Kitabı oxu: «Lucifero»

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Mario Rapisardi

Lucifero


Pubblicato da Good Press, 2020

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EAN 4064066072735

Indice

I

CANTO SECONDO.

CANTO TERZO.

CANTO QUARTO.

CANTO QUINTO.

CANTO SESTO.

CANTO SETTIMO.

CANTO OTTAVO.

CANTO NONO.

CANTO DECIMO.

CANTO UNDECIMO.

CANTO DUODECIMO.

CANTO TREDICESIMO.

CANTO QUATTORDICESIMO.

CANTO QUINDICESIMO.

I

Indice

ARGOMENTO.

Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.

Dio tacea da gran tempo. Ai consueti

Balli moveano in ciel gli astri, e con dura

Infallibile norma albe ed occasi

Il monotono Sol dava a la terra.

Reddían le nevi a biancheggiar le spalle

Del tremante dicembre; april venia

Col suo manto di fiori; arida e stanca

Movea la bionda està giù da' falciati

Campi a cercar le vive onde marine;

E, coronato il crin d'edra e di poma,

Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello

Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve

Nei colmi fianchi dei capaci tini.

Tutto seguía così l'alte, immutate

Leggi de la Natura, e nullo in terra

Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva

Strano silenzio del mai visto Iddio.

Abbandonati e solitarî intanto

Giacean per le infrequenti aule divine

I marmorei Celesti; e per le fredde

Vòlte il sacerdotal canto e la prece

Qual vano si perdea grido, che inalza

Da la rupe solinga il cacciatore,

Se mira dileguar giù ne la valle

Tra 'l sonante canneto il salvo augello.

Da fiero gel, da sacro orror comprese

Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri

Zelatori de l'are; e quando ai vani

Scrigni balzar vedeste arido e magro

L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi

Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,

Le scornate Indulgenze, orridamente

Su le madide tempie alto rizzârsi,

Come ad istrice, i crini, ed agitato

Tre volte e quattro tentennò il tricorno

Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo

Cupo s'alzò dai congiurati petti:

—La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi

Gl'increduli mortali!—

Alcun non arse

A la prece crudel fulmine in terra;

E i mortali rideano.

Udì quel riso

Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno

Il silenzio e la morte; oscure e fredde

Strisciavan su la sua fronte immortale

Strane larve di sfingi e di chimere,

Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta

Morte la luce e l'armonia sentiva.

—Qui in eterno starò? Favola indegna

Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo

Per istinto d'amor spregiai la vita?

No, si torni a la terra! Un nuovo io sento

Spirto d'amor, che mi discorre il petto:

Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova

Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono

Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io

Amerò, soffrirò; correrò il breve

Travaglioso cammin d'un uom mortale,

E, redento da l'opre e da l'amore,

Recherò a l'uom salute e morte a Dio.—

Così l'Eroe parlava, e i circostanti

Baratri tenebrosi si agitavano,

Come per improvviso urto di vento

Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,

Il piè forcuto e la bovina fronte

Mutò d'un tratto il favoloso iddio;

E dai lombi gagliardi e da le spalle

Le fuliggini tèrse e la stillante

Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,

Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto

La superba beltà d'un dio mortale.

Tramutato così, dal piceo trono

Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.

Ed esclamò:—L'infernal regno è sciolto;

Il mio regno è la terra!—

Ecco il subietto

Del canto mio. Classico o no, ne affido

L'occulto senso a voi, vergin consesso

D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove

La diva Arte in governo e i mal concessi

Talami de le Muse; e se agl'incerti

Occhi vostri si niega il delicato

De le Grazie sorriso e la suave

De le sacre fanciulle ispiratrici

Candida voluttà, dolce vi sia

Star su la soglia a noverar gli ardenti

Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno

Suon di celesti melodie le chiuse.

Odorate cortine, ed immortale

Vita in terra gli eletti: in simil guisa

Sta su la porta dei gelosi arèmi

La fida turba dei scemati servi,

Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore

De le belle Circasse. Alto e solenne

Officio è il vostro, e non indarno io chiamo

Il vostro nume auspice a me: voi soli

Le riposte misure e voi sapete

Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero

De l'occulte bellezze, e qual più giova

Tener modo e governo in sul tentato

Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa

Toccar si dee la tuba o la chitarra,

E metter l'ali al dorso e dar di sproni

Al Pegaso spumante, o nel tenace

Fren moderarne a tempo i perigliosi

Impeti giovanili, ed a che segno

E con che industria è depredar concesso

Del Meonio le carte, o del Tebano.

Pèra colui, che al necessario giogo

Prova sottrar la temeraria nuca,

E va a ruzzar licenzïoso, come

Selvatico puledro, per li campi

De la sfrenata fantasia! L'immensa

Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto

Perda il pazzo sudor, per cui tenea

Seder primo in Parnasso. Armati ed irti

D'alfabetiche cifre, unitamente

Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo

Tutti dal sapïente arco scoccate

I rettorici strali; onde il meschino,

Travagliato da l'onta e dal rimorso,

Egro ed insano a riparar s'affretti

Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno

Sia di spregio che d'ira, alta, pesante

Sul suo capo ostinato onda si aggrevi

Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute

Gli sfileran dinanzi ad una ad una

Le sdegnose gazzette; indifferenti

Si chiuderan su la sua faccia smorta

D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco

D'urlar strambotti contro al secol ladro,

Povero e solo abbraccerà la morte,

Non fia che le supreme ore gli allegri

L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.

Saldo così su cardini d'acciaro

Il tron vostro si gira, e vita e nome

Dal cieco umano folleggiar traete.

Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe

D'ardimentoso corridor, ritrova

Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;

E, quando fra le storte ànche ghermisce

Il picciol globo del dorato fimo,

L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo

A emular de l'audace aquila il volo.

S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra

Sorrideva l'aprile; entro al suo petto

Sorrideva l'amor. Sopra la cima

Del Caucaso famoso, onde s'appella

La giapetica stirpe, egli fu visto

Venir come in un sogno, e star d'incontro

A l'aurora nascente. Un invisibile

Spirto, qual di canora aura, fremea

Per le fibre del mondo, e più lucenti

Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:

Gli dan nome d'amor l'anime accese

Dei parlanti mortali; ed ei su tutte

Anime impera, e solo e senza legge

Il mar penetra e i monti e la selvaggia

Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,

Chè spirto è desso, e qual raggio di sole

Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto

Con secreta armonia mesce e ritempra.

Era per l'aria un fluttüar d'ardenti

Atomi mobilissimi di luce,

Una confusa, fluvïal fragranza

Di sconosciuti balsami, e suave

Musica di parole e di concenti

Misterïosi. Un'irrequieta e nuova

Delizïosa voluttà di sensi

Vaganti per immenso ètera, come

Rondini in cerca di lontani lidi,

Una dolcezza non provata mai

Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,

Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.

Sguardo volgendo per la vasta luce,

Muto restò, di giovinetto a modo,

Che raggiante di vita alfin ritrova

La sognata beltà dei suoi vent'anni.

Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero

Al fier proposto e a la ragion diè loco,

L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,

—E, dove sei, sclamò, tu che presumi

Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!

L'uman genio ti sfidai—

Il pugno strinse

Superbamente, eresse il fronte, e stette

Il fulmine aspettando, o la risposta.

Tacito intanto dal soggetto mare

S'apre l'indifferente occhio del sole

Su le cose create, e si ridesta

Giù per le valli intorno e la pianura

Il lieto suon de le fatiche umane.

—Sorgi, la terra è tua, proruppe allora

L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda

Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni

Preda al mondo tu fosti; e dal terreno

Pugno di fango, onde t'han detto uscito,

Non ti redense ancor la tua cotanta

Vita de l'alma audace e la sventura

Tua perpetua compagna. E che ti valse

Al par di te, trar da la creta i Numi,

Se al cospetto dei freddi simulacri

Dechinasti il ginocchio, e la superba

Libertà del pensier serva fu fatta

Di codarde paure? Or sorgi ed osa:

Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi

Son fuor de la Natura, e non ha vita

Tutto che il vol de la ragion trascende.

A che tra larve ìnesorate e vane

Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,

Se muta al cenno tuo trema e si prostra

La possente Natura? Ama e combatti!

L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,

Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!—

Tacque, e a l'ardito favellar commosse

Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi

La titanica rupe. Era nel monte

Negra, profonda, solitaria, intatta

Da umane orme e dagli astri una spelonca

Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno

Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi

Fianchi, qual di commosse ali e di strida,

Cupamente rintrona. Irati al verno

Vi piomban da l'opposta erta i torrenti

Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti

Mugulando spumeggiano; ma quando

Giungono al vallo de l'orrenda uscita,

Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,

Torba, pollente s'impaluda, e manda

Pestiferi mïasmi a chi la spira.

Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi

L'umanato Demonio, e con feroce

Piglio di scherno a contemplar si stava

L'orrido sito e il ciel. Da le profonde

Viscere allor del cieco antro una voce

Querula, lunga, dolorosa emerse

Come suon di sospir. Porse l'orecchio,

E s'appressò l'Eroe, quanto il permise

L'angusto varco e la stagnante gora,

Ed ascoltò:

—Di che perigli in cerca,

Misero! vai? Che stolta opra e che vano

Talento è il tuo di proseguir l'impresa,

Ch'io già per tempo incominciai, spregiando

La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi

Son fatto accorto, e di Prometeo il nome

Mal mi dieron le genti! E che non feci,

Che non diss'io per questa al pianto nata

Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda

Giacea nel lezzo de l'error, sì come

Belva cibando la caonia ghianda,

E altra legge nel mondo, altro governo

Non sapea che l'istinto: ad altri ignota

E a sè stessa giacea, scherno e vergogna

De le cose create, e le create

Cose, ignara di tutto, iva mescendo

Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi

Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo

Io sol più che a me stesso? E non cotanto

Mi punse il cor la fulminata fronte

Dei fratelli Titani, e non di sdegno

Arsi così per l'usurpate sedi

Del fuggiasco Saturno e pe' negletti

Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira

Destommi in cor la tribolata sorte

Degli umani infelici. Ardito e solo

Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce

Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno

Sprecava i doni al vegetale e al bruto,

E a l'uom, misero tanto, altro conforto

Non largía che il morir. Tutto ebbe allora

L'uomo infelice il mio favor: sol io

Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti

Arti e d'opre gentili e di gagliardi

Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono

Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi

Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne

Premio da ciò? Non che n'aver mercede,

L'invida rabbia arsi di Giove, e degno

Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda

Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,

Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci

Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno

E favola del mondo. E nè querela

Movo di ciò; chè il querelar non giova

A chi esente è di morte; e inesorata

L'ira è dei Numi, e inesorato al pari

L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto

Colser giammai di mie fatiche tante,

Del mio tanto soffrir le sconsolate

Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena

Da la tenebra antica, a l'infinita

Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco

Poco a lor parve ogni più grande acquisto;

Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda

Diedersi tutte, e del saver la sete

Arse in loro così l'alma e la vita,

Che a precoce vecchiezza e ad immatura

Morte fûr sacre e a maledir condutte

L'alto mio dono e il sagrificio mio!—

—Figlio di Temi, a lui rispose irato

L'inclito Pellegrino, e che perigli

Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,

Credi, io mi son, che si rivolta in fuga

A la prima minaccia, o nauta imbelle,

Che trema al più leggier spirto di vento,

E si chiude nel porto. In questa eterna

Rupe confitto, in verità, tu ignori

Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei

Carco di mal, di falsi mali agli altri

Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia

Questi vani compianti, e oltre misura

Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno

Tolto il senno davver le tue sciagure.

Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda

Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,

La compirò. Non già il saver, t'accerta,

Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,

Ma la nemica a ogni saver, la cieca

Credulità. Di false ombre e d'inganni

Essa vive nel mondo, e si fa gioco

De l'umana ragion; ma quest'azzurro

Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,

Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra

La ragion sederà; largo e securo

Spiegherà il vol su' mal temuti errori

Il redento intelletto; e allor che tutto

Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,

Questo ignaro di sè dio de la terra

Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero

A cercar non andrà larve e paure!—

Disse, e partía; ma lo rattenne un detto

Del pazïente Prometèo:

—S'hai grande

E pari, ei disse, agli alti accenti il core,

Deh! non partir così, quando m'hai dèsto

Tale un desío, che a lo sperar somiglia.

Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore

Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,

Che co' fulmini suoi Giove sedea

Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo

Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni

E col disprezzo mio la sua paura

E la sua crudeltà, però che immite

Più chi regna divien quanto più trema,

E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.

Solo di tutti io l'avvenir vedea

Securamente, e de la sua caduta

Presapeva il destin. Godi dei tuoi

Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,

O spensierato usurpator del cielo;

Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo

Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro

Come fil non ritorto, e me da questi

Ceppi redimerà; nè ti varranno,

Credi, i fulmini allor, chè assai più salda

Sarà del fulmin tuo la sua possanza.

Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo

Dei vaticinii miei sperdeano i venti!

Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno

Tiranno altro successe, e meco avvinto

Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.

Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto

E dopo assai di mali esperimento

L'alta speranza mia; nè agevol cosa

È il ridestarla, ed utile per certo

Non mi saría, quando più tetro e fiero

Sembra il dolor cui la speranza illuse.

Pur, se grave non t'è l'esser pietoso

A chi tanto per l'uom male sostenne,

Al mio partito interrogar rispondi:

Uom mortale sei tu? Qual t'assecura

O responso, o destino, onde presumi

Condurre a fin tant'onorata impresa?

Non t'illude il voler, che dei più saggi

Tal tiranno si fa, che par destino?

Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,

Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?

E se fondi in altrui le tue speranze,

Tanta han virtude ed armonia le genti,

Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,

Al trïonfo del ver movan secure?

Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto

L'immortal vita inutilmente, e assai

Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.—

—Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,

La discreta domanda. Uom saggio, in vero,

Io non terrò chi lusingato e spinto

Da una rosea speranza ad ardua impresa,

Pria non libra sè stesso, e con sottile,

Freddo giudicio non prevede, e scerne

I possibili eventi; anzi dà mano

Subita a l'opra, e ciecamente ai casi

Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.

Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte

Ti dirò le mie cose e l'esser mio,

Quando a colui che tanti uomini e tempi

Vide, e al fato durò con alma invitta,

Grato è ridir ciò che di gloria è degno.—

Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia

Pensieroso si assise. Alto a l'intorno

Spazïava il silenzio, e in larghi giri

Un'aquila le azzurre aure fendea.

CANTO SECONDO.

Indice

ARGOMENTO.

Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai

Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,

Ma da natura, immortal germe, io nacqui

Una a le cose, e da la luce ho il nome.

Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto

Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,

Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.

Però di studïose ombre e d'enimmi

Non cingerò il mio dir, chè nè maestro

Di misteri son io, nè a disdegnosa

Anima, che a sdegnosa alma favelli,

Dubbio o coverto il ragionar si addice.

Nuovi non già, ma da la turba illusa

Negletti veri io parlerò. Due sono

Le virtù, che le cose hanno in governo:

La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna

Genitrice visibile è di tutto,

La pesante materia ordina e muta

Per suo proprio valor; l'altro la informa

Di spirital possanza, e la solleva

Ad ardui voli e a magisteri egregi.

Ferrea, immota in sue leggi, una procede

Lenta così, che par che giaccia: inalza

Su le rovine, onde si allieta, il trono,

E da l'arida morte una perenne

Fonte di vita e di beltà deriva;

Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende

Tutte cose universe, in varia guisa,

Con poter vario e con legge diversa

Ogni via tenta, ogni regione esplora

Mobilissimo sempre, e tutto aborre

De la tarda materia il peso e il freno;

E quando avvien, che di misteri e d'ombre

L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,

La ragion de le cose occulta e serba,

Ei libero discorre, e si ribella

Ad imposte paure; apre e dischiava

Terre, cieli ed abissi; argini atterra,

Crea, muta, strugge, e a le domate forme

Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.

Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita

Abbian comune e necessaria, avversi

Son per intimo ingegno; onde tu vedi,

Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella

Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,

Sono eterni ambidue, però che morte

Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose

Da cotanto agitare ordine e vita.

Sparsi per gli antri, e fieramente soli

Vivean gli uomini primi, e nulla amica

Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.

Ispide pelli eran lor vesti, e rudi

Selci lor armi e sol conquisto il foco.

Da l'alte culle del fecondo Irano,

Procedendo, spandeansi a mala pena

Sui giapetici piani, e gl'inclementi

Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,

A nuove lotte s'accingean. Muggía

Dai britannici fiumi alto l'immane

Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,

S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro

L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;

Devastando correan l'irte spelèe,

D'umane carni esploratrici, e fuori

Dai frondosi dirupi a l'onde in riva

Calavasi il deforme orso e il velloso

Primigenio mammuto: oscura e pigra

Mole di membra, a cui nemico è il sole;

E tu, sovrano troglodita, astretto

Dal fecondo bisogno, a miglior prova

Sempre volgendo il multiforme ingegno,

Armi e industrie trovasti; onde più lieve

Ti fu il domar co'l lavorato renne

Le nemiche falangi. Apron le nubi

L'inesauste sorgenti, e senza freno

Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;

Entro al diluvïal baratro immenso

Spariscono le specie, in quel che, armato

Di novella virtù, l'uom passa i mari

Su la prima piròga, e, di recisi

Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,

Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.

Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise

Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno

D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,

Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,

Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre

Forme e il pensier nel duro selce espresse.

Però, quand'ei con lungo studio al rito

Del caro amor la sua fanciulla indusse,

Docil vide obbedire ai suoi talenti

Il tenace basalto; a l'agil fianco

Brunite armi precinse, e il flessüoso

Collo di lei, che gli gemea su'l petto,

Incoronò d'inteste ambre e di baci.

Or deggio dir, che, di regnar mal paga

Sovra i campi natii, la curïosa

Mente de l'uom s'insinüò nei cupi

Visceri de la terra, e ai fiammeggianti

Gnomi, che custodían l'ampie miniere,

Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste

Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?

Io benedico a voi, fiumi e torrenti,

Che giù dai fianchi dei materni Uràli

L'auree sabbie lucenti al pian recaste;

Ma più a la paziente opra, che il lieve

Stagno confuse e il risonante rame,

Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro

Abbracciamento mineral divelti,

S'arresero i metalli a l'uom tenace.

O pensiero immortal de l'uom che muore,

Te da prima io conobbi, e quinci unito

S'intrecciò a' fati umani il mio destino.

Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,

Per intima virtù svolge dal primo

Involucro, e, a la dolce aere credendo,

Crisalide novella, il picciol volo,

Co' fior de' campi il suo color confonde,

Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica

Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,

E cammina, cammina, e a nullo iddio

Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.

Ultimo forse e più perfetto anello

De la catena universale, ei tutto

Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana

Mutabil cosa e de la terra è il vero.

Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase

Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte

Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!

Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,

Fluttuar de' creati esseri il mesto

Figlio de l'uom, che riprodotta e viva

Non pur vedea nei circostanti oggetti

Tanta lite incompresa e tanto affanno,

Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta

L'esistenza sua poca iva ammirando

Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.

Di fantastici mostri e di chimere

Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,

Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra

Vide e un mistero, o una maggior possanza,

Là piegò la cervice e pose un Dio.

Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo

E tiranno de l'uom, da cui soltanto

Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.

Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto

Spazïar l'insegnato etere, or chiuso

Tra' fulmini precipitar su l'ale

Dei rotanti uragani, or sovra al dorso

Dei cavalli del mar correre i flutti

E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;

O ver come immortal fremito immenso

Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo

Degli avari terreni, e al vigilato

Solco apparir fra le compiute ariste.

Però quel che Dio fu, quale ancor vive,

E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto

Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,

O prospero, o maligno, arbitro è solo.

Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero

Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse

E le cose universe, il fronte oppose

Con indomito orgoglio, e una selvaggia

Voce di libertà gittògli incontro,

Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta

Prepossanza di Dio tenne equilibre

Con perenne agitar? Fu la feconda

Lite, che il mar de l'essere commove

Con assiduo flagello, e dai cozzanti

Corpi la luce e l'armonia deriva.

Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto

Padre di servitù, per fiero istinto,

Rubellossi da prima; essa al feroce

Andropòfago Iddio scosse la reggia

Vigilata dai fulmini; e dal fiero

Cozzo con lui tanta favilla emerse,

Che, mutata dagli anni in fiamma viva,

Tutto divorerà dei numi il regno.

O d'ogni libertà fonte primeva,

Madre d'inclite pugne, io ti saluto!

Tu co'l moto la vita, e co'l solenne

Fra le cose de l'alma egregio attrito

Luce dèsti e saper negli intelletti

E co'l saper la libertà, sublime

Pianta, che sol dov'è coltura alligna.

Te da la terra solitaria i saggi

Primamente avvisâr; te, spiratrice

Di terrigeni mostri a Dio rubelli,

Raffiguraro e coltivâr le genti,

E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,

Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,

Or discordia infinita, e, se paura

Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,

O fur da sacerdoti empî travolte,

Nome avesti d'errore e di menzogna

Tu, che ad onor del vero e de la luce

I misteri del cielo agiti e sperdi.

Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali

Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.

Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli

Troni d'Olimpo, il nèttare libando

D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,

Fra le dapi fumanti e le vezzose

Fanciulle che tesseangli inni e carole,

Cura de l'uom gli penetrava il petto.

Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti

Dal comando di lei, che Lite ha nome,

Quanti mai da la terra erano usciti

Terribili Titani, a cui la forza

Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;

E avventando ciascun li suoi cinquanta

Capi feroci e le altrettante braccia

Contro ai regni di Giove, orribilmente

Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.

Arse d'ira il tiranno, e forza a forza

Oppose, e vinse. Da le attinte altezze

Precipitâr gl'intrepidi gagliardi

Un dopo l'altro fulminati, e monti

Ed isole parean, che in un selvaggio

Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.

Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo

Di cotanta caduta, o sopra a tutti

Sventurato Titano? Eran pur folli

D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga

Maggior virtù, dove più grande e saldo

Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto

A pugnar contro a tutti e a vincer basti.

Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza

Di giganti trïonfa, o adamantina

Spada conquide, e solo a la modesta

Continua punta del pensier soggiace.

Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse

Furor d'atre procelle, a poco a poco,

Morsa dal flutto che le geme intorno,

Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,

E il flutto assiduo del pensier li rode.

Così Giove fu vinto, e in simil guisa

Vinto sarà chi gli successe. Or odi

Quel ch'io feci e farò. Da una malnata

Bordaglia rea, che da natura in dono

Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,

Ièova ne venne, un implacato iddio,

A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.

Solitario e funesto egli incombea

Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto

Dei tremanti mortali, e gran sepolcro

Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,

Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.

Io nel cielo era ancor, bello di tutti

Radïamenti. Era sorriso e luce,

Fragranze ed armonie del ciel la vita,

E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,

Si tenean tutti e si dicean beati.

Sol'io, spirito inquieto, indifferente

A quell'aprile, a quel banchetto eterno,

Sentía dentro a l'altera anima un vôto

Misterïoso, un mar senza confine,

Come una solitudine infinita

D'intorno a me, dentro di me: se avessi

Conosciuto l'amor, forse in cor mio

Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.

Poco mi parve il ciel, misera vita

L'eternità. Di strane opre, di voli,

Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie

Tal m'invase un desío, che sfere ed astri

Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia

D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra

Del mio stesso pensiere, o una diversa

Immagine con me nata, e divisa

Fatalmente da me. Dove mai, dove,

Sospiroso io dicea, trovar ti posso,

O disïata e necessaria parte

De l'esser mio? Per entro a l'immortale

Anima mia tutto il mortal sentiva.

Infelice mi tenni. A Dio nel fronte

Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:

Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi

Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,

Io replicai, l'eterno vero; io voglio

Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!

Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,

Nè pugnai già: sentía ch'era più grande

De lo sdegno di Dio la mia caduta.

Quale allor degli antichi astri mi accolse?

Nessun fuor che la terra, e de la terra

Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta

Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.

Bollía sotto ai miei passi un fragoroso

Mar di liquide fiamme; in gran tenzone

Mugghiando si rompeano onde contr'onde;

Ma più cocenti assai dentro al mio petto

Combattendo bollían dubbî e speranze;

Salde e ferree correan sovra il mio capo

Di granito le vòlte, e assai più saldo

Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,

Un fantasma d'amor, sempre in cor mio

Una voce incompresa: ama e cammina!

Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce

De la terra cercai; chi avria potuto

Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea

Fulminato, non vinto. È là, un occulto

Pensier diceami, è là sovra la terra

Il tuo destin, là di tue prove il campo,

Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,

Là fra tanto morir la vita alberga!

Mi trasformai la prima volta: ignoto

Corsi la terra, e al caro sole in vista

L'uom, la natura e l'esser mio compresi.

L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono

A piè dei suoi creati idoli il vidi

Vaneggiar paventoso, e legar tutta

L'anima ardita a un inconcusso altare

M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante

A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo

De la terra sorgea l'egregia pianta

D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico

Del veggente saper, che i tenebrosi

Spirti rischiara, le ruggía d'intorno

Con feroce divieto; onde alcun mai

Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.

Fu allor che con sottile arte la mente

Degli uomini tentai: simile a Dio

Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;

E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa

Brama, un'ardente, inestinguibil sete

Di saver, d'indagar l'ombre, che folte

Gli addensava d'intorno il Dio nemico,

Morse gli uomini tutti; e qual più viva

Sentì in cor la mia voce e il poter mio,

E per vie non segnate oltre si spinse

Al confin de la pavida ignoranza,

E interrogò con l'intelletto audace

Le piante e gli animai, la terra e gli astri,

Quei di mago ebbe nome e di ribelle.

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Janr və etiketlər

Yaş həddi:
0+
Litresdə buraxılış tarixi:
16 yanvar 2025
Həcm:
220 səh. 1 illustrasiya
ISBN:
4064066072735
Naşir:
Müəllif hüququ sahibi:
Bookwire
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