Kitabı oxu: «La freccia nel fianco»

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Luciano Zùccoli

La freccia nel fianco


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066072261

Indice

I.

II.

III.

V.

VI.

VII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

SECONDA PARTE.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

XIX.

XX.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

XXVI.

XXVII.

XXIX.

XXX.

I.

Indice

S'eran conosciuti, una mattina di vento e di sole, in un piccolo paese sulle rive del lago.

Egli aveva otto anni e si chiamava Brunello. Un giorno doveva essere il conte Bruno Traldi di San Pietro, con un largo stemma, varii titoli d'antichi dominii perduti e quel tanto di patrimonio che Fabiano suo padre, giuocatore, avrebbe potuto lasciargli.

Ella si chiamava semplicemente Nicoletta Dossena, apparteneva a famiglia borghese arricchitasi nell'industria; contava diciotto anni, era dritta nell'anima come nel corpo; alta e formosa.

Il piccolo Bruno aveva già girato il mondo.

Recava dentro di sè una malinconia e una rabbia di ribellione, un germe di scoramento e una volontà d'ostinazione meditata, un gusto di beffardaggine incosciente, che in così tenera anima sbigottivano e parevano straordinarii.

Non aveva mai potuto vivere in pace quei suoi pochi anni di vita.

La madre, Clara Dolores, divisa dal conte Fabiano, voleva il figlio; il padre lo toglieva alla madre: Bruno stava ora con l'una, ora con l'altro; più spesso col padre, più volontieri con la madre; avvenivano liti, lavoravano avvocati, si scambiavano lettere e telegrammi e carta bollata per averlo. E da ultimo era intervenuta anche la famiglia del conte Fabiano, madre e fratelli, per toglierlo ai due coniugi in guerra e metterlo in collegio.

Quand'era con Fabiano, godeva una libertà pericolosa e piena; la madre lo teneva nascosto come un gioiello perchè non glielo portassero via; i parenti non erano riusciti ancora ad averlo, e gli uomini di legge avevan trovato ragione a costruire sulle pretensioni di quella famiglia un edificio di cause e di beghe, il quale non sarebbe finito mai più, ma fruttava molto agli avvocati delle varie parti.

Per tutte queste ragioni degli altri, Bruno aveva corso il mondo, ora con la mamma, ora col papà, e ricordava d'aver visto sfilare sotto gli occhi le città, le campagne, i monti, in treno, in carrozza, in diligenza, a dorso di muletto.

Era riuscito, tra quel tumulto, a imparare a leggere e a scrivere e si dava grandi arie per questo coi piccoli amici che veniva a conoscere qua e là, in un albergo di prim'ordine o in una casupola di contadini.

Suo padre gli insegnava qualche cosa, di tanto in tanto, per capriccio; sua madre lo istruiva meglio, con maggior costanza. Aveva avuto qualche maestro privato, una istitutrice giovane e bruna che stava presso suo padre, e di cui udiva parlar molto male da sua madre.

Egli non ascoltava se non ciò che poteva divertirlo, si faceva una specie di coltura a brani, e un giorno voleva dipingere come Clara Dolores, un altro prender le sue note di viaggio come Fabiano, un terzo vivere non facendo nulla o guidando i cavalli.

Il conte Fabiano aveva venduto, ricomprato, tornato a vendere la sua scuderia; ma dovunque andava, teneva carrozza; sontuosa o no, a seconda dei colpi di fortuna.

Talora egli e il bambino erano ricchi e scialavano; talora veniva una raffica dal tappeto verde, che portava via quasi tutto. Scendevano allora dall'albergo di prim'ordine a qualche albergo pieno di poesia e d'incomodi, in un paesetto qualsiasi; la carrozza spariva; si vedevano intorno a Fabiano certi uomini melliflui e diffidenti che gli procuravan danari.

E allora Fabiano e Brunello ripartivano, riprendevano la vita grande, sin che la mamma sopraggiungeva, faceva una scena a Fabiano e si portava via Brunello.

Con lei, il bambino tornava bambino; andava a letto presto, mangiava regolarmente tre volte al giorno, in ore fisse: studiava un poco, giuocava, non aveva per amici i domestici e i cocchieri, ma altri piccoli ragazzi, che gli parevano molto stupidi; si lasciava cullare da tenerezze continue e si annoiava leggermente. Aveva al suo seguito un cane di Terranova con pochissime pulci, mentre il barbone del papà ne formicolava un giorno e l'indomani, per improvviso ordine del conte, pareva tutto di seta, e puzzava di mille profumi che lo facevano starnutare ad ogni passo.

D'improvviso ricompariva il papà. Egli minacciava di bruciarsi le cervella se non gli restituivano il bambino; la mamma correva dall'avvocato, poi sveniva, e il bambino finiva col riprendere la strada insieme al padre.

Brunello viveva di questa vita, dalla nascita, attonito, impassibile, osservando; non poteva affezionarsi nè a luogo nè a persona, e si contentava d'aver qualche preferenza; la madre, il padre, i parenti, i conoscenti, gli sembravano curiosi e simpatici, quantunque sentisse che poteva fidarsene mediocremente.

C'era del fracasso, dell'impreveduto, della commedia, nella sua esistenza. Capiva ch'egli era causa o pretesto, o a vicenda pretesto e causa di tutto un congegnoso affanno; e assisteva, inconsapevole spettatore, alla commedia, senza potersi dire s'egli valeva o non valeva tanto da commuovere i personaggi, ch'erano cospicui e a lui parevano grandissimi.

Intanto viaggiava; egli, il padre, il cane barbone che si chiamava Tiè, e molti bauli; un intero baule serviva pei balocchi, magnifici e varii, acquistati da Fabiano con la prodigalità che questi usava in tutte le cose di sua vita.

Ma qualche volta Bruno era colto da malinconia e da scoramento. Voleva la mamma, se era col papà; o voleva il papà, se era con la mamma. Quei due non potevano star mai insieme e in pace; e questo inconveniente lo disturbava molto.

Arrivavano in un paese, gli portavano nella camera il baule perchè si divertisse, e Bruno toglieva dalla compagnia delle marionette il Re moro, e arrampicatosi con quello sul coperchio, rimaneva seduto malinconico a sognare.

Poi c'erano i giorni in cui pioveva e nevicava. In alcune città, la pioggia e la neve parevan più uggiose che in qualunque altro luogo del mondo; non s'udiva che il rumore di qualche carrozza, lo scalpito d'un ronzino, a lunghi intervalli.

Bruno passava ore con la fronte e il naso schiacciato contro il vetro d'una finestra a guardar nella via una processione d'ombrelli, o su in alto qualche raro volo di colombi e di passeri.

Erano i giorni in cui non si faceva niente di bello, non si usciva a passeggio, non si andava a teatro, non si mangiavano i dolci nelle pasticcerie; e non perchè pioveva o nevicava, ma perchè il babbo aveva pochi quattrini o anche non ne aveva punti, e stava ad aspettarli.

Bruno aspettava egli pure, soffiando sui vetri e disegnando pupazzi col ditino nel velo del fiato; ma ciò non bastava a divertirlo.

Finalmente Fabiano aveva avuto una buona idea ed era partito col figlio per una città che sorgeva di là dalle pianure e dalle montagne, oltre i fiumi mormoranti nella loro spuma argentea.

E dentro la città, Bruno aveva trovato un tramestìo che non aveva mai visto, un passaggio continuo di carrozze e di omnibus a tre cavalli e di carri e di carrette, e gente che galoppava tutto il giorno e fracasso e urti e fretta e scalpitar di zoccoli ferrati sul selciato liscio.

Di sera, una festa di lumi ovunque, in lunghe file sulle rive d'un fiume, a tondo sulle piazze, in alto dentro le case, nei larghi spazii delle vetrine; e lo scalpito e il tumulto non cessavano mai.

La casa di Fabiano fu subito frequentata da ufficiali che vestivano chiassosamente coi calzoni rossi, le giacche azzurre e gli alamari bianchi alle giacche; e venivano anche damine gentili molto odorose.

Tutti parlavano una lingua diversa dall'italiano; chiacchieravano, ridevano,—il salotto pareva un'uccelliera coi più garruli uccelli,—prendevano il tè col babbo, che parlava quella lingua speditamente, ciò che a Brunello dava idea che anche suo padre fosse uno straniero.

C'era in salotto un bel piano a coda ornato di ricchi bronzi, e ora un ufficiale vi si sedeva innanzi a suonare un ballabile senza freno, ora una giovane,—tutte le donne che venivano per casa erano giovani,—cantava una lenta languida romanza.

Bruno era accompagnato in salotto all'ora del tè.

Le damine gli si affollavano intorno ad accarezzarlo; ma di molte parole che gli si rivolgevano egli non capiva che il suo nome un po' stroppiato nelle vocali; e seguivano espressioni che dovevano essere graziosissime, perchè tutti sorridevano approvando. Solo il bambino sbuffava impaziente.

Il papà gli dava un bacio, e lo lasciava tra quelle sottane, perchè egli stava giuocando, seduto a un tavolino con gli ufficiali. Molto danaro e un mazzo di carte attraevan tutta la loro attenzione, e da quell'angolo non venivano risate.

Le donne facevan musica, cinguettando, si prendevan Bruno come una piccola scimmia innocua e se lo mettevan sulle ginocchia; o lo lasciavan dormire in un cantuccio del divano, o lo portavano in braccio, o se lo facevano arrampicare sul collo o si sdraiavano a terra con lui a giuocare coi soldatini.

Egli s'era abituato così ai profumi, alle vesti seriche, alle mani dalle unghie dipinte, agli occhi ombreggiati, ai colli bianchi, ai capelli morbidi, che sprigionavano olezzi misteriosi, alle caviglie sottili, a tutte le malizie dell'eleganza; e precocemente aveva capito che le giovani eran balocchi degli uomini; ogni ufficiale n'aveva una; com'egli era un balocco tra quei balocchi di lusso.

Viveva da piccolo animale non anco pericoloso, tollerato e un poco beffeggiato, piuttosto sul tappeto e sul divano che dritto in piedi; e la sua crudeltà infantile si scapricciava con quelle ragazze, calpestandole, pungendole, scompigliandone i capelli, come la crudeltà degli altri bambini si sazia torturando le mosche.

Ma avveniva che d'improvviso, ricordando d'avere un figlio e di doverne rispondere, Fabiano non si occupasse che di lui. E non era piacevole, quantunque avessero detto a Bruno i maestri e le istitutrici che l'amore paterno e l'amore materno sono due grandi tesori nella vita.

Fabiano voleva troppo dal piccolo, che a sei anni sapeva leggere e scrivere; lo ingozzava di somme e di sottrazioni e di geografia, così che il bambino se ne sognava anche di notte, e aveva più paura delle cinque parti del mondo che del diavolo.

E l'indomani, colto da una tenerezza repente, il papà conduceva Bruno con la carrozza a due cavalli in un immenso parco, per le andàne del quale s'incontravano amazzoni belle, quelle stesse che giuocavano col bambino, e cavalieri, quegli stessi che giuocavano col babbo.

In una grande trattoria elegantissima tra il verde e i fiori, al suono d'una musica invisibile, Fabiano e Brunello si trattenevano a colazione; e tutto il giorno era festa, e la sera il teatro, per lo più un Circo equestre, chiudeva degnamente la giornata faticosa. Bruno era soddisfatto, perchè il babbo era stato sempre con lui e non gli aveva chiesto quali sono le cinque parti del mondo.

Pareva egli stesso un fanciullo, il babbo, in quelle rarissime giornate.

A casa difendeva in lunghe battaglie ordinate i suoi soldatini di piombo contro i soldatini di Bruno, o improvvisava una commediola nel teatrino di marionette; ad ogni scena che gli garbava, Bruno chiedeva immediatamente il bis, e l'autore si sforzava a piacer meno che fosse possibile per non ripetere, una scena dopo l'altra, tutta la rappresentazione. Ma piaceva sempre troppo, al contrario di ciò che avviene nella vita d'ogni giorno.

Quando compariva il Re moro, si faceva l'oscurità nella camera, e alla ribalta bruciavano certi sali in due salierine d'argento che figuravan da tripodi, e tutta la scena era illuminata da vapori azzurri. Poi il Re moro si sentiva male, e cadeva lungo disteso sul palcoscenico. Bruno aspettava il seguito, e non udendo voce, si muoveva dalla sua poltroncina e scopriva che il babbo non c'era più; se n'era andato alla chetichella, e Bruno lo ritrovava nel suo studio a leggere o in salotto a chiacchierare con gli amici.

Il Re moro indicava con la sua morte la fine del dramma; epperò quando lo vedeva apparire, Bruno gridava inquieto:

—Papà, non farlo cadere! Papà, lascialo vivere!

Brevi giorni di gioia, che saranno stati dieci, che saranno stati venti in un anno: gli altri, Bruno se li doveva sbarcare da solo, ora coi domestici, ora con un maestro che insegnava tutto ma non interrogava mai, ora con le donnine del babbo.

Disponeva della propria giornata a piacere, comparendo un po' dovunque e cercando d'esser vicino a suo padre. Qualche volta una ragazza se lo prendeva e se lo conduceva a spasso e a pranzo, e lo faceva dormire in un lettuccio improvvisato, restituendolo a casa dopo due o tre giorni.

Egli tornava e non diceva nulla; lo interrogavano e si sbrigava con poche parole; aveva le sue conoscenze personali qua e là, di cui alterava i nomi a caso e ricordava nella sua disordinata conversazione qualche gesto o abbozzava qualche aneddoto. Le ragazze lo consideravano come un amico discreto e placido, e ne sorridevano, quando non si dilettavano ad aizzarne la bizza sparlando a bella posta del conte, o protestando perchè il Re moro puzzava di vernice.

La vita nella città dei lumi e del fracasso durò un tempo troppo breve per Fabiano e certo troppo lungo per Brunello.

Finì il giorno in cui il Re moro perdette la corona di cartapesta dorata, la quale da qualche tempo gli scivolava sull'occhio sinistro o sul naso, con danno alla sua gravità augusta.

Stanco degli scherzi e dello sfringuellare delle amiche e assordato dall'incrociarsi di conversazioni di cui capiva ormai il linguaggio ma non afferrava tutto il significato, Bruno aveva preso sonno in una poltrona, tenendo il Re moro tra le braccia; e un tintinnìo sul tavolino e qualche fresca risata ne cullarono il riposo.

Quando si destò, gli ospiti erano partiti e la corona di cartapesta rotolata dal capo regale a terra.

Restava il papà, assorto in un pensiero così difficile, che forse non gli lasciava nemmen vedere il suo bambino; e passeggiava in lungo e in largo pel salotto.

Brunello e il Re stettero a guardarlo, fin che il papà, vista la corona a terra, si chinò a raccattarla e la gettò dalla finestra nel giardino.

—Partiamo domani!—annunziò senza volger la testa a Bruno, forse parlando a sè medesimo.

La decisione della partenza sembrava così naturalmente scaturita da quel gesto, che Bruno ne fu sorpreso.

Dopo un istante di silenzio, durante il quale non osò muoversi dalla sua nicchia, domandò:

—Perchè il Re non ha più la corona, papà?

—Perchè il Re non ha più la corona,—ripetè Fabiano fermandosi.

Allora Bruno ebbe coscienza che qualche grande fatto era avvenuto.

E vedendo che il papà riprendeva la corsa, il Re e Brunello scivolarono dalla poltrona; e l'uno, con la testa scoronata e le braccia penzoloni, portato dall'altro che camminava piano con le sue scarpette di panno, se ne andarono.

II.

Indice

Il cavaliere Maurizio Dossena chiamò sua figlia Nicoletta, una mattina di giugno, per annunziarle che la villa vicina era stata presa in affitto da quel famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro, del quale anch'ella aveva udito parlar qualche volta a Milano.

Il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro,—Maurizio lo rammentava intanto alla figliuola,—viveva separato dalla moglie, aveva dato scandalo come giuocatore sfrenato, ed era continuamente in lite coi creditori, con la famiglia sua, con la moglie, con la famiglia della moglie.

Ed arrivava da Parigi

—Da Parigi!—ripetè solennemente il cavaliere Maurizio.

Prese un grosso libro di sulla scrivania, lo levò in alto, lo lasciò ricadere, perchè il tonfo sottolineasse con terribilità il nome della città di perdizione.

A Parigi, il conte Fabiano, in un anno o due di soggiorno, aveva dato un forte tracollo al suo patrimonio. Ne tornava per trovar danaro e forse per riprendere le vecchie liti con la famiglia. Viveva nel frattempo in campagna, come vive il lupo nella caverna fin che gli ricresca il pelo; ma non ci sarebbe rimasto molto, fortunatamente; la campagna è noiosa per uomini di tal fatta.

Era bene che Nicoletta sapesse tutto ciò. La villa del conte confinava con la villa Dossena; i due giardini guardavano la strada e avevano in comune il tratto di spiaggia e di lago che si stendeva loro innanzi.

Ora, Nicoletta doveva essere prudente; perchè il cavalier Maurizio e la moglie non desideravano punto di conoscere quel personaggio. Occorreva dunque evitarlo, e quando fosse stato necessario, anche rinunziare alle passeggiate sulla spiaggia.

Nicoletta vestita di bianco, un gran cappello di paglia ornato di papaveri sulla chioma nera a riflessi azzurrini, ascoltò la discorsa di suo padre freddamente.

C'era da tempo, da due anni almeno, un malinteso tra il padre e la figlia.

La fanciulla aveva sognato un giorno, ancor bambina, di darsi all'arte; il palcoscenico l'attraeva; s'era messa a studiare, prima di nascosto, poi palesemente, per essere attrice. Ma quando aveva affacciato quel suo desiderio, era avvenuta una scena in casa.

Il padre non sapeva capacitarsi che Nicoletta bella, pura, intelligente, chiamata alla felicità, poichè un giorno avrebbe potuto disporre di centomila lire di rendita, sognasse un sogno così stravagante. La madre se n'era accorata, scusando la figlia con l'ignoranza del mondo, ma guardandola da quel momento con occhi inquieti, come si guarda una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.

Il teatro! La folla! I pericoli del palcoscenico! La intimità con gli uomini! L'arte di rappresentar le passioni più colpevoli!…

—Basti il dire,—osservò il cavalier Maurizio,—che l'Alfieri ha osato scrivere Mirra pel palcoscenico. E sapete chi era Mirra?

Nè la moglie nè la figlia, innanzi alle quali Maurizio esalava il sentimento della sua indignazione, sapevano chi fosse Mirra; ma la moglie Carlotta alzò le mani e gli occhi al cielo, scandalizzata; e Nicoletta alzò le spalle, tranquillamente.

—Mirra!—andava ripetendo il cavaliere Maurizio.—Mia figlia dovrebbe un giorno rappresentare la scellerata donna con tutte le astuzie che assicurano gli applausi. Mirra!

—Ma che Mirra!—esclamò Nicoletta, arrischiando.—Son cose che si scrivono, ma che non si rappresentano.

—Se ne rappresentano di peggio!—incalzò la signora Carlotta, la quale non sapeva che di là dalla passione di Mirra non s'era inventato ancor nulla.

—E insomma,—concluse Maurizio risolutamente—fin che tua madre è viva, fin che tuo padre è vivo, il palcoscenico no!

Levò la mano destra chiusa a pugno, e ripetè la frase che gli pareva sintetica:

—Il palcoscenico no!

Per due anni dai sedici ai diciotto, Nicoletta si provò a lottare; vano sforzo contro volontà strapotenti che la fiaccavano, perchè la fanciulla si sentiva sola di fronte a tutta la famiglia, a tutti i parenti i più lontani, a tutte le conoscenze e le amicizie di casa.

La signora Carlotta portava intorno la passione di sua figlia per il palcoscenico come un mendicante porta in giro il suo moncherino, per ispirar pietà e ribrezzo; e si faceva compiangere largamente e suscitava la simpatia che si riserba alle grandi sventure. Il padre ne parlava come un giuocatore di Borsa parla della guerra imminente che gli farà perdere una fortuna. I parenti non ne menavan rumore, ma ne discorrevano senza posa, sottovoce, come d'un mal di famiglia o d'una piaga nascosta.

Nicoletta sentiva d'essere malamente amata; non già perchè si contrastava il suo desiderio, ma pel modo chiassoso e villano con cui si contrastava, ma perchè pesava sulle sue fragili spalle una riprovazione, palese o tacita, sproporzionata alla causa, ma perchè si ribellava, s'offendeva della figura che volevan formarle: la figura d'una ribelle sconsigliata, d'una piccola sciocca vanitosa, d'una ingrata senza cervello.

S'ostinò per due anni a dire: «Il palcoscenico sì» mentre suo padre urlava: «Il palcoscenico no!».

Ma intanto Nicoletta si guardava intorno, apriva gli occhi, sentiva il peso di quelle parentele borghesi che vivono tra il danaro e il fasto, pel danaro e pel fasto; che costruiscon palazzi in modo che si capisca che costano molto; che ogni cosa fanno per gli spettatori con una ostentazione cocciuta di ricchezza e di potere; che sono larghe e liberali fino all'insolenza davanti alla platea, e grette e timide e ingenerose non appena cala il sipario. La fanciulla ne ebbe un grande accoramento; non v'era a sperar nulla di nuovo; anche la sorte di lei era segnata dalla nascita; e si piegò con amarezza: non parlò più d'arte e di palcoscenico; era vecchia, a diciott'anni le grandi attrici hanno già quasi un nome; ella sarebbe giunta in ritardo, quand'anche fosse avvenuta per miracolo la conversione di suo padre e di tutto il parentado.

Ma il lungo periodo di contrasti e di dispute, l'abitudine a osservare la famiglia come un manipolo d'avversarii spietati, la differenza scoperta tra la mentalità di quelli e la sua, le lasciarono un solco nell'anima.

Colei che doveva essere la grande artista, oscillante come una fiamma nell'aria, si chiuse in sè stessa; desiderava qualche cosa ch'ella stessa non avrebbe potuto dire, ma che doveva farle una vita a parte, una qualunque cosa meno cognita, meno sicura, meno tradizionale, meno crassa della placida sorte riserbata a una signorina borghese e ricca.

Sembrava gelida, e ardeva.

Le avevan messo accosto da qualche tempo il giovane Duccio Massenti, trovato al ballo d'una famiglia amica.

Aveva ventisei anni, possedeva una discreta fortuna, portava il titolo di conte. Non era nè brutto, nè bello; di figura media, coi capelli chiari, gli occhi castani, il mento ornato da una piccola barba a punta, mancava d'una espressione decisa e significante; ma era gentile e compito.

Nicoletta capì; e di tutti i giovani che le stavano intorno, il conte

Duccio fu immediatamente il meno gradito alla fanciulla.

Egli rappresentava agli occhi di lei la soluzione cognita, sicura, tradizionale e crassa della placida vita d'una signorina borghese: aveva in più, al confronto d'altri uomini incaricati di risolvere la vita d'altre signorine borghesi, il titolo di conte; il quale piaceva molto al cavaliere Maurizio, faceva diventar lustri gli occhi della signora Carlotta, ma non aveva eccitato la fantasia della fanciulla.

Dopo pochi mesi di conoscenza, Nicoletta lo rimproverò un giorno, perchè egli aveva osato scegliere la sua campagna in vicinanza della villa Dossena.

—Che cosa viene a fare?—gli domandò Nicoletta ruvidamente.—Io non godo un poco di libertà che in campagna.

—Ma appunto per questo,—rispose Duccio, sorridendo,—appunto per questo spero che potremo conoscerci meglio….

—S'inganna,—interruppe Nicoletta.—In campagna, io sto sempre sola; vado, vengo, passeggio, esco in barca e in carrozza, e non dò conto a nessuno di ciò che faccio. Sto benissimo così: sono felice soltanto quei pochi mesi e non muterei nulla alla mia vita per nessun patto.

—Saprò farmi tollerare,—rispose il conte col suo sorriso, che diventava impacciato.

—Non ci si provi neppure!—consigliò Nicoletta.—E del resto, perchè vuole conoscermi meglio? Non mi conosce abbastanza?

—A dir vero, credevo,—osservò Duccio,—di conoscerla abbastanza. Ma ella mi prova col suo acerbo rimprovero e con la sua severità che sono ancor lontano dal sapere tutto il suo carattere.

—Ho un carattere molto antipatico. Glielo dico io per la prima,—rimbeccò Nicoletta.

—Vorrei essere sicuro che non è antipatico soltanto per me,—rispose

Duccio timidamente.

La fanciulla rise.

—Oh no,—disse,—è per tutti! Ma se vuole che per lei sia meno antipatico che per gli altri, non venga in campagna; mi lasci tranquilla….

Il conte si rabbuiò in viso.

—Forse,—arrischiò,—disturberei?…

Nicoletta lo guardò sorpresa, arrossendo.

—Spero che lei scherzi!—rispose freddamente.

—La ringrazio,—disse il giovane respirando meglio.—E allora, non verrò a disturbarla in campagna!

—Tocca a me ringraziarla,—esclamò Nicoletta, stendendogli la mano.

E annunziò anche a suo padre e a sua madre, francamente, quello stesso giorno, che aveva pregato il conte di non annoiarla troppo e di lasciarla libera in campagna.

—Non so perchè tu ci dica questo,—osservò Carlotta.

—Come?—rispose la fanciulla stupita.

—Ma sì,—spiegò Maurizio,—perchè ci dai questa notizia? Il conte non ci disturba se è vicino, e non ci offende se sta lontano.

—Credevo che vi occupaste di lui,—confessò Nicoletta.

—Io?—esclamò Carlotta.

—Io?—esclamò Maurizio.

—E allora tanto meglio!—proruppe Nicoletta irritata, comprendendo che non le si voleva ancora dir nulla dei disegni che si stavano maturando intorno a lei e a Duccio.—Tanto meglio per tutti. Me ne sbarazzerò più presto.

La signora Carlotta mosse le labbra e fece un gesto come per protestare, ma un'occhiata di suo marito la fermò.

Bisognava lasciar correre l'acqua per la sua china; non si doveva far di quelle speranze una questione acuta come s'era fatta a proposito del palcoscenico. Il conte Duccio, se davvero voleva quella figliuola, se davvero l'amava, si sarebbe ingegnato da solo a riuscire. Pel momento era meglio non parlarne troppo e non irritar la fanciulla, o sarebbero occorsi altri due anni a persuaderla, come pel palcoscenico.

Carlotta ebbe il lieve rammarico di non poter portare intorno quale una nuova stimmate pietosa il rifiuto di sua figlia per un cospicuo matrimonio; ma si piegò alla volontà esperta di Maurizio, del quale era caldissima ammiratrice.

Se non che, quando apprese, appena giunta in campagna, che la villetta vicina era affittata al conte Fabiano Traldi di San Pietro, scattò improvvisamente.

Nicoletta scendeva dallo studio di suo padre, dove aveva udito la discorsa sulla vita e i miracoli del conte Fabiano, e s'avviava a pian terreno, nella sala da pranzo, per sorbire la cioccolata.

Aveva fame: era allegra; si riprometteva una gita, la prima gita nel bosco, che doveva essere ancor fresco e odoroso per l'umidità notturna e tutto vibrante e scricchiolante al vento.

Diede gaiamente il buon giorno alla mamma, che aveva già bevuto il caffè e latte, e s'era attardata per aspettar la figliuola.

—Sì, sì, buon giorno!—ripetè Carlotta, brontolando.—Hai fatto un bell'affare, tu!

Il domestico presentava con le mani guantate di filo bianco il vassoio alla fanciulla e la cestina d'argento colma di biscotti. La fanciulla gli indicò di lasciargliela innanzi, con un gesto del capo. Ella non sapeva nemmeno che faccia e che nome avessero i domestici. Poi attese che se ne fosse andato.

—Ho fatto un bell'affare, io?—domandò quindi a sua madre.—E quale sarebbe?

—Sarebbe!—ripetè Carlotta col broncio.

—Oh Dio, mamma!—esclamò la fanciulla annoiata.—Non cominciamo; non farmi ripetere venti volte una domanda. Se ho sbagliato, dimmelo. Io non mi sento colpevole di nulla.

Il candore con cui Nicoletta sosteneva un'accusa vaga, disarmò la signora.

—Colpevole non sei; non voglio dirti colpevole,—spiegò infine.—Ma stordita e bizzarra come al solito.

Nicoletta si toccò in testa per assicurarsi che non avesse il cappello a rovescio.

—Ma no,—disse sua madre.—Si tratta di ben altro. Sai chi abbiamo per vicino di casa?

—Il papà me lo ha detto or ora; il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro. Famoso lo ha chiamato il papà, perchè è carico di debiti e si accapiglia con sua moglie. E mi ha detto anche di schivarlo quanto sarà possibile.

—È sottinteso,—assentì la signora.—Ma capisci quale sciocchezza hai commesso?

—Io?—esclamò Nicoletta sbalordita.—Gli ho detto io di far debiti e di accapigliarsi con sua moglie?

—No: ma vedi quali vicini abbiamo?—osservò la madre con improvvisa dolcezza.—La villetta non poteva essere affittata da un altro?

—Oh, da mille altri!—rispose Nicoletta ridendo.—E che me ne importa?

—Eh no, no! Un altro la voleva; io lo so,—disse la signora sempre dolcemente, con un piccolo sorriso.—E per colpa tua, è andato tutto in fumo.

—Signore Iddio, vi ringrazio!—esclamò Nicoletta.—Duccio! La voleva Duccio! Ora ho capito; e io l'ho pregato di star lontano…. È di questo che mi accusi?… Ma ne sono molto soddisfatta, devo confessartelo. Ti figuri una vicinanza simile?

—E perchè no? Il conte Duccio Massenti è uno squisito gentiluomo, la cui compagnia avrebbe fatto piacere a tutti.

—Fuori che a me!—interruppe Nicoletta.

—E tuo padre e tua madre non contano nulla, allora?—domandò la signora Carlotta, aggrottando le sopracciglia.

—No: in questo caso non contano proprio nulla,—ribattè Nicoletta.—Perchè Duccio non sarebbe già venuto per voi, ma per me. È inutile seguitar la commedia. So benissimo ch'egli vorrebbe sposarmi: me lo ha fatto capire in tutti i modi. E allora sarebbe toccato a me sopportar lunghe ore di conversazione sentimentale, ascoltar la sfilata delle sue speranze, far le passeggiate a due, col papà o la mamma all'orizzonte, per decoro…. Meglio il conte Fabiano e i suoi debiti. L'uno e gli altri non ci riguardano!

—Ma che cosa vuoi, che cosa vuoi tu?—gridò di scatto la signora, alzandosi in piedi.

Nicoletta, che aveva recato alla bocca la tazza, guardò sua madre di sopra l'orlo di quella, assaporando la cioccolata che rimaneva.

Era un poco sorpresa dall'impazienza aggressiva della signora; ma quando si accorgeva che gli altri avevano torto, si faceva subito fredda e indifferente, per vendetta.

—Che cosa voglio?—ella ripetè, deponendo la tazza sulla sottocoppa.—Chiedimi piuttosto che cosa non voglio. Non voglio il matrimonio, per ora almeno, col conte Duccio Massenti. È troppo presto: non lo conosco.

—Sfido io!—esclamò con un largo gesto la signora Carlotta.—Se lo mandi lontano, ogni volta che cerca avvicinarsi, il poveretto!…

—Segno che non m'interessa!—dichiarò la fanciulla semplicemente.

Poi, quasi leggendo dentro il proprio animo, soggiunse:

—Che cosa voglio? È difficile dire. Qualche cosa che non sia troppo comune, troppo volgare, perchè mi sembra di meritar più che le altre.

La signora Carlotta che stava per andarsene, trovò opportuno fermarsi per dare segno della sua disapprovazione.

—Ti sembra volgare e comune il partito che ti offriamo?—disse.—Che desideri? Un Re? Un Imperatore? Sei sempre con la testa all'arte e al palcoscenico?

—Non è questo, non è questo!—osservò la fanciulla, scuotendo il capo assorta, con gli occhi nel vuoto.—Non distinguo tra un matrimonio e l'altro…. Non ti saprei dire….

La madre riconobbe d'essere stata una sciocca ad aprire una discussione così imprudente, e ammirò ancora una volta il marito che fuggiva le chiacchiere inutili. Nulla di più vano che chiedere a una fanciulla di diciotto anni che cosa vuole; a diciotto anni non si sa; molti uomini non lo sanno a trenta e a cinquanta, e camminano lo stesso.

Fatte rapidamente queste riflessioni, la signora Carlotta mutò discorso:

—Non esci?—chiese alla figliuola.—Il tempo è bello; c'è un poco di vento, ma non infastidisce troppo.

—Sì,—rispose Nicoletta.—Ora vado.

E invece d'avviarsi alla soglia, per la quale sua madre era passata ed uscita, si levò da tavola e andò a sedersi in una poltrona, di contro al giardino, che il sole illuminava per ogni angolo, che il vento faceva tremare.

Che cosa voleva?

Nulla più la irritava che quella domanda categorica, la quale sembrava attendere una categorica risposta; come se di fronte al mondo e alla vita il volere fosse cosa semplice, il desiderio fosse definibile; come se nella sua anima giovane e palpitante non avessero dovuto vibrar mille incertezze, mille timori, mille ritrosie, mille illusioni.

Anche non sapere ciò che si vuole è uno stato d'animo, pensava Nicoletta; uno stato d'animo doloroso, che pure ha la sua triste dolcezza; uno stato d'animo che non ammette definizioni, perchè ciò che si vuole qualche volta è fuori del mondo.

E suo padre e sua madre non potevano capire simili fantasie.

III.

Indice

Qualche cosa che non fosse troppo comune…

Ella credette sognare, vedendo sbucar d'un tratto da una siepe del giardino e correre verso di lei uno svelto bambino tra i sette e gli otto anni.

Era vestito di bianco; i calzoncini chiusi al ginocchio lasciavan nudi i polpacci: un berretto di panno sui capelli neri era un poco inclinato verso l'occhio destro.

Teneva in mano una canna alta e flessibile, da cui gocciolava l'acqua. E fermatosi sul limitare, squadrò un istante Nicoletta per comprendere con chi avesse a fare; poi disse, ben sicuro:

—Signorina….

Nicoletta s'era alzata, arrossendo.

—Vieni ad aiutarmi,—seguitò il fanciullo, appoggiandosi alla canna e guardando attentamente Nicoletta.

—Che vuoi, caro?—disse questa.—Che ti è avvenuto?

Il fanciullo la fissava con un poco di meraviglia, ascoltandone la voce calda e carezzevole. Poi, invece di rispondere, interrogò:

—Perchè sei diventata rossa?

—Io?—esclamò confusa Nicoletta.—Son diventata rossa?

Ma egli si distrasse, e seguitò, accennando giù, in fondo al giardino, verso il lago:

—La mia goletta è andata troppo lontano. Ho cercato di riprenderla e non ci riesco. Ci vuole una canna più lunga, e son venuto a domandartela.

Ella sorrise.

La parola di lui era chiara e precisa, come era dritto e fermo il suo sguardo.

—Davvero?—esclamò Nicoletta.—Andiamo a vedere!

E prontamente uscita in giardino, prese la destra del fanciullo nella sua sinistra.

—Vieni ad aiutarmi?—egli disse contento.—Vieni! Vedrai; è un bel bastimento; l'ha comperato il babbo a Parigi.

Parigi! Il nome della città richiamò alla mente di Nicoletta gli ordini e i consigli di suo padre. Non v'era più dubbio; ella teneva per mano il figlio del conte Traldi; già l'aveva indovinato al primo vederlo, e aveva arrossito d'impaccio, sapendo che non poteva accoglierlo in casa.

—Come ti chiami?—ella chiese avviandosi con lui verso il cancello.

—Bruno,—egli rispose.

—Bruno Traldi di San Pietro,—ella seguitò.—Non è vero?

—Come sai?—egli interrogò ridendo.

—Me lo hanno detto.

—Mi avevi già visto?

—No. Mai. E tu?

—Io ti ho vista ieri, in carrozza. Son belli i tuoi cavalli.

La guardò levando il capo; poi soggiunse:

—Mi piaci.

—Che strano, che strano fanciullo!—pensò Nicoletta.

Ma Bruno aveva già ripreso:

—Come ti chiami, tu?

—Nicoletta Dossena.

—Nicla,—corresse prontamente Bruno.

—Nicla; come vuoi,—assentì Nicoletta sorpresa.—Lo hai inventato tu….

E ripensò:

—Che strano, che strano fanciullo!

Erano usciti, avevano attraversato la strada, tenendosi per mano; ambedue vestiti di bianco, lieti sotto il sole, camminando presto, già amici fidati.

Giunti sulla riva, Bruno indicò il bastimento; una goletta a due alberi e a due rande, armata di cannoncini di bronzo, carica di soldatini di piombo, alcuni dei quali davan del naso nella schiena dei compagni.

—Se ne va!—disse Bruno ridendo.—Ora come facciamo?

E tolta la mano dalla mano dell'amica, chiese di nuovo:

—Quanti anni hai?

—Diciotto,—rispose Nicla.—E tu?

—Quando sono savio, il babbo dice che ne ho sette,—rispose Bruno.—Quando sono cattivo, dice che ne ho otto, perchè a otto anni bisogna essere uomo.

—Tra i sette e gli otto, dunque,—rilevò Nicla sorridendo.—E perchè sei cattivo?

—Ah!—rispose Bruno sbuffando.—Come si fa?…

E c'era in quel sospiro tanta noia, tanta impazienza, che la fanciulla non rise….

—Non stanno mai tranquilli,—soggiunse Bruno.—Ho visto tutto il mondo….

Nicoletta non aggiunse parola. Aveva visto tutto il mondo!

—Andiamo, signorina,—riprese Bruno.—Bisogna fare qualche cosa pel bastimento.

—Io ti propongo questo,—disse Nicla seriamente.—Vedi la barca laggiù? È mia. Quando il bastimento sarà più lontano ancora, noi entreremo nella barca, io remerò, e la raggiungeremo.

—Sì: tu remerai e io con la canna lo farò tornare,—assentì Brunello gioiosamente.—Lasciamolo andar lontano, più lontano ancora, fino ai monti….

E guardava verso ponente le montagne che si disegnavano nere sull'azzurro, e pareva con gli occhi valicare le vette e fissare altri paesaggi sconfinati, altri monti, e fiumi e praterie e valli e città.

La goletta vacillava sull'onda e le vele sbattevano al vento insieme al piccolo tricolore di poppa.

Nicla e Bruno tacevano, ma si scambiavano un'occhiata di tratto in tratto sorridendo a vedere il bastimento che si dilungava a poco a poco.

—Allora, non conosci neanche il mio papà?—disse Bruno improvvisamente.—Egli sta in quella villa cinericcia, che è presso la tua.

—Villa Florida,—indicò Nicla.

—Sì, villa Florida. E la tua come si chiama?

—Villa Carlotta. È il nome della mia mamma.

—La mia mamma si chiama Clara Dolores.

—È un bel nome,—osservò Nicla.—E la tua mamma è bella?

—Credo,—rispose Bruno.—Anche tu sei bella.

Nicla avvampò in viso.

Non aveva mai udito da anima viva simili parole, e quantunque venissero da un fanciullo innocente, ne sentiva la molestia.

—Ora andiamo,—disse Brunello.—Conducimi a riprendere il bastimento….

Sciolsero la barca lunga e sottile, raccolsero a prua la catena, spinsero nell'acqua.

Bruno, salito per primo, si volse ad aiutare Nicla, porgendole la mano; e partirono, la fanciulla remando prima a sciaroga e poi adagio verso la goletta, e Bruno, seduto a' suoi piedi, guardando piuttosto la nuova amica che il bastimento, raggiunto con pochi colpi di remo.

—Eccolo!—disse Nicla, inchinandosi sul bordo e stendendo il braccio.

—Lascialo,—ordinò Bruno.—Rema ancora. Andiamo più avanti!

Nicla obbedì, accelerò la cadenza dei remi.

Quando allargava le braccia e quando le ritraeva a sè coi remi per puntar contro la pedagna, il busto eretto e la linea del corpo si staccavano nitidi sul fondo azzurro: e dal basso in alto, Bruno la vedeva candida nel cielo turchino.

Egli non parlava più; sembrava, coi grandi occhi neri velati, sognare.

Aveva sentito che Nicla non era come le altre; era invece come una fata, che sempre lo avesse conosciuto ed atteso; e provava, il ribelle a tutti i baci e a tutte le carezze, un timido desiderio di toglierle i remi dal pugno e di ricoverarsi tra le sue braccia, per chiudere gli occhi e reclinare la testa sul petto di lei.

Anche Nicla sognava, abbandonata alla cadenza uguale, ascoltando il tonfo e lo sgocciolìo dei remi e il cigolare d'una forcola.

Rapiva il fanciullo sbucato dal giardino, e lo teneva perchè non corresse più il mondo.

Tornato da paesi remoti con gli occhi foschi entro i quali mille vicende oscure s'eran riflettute e le cuspidi dei campanili e il volo dei colombi, era venuto a cercarla, balzandole innanzi d'un tratto, sorridente e fiducioso.

Un'ora prima, l'uno non sapeva dell'altra; ambedue credevano la vita più mesta che non fosse.

Nicla abbassò gli occhi a guardarlo.

Egli dondolava un poco sul fondo della barca ad ogni brivido dell'onda, e Nicla sorrise, abbandonati i remi.

Bruno si levò in piedi, si puntellò alle ginocchia della fanciulla e le posò due baci sulle guance; ella lo baciò in fronte e lo tenne stretto fra le braccia.

—Vedi come siam lontani,—disse, accennando la riva e la goletta che s'era fatta piccina sull'acqua.

Bruno, immobile tra le braccia dell'amica, con la testa appoggiata alla guancia di lei, volse gli occhi a guardare in silenzio.

—Su!—fece Nicla, reggendolo dolcemente.—A cuccia ancora! Torniamo a casa!

Egli s'acquattò di nuovo ai suoi piedi.

Incontrarono la goletta a metà via e la raccolsero a bordo.

—Ci vedremo ancora, signorina?—chiese Brunello a un tratto.

—Quando vorrai,—rispose Nicla.

—Io voglio sempre.

—E allora tu mi aspetterai sulla riva, io ti vedrò, e uscirò a prenderti.

—Anche tu mi vuoi sempre?

—Quando sei savio.

—Quando ho sette anni,—riflettè Bruno.

Tacque un poco, indi riprese:

—Tu, che vuoi fare?

—Come?—domandò Nicla, che non aveva compreso.

—Io voglio guidare i cavalli e scrivere le memorie di viaggio. E tu?

—Io?—ripetè Nicla.

Stette un poco a pensare, poi rispose umilmente:

—Non so.

Bruno la guardò sorpreso.

—Non ti piace nulla?

—Molte cose mi piacciono, ma non so come averle. Mi piace essere sola e libera. Comprendi?

—Anche senza di me?—chiese Bruno scorato.

—Tu hai la tua mamma e il tuo papà,—osservò Nicla.

—Ah!—disse Bruno, senza gioia.—E per questo non mi vuoi?

—Ti voglio. Ma sarà per poco. Il tuo babbo ti condurrà ancora lontano.

—Chi sa?—mormorò Bruno con un accento in cui era tutto il dubbio inconsapevole del destino.—E allora non mi dici che farai?

—Volevo essere un'artista, e me lo hanno proibito,—disse Nicla con esitazione, quasi stesse confidandosi a un giudice.

La barca strisciò sulla sabbia e la fanciulla ritirò ì remi perchè la prua toccasse la riva. Scesero, legarono, tiraron la prua più in alto.

—Un'artista!—ripetè Bruno, mentre lavorava a passar la catena nell'anello ch'era sulla spiaggia.—Di quelle che cantano? Io le ho viste a Parigi, quelle che cantano, e venivano anche a casa mia. Ma tu non hai le unghie dipinte e l'acqua d'odore nei capelli….

—Oh, no, no, Bruno, che dici?—esclamò Nicla stupita.—Io volevo essere una grande attrice.

—Ah, è più bello; un'attrice, che fa la commedia e la tragedia, e ti fa ridere e ti fa piangere: so com'è; ho visto; è molto difficile, ma a me piace.

—Sì, la commedia e la tragedia, ridere e piangere!—assentì

Nicla.—L'arte, insomma, non le unghie dipinte.

—E allora, quando cominci?

—Mai,—rispose la fanciulla.—Il mio papà e la mia mamma non vogliono.

—E perchè? Il mio papà mi lascerà guidare i cavalli e scrivere le memorie.

—Tu sei un piccolo uomo, che può tutto,—rispose Nicla.—Io sono una donna che non può nulla. Mi hanno detto le ragioni per le quali una signorina non deve essere attrice; e sono giuste.

Bruno, che s'era messo a sedere a prua e stava ascoltando con le mani in mano, parve incredulo.

—Una signorina non deve far la commedia e la tragedia e far ridere e piangere?—interrogò.—Allora le attrici non sono mai signorine?

—Non puoi capire!—rispose Nicla sorridendo.—Si tratta forse di pregiudizi!: ma è così.

—Che cosa sono i pregiudizii? E allora non farai nulla?

—Nulla. Farò la signora, come le altre.—disse Nicla.—Sarò forse contessa.

—Come la mamma?

Nicla osservò attentamente Bruno, aspettando con ingenuità il suo giudizio.

—Ma questo,—egli seguitò,—non fa nè ridere nè piangere. Non diverte nessuno!…

—Oh, hai ragione!—esclamò Nicla con un breve sorriso.—Non diverte nessuno.

—Addio,—disse Bruno staccandosi dalla barca.—Più tardi, io tornerò sulla riva, e se mi vorrai, uscirai a prendermi.

—Sì, verso le cinque; prima fa troppo caldo. Addio, Bruno!

—Addio, signorina!

—Chiamami Nicla!

—Addio, Nicla!

Stese le braccia, attirò a sè il viso della fanciulla e la baciò sugli occhi, sull'uno e sull'altro sapientemente. Poi si mise a correre, si volse a salutar con la mano, e scomparve oltre il cancello della villa Florida.

IV.

Tutti i giorni si videro così e più volte il giorno, ora allontanandosi con la barca, ora errando nel bosco di cerri e di castagni che si stendeva e si arrampicava su pel monte a ridosso del quale sorgevano le due ville.

L'esistenza di Nicla s'era tanto accomunata con l'esistenza di Bruno, che la fanciulla non desiderava più d'avere ospiti per distrarsi; e quando giungevano amici e amiche e ad essi doveva sacrificare i convegni con Bruno, le passeggiate dal pomeriggio fino al crepuscolo, durava fatica a dissimulare il suo malcontento.

Il bosco saliva aprendosi lungo il monte; era qua e là fitto d'ombra, qua e là libero al sole, con larghi spiazzi, con bruschi gomiti per dove s'ingolfava il vento, con vôlte ben conteste di fogliame e ben riparate. Terminava su di un poggio, donde si scorgeva lontano il lago, e sotto la valle umida, da cui fumigavano al tramonto fumi turchini di vapori e fumi densi di casolari che indicavano il tempo della cena.

Nelle ore più calde, Nicla e Bruno coi seggiolini pieghevoli, avevano il loro posto prediletto su una breve prateria, che i castagni tutt'in giro chiudevano e riparavano come grandi chiomati spiriti verdi; e nell'ora in cui il sole andava scomparendo di là dai monti, salivano sempre al poggio per udir le campane che annunziano da lungi il vespero, le campane degli armenti che si radunano e tornano alla stalla, le campane flebili che mormorano a fior d'acqua sul lago.

E osservavano di là i fiumi densi, i fiumi turchini, la verzura che digradava giù pel versante e si faceva a poco a poco bigia e poi nera; e ascoltavan qualche voce perduta che chiamava di tra le macchie; e guardavan cangiarsi il color delle acque, dall'argento pieno di mobili riflessi alle lividure dell'agata, al duro piombo senza luce.

Il lago diventava uno specchio magico, che d'ora in ora mutava, a seconda dell'aria e del sole; una conca bianca, azzurra, aurea, opalescente, quando tutta corsa da brividi leggeri e quando immobile come metallo.

Tornavano tenendosi per mano.

Si baciavano sul limitare del bosco e si lasciavano per rientrare ciascuno nella propria villa.

Nicla s'era chiesta che cosa poteva essere per quel fanciullo balzato così rudemente e gentilmente nella sua vita.

Egli aveva la madre e il padre; aveva nonni e zii; troppa gente che invece di farlo felice, lo rattristavano disputandoselo chi come un balocco e chi come un gioiello. Non aveva donne intorno.

La madre, a quanto Nicla aveva capito dai racconti del fanciullo, era un poco bizzarra e non costante nel suo affetto; ella pure incline ai dispendii e alla vita leggera. Le altre, conosciute a Parigi e altrove, quelle che giuocavano e si facevano calpestare da lui e se lo conducevano a casa come un cucciolo riottoso, non erano donne agli occhi di Nicla.

Avevan lasciato in quel piccolo cuore un torbido ricordo, ed egli le rammentava troppo d'improvviso, per un gesto o per una parola.

Nicla più d'una volta, nella dolcezza del suo idillio, n'era rimasta turbata sinistramente, quasi avesse visto passar nel caro bosco dei castagni, sotto la placida luce, un faunetto lascivo.

Un giorno in cui Bruno sedeva sulle ginocchia di lei e tutti e due leggevano un romanzo di viaggi, all'ombra dei pacifici loro alberi, il fanciullo la fissò a lungo.

Ella sentiva quello sguardo che la percorreva tanto vicino da non poter non rispondergli; ma teneva gli occhi sul libro e continuava a leggere ad alta voce, chiedendosi perchè Bruno insistesse così stranamente.

Era uno sguardo non più animato dalla devozione, ma freddo di curiosità ambigua, crudele di dubbio e d'impertinenza. E d'un tratto il fanciullo disse:

—Nicla!

—Ascolta, ascolta,—rispose Nicla, senza levar gli occhi, indovinando che bisognava distrarlo.—Ascolta com'è bello, ora che trovano il grande lago.

Bruno stese la mano aperta sul libro, perchè Nicla non leggesse più.

E disse, quasi a conchiudere un suo pensiero:

—Vuoi che ti baci dietro le orecchie?… Abbassa il capo, che ti bacio dietro le orecchie…. E dopo, farai così….

Con le labbra modulò un lieve lungo sospiro.

—Che dici?—esclamò Nicla, gettandolo quasi dalle ginocchia a terra, e guardandolo offesa.

Ma si trattenne; capì che non doveva chiarire alla mente del fanciullo la sconvenienza delle sue parole.

Lo prese per mano, lo condusse sul poggio a guardare la conca del lago in cui si riflettevano con ombre verdastre i monti.

E senza volerlo, a cuore chiuso, fu così fredda e diffidente, che Brunello sentì d'averla allontanata; ed egli ripercorse il bosco nella discesa, stretta la mano nella mano di Nicla e singhiozzando.

—Piangi?—gli chiese Nicla.

—Non mi vuoi più bene—egli borbottò tra le labbra raccolte in un grosso broncio.

—Ti voglio bene ancora, ti voglio bene sempre—lo rassicurò

Nicla,—ma oggi non sei stato savio, e torniamo a casa più presto.

Egli non protestò, accettando la punizione; ma Nicla fu stupita che non chiedesse perchè lo puniva. Il piccolo sapeva, aveva compreso.

Donde veniva il faunetto? Quale strana perfida esistenza aveva avuto lui per testimonio?

Già la candida ignoranza dell'età era qualche volta soverchiata da istinti obliqui, da reminiscenze stravaganti. Pareva, a udirlo discorrere, che avesse conosciuto mille donne.

E tornava alla memoria di Nicla un delizioso quadretto del Castiglione, veduto in una galleria d'arte a Roma. In aperta campagna, sotto un roseo tramonto, un piccolissimo fauno s'avvicina in punta di piedi a una ninfa che dorme, e toltone cautamente ogni velo, ne occhieggia cupido le nudità.

Nicla guardava talora Brunello col senso di corruccio con cui aveva guardato offesa il piccolissimo fauno.

Perchè egli le sfuggiva di tanto in tanto.

Certi giorni era insofferente d'ogni tenera carezza; o dopo avere accolto un bacio, voleva baciare a sua volta, e baciava Nicla sulla bocca, indugiandovisi, premendo le labbra di lei con le proprie, sentendo ch'eran buone e fresche e che nessuno le baciava così, le aveva mai così baciate.

Poi il fanciullo tornava, il candore velava quelle precoci inquietudini, e in Nicla rinasceva la fiducia. Sentiva di potere accarezzare Brunello, di potere stringerselo fra le braccia, di poter maneggiarlo come cosa sua.

E voleva ostinatamente persuadere lui, persuadere sè stessa ch'egli era un bambino come tutti gli altri; voleva tacitamente fargli dimenticare ciò che aveva visto o intuito, e addormentare gli istinti, che le altre, le giovani sconosciute e perverse, avevano forse aizzato pel loro ozio.

Il bosco, il monte, il poggio erano lo scenario di quei piccoli drammi; e le risa e i pianti del fanciullo e le risa e le rampogne della giovane eran noti agli annosi alberi amici, che stormivano al vento, che stendevano il loro fogliame al tepore del sole.

I giorni di capriccio non eran pochi nella vita di Brunello. Talora non voleva nè leggere, nè udir leggere, non voleva correre, nè star quieto, nè guidare il suo cavallo ch'era Nicla, nè ascoltar le favole che lo avevano sempre dilettato.

E un giorno Nicla scattò:

—Che vuoi tu? Che vuoi tu, brutto ragazzo? che possiamo fare per te? Andremo a prenderti il sole e la luna e tutti i pesci d'argento che sono nel lago?

Sorrise e d'un tratto, con un'altra voce, più alta, più libera, che pareva un'onda cullante, con una voce in cui vibrava la sua bella giovinezza di cristallo, s'abbandonò a cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani

Cui lacrimâr le trasformate vite,

E le perle che lunge a i duri umani

Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati,

Esperti de la gioia e de l'affanno:

Ei le storie d'amor de' tempi andati

Ti ridiranno….

Bruno stava ad ascoltare, gli occhi sbarrati e la bocca socchiusa, con l'anima rapita; un piacere nuovo improvvisamente arricchiva la sua esistenza.

Non aveva mai udito recitare una lirica.

Il gesto, la voce, Nicla come uno stelo sul verde sfondo del prato; le parole numerate e misteriose, in cui correva una trepida musica e aleggiava il profumo d'un tempo che non era più; tutto spalancava un'ampia finestra sopra un mondo dai colori non mai visti, dai suoni ricchi e prodigiosi, tutto, tutto, formava una rivelazione grande.

Nicla fu a sua volta sorpresa dall'effetto che le due strofi e la sua voce avevan destato nell'animo del fanciullo.

Ella aveva recitato per giuoco, supponendo ch'egli non sentisse la parola sacra del poeta; ed egli era stato colto d'un subito, strappato alla realtà, avvolto in una nube di sogni.

—Ti piace?—disse Nicla osservando lo stupore di Brunello.

—Oh sì, sì!—egli esclamò, seduto ai piedi d'un grosso tronco.

—Hai capito?—interrogò Nicla.

—Sì,—rispose Brunello superbamente.—Sì.

—È impossibile che tu abbia capito,—rilevò Nicla sorridendo.—Poi ti spiegherò.

—Ho capito,—ripetè Bruno.—Non voglio che tu mi spieghi.

Che cosa egli avesse capito, la fanciulla non potè sapere.

Ma intuì che il piccolo aveva ragione.

Perchè spiegare? Perchè determinare l'idea, circoscriverla, farla esatta, mentre Brunello sentiva, vedeva, viveva un suo mondo, sterminatamente più grande di lui, nel quale egli si smarriva con gioia, nel quale incontrava fantasmi e luci, che nessuno avrebbe potuto indicargli se non rimpicciolendoli?

E Nicla seguitò:

Ti ridiranno il gemer de la rosa

Che di desìo su 'l tuo bel petto manca,

E gl'inni, nel tuo crin, de la fastosa

Sorella bianca.

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti

De l'ametista grotte e del cristallo,

Ove eterno le forme e gli elementi

Temprano un ballo.

Bruno ascoltava senza più respiro.

Nicla fece una pausa, s'avvicinò al fanciullo, e presogli il capo fra le mani, lo baciò due volte.

—Ti piace, dunque?—ella disse, felice.—Più che le favole, più che giuocare al cavallo, più che stare sui miei ginocchi a leggere i viaggi?

—Io quando sarò grande—rispose Brunello solennemente—dirò anch'io così.

—Sarai anche tu poeta?—domandò Nicla.

E il piccolo, seduto ai piedi del tronco, ignaro che una formica impertinente gli correva sulla schiena, promise:

—Sì; anch'io!

—Hai dunque trovato la tua professione,—osservò Nicla ridendo.

Lo fece alzare e s'avviò con lui verso la discesa, perchè le campane da lungi mandavano l'eco dell'avemaria.

—Come sai tu queste belle cose?—domandò Bruno.—Come hai fatto a impararle?

—Le ho studiate nei libri e mandate a memoria. Non ti ricordi che io volevo essere attrice?

—Ah, è vero!—esclamò Bruno ridendo.

—E ne sai molte? Perchè un'attrice deve saper dire così bene?

—Non so se dico bene—rispose Nicla.—Ma avevo tanta passione, che certo sarei riuscita.

—E adesso—constatò fieramente Brunello—non dici che per me. Domani mi dirai ancora. Io non sapevo che nei libri ci fossero cose tanto belle, e la musica….

Nicla ebbe un piccolo sorriso.

La musica era ciò che Bruno aveva subito afferrato; la musica del verso era l'elemento nuovo della sua vita, e su quelle note egli si lasciava trasportare via, con voluttà.

Ma l'indomani, mentre la fanciulla, alla preghiera incalzante di

Bruno, aveva ripreso a cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani,

s'interruppe d'un tratto.

Alle spalle di Bruno era comparso un signore tutto vestito di bigio.

Nicla gettò un'occhiata a lui, gettò un'occhiata a Bruno, e comprese.

—Oh, il mio papà!—disse Bruno volgendo il capo e alzandosi.

Il conte Fabiano s'avvicinò e inchinandosi lievemente, col cappello nella destra,

—Signorina—disse—non le sia sgradito che io le esprima la mia riconoscenza per l'affetto che dimostra al mio Brunello.

—Prego—balbettò Nicla confusa.—Egli mi tiene compagnia.

—Se non l'annoia, ne sono contento—seguitò Fabiano.

Nicla ricordò i consigli e gli ordini di suo padre, il cavaliere Maurizio; bisognava con quell'uomo, con quel personaggio rotto a ogni vizio, essere freddi e contegnosi. Ma come poteva ella respingere una parola di ringraziamento, come non esser turbata vedendo colui del quale tanto si parlava tra i borghesi timorati e guardinghi?

—Oh no, non mi annoia!—esclamò Nicla.—È molto savio!

—Vedi, papà?—disse Bruno con espressione di trionfo.

Il conte e la fanciulla sorrisero.

Ma Nicla era sbigottita.

Il padre di Bruno, alto e slanciato, oltrepassava d'un palmo la snella figura di Nicla.

Anch'egli come il figliuolo aveva occhi neri in un volto magro e olivastro; e quantunque non contasse che trentasette anni, già invecchiava, stretto nella morsa delle sue male abitudini. E ciò sbigottiva la fanciulla, abituata a veder visi tondi e rosei ed espressioni di placido contento.

I capelli di Fabiano eran più bianchi che neri; molti fili d'argento si mescolavano ai morbidi fili della barba corta a punta; e intorno agli occhi era una rete sottile di rughe, che apparivan quasi impercettibili screpolature quando i muscoli del suo mobile viso si contraevano in un'espressione pensosa o ironica.

—Egli è cresciuto selvatico e bizzarro—disse, accarezzando la testa di Bruno.—Lei, signorina, potrà fargli molto bene.

Detto questo, s'inchinò ancora, si coperse il capo, e proseguì la sua passeggiata per il bosco a passo lento.

—Vuoi andare col papà?—chiese Nicla a Bruno.

Egli guardò suo padre che s'allontanava e non si mosse.

—Dimmi la poesia,—rispose.

Nicla disse la poesia; ma andava nel frattempo pensando a quell'incontro.

Già sapevano in casa che ella aveva conosciuto il piccolo Traldi di San Pietro; e il cavalier Maurizio e la signora Carlotta ne avevano avuto occasione per una lunga predica.

Bisognava ormai confessare d'aver conosciuto anche il grande, il personaggio famoso che veniva da Parigi, come un modello del genere?

O l'incontro non avrebbe avuto seguito, e a Nicla sarebbe stata risparmiata un'altra ora noiosa di avvertimenti e di rimproveri?

In verità, fino a quel giorno, il conte s'era ben guardato dal richiedere non chiesto l'amicizia della famiglia Dossena.

Viveva nella sua villa, con un domestico, una cuoca e una governante vecchia. Riceveva visite di gente che veniva da Milano, uomini e donne, che eran forse i suoi compagni di piacere. Usciva con questi a far gite nei dintorni, e sebbene tutti in paese si occupassero di lui, egli aveva l'aria di non occuparsi d'alcuno.

Con Nicla fu discreto, e non passò più pel bosco.

Dato uno sguardo alla fanciulla, di cui udiva raccontar maraviglie da Bruno, e giudicatala subito, aveva lasciato il bambino a quelle mani fidate.

—Il papà ha detto che di mamma ne basta una—raccontò Bruno l'indomani—, ma che tu sarai mia sorella. E che tu sei come egli aveva pensato. Aspetta. Tre cose. Ecco: timida, bella, e pura. Allora tu sarai mia sorella. Lo ha detto il papà. E ha detto anche che il difetto dei bambini, è che per farli ci vogliono le mamme….

Quando Bruno raccontava, con una loquacità la quale non era del suo carattere, ma si sfrenava innanzi a Nicla pel bisogno di confidarsi, la fanciulla lo lasciava andare fino al primo intoppo, fin quando, cioè, non avesse riferito qualche stravaganza o non avesse esposto qualche sua opinione zoppicante.

Udendo un così cattivo giudizio sulle mamme, Nicla lo fermò subito:

—Belle cose ti dice il papà!

—Non è vero? Il papà dice sempre belle cose!—confermò Bruno ingenuamente.

—E la povera contessa?

—Quale contessa?—domandò Bruno.

—La tua mamma.

—Ma egli diceva così per la mamma, non hai capito?

—Ho capito, ho capito: e me ne dispiace molto.

—Egli diceva così perchè la mamma ora è in Isvizzera, ma deve venire a trovarci uno di questi giorni; e ciò secca molto il papà. La mamma mi vede, dice che sono magro, che sono malato, e vuole portarmi via. Il papà non vuole e dice che sono grasso e non sono stato mai così bene…. La mamma dice che….

—Ma tu preferisci la mamma o il papà?—interruppe Nicla di nuovo.

Bruno si mise il piccolo indice dritto attraverso le labbra.

—Non sta bene domandare queste cose!—dichiarò sottovoce.

—Io non domando per curiosità!—rimbeccò Nicla.—Voglio sapere per giudicare come o con chi puoi star meglio.

—Finora, proprio, sto meglio con te!—disse Bruno.—Ma tu fa finta di non saperlo, perchè la mamma vuole che io stia meglio con lei, e il papà vuole ch'io stia meglio con lui; e se capiscono che invece sto meglio con te, diventano molto gelosi.

—Allora non dirai nulla della nostra amicizia alla mamma?—domandò

Nicla sorpresa.

—No. Io con la mamma sono un altro.

—Come, un altro?

—Sì, un altro, più piccolo!

—Fai l'impostore, insomma!—spiegò Nicla.

—Sì, faccio l'impostore!—confermò Bruno.

—Un bambinetto ingenuo, un po' tardo, mezzo addormentato, mezzo scemo?—incalzò Nicla, non potendo trattenere un sorriso.

—Proprio così!—dichiarò Bruno, battendo le mani.

—E perchè, povera mamma, perchè ingannarla?

—A lei piace che i bambini siano un poco scemi. E se si accorge che io sono intelligente mi domanda che cosa facciamo, chi conosciamo, dove andiamo, e se il papà giuoca, e se ci sono in casa le istitutrici giovani e se spendiamo molto. Una volta, io che non sapevo, le ho raccontato tutto….

—Che cosa le hai raccontato?

—Le ho raccontato….

Esitò un istante, per chiamare in aiuto la sua memoria e ordinarla, poi seguitò:

—Le ho raccontato che c'era in casa, a Parigi, una governante che si chiamava mademoiselle Praline e vestiva sempre la sera con gli abiti scollati, coi capelli biondi e lunghi e con belle scarpette di vernice. E cantava tutto il giorno e aveva il naso voltato in su. Poi alla sera veniva a pranzo con gli abiti scollati. Ma il papà l'ha mandata via perchè quando non cantava, era sempre in cucina a farsi fare il tè e poi la bistecchina e poi ancora il tè, e mangiava tutti i biscotti; e io l'ho vista nello specchio che intascava i cucchiai d'argento, e l'ho detto al papà. E allora il papà l'ha mandata via, dicendo che voleva salvare almeno i coltelli e le forchette.

—E tu hai raccontato tutto questo alla mamma?—esclamò Nicla.

—Sì, io non sapevo che non bisogna raccontare tutto.

—La colpa non è tua,—mormorò la fanciulla col cuore stretto.—E allora?

—E allora la mamma ha raccontato tutto, anche lei, all'avvocato, e il papà ne ebbe molti dispiaceri.

—E da quel giorno, hai fatto lo stupido per prudenza?—interrogò Nicla, accarezzando lievemente la testa del fanciullo.—E ora andrai di nuovo con la mamma?

—No; ora la mamma viene soltanto a vedermi. Il papà la aspetta, e per ciò la governante è vecchia.

Nicla non trovò la forza di sorridere.

V.

Indice

Bruno mancò infatti per alcuni giorni al solito convegno sulla riva del lago, e Nicla lo vedeva passar dal giardino insieme a una signora giovane e sottile, vestita con semplicità costosa.

La contessa Clara Dolores aveva capelli castani, volto pallido e piccolo in cui ardevano lunghi occhi scuri. S'indovinava in lei subito un temperamento impressionabile, mobilissimo, fantastico, alla rivelazione del quale la bocca dalle labbra rosse un po' tumide aggiungeva una nota di passione.

Era scesa all'albergo Bellevue e si recava ogni giorno alla villa Florida, di là dalla villa Dossena, a prendersi Bruno per condurlo a spasso e poi a colazione e a pranzo.

Nicla evitava d'incontrarli, ma quella giovane dritta, magra, nervosa, una frustata nell'aria, le aveva, appena intravista, prodotto una sensazione di piacere e di meraviglia.

La psicologia di Bruno le si chiariva, pensando a suo padre, volontario e ostinato schiavo di tutti gli appetiti, e a sua madre, sul cui volto si leggevano l'estro e l'impulso.

Venuto da quei due, dai quali ereditava, sommati, gusti e inclinazioni e rare sensibilità, che dovevano essere causa di molti dolori a coloro che gli volevan bene, Brunello non poteva essere un fanciullo come tutti gli altri.

Nicla s'era illusa. Sarebbe stato meglio o peggio: più suscettivo, più intelligente, più sensuale, straordinariamente aristocratico, cioè lontano dalla folla e dai suoi talenti; uno di quegli uomini il cui destino sta come in cima a una fiamma, che l'aria fa tremare e volgere a capriccio, o lancia ebbra in alto con impeto.

E staccata a un tratto dalle abitudini quotidiane per le quali aveva fatto della propria e della vita di Bruno quasi una cosa sola, chiedendosi perchè si fosse tanto stranamente occupata d'un ragazzo che non le apparteneva, Nicla doveva convenire seco stessa che sarebbe stato meglio lasciarlo a quel suo destino, a quei parenti che se lo disputavano, a quelle diversità il cui aspetto l'aveva subito colpita.

Fu distratta in quei giorni anche dall'arrivo improvviso del conte

Duccio Massenti.

Veniva dalla Svizzera, era sceso egli pure all'albergo Bellevue, e s'era tosto recato a far visita alla famiglia Dossena.

La signora Carlotta e il signor Maurizio lo vollero alla loro tavola per il poco tempo che si sarebbe trattenuto; e Nicla lo accolse ridendo, perchè egli subito l'assicurò che avrebbe presto ripreso la via dell'esilio al quale ella lo aveva condannato.

—Esilio, esilio,—ripetè la fanciulla, arrossendo un poco innanzi a suo padre.—Le ho detto di star lontano da questo villaggio, sapendo che non si sarebbe divertito. E confessi, infatti, che a Lucerna….

—A Sonnenberg,—precisò Duccio.—È un poco più su di Lucerna, e vi si arriva con la funicolare.

—A Sonnenberg si sta meglio, lo confessi!—concluse Nicla.

—C'è un solo grande albergo, e c'è più gente, ecco tutto, e tutta la gente è in quell'albergo, e ci si conosce tutti,—rispose il giovane.—Dall'alto, la vista del lago dei Quattro Cantoni, invece che del nostro. Per tutto il resto, la solita vita.

E parlarono d'altro, dei forestieri che dimoravano in paese e della contessa Clara Traldi di San Pietro.

—È una signora molto fine,—osservò Nicla.—Lei forse l'ha conosciuta, conte?

Duccio parve esitare.

—Io?—disse.—Conosciuta dove?

—Al suo albergo; dev'essere arrivata lo stesso giorno in cui è arrivato lei: una signora esile, coi capelli castani, elegantissima: una vera signora, in una parola.

—Sì, mi sembra d'averla intraveduta,—rispose Duccio come distratto.

—È venuta a trovare Brunello, un suo figliuolo di sette o otto anni, che sta qui, alla villa Florida.

—Eh sì, sì, pur troppo!—soggiunse il cavaliere Maurizio.—Oltre il bambino, c'è il padre, uno scavezzacollo; e la villa Florida è a cinta a cinta col nostro giardino. E Brunello è amico intimo di Nicoletta. Non è vero, Nicoletta?

—Inseparabile!—dichiarò Nicla.

Duccio Massenti parve subitamente curioso.

—Conosce il fanciullo, signorina?—domandò.—E allora anche la contessa, forse?

—No,—rispose Nicla.—Finora non l'ho che intravista; la vedo passare ogni mattina col fanciullo e un gran cane di Terranova.

—Purchè tutto vada a finir bene!—osservò il cavaliere Maurizio,—e questo non ci procuri la conoscenza di suo padre!

—Non ce la procurerà!—assicurò Nicla.—Il conte non ha alcun piacere nè alcun bisogno di conoscerci….

—Ma sono io,—protestò Maurizio,—che non ho bisogno nè piacere di conoscere lui!

—Allora andate perfettamente d'accordo!—constatò Nicla con un sorriso.

E volgendosi a Duccio, seguitò:

—Quando torna all'albergo, la osservi, la contessa. Mi pare una donna molto interessante….

—Crede?—mormorò Duccio con negligenza.

—Sarà la vittima di quel conte indemoniato,—seguitò la signora Carlotta.—Dicono che egli ne abbia fatte e ne vada facendo di tutti i colori.

—E che si mangi il più bel patrimonio del mondo nella più sciocca maniera possibile!—incalzò Maurizio.

Duccio Massenti credette opportuno stringersi nelle spalle e alzare le sopracciglia per deplorare i trascorsi del conte Fabiano.

—Come si chiama il bambino?—interrogò poi.

—Brunello!—disse Nicla.—Bruno Traldi di San Pietro.

E d'improvviso, a dispetto dei suoi savii ragionamenti, un acuto desiderio la prese di rivedere il suo piccolo fedele amico.

Egli era in quel momento con la mamma, e faceva l'impostore.

La fanciulla sorrise, al ricordo.

E ripensando alla giovane signora dai lunghi occhi scuri nel piccolo volto pallido, su cui spirava un'intelligenza sempre attenta, le sembrò che il mestiere d'impostore dovesse essere di fronte a lei singolarmente difficile.

Ma Duccio cambiò discorso, chiedendo notizie delle famiglie che possedevano ville in paese; e non si parlò più per quel giorno del conte e della contessa e di Bruno.

Soltanto l'indomani, a una nuova domanda di Nicla, egli annunziò d'aver conosciuto Clara Dolores.

—Oh, due parole, stamane, durante la prima colazione!—soggiunse.

—È bella, non è vero?—disse Nicla.

—È strana!—rispose Duccio.—Bella, veramente, non direi. Io ho della bellezza un altro concetto.

E i suoi occhi squadrarono la fanciulla da capo a piedi, con involontaria audacia. Ma subito ridivennero calmi.

Rammentava ciò che Nicla gli aveva detto: occorreva ch'egli sapesse farsi tollerare; e diligentemente studiava di non importunarla e di rispettarne la libertà ch'ella godeva in campagna. Non mancava mai di portar fiori e dolci a lei e a sua madre, ma si guardava dall'accompagnarla nelle sue passeggiate e dallo starle troppo accosto.

Dopo colazione s'intratteneva col cavalier Maurizio a parlar di terreni, d'industrie e di politica, o giuocava a carte con la signora Carlotta pazientemente.

Nicla aveva finito per guardarlo con occhio benevolo, quantunque fosse ancora lontana dal partecipare all'ammirazione che per il giovane avevano e dichiaravano il padre e la madre di lei.

—Sì, è un buon ragazzo! ~ ella diceva, come estrema concessione.

—Compìto, attento, gentile, generoso, intelligente,—seguitava sua madre,—serio, avveduto, probo….

E la fanciulla prendeva il suo grande cappello carico di papaveri e usciva a cantare per il bosco.

Ma un giorno, tornando dalla solita passeggiata, le toccò una grande emozione. Vide venire a lei correndo il piccolo Bruno, seguìto da un grosso cane di Terranova, e poco lungi, ferma sulla strada, la contessa.

—Vieni!—disse Bruno, gettandole le braccia al collo.—La mamma vuole conoscerti….

E Brunello e il cane ritornarono ancora correndo verso la signora che attendeva.

Nicla affrettò il passo, mentre Clara Dolores le andava incontro.

Dappresso il suo volto era anche più gentile; intorno agli occhi aveva certe venette appena percettibili, delicatamente azzurre, le quali svelavano la straordinaria finezza della sua carnagione.

—Signorina,—disse, schiudendo le labbra a un piccolo sorriso,—Bruno mi ha raccontato che lei gli vuol tanto bene e gli dedica tanto del suo tempo. Io parto questa sera, e desidero ringraziarla con tutta l'anima per la sua bontà.

—Ma contessa,—mormorò Nicla, il cui volto s'era fatto di porpora, e la sua voce tremava,—è impossibile non voler bene a Brunello. Egli è venuto un giorno a cercarmi, come….

Rivide nella memoria Brunello balzarle innanzi e domandarle aiuto, appoggiandosi alla sua canna alta e flessibile; e trovò la similitudine:

—….come un piccolo Amore!—disse

Poi aggiunse, premurosa:

—Noi abitiamo poco più innanzi. Vuole concedermi di presentarla alla mia mamma?

La contessa si schermì con un lieve cenno del capo.

—Grazie, signorina,—rispose.—Ma per partire oggi stesso, devo rientrare subito all'albergo e aiutare la cameriera a fare le valigie. Tornerò; e al mio ritorno sarò lieta di conoscere la sua famiglia.

—Sì, torni presto!—disse Nicla.

—Arrivederci,—seguitò Clara Dolores,—Il pensiero che Bruno ha un'amica, una sorella, mi conforterà molto….

—Oh, una sorella!—esclamò Nicla.—Come potrei essere sua figlia?

La contessa, tenendo la mano nella mano di Nicla, la trasse a sè e la baciò leggermente sulle guance.

—Arrivederci!—ripetè poi.

—Arrivederci, contessa! Buon viaggio!… Non tardi troppo!

—Addio, Nicla! A domani!—gridò Bruno alla fanciulla, riprendendo la mano di sua madre.

Ma allontanandosi, le due giovani si volsero più volte e si sorrisero.

Ciascuna portava in cuore un'imagine dell'altra, dolce e grata.

Nicla era anche intenerita per la bellezza fragile e l'amabilità signorile della contessa; e pensò che quel conte Fabiano doveva essere veramente un famoso briccone per mancar di fede a una donna che chiunque avrebbe potuto invidiargli.

—Bruno non ha saputo tacere!—ella si disse.—Mi vuole troppo bene, e l'amore gli deve essere scappato fuori dagli occhi.

L'indomani il conte Duccio Massenti chiese alla signora Carlotta il permesso di fare con Nicla una gita sul lago. Egli aveva pronta la lancia dell'albergo con due rematori. Sarebbe ripartito la sera medesima per la Svizzera, e prima di allontanarsi desiderava rubar finalmente un'ora alla selvatica abitatrice dei boschi.

Dicendo questo, un poco alla signora Carlotta, un poco al cavalier

Maurizio, un poco a Nicla, egli sorrideva con qualche timidezza.

La signora aveva già notato, presso la riva, la lancia con due barcaiuoli in assisa bianca e fascia azzurra.

—Non allontanatevi troppo!—raccomandò con familiarità insolita.—Il tempo è incerto!

—Gironzeremo al largo, sotto i suoi occhi—promise

Duccio.—Signorina, mi dice di sì?

—Ecco!—rispose Nicla.—Vado a mettermi il cappello.

Era vinta dall'attitudine sommessa del conte, che cominciava ad ispirarle qualche simpatia e che sapeva pregare molto per le più piccole cose.

Ma quando fu nella lancia, seduta sugli stessi cuscini a fianco di lui, capì d'un tratto che probabilmente il colloquio sarebbe stato decisivo per la sua vita, e si fece diffidente, mentre il cuore le batteva forte nel petto.

—Ho saputo dunque farmi tollerare?—chiese Duccio, non appena la lancia prese il largo sotto la spinta vigorosa delle quattro braccia.

—Mi dia la barra del timone,—pregò Nicla senza rispondere.—Voglio guidare io, perchè i suoi barcaiuoli non ci portino troppo lontano.

E prendendo la barra con la destra, levò il capo a sorridere.

A una finestra della villa s'era affacciata sua madre, la quale osservava i due giovani belli che partivano nella lancia tutta candida come per un felice viaggio. Ma Duccio trovò in Nicla una resistenza sorda e ostile.

Ella fingeva di non comprendere le allusioni, e spesso rispondeva fuor di tono; più spesso interrompeva con un'osservazione frivola, guardando in alto le nuvole rosee o perdendosi a seguir con l'orecchio il tuffo dei remi.

Fece notare a Duccio la smorfia del primo barcaiuolo che ad ogni puntata torceva la bocca, e dichiarò che la bandiera a poppa, gialla a scacchi azzurri, era di pessimo gusto. Domandò s'egli sarebbe tornato ancora a Sonnenberg, se vi sarebbe rimasto a lungo, e chi vi avrebbe trovato; scherzò volubilmente, rise quando s'accorse che Duccio stava per parlare con gravità, fu capricciosa e a bella posta distratta.

Infine Duccio, vedendo ch'ella volgeva il timone pel ritorno, diede il crollo:

—Signorina,—disse.—Io ho bisogno di sapere che cosa ella pensa di me.

Nicla lo guardò e rise.

—Io? Nulla!—rispose tosto.

Il conte non potè trattenere un gesto d'impazienza.

Pure, aggiunse con imperturbabile cortesia:

—Mi sono spiegato male. Comprendo benissimo che io non valgo la spesa di molte riflessioni. Ma devo pure confessarle che, non da ieri, nè da oggi, ma da quando ho avuto la fortuna di conoscerla a un ballo, io ho sempre pensato a lei, come alla sola fanciulla che potesse rendermi felice….

—Ci sono!—pensò Nicla con dispetto.—Ora tocca a me rispondere. E che cosa rispondo?

Non rispose nulla, e stette ad ascoltare.

—Chiedendole che cosa ella pensa di me,—seguitò Duccio,—intendevo chiederle semplicemente se la mia assiduità non le dispiace, se riconosce la nobiltà del mio sentimento….

—Che cosa rispondo? che cosa rispondo?—si domandò Nicla irritata, volgendo a furia la barra e mandando la lancia a sghimbescio.

—Attenta! Lei ci ribalta in acqua!—osservò Duccio con un sorriso, credendo la fanciulla commossa e turbata.

Ella si decise a una parola indiretta:

—Sì, mi sono accorta,—disse a mezza voce, guardando i remi che uscivan dall'acqua.

—Si è accorta?… si è accorta che io l'amo?—interrogò Duccio ansioso.

—Mi sono accorta che lei pensa a me,—corresse Nicla.

—Dica pure che io l'amo, che l'amo ardentemente!—incalzò Duccio.

—Auf! Adesso piglia fuoco!—riflettè Nicla.—Ho fatto male a rispondergli.

E per ringraziarlo in qualche modo, volse il capo e gli sorrise un attimo.

—Posso sperare, Nicoletta?—seguitò il conte.—Posso sperare che il mio sentimento sia accolto, e che un giorno, più tardi, anche assai tardi, sia da lei condiviso?… Essere amato da lei! Quale sogno!… La mia vita non avrà, non potrà avere altro scopo se non quello di render felice la sua…. Tutte queste grandi speranze aspettano d'essere confortate da una parola, Nicoletta…. Confortate…. o distrutte!

A mano a mano che il giovane parlava, l'anima di Nicla andava chiudendosi.

Nicoletta!… Già la chiamava Nicoletta! E un giorno, anche avrebbe allungato la mano ad accarezzarla, le labbra a baciarla, le braccia ad avvincerla intorno al busto….

Lo guardò di traverso, vide ne' suoi occhi una fiamma, sulle sue labbra un tremito.

E tutto ciò che doveva accenderla, che l'avrebbe forse accesa per un altro, in quell'istante l'agghiacciò.

—Mi dica, mi dica,—insisteva Duccio, dimentico che i barcaiuoli potevano comprendere non le parole, ma il gesto,—mi lasci sperare!… Sarà accolto il mio amore? Sarà forse un giorno condiviso da lei?…

E, fattosi più vicino, stendeva il braccio destro sullo schienale, quasi a cingerla idealmente.

—Badi!—ammonì la fanciulla, indicando con gli occhi i due uomini.

—Non ci ascoltano!—rispose Duccio.

I rematori allentavano sciando; l'imbarcazione s'avvicinava alla proda, e il barcaiuolo di poppa tirò i remi nella lancia.

—Oh, chi si vede, chi si vede!—esclamò giocondamente Nicla, volgendo lo sguardo alla riva.

—Ebbene?—supplicò ancora Duccio, senza staccar gli occhi dal viso di lei.—Posso sperare?

La fanciulla era ormai veramente distratta da ciò che vedeva sulla sponda; ma diede uno sguardo al giovane e rispose, per finirla:

—Non so!

Poi aggiunse:

—Non creda che io voglia giuocar d'astuzia e farle desiderare una parola. Sarebbe indegno. Oggi non posso dirle, con onestà e con lealtà, che questo: non so!

La barca scorrendo sulla sabbia toccava proda.

—Nicla, Nicla, Nicla!—risonò la voce esultante di

Brunello.—Prendimi con te! Fammi fare un giro!…

Egli stendeva le braccia, caracollando lungo la riva, come un piccolo puledro ritornato in libertà.

—Le dispiace che lo faccia salire con noi?—chiese Nicla al conte.

Duccio si scosse, quasi uscendo da un velo di malinconia, e si guardò intorno.

—Il bambino?—disse.—Come vuole!

E diede ordine a uno dei rematori di prendere il fanciullo dalla spiaggia.

Bruno, balzato nella barca, si slanciò al collo di Nicla.

E la baciò, l'accarezzò con tanto fervore, con tanto improvviso brivido, ch'ella lo fissò un poco sorpresa.

—Ma da dove vieni?—chiese, mentre i barcaiuoli vogavano a sciaroga.—Che è questo furore? Non ci siamo visti ieri?

I suoi occhi sorpresero lo sguardo fosco e dubbioso del fanciullo, che scrutava il mesto volto allungato di Duccio.

E capì. Era geloso.

Ella disse:

—Facciamo le presentazioni. Il conte Bruno Traldi di San Pietro. Il conte Duccio Massenti….

—Ah è questo, l'inseparabile?—chiese con indifferenza il giovane, squadrando Bruno senza muoversi.

—È lui!—affermò Nicla.—L'indispensabile

E rivolta al fanciullo, seguitò:

—Vuoi sederti qui, tra il conte Duccio e me? C'è un bel posto….

—No, no!—rispose Bruno prontamente, come avessero minacciato di gettarlo in acqua.

—Allora a cuccia?—domandò Nicla. Egli sorrise e s'accovacciò ai piedi dell'amica.

E sentendo che il conte non aveva più voglia d'aprir bocca, e che il piccolo e il grande si odiavano di tutto cuore, ella riprese:

—La tua mamma è partita?

—Sì: iersera!—affermò Bruno alzando gli occhi in faccia a Nicla.

E questa, per togliere l'ombra che andava addensandosi tra Duccio e

Bruno, seguitò:

—Sai che anche il conte Duccio conosce la tua mamma?

—La conosce?—ripetè Bruno senza voltare il capo dalla parte dell'altro.—E gli piace?

Nicla diresse l'occhio inavvertitamente al viso di Duccio e fu stupita di cogliergli sulle labbra un sottile ambiguo sorriso, ch'egli s'affrettò a dissimulare.

—Domandaglielo!—rispose, malamente impressionata.

—Le piace la mia mamma?—interrogò Bruno, guardando fisso innanzi a sè.

Nicla dovette stupirsi di nuovo.

Ecco Bruno che dava del lei, freddo e contegnoso, a quel signore che gli piaceva poco!

—Sì,—rispose Duccio.—È una bella e gentile signora.

—Molto bella, molto cara, la tua mamma!—rincalzò Nicla pensando al visetto pallido e fine coi grandi occhi appassionati che le avevano così benevolmente sorriso.—E dove è andata ora?

—Ma perchè l'interroga tanto?—interruppe Duccio con prontezza.—Finirà con lo stancarlo.

—Egli sostiene una conversazione meglio d'un grande!—affermò Nicla.

—Lo credo; ma guardi il tramonto,—riprese Duccio, indicando con un gesto il cielo opalescente e le acque che rabbrividivano alla brezza.—Guardi che meraviglia!

—Le dispiace che io parli con Bruno?—domandò Nicla.

—No no, la prego!—rispose Duccio.

—Poichè lei mi tiene il broncio e non dice parola….—seguitò Nicla.

—Non le tengo il broncio,—ribattè il conte.—Sono triste; e sarebbe strano che non fossi….

—La mamma è tornata in Isvizzera!—dichiarò Bruno, levando ancora gli occhi in faccia alla sua amica.

—Dov'era prima di venire a trovarti?—interrogò questa.

—Sì, dov'era prima di venire a trovarmi! E io so dove è. È su, in montagna; e si vede un lago, un lago grande, più grande del nostro. Un lago che si chiama come quel giuoco, sai?

—Quale giuoco?—domandò Nicla ridendo.

—I quattro cantoni!

—Ah, il lago dei Quattro Cantoni!—ripetè la fanciulla, corrugando le sopracciglia.—Allora è a Lucerna, la mamma.

—Vuole che torniamo?—interruppe il conte.—Temo che facciamo troppo tardi, e che la signora ci aspetti….

La fanciulla lo guardò, e le parve un poco aggrondato.

Senza rispondere, volse la barca, fece descrivere alla lancia una larga curva, e diresse verso la spiaggia.

Spronata da una curiosità repentina che le faceva male e di cui non sapeva rendersi ragione, stava china sulla testa di Brunello accovacciato ai suoi piedi, e lo interrogava, fissandolo negli occhi. Seguitò:

—Allora è a Lucerna, la mamma?

—Ma che cosa le importa, signorina?—disse bruscamente Duccio.—Non so perchè insista.

Nicla sentì che la voce di lui non era ferma.

—No,—rispose Bruno.—Ha detto Lucerna, sì, ma ha detto più in alto.

—Più in alto!—ripetè Nicla.—Ci si va con la funicolare?… Di',

Brunello, rammentati! Ci si va con la funicolare?

Bruno, assorto, non rispondeva.

—Rispondi, caro!—incalzò Nicla fremente.—A che cosa pensi?

—Penso al nome,—egli rispose,—perchè la mamma me lo ha detto….

—Non ci pensare. Il nome lo troveremo. Dirami: ci si va con la funicolare?

—Sì, con la funicolare!—consentì il fanciullo.

Nicla tacque un istante, poi annunziò:

—Sonnenberg!… È Sonnenberg?

—Sì, sì, sì!—gridò Bruno, battendo le mani.—Proprio! Me lo ha detto la mamma! Come hai indovinato?… Tu indovini tutto?…

Nicla si raddrizzò sul busto, pallidissima, e piantò in faccia al conte gli occhi scuri.

—Perchè questa commedia?—disse.

—Ebbene?—egli rispose, cercando di vincere la sua irritata agitazione.—Che è avvenuto? che vuole significare il suo sguardo di rimprovero?

Ma Nicla insisteva a fissarlo, con sì disperato stupore dentro gli occhi, che Duccio abbassò un istante i suoi.

—Tu indovini tutto?—ripetè sottovoce Bruno, alzandosi un poco e comprendendo che avveniva qualche cosa di eccezionale.

Nicla lo afferrò e lo strinse fra le braccia.

—Ahimè, sì!—proruppe.—Sì, amore, indovino tutto!

Poi con le mani convulse adagiò quel capo innocente sul seno, che un singhiozzo mal rattenuto sollevava in tumulto.

Nessuno fece più parola, fin che la lancia non ebbe toccata la riva.

E solo quando i rematori spalarono perchè la chiglia, scorrendo sulla rena, approdasse con dolcezza, Duccio rispose:

Pulsuz fraqment bitdi.

3,79 ₼
Yaş həddi:
0+
Litresdə buraxılış tarixi:
16 yanvar 2025
Həcm:
220 səh. 1 illustrasiya
ISBN:
4064066072261
Naşir:
Müəllif hüququ sahibi:
Bookwire
Yükləmə formatı:

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