa gente sorrideva. E perché non avrebbe dovuto? Adesso era al potere.

Delliger si guardò di nuovo attorno. Nessuno gli prestava attenzione. Perché avrebbero dovuto? Era il Segretario della Difesa di un presidente morto. Era una barzelletta per loro, parte di un regime che era stato spazzato via.

Sulla pedana, Ryan era tornato serio. Guardò l’assemblea.

“Nessuno vuole diventare presidente nel modo in cui è capitato a me. Ma non starò qui a fingere di non volere questo lavoro. Lo volevo, e lo voglio ancora. Lo voglio perché voglio rendere ancora grande l’America. Thomas Hayes era una grande uomo sotto molti punti di vista, ma era anche un uomo debole. Non è riuscito a combattere i nostri nemici, e ne ha pagato il prezzo. Quelle politiche, le politiche della debolezza, si fermano ora.”

Acclamazioni dalla folla. Qualcuno lasciò uscire un lungo fischio da lupo. L’applauso durò molto. Ryan alzò le mani per chiedere il silenzio.

“Stanotte mi rivolgerò al popolo americano, e per estensione al popolo di tutto il mondo. Quello che gli dirò darà speranza a quelli che sono stati terrorizzati dagli eventi degli ultimi giorni, e degli ultimi lunghi mesi. Intendo dirgli che andremo in guerra, e che ci andremo in attacco, e che non ci fermeremo finché i perpetratori di questa terribile atrocità non saranno in ginocchio. E nemmeno allora ci fermeremo. Non ci fermeremo finché i loro palazzi e le loro torri non saranno consumate dalle fiamme, e la loro gente non scapperà correndo per le strade. E nemmeno allora ci fermeremo.”

Le acclamazioni erano così forti ora che Ryan dovette smettere di parlare. Non aveva senso continuare. Nessuno poteva sentirlo.

Aspettò. Piano piano il rumore morì. Ryan si rivolse direttamente a Delliger.

“Vendicheremo le nostre perdite,” disse. “E vendicheremo i nostri cari. E non ci fermeremo finché il paese dell’Iran non potrà mai più proiettare il suo potere nel mondo. Non ci fermeremo finché non potranno nutrirsi a meno che il nutrimento non glielo diamo noi, e finché non potranno vestirsi a meno che i vestiti non glieli diamo noi. Alla fine ci sarà un tempo per piangere e un tempo per ricordare. Ma questo tempo non è ancora venuto. Ora è il momento di vendicarsi!”

Sorsero altre acclamazioni, e il telefono di Dellinger prese a vibrargli nella tasca. Lo tirò fuori e guardò. Aveva ricevuto un messaggio. Era il suo telefono privato. Raramente riceveva messaggi. Lo aprì.

Mi chiamo Luke Stone. So perché il presidente è morto. Vediamoci.

Capitolo 39

10:47 p.m.

Ospedale Davis Memorial - Bethesda, Maryland

I tre uomini entrarono nella stanza come ombre.

Si muovevano silenziosi, come delle tombe. Avevano spento le luci nel corridoio. Quindi quando aprirono la porta di Ed Newsam con uno schiocco e scivolarono dentro alla stanza buia, quasi nulla nella luce cambiò.

Non aveva poi molta importanza. Ed Newsam non credeva nel sonno. Non in un momento come quello. Gli era stato prescritto un potente antidolorifico a base di morfina per le ferite da arma da fuoco e per l’anca rotta. L’antidolorifico l’avrebbe fatto dormire. Ed credeva nel dolore. Questo dolore era troppo reale per non crederci. E non rifiutò l’antidolorifico. Lo agguantò. E quando l’infermiera se ne fu andata, lo fece scivolare sotto al materasso.

Avrebbe anche potuto rifiutarlo, ma voleva farlo mettere nella sua cartella clinica. Sospettava che un qualche recesso della sua mente si aspettasse una visita come questa. Uomini di questo tipo avrebbero dato un’occhiata alla sua cartella prima di entrare.

Ed era KO. Ed prendeva antidolorifici. Ed si stava godendo un po’ di meritato riposo.

Respirava profondamente, come un uomo da tempo perduto nelle terre del nulla. Gli occhi erano aperti solo di una fessura. Molte persone dormivano così. Le mani sotto alle lenzuola. Nella destra teneva una Beretta M9. Un caricatore pieno. Un proiettile in canna. Pronta a ballare.

Gli uomini si avvicinarono al letto. Indossavano pullover scuri, pantaloni scuri, e dei cappucci neri che gli coprivano tutto tranne gli occhi.

Era piuttosto chiaro che non fossero medici.

Due erano sul suo lato destro, uno sul sinistro. Uno tirò fuori una siringa. Nella mezza luce, Ed lo guardò alzarla e rimuovere il cappuccio. Una bollicina di fluido schizzò fuori. Guardò gli altri due e annuì.

I due si mossero veloci. Ma Ed era più veloce. Mirarono al fianco del letto e provarono a pungergli le braccia. Lui tirò fuori l’arma l’istante prima che l’uomo sulla destra si muovesse. Gli piantò la pistola davanti alla faccia. La bocca era a un millimetro della fronte dell’uomo.

BAM!

Il rumore fu assordante nel chiuso della stanza. Gli occhi di Ed vedevano stelle per il flash del colpo.

La testa dell’uomo andò in pezzi. Sangue e ossa e cervella si sparpagliarono all’indietro attraverso la stanza. L’uomo cadde in avanti tra le ringhiere del letto d’ospedale. Ed lo spinse via con la pistola, e il corpo cadde sul pavimento.

Puntò la pistola in alto. La puntò nel mezzo del petto dell’uomo con la siringa. Lui alzò entrambe le mani, gli occhi spalancati dietro alla maschera. La siringa si trovava ancora nella mano destra.

BAM!

La bocca della pistola si trovava a trenta centimetri dal petto dell’uomo. Il colpo gli fece esplodere il cuore e metà dei polmoni. L’uomo si accasciò sul pavimento come se gli fosse stata aperta una botola sotto ai piedi.

Il terzo uomo si era allontanato. Era così sorpreso che non aveva neanche cercato di raggiungere la porta. Se se ne fosse andato subito, forse ce l’avrebbe fatta. Adesso era in un angolo, a tre metri da Ed. Che gli puntava la pistola dritta nell’addome. L’uomo guardò la finestra. Otto piani di altezza, ricordò Ed, senza scala antincendio. Buona fortuna.

“Bella pistola, eh?” disse Ed. “La chiamo Alice. Vuoi chiederle qualcosa?”

L’uomo alzò le mani. “Ehi. Credo che tu stia facendo un grosso errore.”

“No, tu hai fatto un errore, testa di cazzo. Vuoi uccidermi? Non venire qui a fingere che abbia avuto un’overdose. Se vuoi uccidermi, fai meglio a venire qui dentro e massacrarmi su due piedi.” Scosse la testa e abbassò la voce. “Altrimenti ecco cosa ti succede.”

Da qualche parte nell’ospedale, suonarono gli allarmi. La sicurezza sarebbe arrivata in un minuto.

“Chi sei?” chiese Ed.

L’uomo sorrise sotto alla maschera. “Lo sai che non te lo dirò mai.”

Ed era un tiratore scelto. Era un’altra delle abilità che teneva celate. A tre metri, poteva centrare tutto quello che voleva. Cambiò obiettivo e sparò all’uomo nella gamba destra, appena sopra al ginocchio.

BANG.

Ed sapeva che cosa aveva fatto lo sparo. Aveva fatto a brandelli il grosso osso che si trovava lì. Esploso in mille pezzi.

I dottori avevano detto a Ed che la parte destra del bacino era rotta, probabilmente per un proiettile che era rimbalzato e aveva perso la maggior parte della forza prima di colpirlo. La cura era riposo a letto, antidolorifici e fisioterapia. Avrebbe dovuto utilizzare il deambulatore per un po’, poi le stampelle. Per circa otto settimane avrebbe potuto soffrire di crampi, ma sarebbe dovuto tornare come nuovo. Entro sei mesi, sarebbe stato come se non fosse mai successo.

Al contrario, l’uomo che ora gridava sul pavimento non avrebbe più camminato normalmente. E questo se Ed l’avesse lasciato vivere.

Ed fece cadere la ringhiera a lato del letto. C’era un deambulatore ospedaliero vicino alla sedia, con le ruote posteriori e mezza pallina da tennis su ogni pomello anteriore. Ed se lo avvicinò, e cercò di mettersi in piedi a fianco del letto. Strinse i denti dal dolore.

Gesù. Se la vecchiaia era così, non voleva averci niente a che fare.

Guardò l’uomo sdraiato sul pavimento nell’angolo. Ed usò il deambulatore per evitare zoppicando i due cadaveri, attento a non scivolare in tutto quel sangue. Il pavimento lucido ne era allagato. Si diresse verso l’uomo ferito.

“Non abbiamo molto tempo,” gli disse. “Vediamo se riesco a tirarti fuori quel nome in un minuto o meno.”

Capitolo 40

11:05 p.m.

Contea di Fairfax, Virginia – Periferia di Washington D.C.

Luke stava andando alla deriva.

Il telefono squillava.

Si svegliò di colpo, mentre ristagnava sul sofà. Si era fatto un altro drink aspettando che David Delliger lo chiamasse. Poi si era addormentato. Questo doveva essere Dellinger.

Prese il telefono.

“Pronto?”

“Luke? Sono Ed Newsam. Ti ho svegliato?”

Luke era disorientato. “No. Che ore sono? No, non mi hai svegliato. Ed. Come stai? Volevo venire a trovarti domani. Ti porterò dei fiori. Vuoi un panino? Cioè uno vero, non come il cibo dell’ospedale.”

“Non ti disturbare,” disse Ed. “Me ne vado in mattinata. Senti, abbiamo dei problemi. Tre uomini hanno appena cercato di uccidermi.”

Luke si sedette. “Cosa? Dove sei?”

“Ancora in ospedale. Ho una decina di poliziotti qui adesso. Mi sposteranno in un’altra stanza, metteranno degli agenti di guardia alla porta.”

“Dove sono gli assassini?”

Ci fu una pausa. “Ah, sono qui sul pavimento. Non ce l’hanno fatta. Ho provato a cavar fuori un nome da uno di loro, ma non aveva voglia di parlare. Non c’era proprio nulla che potessi fare. Viene fuori che hanno ucciso un’infermiera in segreteria, e che l’hanno parcheggiata sotto alla scrivania. Sono venuti qui mascherati. Se devo tirare a indovinare, direi che questi non li identificheremo. Spie, dico io. Fantasmi.”

Luke si passò una mano tra i capelli. “Li hai uccisi tutti?”

“Sì.”

Ci fu un lungo silenzio sulla linea.

“Devi stare attento, Luke. È per questo che ho chiamato. Questa cosa del presidente… è tutto sbagliato. E questi tizi certo non sembrano iraniani. Sembrano surfisti di San Diego. Se sono venuti da me, verranno anche da te.”

Luke spense il televisore, poi si sporse verso il bordo del tavolino e spense la luce. Si accucciò e corse in cucina. Spense anche quella luce. Tranne che per il tenue bagliore arancione degli interruttori a muro e per la luce rosse al LED dello stereo del soggiorno, ora il piano terra era buio. Luke strisciò in sala da pranzo.

“Luke? Ci sei?”

“Sì. Ci sono.”

“Cosa stai facendo?”

“Niente, vecchio. Sto bene.”

Luke afferrò un angolo del tappeto blu della sala da pranzo e lo arrotolò. Sotto c’era una botola a cardini incassata nel pavimento di legno massiccio. Luke incastrò il telefono tra l’orecchio e la spalla e tirò fuori il portachiavi. C’erano piccoli lucchetti a destra e a sinistra, nella botola. Trovò le piccole chiavi argentee per ogni serratura, le fece scivolare dentro e aprì la botola.

“Hai intenzione di parlarmi?” chiese Ed.

“Mi sto preparando adesso, Ed. Credo che dovrei riattaccare.”

“Probabilmente è una buona idea. Buona fortuna, fratello.”

“Grazie per la soffiata.”

Luke lasciò cadere il telefono sul pavimento. Aprì la botola e ne tirò fuori una lunga scatola di metallo. Un’altra scatola dei giocattoli. Luke ne aveva diverse sparpagliate per casa. Pigiò il codice a memoria e la aprì. Era la scatola più grande di tutte.

Una mitragliatrice M16. Un fucile a pompa Remington 870. Un altro paio di pistole. Un coltello da caccia. Tre granate. Varie scatole di munizioni, moltissimi proiettili per le pistole. Fece passare la mano al di sopra delle granate. Avrebbe provato, mettendocela tutta, a non far saltare in aria la casa. Con mani appena tremanti, forse per la paura, ma forse solo per l’ansia, cominciò a caricare le armi.

Squillò ancora il telefono. Stavolta guardò il display. Il mittente era bloccato. Sospirò. Tanto valeva parlarci, chiunque fosse. Rispose, sperando in David Delliger, o magari in un po’ di telemarketing notturno.

“Luke? Sono Don Morris.”

Luke infilò cartucce da nove millimetri in un caricatore vuoto, le dita che si muovevano veloci e automaticamente. Mentre lavorava, pezzi del puzzle in cui si era ritrovato si rimettevano a posto con un tonfo sordo. Don sapeva qualcosa di quel che stava accadendo. Certo che lo sapeva. Lui e il presidente erano compagni di pesca con la mosca.

“Ciao, Don. Come mai conosci l’ex speaker?”

“Eravamo a The Citadel insieme, Luke. Molti anni fa. Dopo il diploma, io sono entrato nell’esercito e Bill si è iscritto a legge.”

“Capisco.”

“Luke, dobbiamo parlare.”

“Okay.” Luke riempì un caricatore e lo mise da parte. Cominciò col seguente. “Ma se proprio dobbiamo parlare, cerchiamo di essere sinceri, okay?”

“È giusto,” rispose Don.

“Allora perché non cominci tu?”

Don fece una pausa prima di parlare. “Be’… Ormai credo che ti sia chiaro quello che è accaduto oggi.”

“Direi cristallino, Don. E improvvisamente è diventato più chiaro ancora con questa telefonata.”

“Ne sono felice, Luke. Così possiamo evitarci i giochetti. Andiamo dritti al punto. Tu sei un guerriero dalle molte cicatrici, proprio come me. Devi capire che questa battaglia andava combattuta. È stato per il bene del paese. È stato per il futuro dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli. Non possiamo permettere che i nostri nemici ci maltrattino a livello internazionale. L’uomo in questione avrebbe ceduto tutto il forte senza sparare un colpo. Ora non più.”

Luke riempì un altro caricatore. Ne cominciò un terzo.

“E che succede adesso?” chiese.

“Sistemiamo un po’ di cose. Mettiamo un po’ di persone al loro posto, e ricordiamo a tutti là fuori chi è che comanda.”

“E dopo ancora? Che succede al governo?”

“La stessa cosa che è successa l’ultima volta. Il presidente Ryan completa il mandato in corso, in questo caso altri tre anni. Si candida per essere rieletto, oppure no. Immagino di sì, ma dipende da lui. Il popolo deciderà chi sarà il prossimo presidente. Non è cambiato niente, Luke. La Costituzione è ancora effettiva. Tutto quello che abbiamo fatto è stato premere il tasto reset.”

“Il governo civile è stato decapitato,” disse Luke.

“E allora lo sistemeremo.”

“Solo una seconda possibilità, eh, Don? Come quanto eravamo piccoli?”

“Certo. Una seconda possibilità, se ti piace.”

“Quante persone sono morte per la tua possibilità, finora?”

La linea era silenziosa.

“Don?”

“Luke, direi circa l’uno percento dell’uno percento dell’uno percento della popolazione. Trecentocinquanta persone su un totale di trecentocinquanta milioni. È una stima, ma probabilmente accurata. Ne sapremo di più domani mattina. Non un prezzo altissimo da pagare, se ci pensi bene.”

Luke si accovacciò nel buio. Si sistemò una fondina ascellare sulla spalla sinistra, poi un’altra su quella destra. Avrebbe assicurato l’M16 alla schiena. Le granate sarebbero state nelle tasche dei cargo. Avrebbe portato il fucile in braccio e avrebbe usato prima quello.

Guardò il soggiorno. Quelle finestre che andavano dal pavimento al soffitto sembravano piuttosto stupide adesso. Viveva, quasi letteralmente, in una casa di vetro. Non c’era modo di difenderla. Se ne sarebbe dovuto andare, molto probabilmente sotto una grandine di proiettili.

“Luke?”

“Ti sto ascoltando, Don.”

“Hai domande?”

“Certo. Eccone una. Perché mi hai svegliato nel bel mezzo della notte per partecipare a tutto questo? Da sei mesi non timbro neanche il cartellino. E non lavoro a un caso da dieci.”

Don rise, e quella parlata strascicata del sud si riversò fuori come sciroppo. “È stato solo un mio errore. Sei uno degli agenti migliori che abbia mai visto, ma credevo che saresti stato lento e fuori allenamento dopo così tanto tempo. E sei stato un po’ lento ieri notte, ma ti sei ripreso velocemente. Ti ho sottovalutato, ecco tutto. Saresti dovuto arrivare fino agli iraniani e fermarti lì.”

“Quindi quando la Casa Bianca è esplosa, volevate semplicemente dare la colpa agli iraniani?”

“Sì. Poteva essere così facile.”

“E Begley? Che mi dici di lui?”

Don rise ancora. “Ron Begley non riuscirebbe a trovarsi il culo con due mani.”

“Quindi lui non c’entrava nulla?”

“Oddio, no.”

Adesso fu Luke a ridere, quasi. Ovvio. Il povero Ron Begley si era sbattuto tanto per salvaguardare i diritti di Ali Nassar per ragioni che nemmeno capiva. Probabilmente pensava di proteggere la santità dell’immunità diplomatica. Se non la rispettiamo qui, loro non la rispetteranno là. O forse stava solo cercando di rompergli le palle.

“Perché mi hai chiamato, Don?”

“Adesso arriviamo al punto, figliolo. È stato emesso un altro mandato per il tuo arresto. Il capo di gabinetto dell’ex presidente è riuscito a fare una telefonata da Mount Weather prima di morire. Ti ha implicato nel disastro. Ti vogliono interrogare. In più, hai presente quell’assassinio a Baltimora di stamattina? Ecco. Sembra che tu sia stato in combutta con i terroristi tutto il tempo. Tu hai accompagnato il presidente al suo tragico destino. E lì a Baltimora eri tu che uccidevi uno dei tuoi partner per coprire le tue tracce. E noi abbiamo trovato un conto off-shore che siamo riusciti a collegare a te. Ci sono più di due milioni di dollari, lì.”

Luke sorrise.

“Sicuro di non poter fare di meglio?” chiese Luke. “Mettere un po’ di soldi su un finto conto a mio nome.”

“Credo che sarà sufficiente,” disse Don.

“E Ali Nassar?” chiese Luke.

“Quello che ti ha finanziato? È morto un’oretta fa. Suicidio. È saltato dal balcone del suo appartamento. Cinquanta piani, te lo immagini? Fortunatamente, ha colpito una sporgenza di cemento al terzo piano. Nessuno per strada è rimasto ferito.”

Luke scrollò le spalle. Non era un fan di Ali Nassar. Qualunque cosa Nassar pensasse di fare, doveva sapere che era sbagliata. E doveva sapere che la sua stessa morte era una possibilità chiara. In caso contrario, era più scemo di quanto sembrasse. “Comodo,” disse Luke. “Un altro sacrificio per il bene comune.”

“Infatti.”

“E ora vuoi che io mi arrenda pacificamente, immagino.”

“Mi farebbe piacere, sì.”

“Non ci speri tanto, eh?”

“Luke…”

Da dove si trovava, nella sala da pranzo, poteva vedere fuori dalle grandi vetrate rivolte a sud e a ovest. La casa era adagiata su una collinetta erbosa. L’altezza era un vantaggio. Era un quartiere tranquillo. I residenti per la maggior parte parcheggiavano nei vialetti o in garage.

A sud, due auto non contrassegnate erano parcheggiate faccia a faccia all’angolo successivo. Erano auto veloci, il tipo di auto che il governo confiscava agli spacciatori di droga. Avevano i finestrini oscurati. Sembravano ragni accucciati lì, in attesa. A ovest, nell’angolo più a nord della finestra, poteva vedere un furgone nero appostato sulla strada successiva. Era tutto quello che riusciva a vedere da qui. Probabilmente ce n’erano degli altri.

“Se è stato emesso un mandato per me,” disse Luke, “allora perché non mi mandate dei poliziotti e non la fate finita? Vedo solo spie.”

Don rise. “Ah, be’. Mandato potrebbe essere un parolone. Diciamo solo che ci piacerebbe che passassi di qui e facessi una chiacchierata con noi.”

Certo. La polizia non era coinvolta. Se Luke fosse uscito per arrendersi, si sarebbero semplicemente sbarazzati di lui. Sarebbe caduto in un buco nero e nessuno avrebbe più avuto sue notizie.

Non sarebbe andata così.

“Posso prometterti un bagno di sangue, Don. Se mi stai alle costole, metterò al tappetto tutti gli uomini che sono fuori da casa mia, più altri dieci, o venti, o trenta. Fanno un mucchio di vedove e di orfani. Mettimi alla prova.”

La voce di Don era tranquilla. “Luke, voglio che mi ascolti molto attentamente. Questa è la cosa più importante che ti abbia mai detto. Stai ascoltando? Mi senti?”

“Sto ascoltando,” rispose Luke.

“Hanno preso tua moglie e tuo figlio.”

“Cosa?”

“Niente di tutto questo ti riguarda, Luke. Non ti ha mai riguardato. Eri uno specchietto per le allodole, una piccola pedina in una partita molto più grande. Se te ne fossi andato a casa quando ti ho sospeso questa mattina, nulla di ciò che è seguito sarebbe accaduto. Ma a casa non ci sei andato, e di conseguenza hai messo Rebecca e Gunner in terribile pericolo. Stanno bene e nessuno gli ha fatto del male, ma tu devi ascoltarmi. Se molli adesso, se la pianti di fare quello che stai facendo e te ne esci da quella casa con le mani in alto, andrà tutto bene. Se insisti nel continuare questa… follia…” Fece una pausa. “Non lo so che cosa accadrà.”

“Don, che cosa stai dicendo?”

“Non è la tua battaglia, Luke, né la mia. È una cosa più grande di noi.”

“Don, se fai del male alla mia famiglia…”

“Non sono io. Lo sai che non farei mai del male alla tua famiglia. Tengo a loro come se fossero miei. Io sono solo il messaggero. Ti prego di ricordartelo.”

“Don…”

“È una tua scelta, Luke.”

“Don!”

Cadde la linea.

Capitolo 41

11:15 p.m.

Contea di Queen Anne’s, Maryland – Spiaggia orientale della baia di Chesapeake

Rebecca stava distesa dritta a letto, a fissare il buio. Sul margine del tavolino lì vicino, il telefono si mise a suonare. Lo guardò. Poteva vedere il display da qui. Era Luke a chiamare. Ma lei non poteva muoversi. L’avrebbe tradita. Qualcuno, lo sapeva, era dentro a casa sua.

Stava distesa lì, ghiacciata al suo posto, il cuore che le martellava nel petto. Era stata svegliata dai passi al piano di sotto di corpi pesanti che camminavano con attenzione. Era una vecchissima casa, e le assi del pavimento scricchiolavano. Non c’era quasi nessun punto su cui camminare senza produrre almeno un minimo scricchiolio.

Eccoli di nuovo. Un pesante passo dabbasso, il tentativo di fare piano, il tentativo di non farsi sentire. Ne arrivò un altro, attraverso il soggiorno dal piano terra. C’erano almeno due persone laggiù. Fuori dalla finestra della camera, sentiva altri passi felpati sull’erba di sotto. La gente andava avanti e indietro fuori dalla casa.

Capì. Le ci volle un momento, perché era ancora addormentata quando cominciarono i rumori. Gunner era in casa con lei.

Oddio. Doveva portarlo fuori.

Che cosa poteva fare? Luke teneva le sue armi sotto chiave. Gliel’aveva fatto fare perché Gunner non le trovasse mai quando fosse stato da solo.

Scivolò fuori dal letto, prestando attenzione nel posare i piedi a terra. Si tolse via la camicia da notte dalla testa. Indossò gli stessi jeans e la stessa camicia che aveva portato il giorno prima. Cominciò a venirle in mente un piano. Sarebbe andata in camera di Gunner, l’avrebbe svegliato molto piano, poi avrebbe aperto la sua finestra. Si sarebbero arrampicati fuori entrambi e avrebbero attraversato silenziosamente il tetto spiovente fuori dalla camera del bambino. Se nessuno li vedeva, si sarebbero arrampicati giù per la grondaia, e poi sarebbero scappati via fino alla casa più vicina, un quarto di miglio più avanti.

Ecco. Questo era tutto il piano.

Alzò lo sguardo e trasalì. Entrò Gunner, indossando la sua maglietta di The Walking Dead e i pantaloni del pigiama. Si massaggiò gli occhi.

“Mamma? Hai sentito qualcosa?”

Fuori dal cono buio alle spalle di Gunner c’era un uomo altissimo. Aveva un prominente pomo d’Adamo. Il suo viso era sgonfio e vuoto. La sua espressione non sembrava raggiungere gli occhi. Gli occhi erano morti. Le fece un largo sorriso.

Aveva una voce gradevole. Sembrava divertirsi.

“Salve, signora Stone,” diceva. “L’abbiamo svegliata?”

Gunner urlò, spaventato dalla profonda voce appena dietro di lui. Corse dalla mamma. Becca se lo fece scivolare alle spalle. Le sembrava che il respiro le fosse rimasto intrappolato in gola. Respirava come una locomotiva. Poi le venne in mente un pensiero strano.

“Va tutto bene, giovane signora,” disse l’uomo. “Non vi faremo del male. Non ancora.”

Il pensiero riguardava Luke. Era così paranoico, probabilmente per le cose terribili che aveva visto. Nei giorni in cui era ancora dislocato oltreoceano per intere settimane alla volta, le aveva insegnato a difendersi. Ma quello che le aveva mostrato non somigliava alla kickboxing né al karate. Non le aveva insegnato a rovesciare né a picchiare qualcuno.

No. Aveva portato a casa questi manichini molto realistici, pesanti e anatomicamente accurati. Luke le aveva insegnato a cavargli via gli occhi immergendo le dita in profondità dentro all’orbita. Le aveva insegnato a mordergli via il naso. Via! Via del tutto, bastava affondare i denti in profondità, e strappare il naso via dalla faccia. Le aveva insegnato a frantumargli, non schiacciargli, i testicoli. Le aveva insegnato a spingere la mano dentro alla bocca di qualcuno fino in fondo alla gola. Le aveva mostrato come danneggiare permanentemente un altro essere umano, specialmente uno più grosso e più forte di lei.

Ricordava il sorriso solare di Luke mentre gliene parlava. “Se arriva un momento in cui non hai altra scelta che combattere, allora devi far male all’altra persona. E non un pochino. Nemmeno tanto. Devi fargli male del tutto, in modo che non possa alzarsi e farti lo stesso, o peggio.”

Poteva farlo? Poteva far del male a quest’uomo? Se lasciata da sola, pensava di no. Ma lì c’era Gunner.

L’uomo le si avvicinò. Venne molto vicino. Indossava stivali, pantaloni kaki e una t-shirt. Schiacciò il corpo contro il suo, ma non la toccò con le mani. Il suo petto le sfiorava il viso. Becca poteva sentire il calore del suo corpo. Le schiacciò le mani contro il muro dietro di lei. Con il corpo la spinse indietro.

“Ti piace?” le chiese. Respirava profondamente. “Scommetto che non sentirai affatto la mancanza di tuo marito.”

Gunner emise un suono alla sue spalle, come lo stridio di un animale.

Becca urlò, proprio come Luke le aveva insegnato a fare. L’urlo le sprigionò energia. Spinse entrambe le mani verso l’alto e contro le palle dell’uomo. Gliele afferrò e attraverso i pantaloni gliele strizzò più forte che poteva. Le prese in una stretta mortale. Poi cercò di strappargliele via dal corpo.

Gli occhi dell’uomo si spalancarono dallo shock. Rantolò, poi cadde sul pavimento con un tonfo sordo. La bocca era aperta in un grido silenzioso. Le mani all’inguine. I pantaloni si chiazzavano di sangue. Gli aveva fatto male. Gli aveva fatto tanto male.

Si voltò verso Gunner. “Muoviti! Dobbiamo uscire di qui.”

Capitolo 42

11:17 p.m.

Contea di Fairfax, Virginia – Periferia di Washington D.C.

“Ciao, sono Becca. Non posso rispondere adesso. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico e vi richiamerò appena possibile.”

Luke riappese. Non aveva senso lasciare un messaggio.

Era sceso di sotto. La casa aveva a un mezzo seminterrato finito. Lo aprì su un’uscita in fondo alla collinetta, tra casa sua e quella dei vicini. Quella porta era un punto vulnerabile, e all’inizio, era stata questa la ragione per cui Luke era andato lì. Luke si accovacciò contro la porta, nel buio quasi totale, fissando la casa del vicino. Quella casa gli diede un’idea.

La domanda era: Aveva il coraggio di farlo?

Nel corso della sua carriera, aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per proteggere Becca e Gunner dalle realtà del suo lavoro. Becca sapeva che cosa faceva per vivere, ma sapeva molto poco di cosa ciò davvero significasse. Gunner, a modo suo, era più vicino alla verità. Pensava che suo padre fosse James Bond.

Luke grugnì. Vide, in un flash di intuizione, che era lui l’unico a non aver capito. Per tutti questi anni, aveva compartimentalizzato come un buon agente. Era così che gli avevano insegnato a pensare. Da una parte avevi il lavoro, e tutto quello che facevi quando lavoravi. I segreti di cui venivi a conoscenza e che poi dimenticavi subito, le persone che incontravi, o arrestavi, o uccidevi. Dall’altra parte, avevi la tua vita vera. Tenevi le due parti il più separate possibile.

Ma era una bugia. Il lavoro era pericoloso e sporco. Luke affrontava quotidianamente alcune delle peggiori persone al mondo. Che non tracciavano distinzioni arbitrali tra vita lavorativa e vita familiare. Era lo stesso per loro. Era tutto valido.

Come aveva fatto a non accorgersene fino ad ora? O se n’era accorto da tempo e l’aveva ignorato?

C’era un pensiero terribile nella sua testa, uno al quale non voleva pensare. Faceva questo da molto tempo. Quando venivano rapite delle persone, nella maggior parte dei casi venivano uccise. Lasciarle andare era pericoloso. Sapevano troppo. Avevano visto troppo. Era più facile e intelligente ucciderle e basta.

Questo lavoro era pieno di gente che uccideva per vivere. Per loro non era un problema. Potevano uccidere in mattinata e poi andare da Applebee per un pranzo da dieci dollari.

Luke strinse i denti per contenere il grido che gli infuriava in gola. D’un tratto cominciò a piangere, e ne fu sorpreso persino lui. Ma faceva male. Faceva così male, e aveva appena cominciato. Lo sapeva. Sapeva quanto male avrebbe fatto. L’aveva visto accadere molte volte. Persone innocenti strappate via alla vita, straziate. I sopravvissuti come ombre, vuoti, vivi e morti allo stesso tempo. Il corpo gli si dilaniava dai singhiozzi.

Il telefono fece un bip. Guardò giù, sperando che fosse lei. Non era lei. Era David Delliger.

Posso incontrarla. Annapolis?

Okay. Questo lo portò a decidersi.

Dall’altra parte della porta del seminterrato c’era la casa del vicino. Mort era un tipo simpatico, sui cinquantacinque, single. Era un lobbista per l’industria dei casinò. Non quella già avviata di Las Vegas. L’industria dei casinò strana, che continuava a sparare fuori sale slot lungo le vecchie e malmesse piste per corse al trotto e nelle fosche “barche fluviali” attraccate in laghi artificiali nel mezzo del Nulla, Indiana.

Mort alloggiava qui a Washington, ma trascorreva molto tempo in volo per tutto il paese per ungere i legislatori statali. Molto spesso non c’era.

Come stanotte. Luke sapeva sempre quando Mort non c’era dalle tempistiche delle luci automatiche interne. Erano coerenti da una nottata all’altra. Non avrebbero mai fregato un ladro, ma probabilmente mettevano l’animo in pace a Mort, che era la cosa più importante per un uomo come lui comunque.

Mort faceva molti soldi. Faceva così tanti soldi che l’anno scorso aveva aggiunto una dépendance alla casa. La dépendance era grande. E vistosa. Era un tumore postmoderno, un mix e un assemblaggio di vari stili architettonici, spuntati fuori dal fianco dell’imponente palazzo di Mort. Arrivava a pochi millimetri dai confini della proprietà di Luke. A Luke piaceva Mort, gli piaceva davvero, ma quella dépendance era odiosa. Oltrepassava ogni limite.

E Mort non era a casa.

Da accucciato, Luke aprì a metà la porta del seminterrato. La casa di Mort era vicina, sarebbe stato facile coprire la distanza. Luke tolse la spoletta a una granata e la lanciò giù per la piccola collinetta verso la casa di Mort. La granata rimbalzò due volte e atterrò perfettamente contro il muro.

Luke arretrò e si gettò a terra.

BUM!

Un flash di luce e un suono ruppero l’oscurità. Dopo alcuni secondi, Luke si alzò e tornò alla porta. La granata aveva aperto un buco sul fianco della casa di Mort. Un piccolo incendio aveva cominciato a divampare attorno agli orli laceri del buco.

Luke aprì la porta del tutto questa volta, uscì fuori, sperando che non ci fossero cecchini, tolse la spoletta alla seconda granata e la lanciò come una palla da baseball proprio nel mezzo del buco in fiamme. Corse dentro di nuovo.

La luce fu diversa questa volta, e il rumore smorzato. Luke guardò fuori. Il fianco della dépendance di Mort era crollato. C’erano detriti sull’erba tra le due case. L’incendio cominciava sul serio. Una volta che il mobilio e le scartoffie e i tappeti e tutta quella roba lì avessero cominciato a bruciare, si sarebbe fatto un bel calduccio laggiù.

Un’altra? Certo. Un’altra avrebbe finito il lavoro. Luke uscì e lanciò l’ultima granata nella casa già in fiamme. Lontano, delle sirene già si avvicinavano. La polizia locale, i pompieri, le ambulanze – sarebbero stati qui a minuti. Una volta che tutti i vicini fossero usciti nei prati in pigiama e mutande, ci sarebbe stato un bello spettacolo. Sarebbe stato difficile far sparire silenziosamente qualcuno con tutta quella gente intorno.

Luke tornò al piano di sopra mentre l’ultima esplosione scuoteva la casa di Mort. Guardò fuori dalle finestre. Le braci volavano dappertutto, del fumo nero saliva verso il cielo contro il bagliore rosso e arancione.

Le due auto scure si accesero e si allontanarono silenziosamente. Il furgone se n’era già andato. Era ora di andare anche per Luke. Guardò di nuovo la casa in fiamme. Scosse la testa.

“Scusa, Mort.”

Capitolo 43

11:19 p.m.

Contea di Queen Anne’s, Maryland - Spiaggia orientale della baia di Chesapeake

L’uomo alto era a posto. Si contorceva sul pavimento in agonia.

Non si sarebbe rialzato.

Becca prese Gunner per mano. Lo condusse alla finestra e spinse verso l’esterno la zanzariera, che sferragliò e cadde sulle tegole. Alle sue spalle, dei pesanti passi colpivano i gradini delle scale.

Si chinò davanti a Gunner. “Tesoro, scavalca, corri dall’altra parte, sta’ attento, e scendi dalla grondaia. Come facciamo nelle esercitazioni antincendio, okay? Io sono dietro di te. Quanto tocchi l’erba, corri. Corri dai Thompson più veloce che puoi. Okay?”

Pensò ai Thompson, un coppia di anziani di ottantacinque anni.

“Chi è quell’uomo, mamma?”

“Non lo so. Non importa. Adesso vai!”

Gunner fece sbucare la testa fuori dalla finestra, saltò, e corse.

Adesso era il suo turno. Guardò la porta. Altri due uomini si stavano precipitando nella stanza e correvano verso di lei. Si tuffò fuori dalla finestra. Si aggrappò alle tegole di ardesia, ma uno degli uomini le afferrò la gamba. Era tre quarti sul tetto, un quarto dentro la stanza. Gli uomini le tenevano entrambe le gambe, adesso. Cominciarono a tirarla dentro.

Scalciò come una pazza, più forte che poteva.

Si sentì emettere dei suoni. “Aahh! Anh!”

Riuscì a liberarsi, poi rotolò all’indietro. Era del tutto fuori sul basso tetto di ardesia. Un secondo dopo, uno degli uomini si tuffò dalla finestra. Era di nuovo con lei. Rotolavano insieme, verso la fine. Provò a bloccarla, ma lei lo graffiò e fece per strappargli gli occhi. Lui rotolò via per sfuggirle, rotolò troppo lontano, e finì proprio oltre al bordo. Lo sentì colpire il marciapiede di cemento con un tonfo sordo.

Lei saltò in piedi e cominciò a correre. L’altro uomo stava scavalcando per raggiungere il tetto. Dritto di fronte a lei, Gunner era già alla grondaia. Sedeva sull’orlo del tetto, le gambe ciondoloni. Afferrò la grondaia, si buttò fuori, poi ondeggiò a sinistra e scomparve.

Becca raggiunse il bordo.

Gunner scivolò giù dalla grondaia, atterrò sull’erba e poi cadde sul sedere. Passò un secondo, ed era ancora a terra.

“Alzati, Gunner! Corri!”

Si rialzò, si voltò e corse giù per la collina verso la casa dei Thompson.

Becca si guardò indietro. Un uomo le si stava avvicinando. Dietro di lui, un altro stava scavalcando la finestra. Sotto alla sua sinistra, vide degli uomini che giravano l’angolo della casa e venivano nella sua direzione.

Non c’era tempo di arrampicarsi giù. Si voltò e semplicemente saltò.

Il colpo fu forte, e sentì un dolore acuto all’anca. Rotolò sulla spalla, si mise in piedi zoppicando e scappò. Ogni passo le mandava una scarica di dolore su per la gamba. Continuò a correre. Davanti a lei, Gunner stava correndo, le gambe e le braccia che facevano su e giù. Lo stava riprendendo.

“Corri, Gunner!” urlò. “Corri!”

Dietro sentiva i passi martellanti degli uomini. Sentiva i loro respiri pesanti. Correva e correva. Vedeva le loro ombre nell’erba davanti a lei. Si facevano più vicine, più vicine, poi si confusero con le sue. Delle braccia la toccarono. Lei si difese.

“No!”

Un uomo si tuffò per prenderla. Lei sentì il peso del suo corpo. Andarono a sbattere per terra e scivolarono sull’erba. Lei combatté, graffiando e artigliando. Ne arrivò un altro, e poi un altro ancora. La tennero giù.

Altri due li oltrepassarono, in direzione del bambino.

“Scappa!” urlò. “Scappa!”

Allungò il collo per vedere cosa stesse accadendo. Una novantina di metri più in là, Gunner era quasi arrivato alla casa dei Thompson. Delle luci si accesero in casa. La luce del portico si accese fuori. Gunner balzò sui gradini mentre la porta si apriva.

I due uomini erano appena dietro di lui. Smisero di correre e camminarono nel portico. Lentamente salirono i gradini.

Becca poteva vedere i signori Thompson in piedi nell’ingresso, incorniciati dalla luce. Improvvisamente ci fu un bagliore, poi un altro. Bagliori di armi da fuoco, ma Becca non riuscì a sentire nemmeno un rumore. Così vicina, ma non sentiva le pistole.

Il signore e la signora Thompson caddero sul pavimento. Ci fu un altro bagliore, poi un altro, mentre gli uomini li finivano.

“Oh no,” disse Becca.

Adesso stavano tornando, con Gunner. Lo fiancheggiavano, ognuno gli teneva un polso.

C’era un uomo sopra di lei. Era rasato male e il suo alito odorava di caffè.

“Hai visto?” chiese. “Hai visto? Sei stata tu, non noi. Se fossi venuta con noi con calma, questo non sarebbe mai accaduto.”

Non c’era nient’altro da fare. Becca sputò in faccia all’uomo.

Capitolo 44

11:27 p.m.

Centro operativo di emergenza di Mount Weather - Bluemont, Virginia

Chuck Berg vagava dallo stato di coscienza a quello di incoscienza da ore, fino a quando venne svegliato da un’altra esplosione. Il suono fu profondo, come quello di un tuono lontano. Nell’aria fece uno strano effetto, come quello di un’onda sull’oceano. Gli sembrò di nuotare a lungo sottacqua, per poi risalire in superficie.

Tornò in sé e aprì gli occhi. A trentasette anni, Chuck ne aveva trascorsi quasi dodici nei servizi segreti. Due di questi alla scrivania, e nove come membro di un team di sicurezza avanzato. Sei mesi fa, era stato insignito del premio più bello della vita, lavorare come una delle guardie del corpo personali della vicepresidente. Non sembrava così bello adesso.

Chuck rimise insieme i pezzi di quel che riusciva a ricordare. Erano usciti dall’ascensore e si stavano spostando lungo uno stretto corridoio fino allo studio televisivo. Avevano un paio di minuti di ritardo, e camminavano veloci. Era dietro alla vicepresidente. Due uomini, Smith ed Erickson, erano in testa al gruppo.

Improvvisamente la porta d’acciaio di fronte a loro era esplosa verso l’interno. Erickson era morto sul colpo. Smith si era voltato per risalire il corridoio. Il suo viso era acceso dalla luce del fuoco come se le fiamme uscissero dalla porta frantumata. Aveva visto un’ombra barcollare attraverso l’arancione e il giallo brillanti delle fiamme. Era Smith, acceso come una torcia. Aveva urlato solo per un secondo, poi si era fatto silenzioso ed era caduto sulle ginocchia. Berg aveva visto Smith inalare il fuoco. La sua gola si era rotta, l’urlo era morto quasi prima di cominciare.

Chuck aveva placcato la vicepresidente e l’aveva tenuta giù.

Un’onda d’urto si era mossa attraverso il corridoio. Tutto il complesso sembrava tremare. Qualcosa aveva colpito Berg alla testa. Si ricordava di aver pensato: Okay, sono morto. Okay.

Ma non era morto. Era ancora qui, nello stesso corridoio, nel buio pesto, sopra alla vicepresidente. Il dolore alla testa era brutto. Si passò una mano sul cuoio capelluto e vi trovò una bella fetta appiccicaticcia di sangue rappreso. Ci premette sopra. Un cranio rotto avrebbe dovuto far peggiorare il dolore. Non accadde.

Era vivo, e sembrava operativo. E questo significava che aveva del lavoro da fare.

“Signora Hopkins?” disse. Era piccolina, così piccola rispetto a lui che starle sopra era strano.

“Signora, è con me?”

“Chiamami Susan,” arrivò la sua incredibilmente resistente voce. “Odio tutte quelle cazzate tipo signora.”

“È ferita?”

“Sento male,” disse. “Ma non so quanto grave sia.”

“Riesce a muovere le braccia e le gambe?”

Si agitò sotto di lui. “Sì. Però mi fa molto male il braccio destro.” Le tremava la voce. “Mi fa male la pelle della faccia. Credo di essere rimasta ustionata.”

Chuck annuì. “Okay.” Fece due conti. Riusciva a muovere le estremità, quindi nessun nervo importante era stato danneggiato. Erano qui sotto da molto tempo. Delle ferite interne o delle ustioni gravi probabilmente l’avrebbe uccisa ormai. Quindi le ferite, per quanto dolorose, probabilmente non costituivano una minaccia immediata alla sua vita.

“Signora, tra un attimo, vedremo se può stare in piedi, ma non subito. Adesso striscio via per un minuto solo, poi torno. Voglio che lei non si muova assolutamente. Voglio che resti esattamente dov’è nella stessa posizione in cui si trova adesso. È molto buio e ho bisogno che lei se ne stia qui dov’è. Ha capito? Per favore mi dica sì o no.”

“Sì,” rispose con una vocina da bambina. “Ho capito.”

La lasciò indietro, muovendosi come un serpente sul pavimento. Aveva notato un kit di emergenza conservato dietro a un vetro di fronte alle porte dell’ascensore. Se quella parte del corridoio era intatta, avrebbe avuto qualcosa da fare. Si muoveva lento, toccando tutto di fronte a lui, cercando angoli acuti ed eventuali voragini. C’erano molti detriti. Toccava anche la parete del muro. Dopo un po’, la sua mano toccò la rientranza che gli diceva che aveva raggiunto l’ascensore.

Chuck si sistemò in ginocchio. A un metro dal pavimento l’aria diventava fetida e fumosa. Ritornò giù.

“Signora Hopkins?” chiamò. “È ancora lì?”

“Sono qui, va tutto bene.”

“Resti sul pavimento, per favore. Non si alzi per nessuna ragione, okay?”

“Okay.”

Chuck prese un respiro profondo e poi si alzò. Le ginocchia gli scoppiarono. Le mani si mossero lungo il muro finché non trovarono il contenitore di vetro. Non sapeva come aprirlo, così lo prese a pugni più forte che poteva. Era vetro zucchero, e si frantumò subito.

Il contenitore era profondo. Le mani vagabondarono lì dentro, palpando forme familiari. C’erano delle maschere antigas lì. Ne avrebbe avuto bisogno. C’era una pistola – non necessaria, date le circostanze. Trovò una pila assicurata al muro con una cinghia. Slacciò la cinghia, tirò fuori la pila e la accese. Funzionava.

Oh mio Dio. Luce.

Ora trovò velocemente l’acqua e una catasta di cibi pronti. Un kit di primo soccorso. Un’accetta e un attrezzo universale. Si ributtò a terra appena prima che gli mancasse il respiro.

Si appoggiò al muro. Erano vivi, e avevano i rifornimenti. Stavano facendo progressi, ed era il momento di pensare al futuro. Il complesso era stato attaccato. Era stato creato per resistere a ogni attacco per mezzo di missili o bombe che provenisse dall’esterno. Ciò faceva pensare che l’attacco fosse venuto da qua dentro. E questo, di conseguenza, faceva pensare a Chuck che era ora di trovare una strada per la superficie.

Ma…

Doveva fare attenzione. Quasi una decade prima, quando era sceso in campo per la prima volta, l’avevano messo in coppia con un agente più vecchio di nome Walt Brenna, che sarebbe andato in pensione di lì a mesi. Walt era un tipo particolare. Gli altri agenti dicevano che era burbero. Dicevano a Chuck di non starlo a sentire. Ma lui e Walt trascorrevano molto tempo insieme. Alcuni giorni non c’era altro da fare che starlo a sentire.

Walt era ossessionato da un concetto che chiamava “Bianco contro Bianco”.

“Ti diranno che questo lavoro consiste nel ricercare terroristi islamici o assassini russi o quello che vuoi,” diceva Walt. “Ma in realtà non è così. Ci pensi a quei tizi che riescono ad avvicinarsi al presidente degli Stati Uniti? Pensaci bene. Tutto quello che facciamo è neutralizzare un Bianco che attacca un altro Bianco.”

Chuck Berg non prendeva i discorsi di Walt per oro colato. Ma gli rimasero impressi negli anni a venire, e a volte ci ripensava. Per Walt Brenna, un attacco Bianco contro Bianco era uno in cui il governo attaccava se stesso. Gli assassini dei Kennedy ne erano un esempio. Come lo era stato il tentato omicidio di Ronald Reagan nel 1981.

Walt Brenna su Reagan:

“Il vicepresidente, primo in linea di successione, è l’ex direttore della CIA. Il padre dell’uomo che ha tentato di uccidere il presidente è la mente di World Vision, un’organizzazione di facciata della CIA. La famiglia del vicepresidente è in amicizia con la famiglia del mancato assassino. Il fratello del vicepresidente e il fratello dell’assassino hanno fissato un pranzo insieme durante l’omicidio. Se ne legge poca di questa roba sui giornali. Su tutto ciò non si sono mai fatte indagini. Perché? Perché l’assassino è pazzo ed è tutto quello che dobbiamo sapere? No. Perché Bianco contro Bianco è una parte accettata del gioco. Il loro lavoro è fare queste cose, e il nostro è fermarle. Offesa e difesa, ecco tutto.”

Con il passare degli anni, Chuck aveva imparato che Walt non erano l’unico nei servizi a pensarla così. Nessuno ne parlava apertamente, ma aveva sentito qualche voce. Come si riconosceva un Bianco contro Bianco? Come apparirebbe se stesse per verificarsi?

Chuck annuì a se stesso. Ecco come apparirebbe. Una bomba che esplode all’interno di un complesso sicuro, ore dopo un attentato alla Casa Bianca. Anche le esplosioni alla Casa Bianca venivano dall’interno, o perlomeno la maggior parte. Degli esterni non avrebbero potuto installare bombe in uno di questi posti, e sicuramente non in entrambi. Gli unici che potevano averlo fatto erano l’esercito, l’intelligence o i servizi segreti stessi.

Con l’aiuto della pila, si abbassò e tornò a ritroso velocemente dalla vicepresidente. Non si era mossa di un millimetro.

“Signora? Può sedersi adesso, se ce la fa. Ho cibo, acqua e un kit di primo soccorso. Avremo bisogno di indossare queste maschere quando usciremo, e le mostrerò io come. Sembreranno ingombranti e costrittive all’inizio, ma le prometto che si abituerà.”

La donna si mosse lentamente fino a portarsi seduta. Trasalì per il dolore al braccio. Parte della pelle del viso era squamata. A Berg le bruciature sembrarono superficiali, nonostante potessero rimanerle delle cicatrici o delle chiazze. Chuck pensò che era stata fortunata, se questo era il peggio che le fosse capitato.

“Non dovremmo provare a chiamare qualcuno?” chiese.

Scosse la testa. “No. Non possiamo chiamare nessuno. Non conosciamo il nemico. Per il momento, agiremo in segreto.”

Lei sembrò pensarci su. “Okay.”

“Ora, risalire in superficie potrebbe essere difficile,” disse Chuck. “Potremmo doverci arrampicare, e potrebbe essere spaventoso e doloroso. Quindi le chiederò di fare qualcosa per me. Le chiederò di guadarsi dentro in profondità e di essere più tosta che può. Trovi quella persona tosta dentro di sé. Lo so che c’è. Può trovarla?”

La donna lo guardò, e improvvisamente i suoi occhi si fecero duri. “Bello mio, ho lavorato nell’industria della moda, circondata da predatori, quando ero una ragazzina. Ho vissuto a New York e Parigi e Milano da sola, quando avevo sedici anni. Sono una tosta.”

Chuck annuì. Era esattamente quello che voleva sentirle dire.

Capitolo 45

11:57 p.m.

Accademia navale degli Stati Uniti - Annapolis, Maryland

Era un posto strano dove incontrarsi.

Luke era vestito quasi interamente di nero. Indossava guanti neri. Teneva nella tasca un cappuccio nero.

Il campo da football scuro del Navy Marine Corps Memorial Stadium si distendeva davanti a lui. Le ampie pedane vuote torreggiavano su di lui. FORZA NAVY era dipinto in massicce lettere sulla gradinata più alta. Di notte, le parole sembravano bianche, ma lui sapeva che di giorno erano gialle su un fondo blu scuro.

Esitava, indugiando nelle ombre al limitare della rampa dell’atrio. Guardava la cabina di trasmissione fattasi scura sulla zona più alta dello stadio, cercando il minimo movimento. Se fosse stato un cecchino, era lì che si sarebbe posizionato.

Un uomo attraversava il campo nella sua direzione. Gradualmente, l’uomo assunse connotati più chiari. Era alto, corpulento, e camminava come se stesse trascinando più peso di quanto ne avesse avuto un tempo. Indossava un lungo soprabito. Venne ancora più vicino, e ora Luke poteva vedere l’abito scuro sotto al cappotto dell’uomo, e i lineamenti dolci, quasi audaci, del viso dell’uomo.

Entrò nell’oscurità della rampa.

Luke si mosse, ma appena appena. “Signor segretario?”

L’uomo sobbalzò, solo un attimo. Era chiaro che non aveva visto che Luke era lì. Il suo occhio fu immediatamente attirato dal nero opaco della Glock che Luke teneva in mano. Luke la rinfoderò per il momento, per metterlo a suo agio.

“Sì,” rispose. “Sono Dave Delliger.”

“Io sono Luke Stone.”

“Lo so chi è lei. Ho parlato al telefono con il presidente oggi. Lei è l’uomo che gli ha salvato la vita.”

“Temporaneamente,” disse Luke.

“Sì.”

“Mi dispiace che le cose siano andate così.”

Delliger annuì. “Anche a me.”

“Odio chiederglielo, signore, ma c’è la possibilità che sia stato seguito fin qui?”

Delliger annuì ancora. “C’è ogni possibilità. Ho presenziato al giuramento del nuovo presidente due ore fa al Sito R. Ho preso un elicottero della Marina per venire fin qui. Il Sito R è a centinaia di miglia di distanza, sulle montagne. Al buio, con la mia scarsa visione notturna, mi ci sarebbe voluto fino a domani per arrivare qui.”

Luke si appoggiò contro al muro. Era la risposta sbagliata. Certamente non quella che sperava di sentire.

“Non si preoccupi,” disse Delliger. “Non c’è niente di strano. Non hanno ragione di sospettare di me. Questa è la mia alma mater, e ho insegnato qui per molti anni. Ho ancora un ufficio e una camera al campus. La Marina mi permette di farlo perché sono molto orgogliosi di me. Sono quello che lei chiamerebbe un’istituzione, qui. Ho detto a quelli del Sito R che se proprio dovevamo morire tutti, avrei preferito farlo qui che in un buco sotto terra.”

“Avevo capito,” disse Luke, “che una volta lei era compagno di stanza del presidente Hayes a Yale.”

“Legge,” disse Delliger. “È vero, ed eravamo davvero migliori amici, come dicono tutti. Ma è stato dopo, dopo che avevo servito nell’esercito.” Alzò le braccia per abbracciare l’ambiente. “Questa è la mia vera casa.”

“Il presidente Hayes è stato assassinato,” disse Luke.

“Lo so. È stato un colpo di Stato. Ero lì quando Bill Ryan ha prestato giuramento. Erano tutti piuttosto soddisfatti di loro stessi, mi creda. Ora andremo in guerra contro l’Iran. Ryan farà la dichiarazione stanotte, se non l’ha già fatta. Perché aspettare che il Today Show vada in onda? E dato che la maggior parte del Congresso è morta, non ha senso chiedere a loro di fare la dichiarazione. Mi domando cosa penseranno i russi di tutto questo.”

“Possiamo fermare tutto,” disse Luke.

“Cosa, la guerra?”

“Il colpo di Stato.”

“Signor Stone, per quanto ne so io, il tempo scorre solo in avanti. Non può fermare qualcosa che è già accaduto.”

Luke rimase in silenzio.

“Il presidente e la vicepresidente sono morti,” disse Delliger. “I prossimi due in linea sono Bill Ryan e Ed Graves, entrambi falchi, entrambi vivi. Dopodiché, l’intera linea di successione è partita. Erano tutti a Mount Weather. Se vuole fermare tutto, assumendo che sia possibile, e rovesciare Bill Ryan, chi potrebbe rimpiazzarlo? A questo punto, chi è il legittimo erede al trono?”

“Non lo so,” ammise Luke.

Per tutto il giorno era stato così preso dal fermare tutto quanto che non gli era ancora venuto in mente che era tutto già finito. Solo adesso stava cominciando ad afferrare la vera e propria portata dell’operazione. Don aveva detto a Luke che lui era uno specchietto per le allodole, ma era falso. Lui non era uno specchietto per le allodole. Lui era un insetto sul parabrezza.

Per un secondo, la mente di Luke tornò indietro all’incontro di quella notte con Paul.

Paul aveva descritto Luke come un kamikaze che manovrava un areoplano giocattolo dritto in una portaerei. Poteva sembrare spettacolare, ma in realtà era patetico.

“Non lo so neanch’io,” disse Delliger. “Ma in realtà non importa, no? Hanno gente ovunque. Riesce a immaginare chi doveva essere coinvolto per far accadere tutto questo? Non riesce a vedere quanto in alto va? Se lei fosse in qualche modo capace di disfare tutto, di chi mai potrebbe ancora fidarsi? Dovrebbe sradicare i cospiratori da ogni dipartimento e da ogni agenzia. Questo governo è un cadavere trivellato di vermi.”

Fece una pausa. “Vorrei averlo saputo cinque anni fa. Non avrei mai accettato la posizione. Avrei ringraziato Thomas per l’onore, declinato educatamente, e me ne sarei andato per gli affari miei. Segretario della Difesa? È una cavolata. Mi hanno assecondato. Non sono mai stato a capo di niente.”

“Possiamo trovare delle prove,” disse Luke. “Possiamo creare un caso. Tutto, un appiglio, qualcosa da offrire ai media. Lei lavora ancora all’interno.”

Delliger scosse piano la testa. “Sono stato informato che il presidente Ryan ha anticipato le mie dimissioni come prima cosa domani mattina. Se le riceve, mi ringrazierà pubblicamente per i miei servizi e la mia dedizione. Se non le riceve, mi licenzierà per incompetenza professionale. La scelta è mia.”

Luke si fece pensieroso. “Perché ha accettato di incontrarmi?”

Delliger scrollò le spalle. “Credo che lei sia un brav’uomo. Di sicuro è coraggioso. Pensavo di doverle dire che se non è troppo tardi, dovrebbe lasciar perdere tutto. Lasciar perdere e basta. Magari la ignoreranno. La vita è una bella cosa, signor Stone. E c’è dell’altro oltre a combattere battaglie che non ha nessuna possibilità di vincere.”

Luke fece un respiro profondo. Non aveva senso dire a quest’uomo che era già troppo tardi, almeno per lui.

“È questo che ha intenzione di fare?” chiese. “Lasciar perdere?”

Delliger sorrise. Era un sorriso triste, mesto. “Ho intenzione di tornare subito in ufficio e presentare le mie dimissioni. Poi domani mi riprenderò la mia vecchia vita. Lo sa che sono un giardiniere piuttosto bravo? È il mio hobby preferito, nonché quello che da anni non riesco a concedermi. Non ne ho proprio avuto il tempo. Lo so, siamo già in giugno, quindi sono un po’in ritardo quest’anno. Ma la stagione della crescita è lunga e clemente in questa parte del paese.”

Luke annuì. “Okay. Arrivederci, signor Delliger.”

“Arrivederci, signor Stone. E buona fortuna a lei, qualsiasi sia la sua decisione.”

Delliger si voltò e si avviò di nuovo attraverso il campo. Luke restò contro al muro. Guardava Delliger rimpicciolire con la distanza. Quando Delliger raggiunse la linea delle cinquanta iarde, rimbombò un singolo sparo.

CRACK.

Risuonò l’eco sulle tribune dello stadio, e attraverso la strada a tre corsie dell’area circostante.

Luke scansionò con lo sguardo lo stadio vuoto, cercando di individuare lo sparatore. Non aveva notato nessun bagliore, nemmeno uno celato, quindi lo sparo non era venuto dalla cabina di trasmissione. L’avrebbe visto con la coda dell’occhio. Capì che il proiettile doveva aver fatto molta strada. I tiratori migliori potevano fare un colpo come quello a due chilometri, anche di più. L’esercito degli Stati Uniti addestrava alcuni tra i migliori tiratori al mondo.

Riportò lo sguardo dall’altra parte del campo. Il corpo di Delliger era là fuori, una massa scura a metà strada. Si accorse che non si erano nemmeno preoccupati di silenziare lo sparo. Avrebbero potuto, e non l’avevano fatto.

Luke prese il cappuccio scuro dalla tasca e se lo mise sulla testa. L’unica cosa visibile erano gli occhi. Scivolò lungo i muri di cemento. Un attimo dopo era svanito nell’ombra.

Capitolo 46

June 6th

12:03 a.m.

Per strada

Il mondo attorno a lui era nero.

L’uomo era un camionista di tratte lunghe che guidava per tutta la notte. Era all’altezza di Florence, Carolina del Sud, in quella parte dello stato in cui le uscite erano poche e molto distanziate tra loro. L’autostrada buia si allungava nel bagliore dei fanali. Il suo piano era raggiungere la Florida del nord prima di lasciare la strada, magari a Jacksonville, magari a St. Augustine se riusciva ad arrivare tanto in là.

Era stata una giornata terribile, forse la peggiore che ricordasse. Ma la vita andava avanti. Stava trasportando un carico di carne di maiale in scatola della Virginia destinato ai moli di Port Everglades. Non ci si sarebbe portato lì da solo.

Accese una sigaretta e la radio. Il nuovo presidente, un uomo di cui il camionista non aveva mai sentito parlare prima di stanotte, era appena stato presentato. Stava per tenere un discorso.

Il camionista sospirò. Sperava che non sarebbe saltato per aria anche questo. Poi arrivò il presidente.

“Miei concittadini americani,” disse.

“Ieri, cinque giugno, gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da agenti e provocatori sotto copertura della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti intrattenevano rapporti pacifici con la nazione, e intrattenevano altresì un dialogo con il suo governo, nel tentativo di mantenere la pace nel Medio Oriente.

“In effetti, meno di ventiquattr’ore prima che un drone aereo iraniano colpisse la nostra Casa Bianca, l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite aveva consegnato al nostro ambasciatore una risposta formale a un recente messaggio americano. E nonostante questa risposta affermasse che pareva infruttuoso portare avanti le negoziazioni diplomatiche esistenti, non conteneva né minacce né cenni alla guerra né a un attacco armato.

“Noterete che la natura dell’attacco rende evidente come sia stato pianificato deliberatamente nel corso di molti giorni, di molte settimane, o addirittura di mesi. Nel corso del tempo intermedio il governo iraniano ha deliberatamente cercato di ingannare gli Stati Uniti con false affermazioni e false dichiarazioni di speranza per una conciliazione.

“L’attacco di stanotte ha causato danni gravi al Centro operativo di emergenza di Mount Weather, dove l’ex presidente, la vicepresidente, e molti membri del governo in carica si erano riuniti. Mi dispiace dirvi che molte vite americane sono andate perdute. Il numero esatto è tuttora sconosciuto, ma anticipiamo la conferma, nei prossimi giorni, di almeno trecento morti americane.

“L’Iran ha perciò intrapreso un’offensiva a sorpresa sul suolo americano. Gli eventi di ieri e di oggi parlano da soli. Il popolo degli Stati Uniti si è già formato un’opinione e comprende bene le implicazioni nei confronti della vita e della salvezza della nostra nazione.

“In quanto comandante in capo dell’Esercito e della Marina ho diretto tutte le misure che devono essere prese per la nostra difesa. Non importa quanto tempo ci vorrà per superare questo attacco premeditato, il popolo americano ne uscirà vittorioso di una vittoria assoluta. Credo di interpretare il volere del popolo quando dico che non solo ci difenderemo fino all’estremo, ma che renderemo molto chiaro che questo tipo di tradimento non dovrà più metterci in pericolo.

“Le ostilità esistono. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che il nostro popolo, il nostro territorio e i nostri interessi si trovino in grave pericolo. Con piena fiducia nelle nostre forze armate, e con la determinazione del nostro popolo, noi tutti inevitabilmente vinceremo, quindi che Dio ci aiuti. Pertanto vi informo che dagli ingiustificati e codardi attacchi del cinque giugno, è in corso uno stato di guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran.”

Capitolo 47

***

12:35 a.m.

Contea di Queen Anne’s, Maryland - Spiaggia orientale della baia di Chesapeake

Luke arrivò alla casa cosciente di quanto fosse in ritardo.

Era buio. La vicinanza dell’acqua sembrava aggiungere elettricità all’aria.

All’inizio, parcheggiò la macchina a una novantina di metri dalla proprietà. Spense i fanali, poi aspettò e osservò. Nessuno si muoveva per strada. Le luci di una tv tremolavano da una casa alla sua sinistra. Più vicino, a un quarto di miglio, la casa dei Thompson era buia.

La sensazione di paura era così completa che credeva di vomitare. Per tutto il tempo aveva commesso degli errori, e questi probabilmente erano costati la vita di Becca e di Gunner. Avrebbe dovuto dire a Becca molto tempo fa dei rischi che il suo lavoro comportava. Cancella tutto – non si sarebbe dovuto coinvolgere con Becca, né con altri, in primo luogo.

Lasciò che l’auto scendesse giù dalla collina fino alla casa. C’era la Volvo di Becca lì. Parcheggiò accanto a lei. Uscì e controllò la portiera. Non cercò di nascondersi. Meglio che venissero per lui che per uccidere la sua famiglia. Desiderava aver scambiato la sua vita con la loro quando ancora poteva. Sapeva che era una bugia, eppure…

La macchina era aperta – non chiudeva mai la macchina qua fuori. Non c’era niente nell’abitacolo. Aprì il bagagliaio, e si preparò a quello che avrebbe potuto trovarci. Niente. Una giacca, una chiave a croce, una pompa dell’aria e due racchette da tennis.

Andò verso la casa. La porta non era chiusa a chiave. Entrò.

Non c’era nessuno.

Poteva sentire il vuoto della vecchia casa. La luce del bagno era accesa, e lanciava ombre attraverso il soggiorno. Il tavolino da caffè era crollato, come se qualcuno ci fosse caduto sopra. Era l’unico segno di lotta che riusciva a vedere.

Restò in piedi per un momento, trattenendo il respiro, guardando e ascoltando.

Nessun rumore. Proprio nessuno.

Il fiato gli uscì in un lungo e basso lamento. Okay. Era arrivato fino a qui. Ora si sarebbe preso un attimo, avrebbe raccolto le sue emozioni, e poi avrebbe controllato il resto della casa. Se c’era qualcuno, era morto.

Mi dispiace, Becca.

Rimase lì in piedi diversi minuti. Fuori dalla finestra sul retro, e lontanissima, una barca navigava sull’acqua scura. Non riusciva a vedere la barca. Sapeva che era lì dalla luce rossa della poppa.

Cominciò la perlustrazione. Attraversava le stanze distrattamente, controllando il resto della casa. Ombre gli si profilavano intorno. Entrò nella camera matrimoniale. Controllò il bagno e l’armadio. Becca non c’era. Qualsiasi cosa le avessero fatto, non si erano lasciati dietro il corpo.

Entrò nella stanza di Gunner. C’era un poster a grandezza naturale di uno zombi sopra al letto. Lo spaventò. Per un secondo aveva pensato che ci fosse un uomo lì. Lo zombi insanguinato, con i vestiti a brandelli, che sgocciolava sangue rappreso dalla bocca, lo accusava:

Hai assassinato tu il bambino. Sei stato tu.

Non c’era nulla che Luke potesse dire in sua difesa.

Un feroce dolore lo spaccò in due. Non aveva a che fare con la violenza che aveva sopportato oggi. Era il dolore della separazione, la paura impotente per la loro salvezza. Gli erano stati strappati via, e lui non aveva modo di riprenderseli.

La sua mente correva. Non riusciva a respirare.

Poteva chiamare Don. Poteva implorare. Sarebbe stato abietto, sarebbe stato disgustoso. Un solo favore in memoria dei vecchi tempi. Luke avrebbe fatto qualunque cosa, davvero qualunque cosa, per scambiare il suo posto con il loro. Ma Don non l’avrebbe mai fatto. Conosceva Don. Quando Don dava un ultimatum, la questione si chiudeva là. Non si tornava indietro. Diavolo. Don probabilmente non avrebbe potuto fermare questa cosa neanche se l’avesse voluto. Probabilmente non era in contatto con i rapitori, e i rapitori stessi probabilmente stavano lavorando del tutto isolati. Una volta messi in moto, portavano avanti il loro compito senza contatti ulteriori.

Becca e Gunner erano probabilmente già morti.

Luke stava per piangere di nuovo. Andava bene. Non c’era ragione per non farlo. E non c’era nient’altro da fare.

Il suo telefono squillò. Rispose.

Parlò una voce di donna. “Luke?”

“Trudy.”

“Luke, la vicepresidente è viva.”

In tre secondi, Luke fu fuori dalla stanza di Gunner e si precipitava giù dalle scale. Poi era fuori dalla porta e fuori nell’aria della notte, camminando veloce verso la macchina. Era istinto. Il suo corpo sapeva prima della sua testa. La vicepresidente Susan Hopkins, e tutto ciò che rappresentava, era l’unica possibilità di salvare la sua famiglia.

“Dimmi tutto,” disse.

“ECHELON,” disse Trudy. “Cercava ogni tipo di segno di vita, cellulari, indirizzi email, tablet, qualsiasi dispositivo associato a persone che si trovavano a Mount Weather. Appena dieci minuti fa, ha colto un segnale – il cellulare di un agente dei servizi segreti di nome Charles Berg, un membro del contingente di sicurezza di Susan Hopkins. Il sistema ha allertato il Real Time Regional Gateway al quartier generale dell’NSA, e hanno monitorato una chiamata fatta da Berg.”

Luke accese l’auto, ingranò la marcia e pigiò l’acceleratore. Le gomme stridettero uscendo dal vialetto.

“Ti ascolto,” disse.

“Berg ha telefonato a un agente dei servizi segreti in pensione di nome Walter Brenna. Un tempo lavoravano insieme. Il succo è che Berg ha la Hopkins, è ferita ma viva, e la sta riportando a Washington. Non vuole dirlo a nessun altro. Apparentemente, Brenna è stato un medico del Corpo della Marina prima di entrare nei servizi segreti. Parlo di circa trent’anni fa. Berg porterà la vicepresidente degli Stati Uniti a casa di Brenna nella periferia est, e vedranno se possono guarirla là. Poi la nasconderanno.”

“Quanto sono gravi le ferite?”

“Non è chiaro. La conversazione è durata poco più di un minuto.”

“Dove vive Brenna?”

“Uh… Questo lo so. Hanno tracciato la chiamata a una linea telefonica fissa. Vive a Bowie, Maryland, al 1307 della Terza Strada.”

Luke stava già digitando l’indirizzo nell’unità GPS sul cruscotto. Guardò l’unità elaborare una mappa. Era a trenta minuti da lì, meno se andava a tutto gas.

“Dove si trovano adesso Berg e la vicepresidente?”

“Di nuovo non chiaro. Il telefono di Berg ha smesso di spostarsi lungo una strada secondaria della Virginia dell’est. I tentativi di contattarlo sono rimasti senza risposta. Agenti di varie organizzazioni si stanno recando sul luogo, ma possono solo localizzarlo solo entro i duecento metri. I dati dal satellite mostrano un bosco erboso lungo il margine della strada. Non ci sono automobili parcheggiate nelle vicinanze. Sembra che Berg abbia effettuato questa telefonata a Brenna, per poi gettare il telefono dal finestrino. Nessuno sa nemmeno che mezzo Berg stia guidando.”

Luke annuì. Il tipo era sveglio. Sapeva che forse c’erano delle persone a osservarlo. Quello che non sapeva era quante persone esattamente lo stessero facendo, né fino a che punto.

“Don sa qualcosa di questo?”

“Questo è davvero strano. Lo sa. È corso fuori di qui non appena è arrivata l’informazione. Don non è più lui.”

“Ha detto qualcosa su di me?”

“Ha detto di averti parlato. Che avete litigato. Che gli hai detto che stavi andando a letto. Ha detto di non disturbarti, ma non sono stata così ingenua da credere che stessi dormendo davvero. Non credo di averti mai visto addormentarti durante un’indagine.”

“Trudy, Don sta cercando di uccidermi.”

Le parole gli uscirono prima che se ne accorgesse. Una volta uscite, gli stava bene. Era un fatto, e Trudy era grande. Non poteva proteggerla dai fatti. Ci fu un lungo silenzio al telefono.

Luke sfrecciò oltre il cartello per il ponte della baia di Chesapeake. Cinque miglia. Tra dieci minuti avrebbe oltrepassato di nuovo il corpo di David Delliger.

“Trudy?”

“Luke, di che cosa stai parlando?”

“Dicendotelo metterei la tua vita in pericolo.”

“Dimmelo,” disse.

Allora glielo disse. Alla fine, ci fu un silenzio ancora più lungo. Luke correva, novanta miglia all’ora, arrampicandosi su per la rampa del ponte. Le strade erano vuote.

“Mi credi?” le chiese.

“Luke, non lo so a cosa credere. So che Don e Bill Ryan erano amici a The Citadel. Andavano in vacanza con le famiglie insieme.”

“Trudy, hanno preso mia moglie e mio figlio.”

“Cosa?”

Glielo raccontò. Tenne la voce calma. Rimase ancorato ai fatti, alle cose che conosceva per certo. Non pianse. Non urlò.

“È stato un colpo di stato,” disse Luke. “Ci sono persone nell’apparato militare e nell’intelligence che vogliono una guerra. Probabilmente anche nell’industria della difesa. Don c’era dentro. Una figura irrilevante, ma c’era comunque dentro.”

La voce di Trudy si agitò. “Poco più di mezz’ora fa, Bill Ryan ha dichiarato guerra all’Iran. E subito dopo, le onde radio sono impazzite. ECHELON, tutte le stazioni d’ascolto, Fairbanks, Menwith Hill, la Misawa Air Force Base in Giappone, un gruppo di altre… stanno captando le conversazioni russe. I russi ancora non hanno fatto l’annuncio, ma sono pronti a reagire all’attacco all’Iran come se si trattasse di un attacco alla Russia. Stanno preparando i missili. Non posso credere che Don volesse che accadesse qualcosa di simile.”

“Ecco cosa voglio che tu faccia,” disse Luke. “Di’ a Swann… Swann è ancora lì?”

“Swann non va mai a casa,” rispose lei.

“Di’ a Swann di accedere al computer di Don. Che cerchi ogni prova che Don fosse a conoscenza degli attentati in anticipo. Email, file, qualsiasi cosa. Gli attentati non li ha organizzati lui, ma sapeva che ci sarebbero stati.”

“E a che cosa ci servirebbe, pure se trovassimo qualcosa?”

“Potrebbero darci modo di perseguire Ryan e chiunque altro ci sia dietro. Se prendiamo Don, allora forse prendiamo Ryan, poi quello dopo e quello dopo ancora. Li tiriamo giù come pedine del domino. Se riusciamo a tenere in vita la vicepresidente, possiamo costringere Ryan a dimettersi. Una volta che l’avrà fatto, non sarà più protetto dalla sua posizione. Se abbiamo una qualunque prova contro di lui, è fritto.”

“Okay, Luke. Vado da Swann e vediamo cosa riesce a trovare.”

“Lo so che troverà qualcosa,” disse Luke. “Chiamami non appena l’avrà fatto.”

“Qualcos’altro?”

“Sì. Chiama Ed Newsam e digli di vestirsi. Non posso lasciarlo a poltrire su un letto in un momento come questo.”

“Cos’hai intenzione di fare?”

“Io? Ho intenzione di salvare la vicepresidente – se non è già troppo tardi.”

Capitolo 48

8:56 a.m. (orario di Mosca)

Centro strategico di comando e controllo – Mosca, Federazione russa

Jurij Gračëv, ventinovenne, assistente del ministro della Difesa, camminava rapidamente lungo i corridoi del centro di controllo, in direzione dell’ampia sala operativa. I suoi passi facevano l’eco lungo il corridoio vuoto mentre ponderava la situazione. Il peggior scenario possibile era una realtà. Stava per cominciare un disastro.

Per ragioni che nessuno aveva spiegato, negli ultimi quarantacinque minuti la valigetta nera nucleare del Ministro, la Čeget, era stata ammanettata al polso destro di Jurij. La valigetta era vecchia, era pesante, e lo faceva pendere a sinistra mentre camminava. Conteneva i codici e le procedure per lanciare missili verso ovest.

Jurij non voleva avere addosso questa orribile cosa. Voleva andarsene a casa da sua moglie e dal suo giovane figlio. Soprattutto, voleva piangere. Si sentiva tremare tutto il corpo. Il suo viso impassibile minacciava di sbriciolarsi e andare in pezzi.

Quattro ore prima, il governo americano era stato rovesciato con un colpo di stato. Un’ora prima, un nuovo presidente era emerso alla radio e alla televisione e aveva dichiarato guerra all’Iran. Nei circoli del governo russo, il nuovo presidente era ampliamente riconosciuto come un pazzo, nonché la facciata di quell’élite di mercanti di guerra che si nascondeva nell’ombra. La sua possibile salita al potere era stata a lungo vista come il peggior scenario possibile.

Il colpo di stato e la dichiarazione di guerra avevano innescato una serie di protocolli a lungo dormienti qui in Russia. I protocolli erano conosciuti sotto molti nomi, ma la maggior parte della gente li chiamava “Dead Hand.”

La Dead Hand aveva posto i sistemi di difesa russi in uno stato di alta allerta, e aveva dato un’autorizzazione decisionale semi-indipendente alle stazioni missilistiche a lungo raggio, agli aeroplani e ai sottomarini. Decentralizzava il comando.

L’idea era che la Dead Hand desse alle difese russe la capacità di contrattaccare, in seguito a un primo attacco a sorpresa americano che avesse distrutto la leadership di Mosca. Se le comunicazioni fossero state troncate e se fossero stati rilevati movimenti sismici e letture radar inusuali, allora i comandanti regionali e persino i bunker isolati avrebbero potuto decidere da soli se c’era un attacco in corso, e se lanciare o meno un’offensiva nucleare di rappresaglia.

Ma il sistema non funzionava. Era andato deteriorandosi per più di vent’anni, quasi tutta la vita di Jurij. Otto dei dodici originali satelliti di monitoraggio era caduti nell’oceano nel frattempo. Nessuno era stato rimpiazzato.

Le comunicazioni verso le stazioni periferiche erano costantemente troncate. C’erano sempre movimenti sismici inusuali – in ogni momento, piccoli o pure grandi terremoti sconquassavano il globo. Peggio di tutto, il radar sbagliava a identificare abitualmente i lanci dei missili. Nessuno nella leadership l’avrebbe ammesso, ma era vero.

Jurij stesso era stato qui al centro di controllo tre anni fa, quando gli svedesi avevano lanciato un razzo scientifico in orbita. Il sistema di allarme rapido lo aveva scambiato per un missile lanciato da un sottomarino americano di stazione nel Atlantico del Nord.

La valigetta nucleare (all’epoca per fortuna non attaccata al polso di Jurij) aveva cominciato a suonare un allarme. Mandava messaggi di allarme alle stazioni di combattimento, sì, ma emetteva anche un suono udibile, un brutto stridio di chiarina.

I silos missilistici situati nel cuore della Russia erano pronti al combattimento. Se il razzo fosse stato un primo attacco americano, l’impatto sarebbe avvenuto in forse nove minuti. Era un’arma a impulso elettromagnetico a disabilitare la capacità di risposta della Russia? Ci sarebbe stato un attacco di portata maggiore?

Nessuno lo sapeva. A loro onore, c’è da dire che lo staff generale aveva trattenuto il respiro e aspettato. Erano trascorsi lunghi minuti. Allo scadere dell’ottavo minuto, una stazione radio aveva riportato che il razzo aveva lasciato l’atmosfera terrestre. Ci fu un mezzo urrà. Allo scadere dell’undicesimo minuto, la stazione radio aveva riportato che il razzo aveva assunto un normale schema orbitale.

Non ci fu nessun urrà dopo di quello. Le persone erano tornate semplicemente al lavoro.

La Dead Hand non era effettiva quel giorno. Le stazioni di combattimento aspettavano gli ordini dal comando centrale. Ma oggi la Dead Hand era effettiva. Un errore, un sistema di comunicazione che non funzionava, un topo che masticava dei cavi, poteva mettere decisioni nucleari nelle mani di persone lontanissime, magari ubriache, o stanche, o annoiate, o pazze.

Gli americani avevano fatto qualcosa che nessuno si aspettava. Una pericolosa congrega aveva sequestrato il governo a Washington, e le sue successive mosse erano imprevedibili. In risposta, la Russia aveva attivato delle procedure inaffidabili e precarie che mettevano tutto il mondo a rischio.

La Dead Hand era un deterrente del tipo “fail-deadly”. Assicurava mutua distruzione. Magari era stata una buona idea un tempo, durante i gloriosi anni della grande Unione Sovietica, quando le comunicazioni e i sistemi di allarme erano robusti e ben conservati.

Ma ora era un’idea terribile. Ed era diventata una realtà.

Capitolo 49

1:03 a.m.

Bowie, Maryland – Periferia est di Washington D.C

Luke parcheggiò a trenta metri di distanza. La casa era un ranch rialzato, seduto sulla cima di un garage a due posti. Quasi ogni luce della casa era accesa. Uno dei garage era aperto e illuminato. Sembrava di essere sotto Natale.

Non c’era nulla nel garage – solo alcuni utensili appesi al muro, un cestino dei rifiuti, un paio di rastrelli e di pale in un angolo. Luke pensò che Brenna avesse spostato la macchina in modo che Chuck potesse parcheggiarla direttamente lì quando arrivava. Questi non avevano idea di con chi avevano a che fare.

Luke guardò il cielo. Era una notte coperta. Con tutto quello che c’era a rischio, non si sarebbe sorpreso neanche un secondo se un attacco con droni avesse distrutto la casa. L’avrebbero fatto, e poi detto che era stato un fulmine. Solo che probabilmente avrebbero aspettato che Susan Hopkins arrivasse lì prima di farlo.

Si giocava a il vincitore prende tutto.

Suonò il telefono. Lo guardò e rispose.

“Ed.”

“Luke, sono felice che tu sia ancora vivo.”

“Anch’io. Grazie per la dritta. Mi ha salvato.”

“Trudy mi ha detto di chiamarti. Mi ha detto che la tua famiglia è scomparsa. È vero?”

“Sì,” rispose Luke. “Sono scomparsi.”

“Pensi di dimetterti?”

“Temo che sia troppo tardi ormai. La mia migliore chance è andare avanti.”

“Voglio dirti qualcosa in confidenza,” disse Ed. “Una volta ho tenuto in vita un uomo per una settimana, mentre lo stavo uccidendo. Era una faccenda privata, non c’entrava nulla col lavoro. Lo rifarei. Se qualcuno facesse del male alla tua famiglia, lo rifarei per te. Te lo prometto.”

Luke deglutì. Poteva anche arrivare il giorno in cui avrebbe accettato l’offerta di Ed.

“Grazie.”

“Che cosa posso fare per te adesso?”

“Ho un amico,” disse Luke. “È un medico iracheno e lavora al Chief Medical Examiner sulla E Street. Si chiama Ashwal Nadoori. Ho fatto saltare la mia copertura una volta per lui mentre lavoravo all’estero. Gli ho salvato il culo. Mi deve qualcosa. Quando riattacchiamo, voglio che lo chiami. Okay?”

“Ricevuto.”

“Digli che voglio che mi restituisca il favore. Non essere vago. Non ha scelta. Mi ha detto che avrebbe attraversato il deserto in ginocchio per me. Qualcosa del genere. Ricordaglielo. Questa è la sua unica chance di ripagarmi. Poi incontralo… Riesci a camminare?”

“No. Non tanto. Ma posso zoppicare.”

“Allora zoppica fino al suo ufficio. Quando arrivi lì, richiamami, ma non usare il telefono che stai usando adesso. Ruba a qualcun altro il suo. Stanotte io risponderò a tutte le chiamate. Se vedo una chiamata da un numero che non riconosco, saprò che sei tu. Per allora avrò preso un altro telefono. Faremo questa telefonata da due telefoni rubati. E lì darò ad Ashwal le sue istruzioni. Forse dovrai aiutarlo a fare quello che mi serve. Forse dovrai torcergli un po’ il braccio.”

“Okay, Luke. Sono bravino nel torcere braccia.”

“Lo so che lo sei.”

Luke riappese e uscì dall’automobile. Dal baule tirò fuori una scatola di metallo e uno zaino verde. Attraversò lo scuro vicinato fino alla porta principale della casa. Aveva l’impressione che il vicinato non stesse davvero dormendo. Chi poteva dormire in una nottata come questa? Si immaginò dozzine di persone attorno a lui, distese nei letti, forse a sussurrare ai loro cari, forse a piangere, forse a pregare.

Se laggiù era posizionato un cecchino, potevano metterlo fuori gioco adesso. Si preparò allo sparo, ma non ci fu nessuno sparo.

Salì le scale e suonò il campanello. Echeggiò uno scampanellio musicale per tutta la casa. Trascorse qualche momento. Luke mise giù le borse. Si voltò e osservò la notte. Casa dopo casa, strada dopo strada, molti isolati si allungavano oltre la piccola area di Main Street. Per molte persone, questa era probabilmente la peggior notte della loro vita. E lui era una di quelle persone.

Dietro di lui si aprì la porta. Si voltò e un uomo era lì in piedi. Era un uomo alto con capelli argentati e un viso spigoloso. Sembrava il classico sessantacinquenne che non aveva mai fumato e che ancora faceva cinque ore la settimana in palestra. Era pronto per sparare. Teneva tra le mani una grossa pistola. La canna rivolta alla faccia di Luke.

“Posso aiutarla?” chiese l’uomo.

Luke alzò le mani. Nessun movimento improvviso, per non farsi sparare senza ragione. Parlò lentamente e con calma. “Walter Brenna, mi chiamo Luke Stone. Faccio parte dello Special Response Team, FBI. Sono dei buoni.”

“Come conosce il mio nome?”

“Walter, tutti – e voglio dire proprio tutti – conoscono il suo nome. Tutti sanno chi è lei e cosa sta cercando di fare. Sono qui per dirle che non funzionerà. I cattivi hanno sentito la sua conversazione con Chuck Berg, e si stanno recando qui mentre parliamo, se non sono già arrivati. Non riuscirà a tenerli lontani.”

Brenna sorrise. “E lei sì?”

“Sono stato un agente della Delta Force in Afghanistan, Iraq, Yemen e nella Repubblica Democratica del Congo, più altri posti. Nessuno nemmeno lo sa che siamo stati in Congo, capisce?”

Brenna annuì. “Capisco. Ma ciò non significa che mi interessi, né che le creda.”

Luke fece un cenno con la testa. “Li vede quella scatola e quello zaino dietro di me? Sono pieni di armi. So come usarle. Ho smesso di tenere il conto delle mie uccisioni confermate arrivato a quota cento. Se vuole sopravvivere a questa notte, e se vuole che anche la vicepresidente sopravviva a questa notte, dovrebbe lasciarmi entrare.”

Brenna voleva giocare al gioco delle venti domande. “E se non lo faccio?”

Luke scrollò le spalle. “Aspetterò qui fuori. Quando arriva Chuck, gli dirò che la vicepresidente viene con me. Se non è d’accordo, lo ucciderò. Poi prenderò la vice con me in ogni caso. Deve essere tenuta in vita a tutti i costi. Chuck non è importante, e nemmeno lei.”

“Dove pensa di portarla?”

“Da alcuni amici. Ho un dottore che l’aspetta, insieme a un altro ex agente Delta. È il mio partner. Non per niente, ma ha ucciso sei uomini nelle ultime dodici ore. Tre di loro erano sicari del governo. Quando è stata l’ultima volta che ha ucciso qualcuno, Walter?”

Brenna lo fissava.

“Ritiene di farcela senza uccidere nessuno? Se è così, dovrebbe pensarci un pochino meglio.”

La pistola vacillò.

“Io ho suonato il campanello, Walter. Loro non lo faranno.”

Brenna abbassò la pistola. “Entri.”

Luke afferrò le borse ed entrò in casa. Seguì Brenna lungo uno stretto corridoio. Attraversarono un vecchio cucinino. Luke prese subito il comando, e Brenna accettò i suoi ordini.

“Ci sono delle donne qui?” chiese Luke. “Dei bambini?”

Brenna scosse la testa. “Sono divorziato. Mia moglie è andata in Messico. Mia figlia vive in California.”

“Bene.”

Brenna guidò Luke in una stanza spoglia priva di finestre. C’era un tavolo di legno nel mezzo. Vi era disposta dell’attrezzatura medica – bisturi, forbici, antisettici, bendaggi, lacci emostatici. “Questa stanza è rinforzata da doppio acciaio. L’ubicazione è fittizia, a molti metri dai muri della casa. Da fuori non si vede.”

Luke scosse la testa. “No. Useranno gli infrarossi, i rilevatori di calore. Avevamo degli occhialini del genere in Afghanistan. Si riescono a vedere fonti di calore attraverso i muri. Appiccheranno un incendio e noi rimarremo intrappolati qui.”

Luke alzò una mano. “Senta, Walter. Non vinceremo questa partita con le carinerie. Lasceranno cadere ogni messinscena. Nessuna legge. Nessuna negoziazione. C’è troppa carne al fuoco. Quando colpiranno, colpiranno duro. Dobbiamo prepararci. Non esiteranno a dare fuoco a questo posto, e poi diranno a tutti che forse è scoppiata una tubatura del gas. Personalmente, preferirei morire in una sparatoria per strada.”

Luke mise le borse sulla tavola. L’uomo era ovviamente uno di quegli che si chiamano “survivalisti”, che costruivano dispositivi assurdi come questa panic room, e che immagazzinavano cibo in scatola per sopravvivere in caso di apocalisse. L’uomo non era il tipo di Luke, ma era meglio di qualcuno che non fosse per niente preparato.

“Che altro ha?” chiese Luke. “Mi dia qualcosa di buono.”

“Ho un fucile M1 Garand, e una ventina di caricatori con proiettili perforanti incendiari .30-06.”

Luke annuì. “Meglio. Che altro?”

Brenna fece un respiro profondo.

“Coraggio, Walter. Sputi il rospo. Non abbiamo molto tempo.”

“Okay,” disse Brenna. “Ho una GMC Suburban corazzata completamente rifatta nel mercato secondario. È nel garage. Non sembra niente di che, ma le portiere, la carrozzeria, gli interni, le sospensioni, il motore, è tutto coperto d’acciaio, nylon balistico o kevlar. Le gomme sono modificate – si può guidarle per altre sessanta miglia prima che si sgonfino. Il vetro è policarbonato e piombo spesso cinque centimetri. Il peso è immenso, novecento chili più di una Suburban di serie. Anche il motore è modificato, è un V8, e il paraurti anteriore e la griglia sono di acciaio rinforzato – quella cosa può passare attraverso un muro di mattoni.”

Luke sorrise. “Bellissima. E non me lo voleva dire.”

Brenna scosse la testa. “Ci ho messo centomila dollari in quella macchina.”

“E non esiste un momento migliore per usarla,” disse Luke. “Me la mostri.”

Si spostarono nel garage di Brenna. Luke trattenne Brenna di fuori. Erano in piedi vicino alla porta della cucina, coscienti dei possibili punti di osservazione dai quali i cecchini potevano tenere d’occhio il garage aperto. Laggiù c’era la Suburban nera. Brenna aveva ragione. Sembrava un tipico modello recente di SUV. Forse i finestrini erano un po’ più scuri del normale. Forse saltava un po’ troppo agli occhi. O forse era solo l’immaginazione di Luke.

“Ha il pieno?” chiese Luke.

“Certo.”

“Devo prenderla in prestito.”

Brenna annuì. “Me lo immaginavo. Magari vengo con lei.”

“Buona idea. Ha qualche vecchio compagno ai servizi segreti, qualcuno che sia ancora in forma, e di cui sa di potersi fidare?”

“A qualcuno posso pensare. Sì.”

“Questa gente ci serve,” disse Luke. “Diavolo, il paese gli paga ancora una pensione, no? Potrebbero mettersi in prima fila un’ultima volta.”

Proprio allora, il rombo di una motocicletta li raggiunse dalla strada. Arrivava veloce. Apparve dal nulla, fece una curva bassissima nel corto vialetto di Brenna, e si diresse su per la collina al garage. Sbandò fino a fermarsi, la gomma anteriore andò a sbattere contro il muro lontano. L’autista riuscì a tenerla in piedi.

Luke estrasse l’arma, pensando fosse l’inizio dell’attacco.

Brenna corse alla porta del garage. Saltò, afferrò una corda e tirò giù la porta. La chiuse uncinandola a una pesante fibbia che si trovava sul pavimento.

L’uomo sulla moto si tolse il casco scuro. C’era una donna sul sellino posteriore, che lo stringeva attorno alla vita. Luke guardò da più vicino. In effetti non lo stringeva affatto. Aveva i polsi ammanettati attorno alla vita dell’uomo. Era legata a lui anche con due grosse cinghie di pelle. Brenna tirò fuori un coltello e si mise subito a tagliarle.

Una volta che ebbe i polsi liberi, il braccio sinistro della donna cadde di lato. Usò quello destro per togliere il casco. Il corto caschetto biondo le arrivò quasi alle spalle. Il viso era sporco di fuliggine. La mascella era serrata. Il lato sinistro del viso, quasi fino al mento, era di un rosso screpolato e infiammato. Gli occhi blu smentivano la sua stanchezza.

Susan Hopkins si guardò intorno nel garage. Scorse Luke.

“Stone? Che cosa ci fa lei qui?”

“La stessa cosa che ci sta facendo lei,” rispose Luke. “Cerco di riprendermi il mio paese. Sta bene?”

“Sento dolore, ma sto bene.”

L’uomo tirò giù il cavalletto e smontò dalla moto. Era molto alto. Aveva il viso stanco, ma il linguaggio del corpo era eretto e gli occhi attenti.

“Charles Berg?” chiese Luke.

L’uomo annuì. “Mi chiami Chuck,” disse. “La vicepresidente è stata una gran lavoratrice. Abbiamo avuto una nottata dura, ma lei ha tenuto duro. È una tosta.”

“È la presidente,” disse Luke, e la verità di quelle parole lo colpì per la prima volta. “Non la vicepresidente.” La guardò. Era piccola. Luke non riusciva a superare questa cosa. Aveva sempre pensato che le supermodelle dovessero essere alte. Era anche bella, quasi eterea nella sua bellezza. L’ustione sul viso in qualche modo le aveva dato qualcosa in più. Si sentiva come se avesse potuto guardarla per un’ora.

Non aveva un’ora. Poteva non avere neanche cinque minuti.

“Susan, lei è la presidente degli Stati Uniti. Facciamo sì che la gente cerchi di ricordarselo. Credo che aiuterebbe. Ora dobbiamo andarcene di qui.”

Il telefono di Luke prese a squillare. Abbassò gli occhi per guardarlo. Non riconobbe il numero. Era Ed.

“Walter, è una richiesta strana, ma ha un cellulare in più che non ha mai usato?”

Brenna annuì. “Ho cinque o sei telefoni prepagati. Li tengo a portata di mano in caso volessi fare telefonate lampo che non possano essere intercettate. Uso un prepagato una volta e poi lo distruggo.”

Questo tizio aveva tutto. “Lei è un po’ paranoico, no?” disse Luke.

Brenna scrollò le spalle. “Non è proprio il caso di darmi torto a questo punto, no?”

Luke rispose al telefono. “Ed? Sei lì col mio amico? Bene. Ti richiamo subito.”

Capitolo 50

1:43 a.m.

Ufficio del Chief Medical Examiner - Washington D.C.

Ashwal Nadoori riappese.

Sedette pensoso alla scrivania per un attimo. Un grosso uomo di colore sedeva di fronte a lui su una sedia a rotelle. La vista dell’uomo, e il tipo di uomo che era, gli portarono alla mente brutti ricordi.

“Ti ha detto cosa vuole?” chiese l’uomo.

Ashwal annuì. “Vuole un corpo, preferibilmente intatto. Una donna, vicina ai cinquanta, capelli biondi. Qualcuno che sembrasse sano prima di morire.”

“Puoi farlo?”

Ashwal scrollò le spalle. “Questo posto è grande. Abbiamo tanti, tanti corpi. Sono sicuro che ne troveremo uno che soddisfi la descrizione.”

Una volta, in un’altra vita, Ashwal era stato un dottore. Qui in America non accettavano la sua laurea irachena, così ora era solo un assistente medico. Lavorava in questo gigantesco obitorio, a trattare cadaveri, ad assistere alle autopsie, a fare qualsiasi cosa gli assegnassero. Poteva essere un lavoro sgradevole, ma era anche tranquillo a suo modo.

La gente era già morta. Non c’era da lottare per la vita. Non c’era dolore, e non c’era paura di morire. Il peggio che poteva capitare era già capitato. Non c’era bisogno di provare e poi fermarsi, e non c’era bisogno di fingere che non fosse una conclusione scontata.

Ashwal aveva una brutta sensazione allo stomaco. Rubare un cadavere voleva dire rischiare il lavoro. Era un lavoro dignitoso. Ashwal era frugale, e il lavoro pagava abbondantemente le sue bollette. Viveva in una casa modesta con le due figlie. Non gli faceva mancare niente. Sarebbe stata una vergogna terribile perdere le cose che avevano.

Ma che scelta aveva? Ashwal era bahá'í. Era una fede bellissima, di pace, di unità, mossa dal desiderio di conoscere Dio. Amava la sua religione. Ne amava tutto. Ma molti musulmani no. Pensavano che la bahá'í fosse apostasia. Pensavano che fosse eresia. Molti pensavano che dovesse essere punita con la morte.

Quando era un bambino, la sua famiglia aveva lasciato l’Iran per sfuggire alla persecuzione dei bahá'í nel paese. Si erano trasferiti in Iraq, che all’epoca era nemico mortale dell’Iran. L’Iraq era guidato da un pazzo, uno che più che altro lasciava in pace i bahá'í. Ashwal era cresciuto fino a diventare un uomo, aveva studiato sodo ed era diventato un dottore, e si godeva i frutti e i privilegi della sua professione. Ma poi il pazzo era stato rovesciato, e improvvisamente non era più sicuro essere un bahá'í.

Una notte degli estremisti islamici erano venuti e si erano presi sua moglie. Forse alcuni erano suoi ex pazienti, o vicini di casa. Non aveva importanza. Non l’aveva più vista. Perfino ora, dieci anni dopo, non osava immaginare la sua faccia né il suo nome. Semplicemente pensava “moglie”, e bloccava tutto il resto. Non poteva sopportare di pensare a lei.

Non poteva sopportare di pensare che quando l’avevano presa, non c’era nessuno a cui poteva rivolgersi per un aiuto. La società non era più funzionale. Le peggiori tendenze erano state liberate. La gente rideva, o guardava da un’altra parte, quando lui passava per la strada.

Due settimane dopo, di notte, era venuto un altro gruppo, una dozzina di uomini. Questi erano diversi, a lui sconosciuti. Indossavano maschere nere. Avevano portato lui e le sue figlie nel deserto sul retro di un pick-up. Li avevano fatti camminare fuori sulla sabbia. Li avevano obbligati a mettersi in ginocchio sull’orlo di una trincea. Le bambine piangevano. Ashwal non ci riusciva. Non riusciva a confortarle. Era troppo intorpidito. Da un certo punto di vista, quasi gli avrebbe fatto piacere, per il sollievo che avrebbe portato.

Improvvisamente si sentirono degli spari. Fuoco automatico.

All’inizio Ashwal pensò di essere morto. Ma aveva torto. Uno degli uomini stava sparando agli altri. Li uccideva e li uccideva. Gli ci erano voluti meno di dieci secondi. Il suono era assordante. Una volta finito, tre erano ancora vivi, strisciavano tentando di scappare. L’uomo con calma si era avvicinato a ognuno di loro e gli aveva sparato alla nuca con una pistola. Ashwal era trasalito ogni volta.

L’uomo si tolse la maschera. Era un uomo con la lunga barba dei mujahideen. La pelle era scurita dal sole del deserto. Ma i capelli erano chiari, quasi biondi, come quelli di un occidentale. Si avvicinò ad Ashwal e gli offrì una mano.

“Alzati,” aveva detto. La voce era ferma. Del tutto priva di compassione. Era la voce di un uomo abituato a dare ordini.

“Vieni con me, se vuoi vivere.”

L’uomo si chiamava Luke Stone. Era lo stesso uomo che aveva appena detto ad Ashwal di rubare un cadavere. Non aveva scelta. Ashwal non aveva neanche chiesto perché lo volesse. Luke Stone aveva salvato la sua vita e quella delle sue figlie. Le loro vite erano molto più importanti di qualsiasi lavoro.

L’ultima cosa che Luke Stone aveva detto al telefono gli aveva fatto prendere la decisione, se ancora non l’aveva fatto.

“Hanno preso la mia famiglia,” aveva detto.

Ashwal guardò l’uomo di colore sulla sedia a rotelle. “Andiamo nel retro e vediamo cosa riusciamo a trovare?”

Capitolo 51

1:50 a.m.

Bowie, Maryland – Periferia est di Washington D.C.

Un corteo di veicoli aveva corso tutta la notte per arrivare qui.

C’erano più di una dozzina di veicoli, per lo più jeep e SUV. Erano tutti neri, privi di un qualsiasi segno distintivo. L’ultimo era una specie di cellulare, a portata di mano nell’improbabile eventualità che venissero fatti dei prigionieri. I veicoli parcheggiarono piano, a due isolati dalla casa. Il vicinato era una strada senza uscita suburbana. Almeno sulle strade c’era un’unica corsia per entrare e per uscire. Due SUV parcheggiarono di fronte all’entrata.

Nel frattempo, una squadra d’assalto composta da venti uomini si avvicinava alla casa.

Otto uomini arrivarono dal davanti, cinque da ogni lato. Due uomini, i leader della squadra, rimasero indietro, inginocchiati dietro alle auto parcheggiate a mezzo isolato di distanza. Avrebbero sfruttato le loro posizioni come avamposti di controllo e commando. Tutti indossavano tute kevlar e caschi. I quali erano muniti di radio interne.

Gli otto attraversarono con calma il vialetto di fronte ai due garage. L’uomo in testa portava un ariete in acciaio di tredici chili, che avrebbe dovuto mettere fuori uso la porta d’ingresso con uno o due colpi. Ogni uomo poi aveva una granata stordente. Ognuno di loro aveva un fucile. Il piano era far saltare la porta d’ingresso, e poi lanciare le granate all’interno. Se la squadra aveva fortuna, le esplosioni e le luci accecanti avrebbero inabilitato i soggetti, oppure li avrebbero fatti fuggire dalla casa, dove il resto della squadra d’assalto avrebbe potuto tranquillamente metterli al tappeto.

Il terzo uomo della fila, un giovane di nome Rafer, si ripulì gli occhi dal sudore. A dire la verità, era nervoso.

Sentiva una strana sensazione nelle viscere, il rimescolio che lo prendeva prima di uno scontro a fuoco. Gli mancava proprio poco a farsela nei pantaloni. Sorrise. La dissenteria era il suo portafortuna. Tre missioni in Iraq e in Afghanistan, e non si era mai fatto un graffio in un combattimento.

Piantala. Sta’ attento.

Riportò la mente al momento presente. La fila di uomini si sporgeva contro la porta del garage. Le scale si trovavano a tre metri da loro, sulla destra. Dovevano essere veloci. Se lo figurò nella mente. BAM! La porta crollava, e loro lanciavano le granate. La sua sarebbe stata la seconda. Ritirarsi a terra, attendere le esplosioni, poi precipitarsi dentro.

Da qualche parte lì vicino, si sentiva un rumore.

Era smorzato, ma sembrava il motore di un’auto. E sembrava proprio dall’altra parte della porta del garage.

Il tizio di fronte a lui si voltò per guardare Rafer. Aveva gli occhi spalancati. Si girarono entrambi e guardarono la porta.

* * *

Luke sedeva al posto di guida della Suburban dentro al garage chiuso di Brenna. Brenna era accanto a lui. Sui sedili posteriori sedevano Susan Hopkins e Charles Berg. Brenna aveva il suo M1, disteso sulle ginocchia. Chuck aveva una Beretta nove millimetri. Susan non aveva niente. Luke era il papà seduto davanti. Erano la sua famigliola.

Le mani gli si strinsero sul volante. C’era quasi silenzio all’interno del SUV. Nell’angolo del garage c’era un piccolo display video. Mostrava quello che accadeva fuori dalle porte del garage. C’erano degli uomini là fuori, attrezzati come la SWAT. Luke non aveva idea di chi fossero né di che cosa pensassero di rappresentare.

Lo sapevano che c’era stato un colpo di stato? Lo sapevano che qui c’era la presidente? Forse pensavano di essere sul punto di fermare dei terroristi.

Scosse la testa. Non aveva importanza. Stavano per colpire la casa, e questo voleva dire che erano i cattivi.

“Non se lo aspettano,” disse con calma. “Quindi abbiamo dalla nostra l’effetto sorpresa. Ma non durerà a lungo.”

“Stai pensando di ucciderli?” chiese Susan.

“Sì.”

Girò la chiave nell’accensione e il motore tornò in vita abbaiando. Ora non si poteva più tornare indietro.

Ingranò la marcia e fece un respiro profondo.

“Pronti?”

“È una macchina davvero pesante,” disse Brenna. “Deve usare le maniere forti.”

Luke premette a tavoletta.

Le gomme urlarono sul pavimento di cemento del garage, e la Suburban gridò a sua volta, passando attraverso la porta, buttandola giù, facendola a pezzi. Il SUV eruttò fuori nella notte. Saltarono su qualcosa, frammenti della porta, dossi stradali, uomini, Luke non sapeva né gli fregava qualcosa.

Alla sua destra e alla sua sinistra, gli uomini vestiti di nero correvano.

Svoltò a sinistra, senza mai mollare il pedale dell’acceleratore. Gli uomini si accucciarono e spararono, trivellando la fiancata dell’auto di proiettili.

TA-TA-TA-TA-TA…

Susan urlò.

“Susan!” disse Luke. “Tenga la testa completamente giù, sul grembo di Chuck. Non sappiano quanto reggeranno i finestrini. Non voglio che lei sia seduta bella dritta quando cederanno.”

Il SUV guadagnò velocità. Luke sentì l’accelerazione.

Due isolati più avanti, due SUV scuri erano parcheggiati faccia a faccia al centro della strada. Gli uomini avevano preso posizione dietro di loro. Luke vide i flash di luce partire dalle bocche delle armi. Stavano già sparando.

“Dove andiamo, Walter?”

“Sempre dritto. È l’unica uscita.”

“Credo che stiamo per scoprire quanto antiproiettile sia questo vetro.”

Luke premette l’acceleratore ancora, fino in fondo. Guardò i furgoni parcheggiati sfrecciare verso di loro. Più vicino, più vicino. Una dozzina di uomini in nero spararono. I proiettili mitragliarono a bassa quota il parabrezza come vespe.

Due uomini si protesero verso il cofano del SUV continuando a sparare.

“Ci siamo!”

BUM!

La Suburban si schiantò tra i due SUV, metallo che squarciava metallo. Si infilò nel mezzo, le fece girare, le spinse via come giocattoli. I due tiratori vennero travolti e spappolati.

La Suburban rallentò appena.

Luke spinse a tavoletta di nuovo. L’auto scattò in avanti, accumulando velocità.

Un’esplosione di spari colpì il lunotto posteriore. Susan strillò ancora, ma non tanto forte questa volta. Poi furono fuori portata, correvano veloci. Luke guardò lo specchietto retrovisore. Gli uomini si affrettavano ai SUV e ci saltavano dentro.

“Okay,” disse Luke. “È andata piuttosto bene. Dov’è l’ingresso dell’autostrada?”

“Sempre dritto,” rispose Walter. “Un miglio, sulla destra.”

L’auto si muoveva rapidamente nella tranquilla cittadina. Luke rallentò appena per entrare in autostrada, tagliando la curva a destra. Si fusero con le quattro corsie quasi vuote di traffico, diretti a ovest verso la città.

L’auto continuava ad accelerare. Il contachilometri digitale toccò le 80 miglia, poi le 90 e poi le 100. La macchina scattava in avanti, facile da guidare. Luke prendeva le curve senza sforzo. Sfruttava la velocità, l’euforia. Per un momento sorrise. La Suburban era un razzo.

Dietro di loro, i primi veicoli lanciati all’inseguimento apparvero. Luke poteva vederne i fanali nello specchietto. Poteva seminarli con questa macchina? Credeva di no.

Spinse ancora. 120 adesso.

130.

L’abitacolo era silenzioso. Nessuno esultava. Nessuno faceva gridi di guerra. Non avevano ancora vinto niente, non ci erano nemmeno vicino. Tutti dovevano averlo capito.

Davanti a loro, delle automobili facevano segnali e si levavano dalla strada. Luke guardò di nuovo lo specchietto. C’erano dei lampeggianti rossi e blu, adesso, e si avvicinavo velocemente.

“Stiamo per avere molta compagnia,” disse.

Dietro di loro, gli inseguitori si avvicinavano. Superarono una rampa d’accesso. Altri tre SUV neri li affiancarono sull’autostrada. Centottanta metri più avanti, altri due avevano rallentato fin quasi a fermarsi. Le luci dei freni si accesero nel buio.

“Stone!” disse Chuck Berg. “Ci vogliono chiudere qui.”

“Lo vedo.”

Susan alzò la testa. “Cosa accadrebbe,” chiese, “se ci arrendessimo e basta?”

“Ci ucciderebbero,” rispose Brenna.

“Ne è certo? Voglio dire, è una pazzia. Se mi vedessero qui, mi sparerebbero senza troppi problemi?”

Brenna scrollò le spalle. “Vuole davvero scoprirlo?”

Ogni qualche miglio, superavano raccordi dove gli agenti della statale di solito si appostavano per monitorare il traffico con il radar, o solamente per voltarsi e andare nell’altra direzione. Sarebbero stati obbligati a superarne un altro tra un momento.

Un altro SUV accostò Luke da sinistra. Un uomo armato si sporse dal finestrino posteriore.

“Giù!” gridò Luke.

L’uomo sparò al retro della Suburban. I proiettili ne mitragliarono il fianco. Susan urlò. Il finestrino posteriore si crepò, ma non si ruppe. Luke ruotò il volante tutto a sinistra. L’auto corazzata colpì il SUV nero e lo spinse contro la muretta di cemento. L’auto crollò, gli pneumatici sbrindellati, e si rovesciò. La Suburban continuò a correre.

Luke si voltò indietro. “Susan, le avevo detto di rimanere giù. Non intendevo dire qualche volta. Intendevo dire sempre. A loro di noi non gliene frega niente. Sparano a lei. Preferirei che non gli facesse vedere dove si trova.”

Erano circondati da SUV adesso. Tre davanti, uno a lato, due dietro. I tre davanti rallentarono, e rallentarono ancora. Non c’era spazio attorno a loro. Le luci posteriori si accendevano e si spegnevano, si accendevano e si spegnevano, come se stessero giocando col freno. Luke guardò il contachilometri. 60. 55. 50. 45. Perdeva velocità. Erano in trappola. Non c’era via d’uscita.

“Sto per fare qualcosa di poco simpatico,” disse Luke. “La metterei ai voti, ma dubito che qualcuno voterebbe per me.”

“Che cosa?” chiese Brenna.

Ecco il prossimo raccordo.

“Questo,” disse Luke, e girò del tutto il volante.

La grossa Suburban virò all’interno del raccordo, saltò su una strada irregolare e poi dentro alle corsie dell’autostrada dirette a est. In direzione ovest.

I fari si stagliavano davanti a loro, un mare di fari.

“Gesù!”

Luke si tuffò dritto verso i fari, stringendo i denti. Premette sull’acceleratore ancora.

Si fiondarono nel traffico, e le macchine in arrivo si sparpagliavano come foglie.

Un articolato lo superò a sinistra. Tutta l’auto era scossa dalla folata di vento.

“Luke!” urlò Susan. “Fermo!”

La Suburban accelerò nel traffico. Le automobili si spostavano. I fari erano quasi accecanti. Non c’era tempo di guardare indietro. Teneva lo sguardo fisso avanti, tutte e due le mani aggrappate al volante, con una concentrazione assoluta.

Era un lungo rettilineo, le auto arrivavano in mandrie. Luke ci si fiondava come una barca che taglia le onde. Cominciò a provare quella sensazione di sicurezza – quella mormorante e ronzante sensazione che associava alle Dexy. Doveva stare attento. Troppa sicurezza poteva uccidere.

Le auto sfrecciavano come missili.

“Qualcuno ha svoltato con noi?” chiese Luke.

Brenna guardò dietro.

“No. Nessun altro è così pazzo.”

“Bene.”

Luke virò del tutto a sinistra e sfrecciò fuori dall’autostrada verso la prossima rampa d’ingresso.

Capitolo 52

2:21 a.m.

Ufficio del Chief Medical Examiner - Washington D.C.

Luke individuò Ed Newsam appoggiato al muro dell’edificio, con il fucile M4 cullato tra le braccia.

L’edificio era di quattro piani, con la facciata di vetro. Si trovava appena fuori dal raggio di mezzo miglio dell’evacuazione radioattiva attorno alla Casa Bianca. Le strade erano totalmente deserte. Sembrava che la maggior parte della gente avesse deciso che mezzo miglio non era una distanza neanche lontanamente sufficiente.

Luke portò l’auto a fermarsi sul marciapiede di fronte all’edificio.

“E adesso?” chiese Susan.

“Adesso lei esce. Se ne resta con Ed, Chuck e Walter dentro a quell’edificio. Qualsiasi cosa accada, chiunque arrivi, lei resta con loro. Resti più vicino che può a Ed. Chuck e Walter sono molto bravi, ma Ed è una macchina di morte. Okay?”

“Okay.”

“Allora facciamo presto.”

Luke saltò fuori dall’auto. Del fumo usciva dal radiatore. Tutte le portiere erano trivellate di fori di proiettile. Tre delle quattro gomme erano a terra. Tutto sommato, la macchina aveva retto eccezionalmente bene. Luke doveva farsene una.

“Ti sei scaldato, eh?” disse Ed.

Luke sorrise. “Avresti dovuto esserci.”

Alle sua spalle, stavano scendendo.

“Ed, ti ricordi la presidente, vero?”

“Certo.”

Ed aprì la porta dell’edificio. Aveva molta poca forza e dovette usare il peso del suo corpo per spingerla. Entrarono nel salone principale. Ashwal era lì con una sedia a rotelle. Era un uomo scuro, che stava perdendo i capelli, con gli occhiali. Erano passati anni da quando Luke l’aveva visto. Legata in posizione verticale sulla sedia c’era una donna morta con un corto caschetto biondo. Indossava un maglioncino bianco e dei pantaloni. Aveva la pelle grigia e floscia, ma altrimenti poteva sembrare che dormisse.

“Ashwal,” disse Luke.

L’uomo lo fissò. “Luke.”

Luke indicò Susan con entrambe le mani. “Ashwal, questa è Susan Hopkins, la presidente degli Stati Uniti. È ferita. Ho bisogno che le fai una diagnosi e la curi con qualunque cosa hai a portata di mano qui. Non possiamo portarla all’ospedale. C’è gente che sta cercando di ucciderla.”

Ashwal fissò Susan. Qualcosa gli nacque lentamente nel profondo degli occhi.

“Non sono più un dottore.”

“Stanotte lo sei.”

Ashwal annuì, con il viso severo. “Okay.”

Susan osservava il cadavere.

“Quella dovrei essere io?” chiese.

“Sì.”

“Che cosa ha intenzione di farne?”

Luke scrollò le spalle. “La ucciderò.”

Capitolo 53

2:30 a.m.

Strade di Washington D.C.

Probabilmente stavano cercando la macchina. La cosa più facile da fare era aiutarli a trovarla.

Luke era nella Suburban, solo adesso. Aveva il fucile Garand M1 di Brenna con lui sul sedile anteriore. Era caricato con un caricatore a otto proiettili incendiari perforanti .30-06. Altri dieci caricatori si trovavano sul tappetino del sedile davanti.

Su quello posteriore, al posto di Susan stava seduto il cadavere. La cintura lo teneva dritto. La testa oscillava su e giù con il movimento dell’auto.

Luke viaggiava lento per le strade vuote vicino al National Mall e al Campidoglio. Era appena sul limitare della zona di contenimento radioattivo. Da qualche parte qui intorno, i poliziotti di Washington dovevano aver bloccato le strade.

Eccole, le luci intermittenti, giù per una strada alla sua destra. Superò l’incrocio, poi accostò sul cordolo. Non c’erano auto né persone da nessuna parte.

La polizia era stata brava. Era un inizio. Ma ciò di cui aveva bisogno Luke erano i cattivi. I poliziotti non ne sapevano niente di quello che stava accadendo. Questa automobile a loro non avrebbe detto nulla. Rimase seduto un minuto, pensandoci. Poteva averli seminati così bene laggiù sull’autostrada da averli persi? Non credeva.

Aveva ancora il suo telefono. Sapeva che tenerselo era stupido, ma contro tutte le aspettative sperava di ricevere una telefonata o un messaggio da Becca. Tirò fuori il cellulare e fissò il suo inquietante bagliore nel buio.

“Oh, diavolo,” disse. Compose il numero.

Aveva il telefono spento. Non suonava proprio.

“Ciao, sono Becca. Non posso rispondere…”

Riappese. Rimase seduto tranquillo alcuni momenti, cercando di non pensare a niente. Forse l’avrebbero trovato, forse no. In questo caso, sarebbe dovuto andare lui a cercarli. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Affondò per un istante nel sedile del guidatore.

Gradualmente, divenne conscio di un rumore. Era il pesante rimbombo di un grosso elicottero. Non si allarmò. Ci potevano essere milioni di ragioni per cui un elicottero, persino un elicottero militare, si trovasse nel cielo di Washington D.C. adesso. Si tirò su e guardò fuori dal parabrezza. Vedeva il panorama della larga strada di fronte a lui.

L’elicottero si stava avvicinando dritto davanti a sé. Volava basso e lento. Dopo qualche secondo, la sua forma gli divenne familiare.

Non poteva essere quello che pensava che fosse, non nel bel mezzo della città.

Ma era…

…un elicottero d’attacco Apache.

“Oh no.”

Luke ingranò la marcia e pigiò a tavoletta. Ruotò il volante al massimo a sinistra e fece una pazzesca e stridula inversione a u in mezzo alla strada.

L’elicottero sparò con la mitragliatrice Minigun a canne rotanti.

I proiettili da trenta millimetri colpirono il tettuccio del SUV, lacerando la carrozzeria dell’auto.

Luke trasalì, ma continuò a guidare. Girò bruscamente a sinistra, svoltando lungo il fianco della strada. L’elicottero lo superò e finì alle sue spalle.

Davanti, quattro poliziotti erano in piedi di fronte a una bassa barriera di cemento. Stavano guardando il cielo, e la loro attenzione fu subito catturata dall’elicottero. Due moto della polizia erano parcheggiate su ogni lato, con le luci intermittenti silenziose. Luke fece un respiro profondo.

Poliziotti veri! Non riusciva a immaginarsi un gruppo di persone a cui avrebbe preferito arrendersi adesso. A un centinaio di metri dal posto di blocco, premette l’acceleratore. La Suburban prese velocità. Accelerò verso i poliziotti.

I quattro si sparpagliarono.

Tre secondi dopo, Luke andò contro alla barriera in cemento, spaccandola a metà, trascinandosi davanti i due pezzi sgretolati. Sbandò per fermarsi, innescò la retro per qualche metro, poi sgommò.

Dietro di lui, i poliziotti erano saliti sulle motociclette. Pochi secondi dopo, si cominciò a sentire il familiare suono della sirena.

Luke svoltò a sinistra su Independence Avenue. Controllò il cielo in cerca dell’elicottero. Poteva sentirlo, ma non riusciva a vederlo. La Suburban fumava per via dei proiettili che aveva appena incassato. Li aveva decisamente sottovalutati. Un Apache! L’avrebbero distrutta questa macchina, fregandosene di chi lo sarebbe venuto a sapere.

Spinse la Suburban più forte di quanto potesse andare. Aveva perso un po’ di potenza, e non toccava neanche le 80 miglia. Accelerò lungo la Independence, sul lato sud del Mall. Il Tidal Basin era alla sua sinistra. Le luci della strada luccicavano sull’acqua.

Dietro di lui, arrivavano i poliziotti.

L’Apache piombò giù alla sua destra. Era a un’altezza di quattro piani. La Minigun sparò di nuovo. I proiettili colpirono. Sembrava un martello pneumatico. Il finestrino posteriore destro andò in frantumi, spruzzando di vetro il cadavere.

Luke scartò bruscamente, con il piede che ancora premeva l’acceleratore a tavoletta. La strada gli sfrecciò dietro. Davanti e alla sua sinistra, poteva vedere il Lincoln Memorial, acceso nella notte.

L’elicottero si voltò. Lasciò perdere la Minigun. Cominciò invece a lanciare i razzi Hydra. Una fila di razzi sibilò dal fianco destro del velivolo. Tre, quattro, cinque.

Di fronte a lui, la strada esplose in ombre gialle e rosse. BUM… BUM… BUUM.

Scartò a sinistra. Il SUV passò attraverso una barriera di rete metallica e planò sull’erba. Luke venne sballottato sul sedile. Aveva le mani aggrappate al volante. Mollò appena l’acceleratore.

Altri razzi. Uno accese una riga di ciliegi in fiore. La collinetta gli esplodeva tutto intorno.

L’auto accusò un colpo diretto, nel retro.

Luke sentì il retro della macchina salire in aria. Spinse la portiera e saltò fuori.

Colpì l’erba e rotolò via verso sinistra. Le gomme posteriori dell’auto si sgonfiarono e la macchina continuò a correre, giù per la collina e verso l’acqua.

Luke vide la scintilla di un altro razzo che partiva. Sfrecciò attraverso aria, penetrò la corazza del SUV, e centrò l’obiettivo. Le fiamme esplosero un istante prima che esplodesse la macchina stessa.

BUUUUM.

Luke cadde a terra e si coprì la testa mentre la pesante corazza volava. Un momento dopo, si guardò alle spalle. L’auto stava ancora correndo, le fiamme rosse e gialle sembravano delle braccia protese al cielo notturno. Dentro all’abitacolo c’era una donna sul finire della quarantina, non reclamata, una persona senza nome. Luke poteva vederne la sagoma.

L’automobile, completamente a fuoco, scendeva piano verso la riva. L’orlo del bacino era ripido. L’auto lo oltrepassò e precipitò. Galleggiò lì per un secondo, metà nell’acqua metà fuori, prima di caderci dentro del tutto. Bruciava, anche mentre affondava.

L’elicottero virò e se ne andò. Secondi dopo, era un’ombra scura e distante contro il cielo della notte.

Luke era disteso sull’erba, respirava a fatica. L’auto della polizia di Washington scivolò fino a fermarsi dietro di lui, la sirena che ululava. Ne uscirono due poliziotti, uno bianco e uno nero. Gli si avvicinarono con le pile e le armi in mano.

“Faccia a terra. Mani in alto.”

Luke fece quello che gli aveva detto l’uomo. Delle mani ruvide lo perquisirono. Gli bloccarono le braccia dietro alla schiena e gli ammanettarono stretti i polsi.

“Ha il diritto di rimanere in silenzio,” cominciò un poliziotto.

Capitolo 54

3:23 a.m.

Centro di detenzione municipale - Washington D.C.

Era tutto bianco.

I muri e i pavimenti erano bianchi. Le luci sul soffitto erano luminose e bianche. I cancelli scorrevoli di metallo che si aprirono e si chiusero sferragliando erano dipinti di bianco.

Dopo la trafila burocratica, misero Luke in una cella di custodia con un’altra mezza dozzina di uomini. La stanza era grande. Era bianca, con impronte sporche su tutti i muri. Il pavimento era di un bianco che virava in un sudicio grigio per via delle suole di migliaia di paia di scarpe. C’erano un orinatoio e un water incassati in una parete. Il pavimento pendeva molto gradualmente verso il centro, dove c’era un piccolo scarico rotondo e aperto.

Una sporca panchina bianca faceva un anello di quasi mezzo giro intorno ai muri della cella. Luke misurò camminando la cella per molti minuti mentre gli altri uomini lo osservavano. Era l’unico bianco nella stanza. Non se ne preoccupò. Notava a malapena gli altri. Era stato intrappolato qui. Non si sarebbe mosso. Non poteva sopportarlo.

Da qualche parte là fuori, Becca e Gunner erano nella mani dei cattivi. Luke magari si prendeva in giro, ma lo sentiva che erano ancora vivi. Se era così, doveva uscire di lì e trovarli. Non si sarebbe mai fermato, mai, finché non li avesse ritrovati. E che Dio aiutasse gli uomini che li avevano presi.

No. Era sbagliato. Nessuno poteva aiutarli.

Se allungavano anche solo un dito…

Ora che era incastrato qui, poteva sentire la rabbia bollirgli dentro. La vicepresidente, l’inseguimento in macchina, tutto quanto – l’avevano distratto. Ma ora non c’era nulla a distrarlo.

E poi, certo, c’era Susan Hopkins. L’aveva lasciata con Ed, e Brenna e Berg. Erano uomini capaci, soprattutto Ed. Ma se Luke era vivo, doveva sicuramente stare con loro.

Stava per gridare.

Raggiunse la panchina e si sedette. Un minuto dopo, un tizio si era staccato dalla panchina dal lato più lontano e procedeva con calma verso Luke. Era un grosso giovane, muscoloso, con una maglia dei Chicago Bulls. Aveva un folle groviglio di capelli afro sulla cima della testa. Sorrideva, e uno dei denti davanti era d’oro.

Si accucciò davanti a Luke.

“Ehi fratello, tutto okay?”

Un giro di risatine e sogghigni soffocati si sparpagliò per la cella.

Luke lo guardò. “Stanotte è morto il presidente. Fratello.”

Il tizio annuì. “L’ho sentito. Immagino che non mi interessi granché. Non l’ho mai votato.”

Luke scrollò le spalle. “Ti posso aiutare?”

Il tizio fece un cenno col mento. “Ho notato i tuoi stivali. Sono belli.”

Adesso fu il turno di Luke di annuire. Si guardò i piedi e gli stivali in pelle che indossava. “Hai ragione. Sono belli. Me li ha regalati mia moglie il Natale scorso.”

“Che marca sono?”

“Ferragamo. Credo che li abbia pagati un seicento dollari. A mia moglie piace comprarmi cose belle. Sa che io da solo non me le comprerei mai.”

“Dalli a me,” disse il giovane.

Luke scosse la testa. “Non posso. Hanno un valore sentimentale. E comunque, non credo che ti starebbero.”

“Li voglio.”

Luke si guardò intorno nella cella. Ogni coppia d’occhi era su di lui. Poteva immaginare come per qualcuno questa potesse essere una situazione di spaventosa tensione.

“Credo che faresti meglio ad andare a sederti,” disse. “Non sono di buonumore adesso.”

Gli occhi del ragazzo si accesero di rabbia. “Dammi quegli stivali.”

Luke girò gli occhi al cielo. “Li vuoi? Prenditeli.”

Il ragazzo annuì e sorrise. Si diede un’occhiata in giro. Adesso si sentivano risate piene. Il grosso e duro criminale stava per rubare gli stivali di un bianco. Si sporse per raggiungere i piedi di Luke.

Luke rimase fermo un secondo, poi calciò il ragazzo in bocca. Era un calcio leggero. La testa del ragazzo scattò all’indietro. Volarono dei denti, forse tre in tutto. Uno era quello d’oro che stava davanti. Il ragazzo cadde. Finì sulle ginocchia, si chinò, con le mani in bocca.

Luke sospirò. Si alzò, si posizionò dietro al ragazzo e lo colpì con un forte pugno al collo, proprio dove la colonna spinale si legava al cranio. Il ragazzo collassò sul pavimento sudicio. Gli occhi ruotarono fino mostrare il bianco. In pochi secondi era incosciente. Qualche secondo dopo, cominciò a fare uno strano suono con il naso.

Luke si guardò intorno nella cella. Era già di cattivo umore prima. Il giovane rubascarpe aveva solo peggiorato le cose. Luke avrebbe pestato chiunque qui fino alla morte, se era quello che volevano da lui.

“Il prossimo che mi rompe i coglioni perde tutti i denti,” disse, forte abbastanza da farsi sentire da tutti.

Gli altri indietreggiarono, con le bocche aperte, e poi alla fine distolsero lo sguardo. I loro occhi, così pieni di sete di sangue fino a pochi momenti prima, adesso erano pieni di qualcos’altro: paura.

Capitolo 55

5:45 a.m.

Osservatorio navale degli Stati Uniti - Washington D.C.

Il suo nome era William Theodore Ryan.

Era il pro-pronipote della piccola nobiltà delle colonie. La sua gente, per generazioni, era stata fedele alla Confederazione e ribelle. Ed eccolo qui, il presidente degli Stati Uniti d’America.

Era più stanco di quanto potesse ricordare di essere mai stato. Aveva dormito appena la notte precedente. E prima dell’alba aveva insistito per tornare in volo a Washington dal Sito R. Non aveva senso restare sottoterra, no? La minaccia era finita. E avrebbe mostrato al popolo americano quanto coraggioso era. Non si sarebbe nascosto in un buco in terra mentre più di trecento milioni di persone dovevano andare avanti con le loro vite in superficie, vulnerabili agli attacchi stranieri.

A ripensarci, sorrise.

Sedeva nell’ufficio al piano superiore della residenza ufficiale della vicepresidente. Fuori dalle finestre, il cielo era penetrato da una debole luce. La casa era bella, una grandissima Queen Anne bianca con timpani e torrette sugli adorabili e rotondi giardini dell’Osservatorio navale. Risaliva alla metà dell’Ottocento, e generazioni di vicepresidenti l’avevano chiamata casa. Adesso sarebbe servita da Casa Bianca fino a che l’originale non fosse stata ricostruita.

Sul sofà di fronte a lui sedeva il Senatore Edward Graves del Kansas. Più tardi in giornata, all’età di settantadue anni, Ed sarebbe diventato il più vecchio vicepresidente nella storia moderna degli USA. Ed Graves era un esperto militare, ed era presidente del Comitato delle Forze Armate del Congresso dalla notte dei tempi. Ed era uno dei suoi mentori da quasi vent’anni ormai.

Tra loro c’era un nero vivavoce sul tavolino. Strillava mentre un sottosegretario dello Stato Maggiori Congiunto gli faceva un veloce aggiornamento sugli eventi nel Medio Oriente. C’era tensione, ma sembrava andare tutto bene.

“Signore,” disse la voce, “sotto i suoi ordini, due jet da combattimento americani F-118 sono entrati nello spazio aereo iraniano approssimativamente alle 13:45 ora locale, circa mezz’ora fa.”

“Status?” chiese Bill Ryan.

“In due minuti sono stati intercettati e attaccati da tre jet iraniani, crediamo dei vecchi caccia Mig russi. Gli F-118 hanno distrutto i jet iraniani dopo un breve combattimento aereo. Il radar ha colto la presenza di almeno un’altra dozzina di caccia iraniani in volo verso l’area, così gli F-118 si sono ritirati nello spazio aereo turco. Gli iraniani sono tornati ai confini.”

“Okay,” disse Ryan. “Che altro?”

“Due stazioni di ascolto, una in Giappone e una in Alaska, hanno riportato che potrebbe esserci una mezza dozzina di missili russi situati in silos nella Siberia orientale passata allo stato di allerta negli ultimi venti minuti. I missili hanno come primi obiettivi le aeree metropolitane della West Coast, incluse Seattle, Portland e San Francisco. Hanno acquisito gli obiettivi e li seguiranno automaticamente.”

“Gesù. Perché lo stanno facendo?”

“Non ne siamo sicuri, signore. Vista la tempistica, sembra un’azione legata all’incursione nello spazio aereo iraniano, ma la chiacchierata che abbiamo ascoltato fa pensare a un po’ di confusione in tutto il centro di comando russo. Non crediamo che questi silos siano isolati, ma sembrano aver male compreso i loro ordini.”

Ryan guardò Ed. Era tipico dei russi comportarsi in modo così idiota. Che cosa volevano fare, dare inizio a una guerra nucleare sull’Iran? Doveva ammettere, però, che c’era qualcosa di esilarante in questa politica del rischio calcolato. Era il presidente da meno di otto ore.

Ryan parlò. “Abbiamo dei missili puntati sui silos russi?”

“Sì, signore.”

“Allora mettete anche i nostri missili in stato di allerta, e assicuratevi che i russi lo vengano a sapere. Devono rimettere i loro ragazzi in riga. Se gli mostriamo le nostre armi, magari capiranno che facciamo sul serio qui.”

La voce dall’altra parte esitò. “Sì, signore.”

“Altro?”

“Non al momento, signore.”

Ryan spense il telefono. Era molto tranquilla la stanza. Guardò Ed Graves.

“Idee?”

Le mani di Ed restarono sulle sue ginocchia. Erano nodose e piene di macchie da fegato, come i tronchi dei vecchi alberi. Il suo viso era spigoloso e rugoso. Il naso era bulboso, e attraversato da capillari rotti. Ma gli occhi erano due raggi laser.

“È stupido,” disse, “mandare due aerei oltre il confine. Perché li testiamo? Sappiamo cosa sono capaci di fare, e sappiamo cosa noi siamo capaci di fare. Ci hanno attaccati per primi, no? Hanno ucciso il nostro presidente.”

Qui, Ed fece un oltraggioso occhiolino. Bill era quasi imbarazzato per lui.

“Se è vero, allora dobbiamo colpirli e colpirli forte. Dobbiamo vendicarci. Abbiamo la Quinta Flotta nel Golfo persico. Portiamogli via le armi nello Stretto di Hormuz. Non vogliamo dargli la possibilità di metterci delle mine. Portiamogliele via e basta. Puf. E poi, mandiamo dei bombardieri da lì a Teheran. Forniamogli una serie completa di copertura aerea in modo che ci arrivino. Io comincerei oggi.”

Bill annuì. “Dovranno combattere per raggiungere Tehran.”

Ed scrollò le spalle. “I nostri ragazzi sono i migliori. E non è per questo che li paghiamo? Per combattere? Una o due settimane di bombardamento pesante nel centro città e credo che tutto il problema iraniano sparirà.”

“E i russi?”

Ed Graves sembrò pensarci per un momento. Alla fine, scrollò le spalle. “Fanculo i russi.”

Ci fu un bussare alla pesante porta di quercia.

“Avanti.”

Si aprì la porta. Entrò un giovane assistente. Si chiamava Ben, e aveva fatto parte dello staff di Ryan per un paio d’anni. Era un ragazzo energico in generale, ma oggi era particolarmente elettrizzato. Tutta la squadra stava risalendo la china.

“Che cosa posso fare per te, Ben?’

“Signore, è stata appena identificata la donna trovata nel SUV che è esploso e finito nel Tidal Basin ieri notte. Mi ha chiesto di informarla non appena avessi saputo qualcosa.”

“Sì. Che cosa sai?”

“Le impronte dentali indicano che si trattava di una donna di nome Liza Redeemer.”

Queste non erano le parole che Bill Ryan voleva sentire. “Redeemer?”

“Sì, signore. Era una nomade di 33 anni. Una lunga storia di malattie mentali, schizofrenia, disordine bipolare, tutto quanto. Aveva cambiato nome legalmente da Elizabeth Reid quando aveva compiuto i 18 anni. Non ci sono indizi qui su cosa stesse facendo in quella macchina.”

Ryan annuì. “Okay. Grazie.”

Quando l’assistente fu uscito, Ryan guardò di nuovo Ed Graves.

“Dobbiamo fare una telefonata a Don Morris.”

Capitolo 56

7:15 a.m.

Centro di detenzione municipale - Washington D.C.

“Come hai dormito?”

“Come un bambino. Ero rinchiuso con più o meno altri sei uomini. Ragazzi gentili. Non sapevo che così tanti innocenti fossero in prigione.”

Luke uscì nella luce del giorno fuori dal centro di detenzione. Era brillante là fuori. Era ancora ammanettato. Veniva scortato da Don Morris. Lui, Don e due agenti che Luke non conosceva scesero i gradini e si diressero verso una berlina nera vecchio modello posteggiata in fondo alla strada.

“Ci hai fregato bene. Hanno dovuto usare le impronte dentali per capire che non c’era Susan Hopkins in macchina con te. Ed è stato appena un’ora fa. Ancora non sanno chi sia.”

“Oh?” fece Luke. “Avrei giurato che era Susan.”

Don si fermò. Guardò Luke. “Piantala con le stronzate, Stone. Non sono di buonumore oggi, e credevo che non lo saresti stato neanche tu. Parlerai, e ci dirai dov’è Susan. Lo capisci, vero? Oh, lo so. Luke Stone è indistruttibile. Ci vorranno giorni per cavargli fuori le informazioni. Personalmente, non credo proprio. Credo che parlerai molto presto. Abbiamo un po’ di potere su di te, nel caso te lo sia dimenticato.”

“Hai detto che non avresti mai fatto del male alla mia famiglia.”

Don sorrise. “E non lo farò. La tua famiglia è viva e vegeta, e sta benissimo. Questo devi saperlo. Ma noi dobbiamo sapere dove si trova Susan Hopkins.”

“Don, Susan è la presidente degli Stati Uniti.”

Scosse la testa. “Non sei tu a decidere, Stone.”

“No. Lo fa la Costituzione.”

Don emise un suono. Era tipo un mmm di disapprovazione. Guardò i due agenti con loro. “Potete lasciarci un po’ da soli, me e l’agente Stone?”

I due si allontanarono di una trentina di metri. Rimasero in piedi vicino a una macchina parcheggiata a fissare Luke e Don. Non finsero di fare altro. Luke pensò che dovessero sapere che era in grado di uccidere Don con le mani e le caviglie legate.

Don si appoggiò alla berlina nera. “Figliolo, che cosa stai facendo?”

Luke lo fissava. Conosceva Don da tanto tempo, e ancora non lo conosceva davvero. “Che cosa stai facendo tu, Don? Che fai? Non sono io ad aver contribuito alla progettazione di un colpo di stato.”

Don scosse la testa. “Luke, in qualunque modo tu preferisca chiamarlo, ormai è finito. Le cose vanno avanti, non indietro. Bill Ryan è il presidente degli Stati Uniti, che ti piaccia o no. La tua famiglia è in pericolo, ma non è morta, né ferita. Puoi riaverla. Devi solo stare al nostro gioco. Non riesco a credere alla tua riluttanza. Non hai nessun asso nella manica.”

“A te che cosa ne viene, Don? Di certo non l’hai fatto perché Bill Ryan è il tuo vecchio amico del college.”

Don annuì. “Okay. Domanda legittima. Se ti aiuta a fare la cosa giusta, risponderò. Sono stanco che l’America sia debole. Sono stanco che l’America esiti. Quel tipo di cosa non faceva parte del mio addestramento nell’esercito, e francamente, non è nel mio DNA. Non riesco a sopportarlo. E sono stanco di implorare per ottenere le risorse per tenere a galla lo Special Response Team nel corso degli anni. Stavamo facendo un ottimo lavoro, l’hai visto, ne eri parte anche tu, e tutto quanto stava finendo nel cesso.”

Luke cominciava a capire. “Quindi Bill Ryan ti darà il budget che vuoi per l’SRT?”

Don scosse la testa. “No. Bill Ryan è un leader di facciata, come sono certo tu sappia. Ci sono altri poteri al lavoro qui. E loro vorrebbero vedere l’America di nuovo grande, come lo vorrei io, e anche tu. Quindi oggi pomeriggio Bill annuncerà la mia nomina come segretario della Difesa.”

Luke lo fissò. Ripensò alla notte precedente, a David Delliger che si prendeva una pallottola alla cinquantesima iarda dello stadio della Marina.

“Sei sicuro di volerlo, quel lavoro? Ero con il tuo predecessore la notte scorsa. Il suo mandato è terminato un po’ brutalmente.”

Don sorrise. “Dave non era la scelta giusta per il lavoro. Era un militare, ma non un guerriero. Questi tempi richiedono guerrieri. Sono sicuro che tu, tra tutti, puoi capirlo.”

“Don, se andiamo in guerra con l’Iran, i russi…”

Don alzò una mano. “Luke, non farmi una lezione sui russi. Uccidevo russi quando tu te la facevi nel pannolino. Lo so che cosa faranno i russi. Niente, ecco cosa. Staranno lì a guardare. Ora dimmi dove si trova Susan. Per cortesia.”

Luke non disse nulla.

“Rebecca e Gunner moriranno oggi, Luke. Ecco cosa accadrà. E tu non avrai nessun altro da incolpare tranne te.”

Luke si voltò da un’altra parte. “Sei un traditore, Don.”

Sulla strada, nella direzione in cui Luke stava guardando, accadeva qualcosa di strano. I due agenti tornavano veloci da loro. Dietro di loro, un gruppo di uomini in giacca e cravatta e occhiali da sole li seguivano lungo il marciapiede. Luke contò sette uomini. Si voltò e guardò in un’altra direzione. Forse erano diretti tutti da un’altra parte.

No. Un’altra mezza dozzina stava arrivando anche da lì. Luke riguardò gli agenti che erano con Don. Improvvisamente, scapparono. Uno puntò la strada. La attraversò per metà prima che un’auto lo colpisse. L’auto si bloccò con uno stridio. L’agente rotolò sul cofano e cadde a terra. Tre uomini gli corsero dietro, con le armi estratte.

L’altro agente corse attraverso un prato verso un parcheggio. Lo rincorrevano cinque uomini.

Tre si avvicinarono a Don e Luke da un lato, due da un altro. Estrassero le armi. Un uomo teneva alto un distintivo.

“Servizi segreti,” disse.

Misero faccia a terra Don. Gli presero le armi e lo ammanettarono.

“Quali sono le accuse?” chiese Don.

“Da dove comincio?” disse l’uomo. “Tradimento. Terrorismo interno. Omicidio. Rapimento. Cospirazione. Questo solo per iniziare.”

Liberarono i polsi di Luke. Se li massaggiò, facendo riprendere la circolazione. “Alcuni mi sembrano reati punibili con la pena di morte.”

L’uomo dei servizi segreti annuì. “Lo sono.”

“Mia moglie e mio figlio sono stati rapiti. Quest’uomo sa dove si trovano.”

Luke puntò lo sguardo fisso giù, verso Don.

“Se fossi in te,” disse, “Comincerei a parlare, e subito.”

Capitolo 57

7:45 a.m.

Osservatorio navale degli Stati Uniti - Washington D.C.

Un SUV nero accostò sul vialetto circolare davanti alla residenza ufficiale della vicepresidente.

La portiera nera si aprì, e Susan Hopkins uscì. Il dottore iracheno le aveva sistemato il braccio e il polso durante la notte. Il viso era al di là delle sue capacità – si era limitato ad applicarle un analgesico topico sulle ustioni in modo che riuscisse a dormire.

Susan aveva parlato con Pierre appena quindici minuti prima, dopo aver ricevuto l’assicurazione che era sicuro farlo. Non aveva ancora parlato con le bambine.

Si avviò su per il vialetto che portava alla bianca casa indossando un giubbotto antiproiettile sotto al completo. Chuck Berg era con lei, così come Walter Brenna.

La casa era bellissima, e non era mai stata più bella di quella mattina. Amava quella casa. Era stata la sua residenza per gli ultimi cinque anni.

Entrarono nel salone.

Circa una dozzina di uomini con le uniformi blu dell’esercito e in giacca e cravatta li fissarono mentre varcavano la soglia. Lei ne riconobbe alcuni. Erano agenti dei servizi segreti. Tutta gente di Ryan.

La fissavano come se avessero visto un fantasma. Uno degli uomini strinse la mano a Chuck Berg. Un basso mormorio si sollevò dalla folla.

“Posso aiutarla?” chiese un uomo in uniforme.

“Sono qui per parlare con William Ryan.”

“Chi devo annunciare?”

“Mi chiamo Susan Hopkins, e sono la presidente degli Stati Uniti.”

Entrarono altre persone del salone. Molti erano uomini alti in completi blu, con le armi agganciate alle fondine. Una piccola donna vestita da domestica entrò. Susan la riconobbe. Si chiamava Esmeralda, ma la gente la chiamava Esa, e lavorava in quella casa da più di vent’anni. Sembrava perplessa. Guardava Susan come se fosse stata uno di quei miracoli cattolici da cui i credenti a volte vanno in pellegrinaggio. Sarebbe potuta essere una Vergine Maria in lacrime sulla superficie di un ripido dirupo roccioso.

“Signora Hopkins?” disse Esa. “Lei è viva.”

Si avvicinò a Susan come in sogno. Le due donne si abbracciarono. Fu un abbraccio timido all’inizio, ma poi Susan strinse Esa più forte. D’un tratto, Susan cominciò a piangere. Era così bello, così bello, essere qui con questa donna, in questo momento.

“Sono io,” disse. “Sono viva.”

Chiuse gli occhi e lasciò che l’abbraccio proseguisse.

“Lei non è il presidente,” disse una voce tonante.

Susan lasciò andare Esa. A scendere la grande scala di marmo c’era non altri che William Ryan. Sembrava arzillo e cordiale, in forma e pieno di energia, molto più giovane dei suoi anni. “Io sono il presidente. Ho prestato giuramento la notte scorsa. L’atto è stato amministrato dal giudice capo degli Stati Uniti.”

Raggiunse la fine delle scale e andò dritto da Susan. Era molto alto. Torreggiava su di lei. Lei alzò gli occhi per guardarlo. Chuck Berg era alla sua destra. Walter Brenna alla sua sinistra.

“Susan,” disse Ryan. “È bello vederti. Ma dovrò chiederti di andartene. Ovviamente le ultime ventiquattr’ore per te sono state terribilmente stressanti. Sono piuttosto sicuro che non sei nello spirito di prestare giuramento.”

Una calca di militari e di agenti dei servizi segreti si era ammassato nel salone adesso.

Ryan fece un gesto in direzione di una coppia di militari vicino a lui. “Accompagnereste la signora Hopkins fuori, per favore? Abbiamo del lavoro da fare qui.”

Susan lo indicò. “Arrestate quest’uomo. Per tradimento, e per l’omicidio del presidente Thomas Hayes e di più di altre trecento persone.”

Ci fu un momento in cui non sapeva cosa sarebbe accaduto. Tutti se ne stavano semplicemente in piedi e guardavano. Da qualche parte ticchettava un orologio. Tre secondi, quattro secondi.

Cinque.

Chuck Berg fece un passo avanti. Prese un paio di manette d’acciaio dalla cintura.

Andò verso Ryan. “Signore, ha il diritto di rimanere in silenzio.”

Un uomo dell’esercito gli si piazzò di fronte. Chuck lo spinse via. Improvvisamente ci furono spinte e spintoni da tutte le parti. Susan venne presa a gomitate mentre i grossi e forti uomini si muovevano avanti e indietro. Poi senti un acuto dolore.

Qualcuno le aveva pestato i piedi.

Gli agenti dei servizi segreti erano più numerosi dei militari, di tre a uno. Tutti gli agenti dei servizi segreti si battevano per il loro compito.

Alla fine, Ryan combatté. Andò a terra oscillando, ma fu a terra che andò. In pochi secondi, andò dritto di faccia sul pavimento in legno lucidato, con due agenti che lo tenevano giù.

I servizi segreti lo rimisero in piedi. Aveva il viso arrossato dalla fatica. Guardò Susan mentre lo guidavano verso la porta principale.

“Sono io il presidente degli Stati Uniti!” urlò.

Susan lo salutò con un gesto sprezzante della mano.

“Fuori da casa mia,” disse.

*

Pierre e le ragazze stavano arrivando con un aereo per vederla. Questo pensiero le dava speranza, e felicità. Ne aveva un po’ bisogno.

Questa cosa di essere la presidente sarebbe stata un’impresa. La cospirazione contro Thomas Hayes era stata di vasta portata. In questa circostanza, era impossibile scoprire tutti quelli che ne erano stati coinvolti, e di quali rami del governo facessero parte. Per il prossimo futuro, il livello di minaccia interna contro di lei sarebbe stato considerato il più alto. Avrebbe indossato il giubbotto antiproiettile in tutte le apparizioni pubbliche.

I problemi nel Medio Oriente non sarebbero svaniti in una notte, ma forse stava già facendo qualche progresso. Aveva parlato brevemente oggi con il presidente russo. Le aveva detto, per mezzo di un interprete, che era molto felice di sapere che fosse viva. Le aveva assicurato che avrebbero potuto lavorare insieme per appianare i problemi con l’Iran.

Ma c’erano problemi ben più oscuri all’orizzonte. Nel pomeriggio, sedeva in ufficio con due visitatori.

“Voglio continuare a finanziare lo Special Response Team,” disse. “Ma vorrei tirarlo fuori dalle mani dell’FBI.”

Luke Stone stava in piedi alla finestra, a fissare i giardini dell’Osservatorio. “E in quali mani vorrebbe metterlo?”

Scrollò le spalle. “Potrebbe essere un ramo dei servizi segreti. O potrebbe semplicemente essere un’organizzazione a sé che fa rapporto direttamente al presidente.”

“Suona bene,” disse Ed Newsam. Sedeva su una sedia a rotelle con la gamba rotta stesa sulla scrivania. Teneva un sigaro spento tra le mani. “Mi piace questa musica.”

Stone si voltò. “Fino a ieri, ero in congedo prolungato. Non so neanche più se lavoro per lo Special Response Team.”

“È buffo,” disse Susan. “Io la volevo nominare direttore. Mi sbagliavo su di lei, Stone. Ecco quello che le dico. Nelle ultime ventiquattr’ore, ha salvato la mia vita più di una volta.”

Stone scosse la testa. “Devo trovare mia moglie e mio figlio. Questa storia è finita, e i cospiratori non hanno più bisogno di loro. Ogni minuto che passa…”

Susan annuì. “Lo so. Abbiamo messo tutte le risorse disponibili a caccia dei suoi. Le prometto che li troveranno. Ma nel frattempo, non posso farla uscire dall’SRT. C’è solo una manciata di persone di cui posso fidarmi adesso, e voi due siete in cima alla lista.”

Andò alla porta dell’ufficio e guardò fuori. Chuck Berg e un altro agente erano a tre metri di distanza. Chiuse piano la porta.

Tornò a voltarsi verso Stone e Newsam.

“La verità è che ho un’altra missione urgente per voi. Ne ho sentito parlare solo nell’ultima mezz’ora. Sfortunatamente, i nostri nemici ci hanno visti in una posizione di debolezza, e approfitteranno del momento per colpire. Le prossime quarantotto ore saranno cruciali.”

Adesso Stone e Newsam si fissarono.

“Coraggio, ragazzi. Ho bisogno di voi.”

“Possiamo almeno sapere di cosa si tratta?”

Annuì. “Ora ve lo dico. Ma voglio che prima mi diciate di sì.”

Trascorse un lungo momento.

“Sì.”

*

Luke attraversò nei curati giardini dell’Osservatorio verso il parcheggio. Accanto a lui, Ed Newsam faceva scivolare la sedia a rotelle, con le grosse braccia che davano una spinta ogni tanto.

“Ti alzerai mai da quella cosa?” chiese Luke. “Mi sembra che tu ti stia lasciando andare. Non puoi fare fisioterapia o una roba del genere?”

“Stone, sono seduto qui solo da ieri notte.”

Luke scrollò le spalle. “Be’, non posso farci niente, è una mia impressione. Mi sembra che tu ci sia seduto da un mese ormai.”

Il telefono di Luke suonò. Lo prese e guardò il numero. Per un secondo aveva sperato che…

Rispose. “Trudy. Cos’hai per me? Come va col computer di Don?”

La voce di Trudy era musicale, vivace. Probabilmente non chiudeva occhio da quasi quarantotto ore. Probabilmente non era neanche andata a casa in tutto quel tempo, e probabilmente stava bevendo la sua ventesima tazza di caffè nero. Ma c’era qualcosa nel vincere, persino nel vincere sporco, che faceva uscire la musica dalle persone.

“Swann è finalmente riuscito a decriptare i file di Don. Luke, ha sempre saputo tutto. Era parte del piano dall’inizio. In effetti c’era dentro da prima dell’inizio. Ci sono delle email tra lui e Bill Ryan sulla presa di potere da quella data fino a prima che Thomas Hayes fosse eletto presidente.”

“E credi di conoscere una persona,” disse Luke.

“Credevo di conoscere lui meglio di chiunque altro,” disse Trudy.

Luke ignorò la frase. Lui e Trudy avevano una storia complicata. Non gli andava di occuparsene adesso.

“Che altro?” chiese.

“Luke, Don ha parlato. Ha dato gli indirizzi di una casa sicura della CIA. Quelli che se ne occupano sono come fantasmi. Non sono sul libro paga ufficiale. Don crede che lì potrebbero esserci tua moglie e tuo figlio.”

Luke smise di camminare. Il cuore cominciò a martellargli in petto.

“Cosa?”

Istintivamente, andò a toccare l’arma assicurata alla giacca. Guardò verso il basso, verso Ed Newsam. Che alzò gli occhi verso di lui. Capì il linguaggio del corpo di Luke. La mano di Ed andò alle sue armi.

“Ho l’indirizzo di una casa sicura. Ci stiamo mandando degli agenti. Colpiranno duro, e senza preavviso. Se la tua famiglia è lì, gli agenti faranno tutto quello che possono per metterli in salvo.”

“Trudy, dammi l’indirizzo.”

“Tu non puoi andarci, Luke. Non sei obiettivo. Sarai da ostacolo all’operazione. E metterai tutti in pericolo.”

“Trudy…”

“Luke…”

“Trudy, dammi l’indirizzo.”

Ci fu una lunga pausa sulla linea. Tutto il suo corpo andava a fuoco per il feroce dolore della possibile perdita di Becca e Gunner.

“Dimmelo,” implorò.

Seguì un lungo silenzio.

Poi Trudy glielo disse.

Mətn, audio format mövcuddur
Yaş həddi:
16+
Litresdə buraxılış tarixi:
10 oktyabr 2019
Həcm:
311 səh. 3 illustrasiyalar
ISBN:
9781632918314
Müəllif hüququ sahibi:
Lukeman Literary Management Ltd
Yükləmə formatı:
Birinci seriyada kitab "Un Thriller Della Serie di Luke Stone"
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