Kitabı oxu: «Lucifero»

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Mario Rapisardi

Lucifero


Pubblicato da Good Press, 2020

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EAN 4064066072735

Indice

I

CANTO SECONDO.

CANTO TERZO.

CANTO QUARTO.

CANTO QUINTO.

CANTO SESTO.

CANTO SETTIMO.

CANTO OTTAVO.

CANTO NONO.

CANTO DECIMO.

CANTO UNDECIMO.

CANTO DUODECIMO.

CANTO TREDICESIMO.

CANTO QUATTORDICESIMO.

CANTO QUINDICESIMO.

I

Indice

ARGOMENTO.

Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.

Dio tacea da gran tempo. Ai consueti

Balli moveano in ciel gli astri, e con dura

Infallibile norma albe ed occasi

Il monotono Sol dava a la terra.

Reddían le nevi a biancheggiar le spalle

Del tremante dicembre; april venia

Col suo manto di fiori; arida e stanca

Movea la bionda està giù da' falciati

Campi a cercar le vive onde marine;

E, coronato il crin d'edra e di poma,

Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello

Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve

Nei colmi fianchi dei capaci tini.

Tutto seguía così l'alte, immutate

Leggi de la Natura, e nullo in terra

Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva

Strano silenzio del mai visto Iddio.

Abbandonati e solitarî intanto

Giacean per le infrequenti aule divine

I marmorei Celesti; e per le fredde

Vòlte il sacerdotal canto e la prece

Qual vano si perdea grido, che inalza

Da la rupe solinga il cacciatore,

Se mira dileguar giù ne la valle

Tra 'l sonante canneto il salvo augello.

Da fiero gel, da sacro orror comprese

Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri

Zelatori de l'are; e quando ai vani

Scrigni balzar vedeste arido e magro

L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi

Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,

Le scornate Indulgenze, orridamente

Su le madide tempie alto rizzârsi,

Come ad istrice, i crini, ed agitato

Tre volte e quattro tentennò il tricorno

Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo

Cupo s'alzò dai congiurati petti:

—La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi

Gl'increduli mortali!—

Alcun non arse

A la prece crudel fulmine in terra;

E i mortali rideano.

Udì quel riso

Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno

Il silenzio e la morte; oscure e fredde

Strisciavan su la sua fronte immortale

Strane larve di sfingi e di chimere,

Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta

Morte la luce e l'armonia sentiva.

—Qui in eterno starò? Favola indegna

Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo

Per istinto d'amor spregiai la vita?

No, si torni a la terra! Un nuovo io sento

Spirto d'amor, che mi discorre il petto:

Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova

Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono

Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io

Amerò, soffrirò; correrò il breve

Travaglioso cammin d'un uom mortale,

E, redento da l'opre e da l'amore,

Recherò a l'uom salute e morte a Dio.—

Così l'Eroe parlava, e i circostanti

Baratri tenebrosi si agitavano,

Come per improvviso urto di vento

Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,

Il piè forcuto e la bovina fronte

Mutò d'un tratto il favoloso iddio;

E dai lombi gagliardi e da le spalle

Le fuliggini tèrse e la stillante

Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,

Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto

La superba beltà d'un dio mortale.

Tramutato così, dal piceo trono

Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.

Ed esclamò:—L'infernal regno è sciolto;

Il mio regno è la terra!—

Ecco il subietto

Del canto mio. Classico o no, ne affido

L'occulto senso a voi, vergin consesso

D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove

La diva Arte in governo e i mal concessi

Talami de le Muse; e se agl'incerti

Occhi vostri si niega il delicato

De le Grazie sorriso e la suave

De le sacre fanciulle ispiratrici

Candida voluttà, dolce vi sia

Star su la soglia a noverar gli ardenti

Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno

Suon di celesti melodie le chiuse.

Odorate cortine, ed immortale

Vita in terra gli eletti: in simil guisa

Sta su la porta dei gelosi arèmi

La fida turba dei scemati servi,

Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore

De le belle Circasse. Alto e solenne

Officio è il vostro, e non indarno io chiamo

Il vostro nume auspice a me: voi soli

Le riposte misure e voi sapete

Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero

De l'occulte bellezze, e qual più giova

Tener modo e governo in sul tentato

Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa

Toccar si dee la tuba o la chitarra,

E metter l'ali al dorso e dar di sproni

Al Pegaso spumante, o nel tenace

Fren moderarne a tempo i perigliosi

Impeti giovanili, ed a che segno

E con che industria è depredar concesso

Del Meonio le carte, o del Tebano.

Pèra colui, che al necessario giogo

Prova sottrar la temeraria nuca,

E va a ruzzar licenzïoso, come

Selvatico puledro, per li campi

De la sfrenata fantasia! L'immensa

Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto

Perda il pazzo sudor, per cui tenea

Seder primo in Parnasso. Armati ed irti

D'alfabetiche cifre, unitamente

Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo

Tutti dal sapïente arco scoccate

I rettorici strali; onde il meschino,

Travagliato da l'onta e dal rimorso,

Egro ed insano a riparar s'affretti

Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno

Sia di spregio che d'ira, alta, pesante

Sul suo capo ostinato onda si aggrevi

Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute

Gli sfileran dinanzi ad una ad una

Le sdegnose gazzette; indifferenti

Si chiuderan su la sua faccia smorta

D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco

D'urlar strambotti contro al secol ladro,

Povero e solo abbraccerà la morte,

Non fia che le supreme ore gli allegri

L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.

Saldo così su cardini d'acciaro

Il tron vostro si gira, e vita e nome

Dal cieco umano folleggiar traete.

Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe

D'ardimentoso corridor, ritrova

Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;

E, quando fra le storte ànche ghermisce

Il picciol globo del dorato fimo,

L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo

A emular de l'audace aquila il volo.

S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra

Sorrideva l'aprile; entro al suo petto

Sorrideva l'amor. Sopra la cima

Del Caucaso famoso, onde s'appella

La giapetica stirpe, egli fu visto

Venir come in un sogno, e star d'incontro

A l'aurora nascente. Un invisibile

Spirto, qual di canora aura, fremea

Per le fibre del mondo, e più lucenti

Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:

Gli dan nome d'amor l'anime accese

Dei parlanti mortali; ed ei su tutte

Anime impera, e solo e senza legge

Il mar penetra e i monti e la selvaggia

Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,

Chè spirto è desso, e qual raggio di sole

Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto

Con secreta armonia mesce e ritempra.

Era per l'aria un fluttüar d'ardenti

Atomi mobilissimi di luce,

Una confusa, fluvïal fragranza

Di sconosciuti balsami, e suave

Musica di parole e di concenti

Misterïosi. Un'irrequieta e nuova

Delizïosa voluttà di sensi

Vaganti per immenso ètera, come

Rondini in cerca di lontani lidi,

Una dolcezza non provata mai

Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,

Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.

Sguardo volgendo per la vasta luce,

Muto restò, di giovinetto a modo,

Che raggiante di vita alfin ritrova

La sognata beltà dei suoi vent'anni.

Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero

Al fier proposto e a la ragion diè loco,

L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,

—E, dove sei, sclamò, tu che presumi

Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!

L'uman genio ti sfidai—

Il pugno strinse

Superbamente, eresse il fronte, e stette

Il fulmine aspettando, o la risposta.

Tacito intanto dal soggetto mare

S'apre l'indifferente occhio del sole

Su le cose create, e si ridesta

Giù per le valli intorno e la pianura

Il lieto suon de le fatiche umane.

—Sorgi, la terra è tua, proruppe allora

L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda

Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni

Preda al mondo tu fosti; e dal terreno

Pugno di fango, onde t'han detto uscito,

Non ti redense ancor la tua cotanta

Vita de l'alma audace e la sventura

Tua perpetua compagna. E che ti valse

Al par di te, trar da la creta i Numi,

Se al cospetto dei freddi simulacri

Dechinasti il ginocchio, e la superba

Libertà del pensier serva fu fatta

Di codarde paure? Or sorgi ed osa:

Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi

Son fuor de la Natura, e non ha vita

Tutto che il vol de la ragion trascende.

A che tra larve ìnesorate e vane

Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,

Se muta al cenno tuo trema e si prostra

La possente Natura? Ama e combatti!

L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,

Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!—

Tacque, e a l'ardito favellar commosse

Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi

La titanica rupe. Era nel monte

Negra, profonda, solitaria, intatta

Da umane orme e dagli astri una spelonca

Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno

Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi

Fianchi, qual di commosse ali e di strida,

Cupamente rintrona. Irati al verno

Vi piomban da l'opposta erta i torrenti

Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti

Mugulando spumeggiano; ma quando

Giungono al vallo de l'orrenda uscita,

Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,

Torba, pollente s'impaluda, e manda

Pestiferi mïasmi a chi la spira.

Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi

L'umanato Demonio, e con feroce

Piglio di scherno a contemplar si stava

L'orrido sito e il ciel. Da le profonde

Viscere allor del cieco antro una voce

Querula, lunga, dolorosa emerse

Come suon di sospir. Porse l'orecchio,

E s'appressò l'Eroe, quanto il permise

L'angusto varco e la stagnante gora,

Ed ascoltò:

—Di che perigli in cerca,

Misero! vai? Che stolta opra e che vano

Talento è il tuo di proseguir l'impresa,

Ch'io già per tempo incominciai, spregiando

La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi

Son fatto accorto, e di Prometeo il nome

Mal mi dieron le genti! E che non feci,

Che non diss'io per questa al pianto nata

Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda

Giacea nel lezzo de l'error, sì come

Belva cibando la caonia ghianda,

E altra legge nel mondo, altro governo

Non sapea che l'istinto: ad altri ignota

E a sè stessa giacea, scherno e vergogna

De le cose create, e le create

Cose, ignara di tutto, iva mescendo

Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi

Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo

Io sol più che a me stesso? E non cotanto

Mi punse il cor la fulminata fronte

Dei fratelli Titani, e non di sdegno

Arsi così per l'usurpate sedi

Del fuggiasco Saturno e pe' negletti

Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira

Destommi in cor la tribolata sorte

Degli umani infelici. Ardito e solo

Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce

Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno

Sprecava i doni al vegetale e al bruto,

E a l'uom, misero tanto, altro conforto

Non largía che il morir. Tutto ebbe allora

L'uomo infelice il mio favor: sol io

Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti

Arti e d'opre gentili e di gagliardi

Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono

Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi

Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne

Premio da ciò? Non che n'aver mercede,

L'invida rabbia arsi di Giove, e degno

Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda

Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,

Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci

Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno

E favola del mondo. E nè querela

Movo di ciò; chè il querelar non giova

A chi esente è di morte; e inesorata

L'ira è dei Numi, e inesorato al pari

L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto

Colser giammai di mie fatiche tante,

Del mio tanto soffrir le sconsolate

Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena

Da la tenebra antica, a l'infinita

Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco

Poco a lor parve ogni più grande acquisto;

Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda

Diedersi tutte, e del saver la sete

Arse in loro così l'alma e la vita,

Che a precoce vecchiezza e ad immatura

Morte fûr sacre e a maledir condutte

L'alto mio dono e il sagrificio mio!—

—Figlio di Temi, a lui rispose irato

L'inclito Pellegrino, e che perigli

Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,

Credi, io mi son, che si rivolta in fuga

A la prima minaccia, o nauta imbelle,

Che trema al più leggier spirto di vento,

E si chiude nel porto. In questa eterna

Rupe confitto, in verità, tu ignori

Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei

Carco di mal, di falsi mali agli altri

Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia

Questi vani compianti, e oltre misura

Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno

Tolto il senno davver le tue sciagure.

Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda

Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,

La compirò. Non già il saver, t'accerta,

Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,

Ma la nemica a ogni saver, la cieca

Credulità. Di false ombre e d'inganni

Essa vive nel mondo, e si fa gioco

De l'umana ragion; ma quest'azzurro

Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,

Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra

La ragion sederà; largo e securo

Spiegherà il vol su' mal temuti errori

Il redento intelletto; e allor che tutto

Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,

Questo ignaro di sè dio de la terra

Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero

A cercar non andrà larve e paure!—

Disse, e partía; ma lo rattenne un detto

Del pazïente Prometèo:

—S'hai grande

E pari, ei disse, agli alti accenti il core,

Deh! non partir così, quando m'hai dèsto

Tale un desío, che a lo sperar somiglia.

Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore

Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,

Che co' fulmini suoi Giove sedea

Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo

Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni

E col disprezzo mio la sua paura

E la sua crudeltà, però che immite

Più chi regna divien quanto più trema,

E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.

Solo di tutti io l'avvenir vedea

Securamente, e de la sua caduta

Presapeva il destin. Godi dei tuoi

Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,

O spensierato usurpator del cielo;

Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo

Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro

Come fil non ritorto, e me da questi

Ceppi redimerà; nè ti varranno,

Credi, i fulmini allor, chè assai più salda

Sarà del fulmin tuo la sua possanza.

Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo

Dei vaticinii miei sperdeano i venti!

Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno

Tiranno altro successe, e meco avvinto

Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.

Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto

E dopo assai di mali esperimento

L'alta speranza mia; nè agevol cosa

È il ridestarla, ed utile per certo

Non mi saría, quando più tetro e fiero

Sembra il dolor cui la speranza illuse.

Pur, se grave non t'è l'esser pietoso

A chi tanto per l'uom male sostenne,

Al mio partito interrogar rispondi:

Uom mortale sei tu? Qual t'assecura

O responso, o destino, onde presumi

Condurre a fin tant'onorata impresa?

Non t'illude il voler, che dei più saggi

Tal tiranno si fa, che par destino?

Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,

Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?

E se fondi in altrui le tue speranze,

Tanta han virtude ed armonia le genti,

Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,

Al trïonfo del ver movan secure?

Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto

L'immortal vita inutilmente, e assai

Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.—

—Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,

La discreta domanda. Uom saggio, in vero,

Io non terrò chi lusingato e spinto

Da una rosea speranza ad ardua impresa,

Pria non libra sè stesso, e con sottile,

Freddo giudicio non prevede, e scerne

I possibili eventi; anzi dà mano

Subita a l'opra, e ciecamente ai casi

Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.

Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte

Ti dirò le mie cose e l'esser mio,

Quando a colui che tanti uomini e tempi

Vide, e al fato durò con alma invitta,

Grato è ridir ciò che di gloria è degno.—

Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia

Pensieroso si assise. Alto a l'intorno

Spazïava il silenzio, e in larghi giri

Un'aquila le azzurre aure fendea.

CANTO SECONDO.

Indice

ARGOMENTO.

Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai

Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,

Ma da natura, immortal germe, io nacqui

Una a le cose, e da la luce ho il nome.

Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto

Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,

Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.

Però di studïose ombre e d'enimmi

Non cingerò il mio dir, chè nè maestro

Di misteri son io, nè a disdegnosa

Anima, che a sdegnosa alma favelli,

Dubbio o coverto il ragionar si addice.

Nuovi non già, ma da la turba illusa

Negletti veri io parlerò. Due sono

Le virtù, che le cose hanno in governo:

La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna

Genitrice visibile è di tutto,

La pesante materia ordina e muta

Per suo proprio valor; l'altro la informa

Di spirital possanza, e la solleva

Ad ardui voli e a magisteri egregi.

Ferrea, immota in sue leggi, una procede

Lenta così, che par che giaccia: inalza

Su le rovine, onde si allieta, il trono,

E da l'arida morte una perenne

Fonte di vita e di beltà deriva;

Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende

Tutte cose universe, in varia guisa,

Con poter vario e con legge diversa

Ogni via tenta, ogni regione esplora

Mobilissimo sempre, e tutto aborre

De la tarda materia il peso e il freno;

E quando avvien, che di misteri e d'ombre

L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,

La ragion de le cose occulta e serba,

Ei libero discorre, e si ribella

Ad imposte paure; apre e dischiava

Terre, cieli ed abissi; argini atterra,

Crea, muta, strugge, e a le domate forme

Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.

Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita

Abbian comune e necessaria, avversi

Son per intimo ingegno; onde tu vedi,

Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella

Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,

Sono eterni ambidue, però che morte

Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose

Da cotanto agitare ordine e vita.

Sparsi per gli antri, e fieramente soli

Vivean gli uomini primi, e nulla amica

Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.

Ispide pelli eran lor vesti, e rudi

Selci lor armi e sol conquisto il foco.

Da l'alte culle del fecondo Irano,

Procedendo, spandeansi a mala pena

Sui giapetici piani, e gl'inclementi

Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,

A nuove lotte s'accingean. Muggía

Dai britannici fiumi alto l'immane

Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,

S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro

L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;

Devastando correan l'irte spelèe,

D'umane carni esploratrici, e fuori

Dai frondosi dirupi a l'onde in riva

Calavasi il deforme orso e il velloso

Primigenio mammuto: oscura e pigra

Mole di membra, a cui nemico è il sole;

E tu, sovrano troglodita, astretto

Dal fecondo bisogno, a miglior prova

Sempre volgendo il multiforme ingegno,

Armi e industrie trovasti; onde più lieve

Ti fu il domar co'l lavorato renne

Le nemiche falangi. Apron le nubi

L'inesauste sorgenti, e senza freno

Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;

Entro al diluvïal baratro immenso

Spariscono le specie, in quel che, armato

Di novella virtù, l'uom passa i mari

Su la prima piròga, e, di recisi

Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,

Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.

Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise

Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno

D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,

Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,

Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre

Forme e il pensier nel duro selce espresse.

Però, quand'ei con lungo studio al rito

Del caro amor la sua fanciulla indusse,

Docil vide obbedire ai suoi talenti

Il tenace basalto; a l'agil fianco

Brunite armi precinse, e il flessüoso

Collo di lei, che gli gemea su'l petto,

Incoronò d'inteste ambre e di baci.

Or deggio dir, che, di regnar mal paga

Sovra i campi natii, la curïosa

Mente de l'uom s'insinüò nei cupi

Visceri de la terra, e ai fiammeggianti

Gnomi, che custodían l'ampie miniere,

Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste

Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?

Io benedico a voi, fiumi e torrenti,

Che giù dai fianchi dei materni Uràli

L'auree sabbie lucenti al pian recaste;

Ma più a la paziente opra, che il lieve

Stagno confuse e il risonante rame,

Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro

Abbracciamento mineral divelti,

S'arresero i metalli a l'uom tenace.

O pensiero immortal de l'uom che muore,

Te da prima io conobbi, e quinci unito

S'intrecciò a' fati umani il mio destino.

Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,

Per intima virtù svolge dal primo

Involucro, e, a la dolce aere credendo,

Crisalide novella, il picciol volo,

Co' fior de' campi il suo color confonde,

Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica

Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,

E cammina, cammina, e a nullo iddio

Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.

Ultimo forse e più perfetto anello

De la catena universale, ei tutto

Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana

Mutabil cosa e de la terra è il vero.

Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase

Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte

Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!

Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,

Fluttuar de' creati esseri il mesto

Figlio de l'uom, che riprodotta e viva

Non pur vedea nei circostanti oggetti

Tanta lite incompresa e tanto affanno,

Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta

L'esistenza sua poca iva ammirando

Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.

Di fantastici mostri e di chimere

Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,

Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra

Vide e un mistero, o una maggior possanza,

Là piegò la cervice e pose un Dio.

Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo

E tiranno de l'uom, da cui soltanto

Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.

Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto

Spazïar l'insegnato etere, or chiuso

Tra' fulmini precipitar su l'ale

Dei rotanti uragani, or sovra al dorso

Dei cavalli del mar correre i flutti

E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;

O ver come immortal fremito immenso

Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo

Degli avari terreni, e al vigilato

Solco apparir fra le compiute ariste.

Però quel che Dio fu, quale ancor vive,

E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto

Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,

O prospero, o maligno, arbitro è solo.

Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero

Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse

E le cose universe, il fronte oppose

Con indomito orgoglio, e una selvaggia

Voce di libertà gittògli incontro,

Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta

Prepossanza di Dio tenne equilibre

Con perenne agitar? Fu la feconda

Lite, che il mar de l'essere commove

Con assiduo flagello, e dai cozzanti

Corpi la luce e l'armonia deriva.

Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto

Padre di servitù, per fiero istinto,

Rubellossi da prima; essa al feroce

Andropòfago Iddio scosse la reggia

Vigilata dai fulmini; e dal fiero

Cozzo con lui tanta favilla emerse,

Che, mutata dagli anni in fiamma viva,

Tutto divorerà dei numi il regno.

O d'ogni libertà fonte primeva,

Madre d'inclite pugne, io ti saluto!

Tu co'l moto la vita, e co'l solenne

Fra le cose de l'alma egregio attrito

Luce dèsti e saper negli intelletti

E co'l saper la libertà, sublime

Pianta, che sol dov'è coltura alligna.

Te da la terra solitaria i saggi

Primamente avvisâr; te, spiratrice

Di terrigeni mostri a Dio rubelli,

Raffiguraro e coltivâr le genti,

E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,

Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,

Or discordia infinita, e, se paura

Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,

O fur da sacerdoti empî travolte,

Nome avesti d'errore e di menzogna

Tu, che ad onor del vero e de la luce

I misteri del cielo agiti e sperdi.

Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali

Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.

Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli

Troni d'Olimpo, il nèttare libando

D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,

Fra le dapi fumanti e le vezzose

Fanciulle che tesseangli inni e carole,

Cura de l'uom gli penetrava il petto.

Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti

Dal comando di lei, che Lite ha nome,

Quanti mai da la terra erano usciti

Terribili Titani, a cui la forza

Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;

E avventando ciascun li suoi cinquanta

Capi feroci e le altrettante braccia

Contro ai regni di Giove, orribilmente

Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.

Arse d'ira il tiranno, e forza a forza

Oppose, e vinse. Da le attinte altezze

Precipitâr gl'intrepidi gagliardi

Un dopo l'altro fulminati, e monti

Ed isole parean, che in un selvaggio

Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.

Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo

Di cotanta caduta, o sopra a tutti

Sventurato Titano? Eran pur folli

D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga

Maggior virtù, dove più grande e saldo

Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto

A pugnar contro a tutti e a vincer basti.

Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza

Di giganti trïonfa, o adamantina

Spada conquide, e solo a la modesta

Continua punta del pensier soggiace.

Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse

Furor d'atre procelle, a poco a poco,

Morsa dal flutto che le geme intorno,

Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,

E il flutto assiduo del pensier li rode.

Così Giove fu vinto, e in simil guisa

Vinto sarà chi gli successe. Or odi

Quel ch'io feci e farò. Da una malnata

Bordaglia rea, che da natura in dono

Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,

Ièova ne venne, un implacato iddio,

A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.

Solitario e funesto egli incombea

Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto

Dei tremanti mortali, e gran sepolcro

Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,

Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.

Io nel cielo era ancor, bello di tutti

Radïamenti. Era sorriso e luce,

Fragranze ed armonie del ciel la vita,

E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,

Si tenean tutti e si dicean beati.

Sol'io, spirito inquieto, indifferente

A quell'aprile, a quel banchetto eterno,

Sentía dentro a l'altera anima un vôto

Misterïoso, un mar senza confine,

Come una solitudine infinita

D'intorno a me, dentro di me: se avessi

Conosciuto l'amor, forse in cor mio

Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.

Poco mi parve il ciel, misera vita

L'eternità. Di strane opre, di voli,

Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie

Tal m'invase un desío, che sfere ed astri

Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia

D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra

Del mio stesso pensiere, o una diversa

Immagine con me nata, e divisa

Fatalmente da me. Dove mai, dove,

Sospiroso io dicea, trovar ti posso,

O disïata e necessaria parte

De l'esser mio? Per entro a l'immortale

Anima mia tutto il mortal sentiva.

Infelice mi tenni. A Dio nel fronte

Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:

Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi

Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,

Io replicai, l'eterno vero; io voglio

Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!

Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,

Nè pugnai già: sentía ch'era più grande

De lo sdegno di Dio la mia caduta.

Quale allor degli antichi astri mi accolse?

Nessun fuor che la terra, e de la terra

Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta

Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.

Bollía sotto ai miei passi un fragoroso

Mar di liquide fiamme; in gran tenzone

Mugghiando si rompeano onde contr'onde;

Ma più cocenti assai dentro al mio petto

Combattendo bollían dubbî e speranze;

Salde e ferree correan sovra il mio capo

Di granito le vòlte, e assai più saldo

Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,

Un fantasma d'amor, sempre in cor mio

Una voce incompresa: ama e cammina!

Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce

De la terra cercai; chi avria potuto

Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea

Fulminato, non vinto. È là, un occulto

Pensier diceami, è là sovra la terra

Il tuo destin, là di tue prove il campo,

Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,

Là fra tanto morir la vita alberga!

Mi trasformai la prima volta: ignoto

Corsi la terra, e al caro sole in vista

L'uom, la natura e l'esser mio compresi.

L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono

A piè dei suoi creati idoli il vidi

Vaneggiar paventoso, e legar tutta

L'anima ardita a un inconcusso altare

M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante

A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo

De la terra sorgea l'egregia pianta

D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico

Del veggente saper, che i tenebrosi

Spirti rischiara, le ruggía d'intorno

Con feroce divieto; onde alcun mai

Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.

Fu allor che con sottile arte la mente

Degli uomini tentai: simile a Dio

Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;

E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa

Brama, un'ardente, inestinguibil sete

Di saver, d'indagar l'ombre, che folte

Gli addensava d'intorno il Dio nemico,

Morse gli uomini tutti; e qual più viva

Sentì in cor la mia voce e il poter mio,

E per vie non segnate oltre si spinse

Al confin de la pavida ignoranza,

E interrogò con l'intelletto audace

Le piante e gli animai, la terra e gli astri,

Quei di mago ebbe nome e di ribelle.

Piombò quinci su'l capo ai maledetti

Figli di Cam la collera di Dio,

E assai d'essi perîr, non la pugnace

Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse,

Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo.

D'orgogliose speranze io mi pascea

Secretamente, ed oltre un mar d'affanni

Prevedea su la terra il mio trïonfo;

Ma fulminato dal geloso Iddio

Nuovamente io piombai nei tenebrosi

Baratri de la terra, ove il superbo

Sdegno del petto e il mio dolor nascosi.

Ivi scendea talor qualche gagliardo

Intelletto di sofo o di poeta,

A cui fu colpa il propagar le nuove

Apocalissi del pensier mortale.

Rïardea la speranza entro al mio petto

Co'l suo venir, però che per ciascuna

Stella, che al fronte di Sofia s'accende,

De la Fede su'l crin spegnesi un sole.

Così durai gran tempo, e non già pago

De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque

Un fantasma d'amor, sempre in cor mio

Una voce incompresa: ama e cammina!

Ritornai su la terra. Un mansüeto,

Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio,

Predicava l'amor. Debole e solo

Egli parea, ma tutta era con esso

L'umanità. Stetti pensoso e muto

Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi

Egli pugnò; vinse morendo: cadde

Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo

E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno

Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,

Per cercarlo, vid'io l'anime umane,

E su la terra derelitta e mesta,

Come in carcere vil, gemer la vita;

No, vittoria non è, gridai da l'imo

Petto, e furente mi scagliai per quanta

Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;

No, vittoria non è questa, che il tempo,

L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide;

Amor questo non è, ch'entro a una fatua

Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo

Cheto soppone a qual che sia flagello!

Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;

Campo d'opre comuni e di travagli,

Non èremo la terra; uom, che nel pianto

Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,

Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!

Tremâr le infeminite anime al grido

Del mio potere; e Dio, fatto più forte

De l'umano terror, me per la mano

Del suo fido Michel di ceppi avvinse,

E percosso e ferito indi nei cupi

Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne

Securamente vincitor. Dai ceppi,

Dagli abissi io balzai, giovine eterno,

E mutando me stesso in mille guise

Ebbi regno nel mondo. Una venale

Turba di sacerdoti a cui nel nome

Abusato del Cristo, agevol cosa

Era il far degli altari empio mercato,

Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno

Degli uomini imputò; strani sembianti

Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso

D'ogni umana salute e d'ogni amore

Il mio nome suonò; ma in faccia a questo

Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro:

Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto

Su l'umane coscienze s'assidea

L'infallibile Domma: un paventoso

Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo,

Che il mortale Pensier di ferri avvinto

Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba.

Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni;

L'ignoranza dei popoli il suo scudo,

Ed armi sue l'anátema e la scure.

Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga

Cosa per lui la sitibonda brama

D'ogni saper; frutto vietato il vero,

Colpa il voler, la libertà delitto,

E allora, oh! allor, superbamente il dico,

Menzogna, error, colpa e delitto io fui!—

CANTO TERZO.

Indice

ARGOMENTO.

Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.—La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.—Leone X e Lutero.—Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.—Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.—Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.—Il canto della guigliottina.—Fecondità delle rovine.—Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.—Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.

Sopra la terra imperversava intanto

Un uragan di popoli. Sul vecchio

Tronco latin spirò l'aura del norte,

E il rinverdì; fra le disfatte genti

S'insinuò un gagliardo alito, un fremito

Di selvatica possa. A quella forma

Che al ritorno d'april, sotto al fecondo

Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco

Germe, che in grembo custodì dal fiero

Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime;

Tal serpea de l'uman genere in petto

Una nuova virtù, che a la secreta

Aura del mio pensiere apríasi il varco.

Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno

Le germaniche stirpi.—Oh! splenda un lume

Di verità su queste genti; un riso

Di libertà su le coscenze umane;

Sia concesso il pensier!—Questo ai pastori

Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia

Del Niceno consesso, ove a congiura

Tratti il cenno li avea d'un parricida.

Siccome folla di mendici, a cui

Cadan rotte le vesti e manchi il pane,

Tali sul freddo limitar premeansi

Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi

D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri

Del Cristo alunni, e su la fronte ardita

Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora

L'umanità. Sfida fu questa, a cui

Ostinata e mortal guerra successe.

Quinci la Fede della plebe: un'orba

Maga, che l'ignoranti anime impera,

E d'error vive ed a le stragi istíga;

Quindi colei, che luminosa incede

Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome:

Di severi intelletti arbitra e diva,

Sperimentando, essa li guida in loco

Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia;

Gli eterni de le cose atomi indaga,

L'essenze esplora, e a la cagion lontana

La varia prole degli effetti annoda.

Chi potría tutti annoverar di questa

Universa battaglia i campi e l'armi,

Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti?

Sol taluno dirò. Di precursori

Italia è madre, e tre corone ha in fronte:

Regnò co'l brando e con le leggi in pria;

Poi, vinta i polsi e strazïata il petto,

Co'l pensiero regnò. Gemean le menti

Sotto al flagel d'una loquace, astuta

Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo

E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira,

Usurpando il poter doppio e gli aspetti,

Mutava con sottile arte in oscura

Fede il saper, la cattedra in altare.

Povera fra le genti iva e digiuna

D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta

Di fermo ospizio e d'onorate offerte,

Che s'avvenne in Telesio. Il venerando

Vecchio sedea pensosamente a l'ombra

De le selve native; e, pari al raggio

Novo del Sol, che tra le fronde e i rami

Scendea sereno a ricercargli il fronte,

Un arduo gli splendea dentro al pensiero

Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo

Riconobbe la santa esule, e incontro,

Sorridendo e tremando e con aperte

Braccia le córse. Una parola ardita

Quinci udiron le serve itale menti;

Impallidì l'orrida Sfinge; il duro

Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno

La casetta del sofo ara divenne.

Qual da le dilicate ántere aperte

Manda l'amante fiore al fior lontano

Il pòlline fecondo, e messaggero

Del casto bacio è il zeffiro d'aprile:

Tale il novo pensier, creduto a un novo

Magistero di cifre, inclite imprese

Maturò fra le ardenti anime; e il vanto

Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui

Da metallici tipi impresso, e in mille

Guise prodotto, agil discorre e vola

Il mortale pensier, visibil fatto.

Possa tu sei, che ogni confine, opposto

Fra gente e gente, indomita conquidi;

Fulmine sei, che la funesta e scura

Tirannia de l'error sfolgori e sperdi;

Luce sei tu, per che dovunque e in tutte

L'alme il sorriso d'ogni ver si svela,

Tu, nel commercio de l'idee, le sparse

Genti accomuni; in facile amistanza

Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi

L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani,

Che la specie de l'uom, devota a morte,

Un sol gigante ed immortal diviene.

Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro

Vase versata, altra figura assume,

Così, da la contesa alpe ad estranei

Climi varcando il pensier novo, in nova

Forma e in campo diverso e con altr'armi

Contro a un cieco poter sorse, e proruppe.

Trafficata, qual vil merce, passava

Da un giogo a l'altro la saturnia terra;

E i suoi figli rideano. Un rubicondo

Pastore e re, che di Leone il nome,

Ma l'alma avea d'un animal di Circe,

Banchettava su l'are, e il ciel vendea.

Venne un giorno d'oltralpe un battagliero

Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto

Il sassonico sangue, e calda al pari

Del suo sangue la fede.—Oh! ch'io nel vivo

Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo

Quest'anima disseti!—Io, ch'era presso,

Per man lo presi, e lo condussi in loco

Ove il sir de l'umane alme gioíva

Fra una ciurma di servi, a cui sul crine

Sedea per celia un ramoscel d'alloro,

Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa

La libertà. Del buon Leone intorno

Tripudïando oscenamente ignude

Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante

Come in un mar di placida quïete,

Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta

Sui suoi ginocchi, con la man lasciva

Stazzonando il venía lubricamente

Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo,

In abito or di scalco, or di poeta,

Compartía, strambottando in buon latino,

Cibi a le pance e a l'anime indulgenze.

Su la spalla battei de lo stupíto

Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo!

Arse in cor d'ira e di vergogna in volto

Il generoso, e a le natíe contrade

Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi

Si stringeano i fedeli al suo ritorno,

Dimandando di lui, che il ciel dispensa;

Ed ei tuonò:—Colui, che il ciel dispensa,

L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!—

Disse, e dal petto fremebondo il sacro

Abito svelse, e si lanciò nel mondo

Come guerrier contro a nemico armato.

Ululâr contro a lui, contro al pensiero,

Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi

Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui

Rettili del Loiola, e dentro ai petti

S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo

Lento velen vi sparsero, sperando

Che sepolta nel sonno, o nel terrore,

L'umana volontà tutta si spenga.

Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono

Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti

Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese

Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna

De le pecore sue non si smarrisse,

Al comando di lui prese il coltello,

E con celestïal garbo l'immerse

Ne la gola di mille. Un mar di sangue

Coprì la terra; il divo manigoldo

Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata

Barba, e pago dal suo trono sorrise

Come al settimo giorno. Io nel fumante

Sangue mi astersi, e fulminai la voce.

Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno

Pullulò da la strage onda di vita.

Gemina possa, è libertà: risveglia

Le menti in pria, poi discatena i polsi.

Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme;

Spada non ha chi i suoi diritti ignora.

Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta

Egli è certo la vita; e pur qual turpe

Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli?

E qual di tutte è servitù più infesta

Che servir, non volente, al ferreo cenno

D'assoluto signor? Popol che geme

Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna,

Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía

Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno.

Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge,

E a nessun mai de l'opre sue risponde,

Leggi non son, nè cittadini: ai sommi

Gradi i pessimi esalta; il buon deprime;

L'altrui sostanze impunemente invade;

Grandi e piccoli offende; il sangue sparge;

L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo.

Nè giustizia miglior, nè più felice

Stato è, per me, dove la plebe impera.

Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna

Testa ha due bocche: a divorar la prima,

A morder l'altra e a maledir dischiusa.

Vile in servire, in comandar superba,

Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre.

Miglior però d'ogni governo io tengo

Quel che al centro risiede, e da ogni estremo

Con eguale poter si tien diviso.

Quinci l'empia Licenza, a cui gradito

Cibo è la strage cittadina, e quindi

La Tirannide astuta; ed esso in mezzo

Sta, come ròcca, e per vegliante cura

Campa a un'ora dal male e al ben provvede.

Da l'estrano temuto, e riverito

Al par da' suoi, de la sua gente i dritti

Custodisce e difende, e, pur lasciando

A l'oprare d'ognun libero il campo,

Argine solo il dritto altrui gli oppone.

Così liberi tutti e tutti a un tempo

Servi sono a la Legge; e per diversa

Via, con varia fortuna e vario ingegno

Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti.

Questo però, qual ch'abbia forma e nome,

Libero stato io sovra gli altri estimo.

Nè pensar già che il buon desío m'accechi,

Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto

Ogni gente del mondo ormai si appressi.

Al novo grido del pensier ribelle

Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni

Precipitâr scettri purpurei e teste

Coronate di re. Surse su'l nudo

Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo,

Il suo tiranno a giudicar, piantosse.

E giudicò. Splendea nitida e bella,

Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo,

O Stüardo, la scure; e fredda, muta

Come il pensìer del rigido Cronvello,

Cadde, e libò con voluttà plebea

Il regio sangue di tue regie vene.

Rotolò ne la polve il tuo parlante

Capo, e le voci balbettate a pena

Da le labbra morenti entrâr nel petto

D'ogni re de la terra, a cui mutato

Sembrò il regno in abisso, in palco il trono.

Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante

L'americana Libertà, che troppo

Sentì al collo pesar l'anglico giogo;

E tu primo ne udisti il grido orrendo,

Redentor Vasintóno, a cui la spada

Sfolgoratrice d'assoluti imperi

Essa prima affidò. Scornata e vinta

L'altera Anglia soggiacque; e non le valse

Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere,

Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma

Durar su la contesa arce di Calpe,

Quando te non domò, te di nemici

Vincitore non pur, ma di te stesso.

Libertà allor sul grande istmo si assise

Vittorïosa, e ne le immense braccia

Ad un patto d'amor le genti accolse.

Sedea fra tanto una cortese e imbelle

Sovra il trono di Francia ombra di re.

Quinci un cortèo di pallide e lascive

Fantasme, e inciprïate ombre e superbi

Scheletri incappellati e rugginose

Armi vuote, che si tenean diritte,

Come fosser guerrieri; e quindi un vasto

Tumultüoso brulicar di vivi.

Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato!

Ed il popolo: Avanti, eguali tutti!

Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo;

E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo:

Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi!

E il magnifico Re, non per paura,

Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti,

Titubò, tentennò, si rassettò

Co'l mignolo sottil certi indiscreti

Ricci, che gli sfuggían da la parrucca,

E gridando: sto fermo, un gradin scese.

Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco.

Ed il Re scese ancora. Ancor non basta!

Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo;

Allor pari sarem!—Meglio per tutti;

Se non ami con noi viver nel fango

Un palco t'alzerem d'oro e di gemme;

Vieni, scendi e vedrai!—Scese; e la plebe

Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era

Nana, minuta, sbrindellata e scarna,

Diessi a ballonzolar bizzarramente

Tutta in giro al buon re.

—Balliam, balliamo:

La nostra gioia, il viver nostro è un'ora:

L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo.

Da l'una a l'altr'aurora,

Balliam, balliam, balliamo.

Balla con noi, buon re: noi non siam prenci,

Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro,

Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci,

E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro.

Balla con noi, buon re: vigile ognora

Tu pensavi al tuo popolo diletto:

E il popol tuo vegliava e veglia ancora

Per comporti a sue spese un cataletto.

Balla con noi, buon re; balliam, balliamo;

Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa:

Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo,

E tu, buono qual sei, dànne la testa!—

Era questo il baccar di quel tremendo

Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno,

S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti

Come liquido bronzo, e una trifronte

Furia formâr così gagliarda e fiera,

Che immoto stette a contemplarla il mondo.

Ella si scosse, e dietro a lei sparirono

I secoli; diè un grido, e tremâr quanti

Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse,

E fulminò: tempi, memorie, cose,

Troni ed altari, uomini e dii. La terra

Corse in tre passi; e a le rovine in cima,

Fra un oceano di sangue eretto un trono,

Lieta, guardando a l'avvenir, si assise.

Come allor, che dai campi aridi e brulli

Piomba co'l verno una tempesta, orrendo

Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde

Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi,

I fiumi in mar; crollan capanne e case,

E ti par tutto, ove che il guardo giri,

Un sepolcro di torbe acque la terra;

Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma

Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi

L'abbondevole umor, pullula intorno

Fuor del morbido limo ogni diversa

Vegetal vita, e variopinto e bello

D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto;

Così da le rovine alte e dal sangue

Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte,

Dan riparo a le genti e frutti al mondo.

Questi, ch'io noto con parlar fugace,

Inclito Prometèo, son, tra' maggiori

Fatti, per cui l'uman genere avanza,

I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio

La speme del mio cor s'accende e cresce.

Me più volte cacciò nei tenebrosi

Baratri il Dio, che al suo fatale è presso,

Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi,

E a l'estrema mi accingo, or che cotanto

Spazia nel Ver de l'uman genio il volo.

Però ti piaccia udir, come appuntando

L'uomo industre e tenace il vario ingegno

Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso,

Utili veri a la sua vita invenne.

Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi

Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso

Guida costante gli reggea la prora,

Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole.

Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva

Con vigile tenendo occhio, il nemico

Nembo tremava, che rapìagli il cielo.

Ma poi che la virtù primo conobbe

Del commisto magnete, il qual, sospinto

Da un istinto d'amor, volgesi al polo,

Un sottil, ben temprato ago ne trasse;

Mobilmente il librò sovra a un diritto

Fil d'intrepido ottone; entro una cava

Ciotola il custodì tutta di puro

Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno,

Diede a l'agile prua certo il governo.

Così per mari inesplorati, in traccia

D'un pensier, che parea sogno e deliro,

T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa,

Più de la punta del sottil congegno,

Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi,

Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine,

Dove il cielo si univa al mar crudele,

Tutto un mondo vedea la tua pupilla.

Esplorata così questa rotante

Sfera, che intorno al Sol l'anno misura

Più vasto al genio umano aere s'apría.

Crescean genti e città; crescean con elle,

Madri d'opere eccelse e d'aurea prole,

Le varie stirpi de' bisogni industri,

E d'un vol più veloce e più securo

Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva.

Qual parría del vapor più debil cosa?

Atro figlio de l'acqua e del selvaggio

Foco, di tutto genitor, si leva

Turbinando per l'aria, e l'aria offende

Di fosco, umido vel, sin che del tutto

Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo

Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo,

Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno,

Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti

In terribile guisa, e sì con fiero

Talento e con tal vivo urto li assale,

Che, fosse anche d'acciar la sua prigione,

Indomito la spezza; i perigliosi

Frantumi in alto, in cento versi avventa,

E con tuono improvviso all'aria esplode.

Di tal fiero poter con mente audace

L'uman genio si valse; accortamente

Il compose, il costrinse in ben attati

Cilindri, che dischiuso abbiano un varco;

Diè modo e verso al repentino istinto,

Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta,

E di guisa il domò, che or dentro a immoti

Dedaleï congegni urge, ed immani

Suste ad un cenno e ferrei magli elèva,

Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno

Propagando con vario ordine il moto,

Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo;

Or, d'un agile pino occulto in grembo,

Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti,

Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma

D'agile carro, sui voraci abissi

Rapidissimo scorre, e lidi e genti

In utili amistanze obliga e aduna.

Nè il mar vince soltanto; anche la terra

Con nuovo magistero a lui soggiace.

Varcar vedi per lui, quanto è distesa

Da l'igneo Sâra al gelido Trïone,

Tal fulmineo congegno, che animato

Mostro il diresti: un ferreo ed infernale

Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo

Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi

Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa;

Ed ecco, or per campagne umili e valli

Correr mugghiante e serpeggiar lo miri,

O lungo i fianchi d'un aëreo monte

Divincolando trascinar l'immane

Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo

Fuor dai pensili ponti alto fragore;

O la riva del mar tremulo al giorno

Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto

Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena,

Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche.

Di tante meraviglie a l'uom stromento

È il domato vapore. Or quelle ascolta,

Ch'opra il vigor del fulminante elettro.

O che chiuso ei si assieda, o che trascorra,

Tutto egli abita e muove: il ciel sublime

Turba e schiara a sua posta, or con sovrana

Possa adunando, or dispergendo i nembi;

La terra investe, agita i petti, e i germi

Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri

L'estro del ricco immaginar produce.

Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli,

L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile,

Tutto, qual serpeggiante anima, invade,

Per ogni cosa si conduce, e, come

Odio avesse ed amor, le simiglianti

Cose respinge, e le diverse attira;

Altre muta, altre scambia, altre dissolve.

Di questa forza onnipossente, occulta

Entro al sen de le cose e di sè stesso,

L'uom si avvisò meravigliando; e poi

Che al vulgare stupor, che inerte ammira,

L'acuto esame operator successe,

L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti

Ne investigò, ne misurò; gli azzurri

Dardi, per via di ben composti ingegni,

Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa

Al suo nume obbligò l'etereo foco,

Che il fulmine del ciel, già paventosa

Arma di Dio, terror de l'uomo e morte,

De l'umano pensier schiavo s'è fatto.

Affascinato da la tenue punta

D'un magnetico stil, che su dai colmi

Aërei tetti a vertice s'inalza,

Giù da le nubi rovinar tu il mira

Con fragore innocente, e sotto al cenno

Del tranquillo mortal cercar gli abissi.

Qui di doppio metal sorger tu vedi

Piccioletta colonna, a cui di pila

Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne

Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco,

Fra cui, molle di salsa onda, si spiega

L'indocile a l'elettro olida lana,

Con modesto artificio essa è costrutta.

Dentro ai vari elementi, in questa forma

Sovrapposti e congiunti, in un momento

Per innata virtù svolgesi e guizza

L'elettrica corrente; ai poli avversi

S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci

Svanirebbe per l'aria inutilmente,

Se ai due lati non fosse un magistero

Di metallici stami, in cui bentosto

La fulgurea scintilla entra, e propagasi

Precipite, e, fidata al tenue filo

Che ronzante a l'immenso aere si stende,

E i lidi estremi ed ogni gente unisce,

Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra

Qual dèmone; e non pur segni e parole,

Fidi messaggi del pensier, produce,

Ma, stupendo a veder, le desïate

Di chi lungi è da noi care sembianze

Fedelmente ritratte a noi presenta.

Ma a che produrre il favellar? Che detto

Sarà che il vol de l'uman genio adegue?

Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno

Le alate ore del dì segna e divide?

E l'elastica e grave aria, che preme

Su le suddite cose, e il caldo e il gielo

Con ingegno sottil pesi e misuri?

O come, armato la pupilla inferma

Di veggenti cristalli, al ciel li appunta

Con alto ardir, gli astri gelosi esplora,

E, penetrando un oceán di fiamme,

Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri?

La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo,

Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede

Riverente il governo. Un sol, sol uno

Maligno error nei regni suoi si ostina,

E quell'uno cadrà. Più forte io sento

Favellarmi l'amor; già di mortali

Forme il fantasma del cor mio si veste;

Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto

Volo, per tanta via, per tanti affanni

L'uomo mortal contro a l'error si eresse,

Credi, non pur possibile e secura,

Ma vicina, imminente, agevol cosa

È la morte del Nume e il mio trïonfo!—

Disse, e giù per la china aspra e romita

Concitato avvïossi. Alto un saluto

Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno

Strana e gagliarda un'armonia si desta:

Ei viene, egli s'avanza;

Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;

Non firmamenti, o báratri,

Ma le tende de l'uom son la sua stanza.

Sorgete a lui d'intorno,

O sepolti ne l'ira; e voi, che fate

Traffico di terreni odî, dal vostro

Usurpato soggiorno

Levatevi! Tremate

Da la cortina dei venduti altari,

Voi, che potenti di menzogne, il foco

Del dissidio apprendete; e al reo costume

De le plebi insensate

Esca porgete, ed affilate acciari.

Raggio non ha di lume

La mente vostra, e non ha tetto o loco

Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri

Mastri d'insidie, o neri

Viventi covi di serpenti, o mostri

D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi,

Ministri d'ira, apostoli d'errore,

A terra alfin; costui che viene è Amore!

Ei viene, egli s'avanza;

Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;

Non firmamenti, o báratri,

Ma le tende de l'uom son la sua stanza!

O derelitti e miseri

Figli devoti a povertà, reietti

Da splendidi banchetti,

Servi cenciosi a la spezzata gleba,

Che fertile e ridente,

Il molle ozio nutrìca

Di fastosa Ignoranza;

A voi dura e nemica

Madrigna, invidiosa

Pur d'un vil tozzo bruno

Che pugna duramente

Con l'affilato dente

Pria che sfami il plebeo fianco digiuno;

Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete

Da le arene di Libia a la restía

Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia

Sotto al flagello de l'assiduo sole,

Crudo signore anch'esso,

Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti!

Parla cotal parola

Costui che vien, per cui,

De l'opre e degli affanni

Santificati a la feconda scola,

L'alma e la destra amica

Di provvida fatica,

Porger potranno tutti

De la finor vietata arbore ai frutti!

Ei viene, egli si avanza;

Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi!

Non firmamenti, o báratri

Ma le tende de l'uom son la sua stanza.

Voi, che in abietto e vile

Ozio distesi, il turpe viver molle

Annoverate dal fuggir de l'ore,

Schiavi imbelli del core

Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra!

Tal giudice v'è sopra,

Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona.

Nè del ceruleo sangue

Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro

Peso di scrigno avaro,

Solo a capricci di lussuria aperto;

Nè, meno ignobil merto,

Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle

Nipote da gagliardi avi discende,

Qual da la salma d'un illustre antico

Discende il vil lombrìco.

Industre ed ingegnosa

Gente, ai travagli del pensiero avvezza

Come ad opra di man, combatte ed osa

Assidua ed animosa,

Ed a mezzo il cammin mai non assonna.

Da le vulgari ed ime

Sedi s'inalza a mal contesa altezza,

E, rampogna sublime

Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime,

Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna!

Tal suonava d'intorno al Pellegrino

Meravigliosa un'armonia, fra tanto

Che, incoronato di superba luce,

Sul superbo suo capo il Sol splendea.

CANTO QUARTO.

Indice

ARGOMENTO.

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

Concitato così le spalle tòrse

A la scitica rupe, e dentro al petto,

Siccome vena di sboccanti lave,

Giovane e forte gli bollía la vita.

Solo e pensoso ei va, come solinga

Per gli spazî del ciel tacita nube,

Nè gli cal se la bianca alba gli rida,

Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga

L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;

Perocchè diva è la sua tempra, e nulla

Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.

Solo e pensoso ei va: monti e dirupi

E foreste e deserti indifferente

Lasciasi a tergo, e par nave, che muta

Solchi le tenebrose onde sospinta

Da prosperi aquiloni. Il flutto varca

De lo spumante, ingiurïoso Arasse;

Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama

Le Amazzoni omicide; le spelonche

Orride mira e le ferrate valli

Dei Cálibi feroci; e dei cotanti

Popolati di fiabe incliti lochi

O si scorda, o non cura, o ver sorride.

Ma di te si sovvenne, in su la sponda

Del propontide stretto, Ero infelice;

E il mar querulo ancor di tanto lutto

Ricercando con gli occhi e le nascenti

Per l'azzurro del ciel candide stelle:

—Ecco il talamo vostro, ecco le faci

Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:

Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno

Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno

Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo

Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,

Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!

Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;

Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio

Ed un sospiro; un talamo e una fossa;

Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!

Oh! l'amore, oh! la morte!—

In tali avvolto

Meste e leggiadre fantasie d'amore

Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti

Per tanto flutto verginali amplessi

E la pronuba face e il fato estremo

Invidïando al garzoncel d'Abido,

Sentì quasi pietà d'esser sì solo.

Mentre ei vaga così di terra in terra,

E amor solo il comanda, ad altre piagge

Volano i canti miei: su le ridenti

Piagge di Tempe, asil di giovanette,

Ninfe, amanti di rose e di garzoni.

Come canestro di ben culti fiori,

Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,

Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,

Quando Grecia fioría, Numi e poeti.

Coronata di selva, entro ad opaca

Valle per ben chiomati olmi canori

E per canto d'augelli e suon di rivi,

Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,

E, quai Titani, a lei stanno d'intorno

Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri

Gioghi di monti, da le cui pendici,

Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe

Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,

Quando più torve lo mordean l'Erinni,

Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse

S'addossavano ancor rocce su rocce

Senza varco di uscita; e brulla e mesta

Era la terra. Arse di rabbia il fero

Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto

Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti

Gl'iperborei macigni; inorriditi

Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro

Al furente Almeníde. Amena e bella

Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume

In memoria del dio. Fra sempre verdi

Gramigne e giunchi flessuösi e fiori

Esso ha il lubrico letto, ed or si volve

Querulo come rivo, or mugolante

Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno

Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,

Or limpido e sonante al ciel risplende

Come lama d'argento, ed ai lavacri

Il polveroso mandrïan conforta.

Pingue così di spume e di tributi

Scende superbo a fecondar la valle,

E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno

E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,

Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda

E sdegnosa altresì; però che un tratto

Su l'ampio dorso del Penèo galleggia

Lieve e cheto com'olio, indi si parte

Solissimo fra' giunchi, e vien per via

Mordendo argini e siepi ed involando

Iridati lapilli e tenui fiori,

Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce

Con allegro susurro il giovin flutto.

Cercan la sua romita onda al merigge

Sitibonde le capre, e tarde e stanche

Giù da l'erta si calano le vacche

Al tinnío de le pensili campane,

Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso

Il rubesto caprar zufola al vento.

Venían furtive un dì sopra la riva

Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe

Le ritonde sembianze, e su l'eburnee

Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza

Degli estivi solstizî, e mezzo ignude

Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,

Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti

Palpitavan, celati entro ai cespugli,

L'insidïosi giovanetti, e nulla

Prendean cura di greggi, o di ritorno,

O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito

Fuor mai si spinse, e disïoso e folle

Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,

Clamorose echeggiar sentivi intorno

Femminee strida, ed agitate e rotte

Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo,

Fuggon le donzellette, e vesti e pepli

Scambian confuse, e tremanti avviluppansi

Ne le riverse tuniche, e pe'l lido

Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono

Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,

Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli

Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi

Rosee forme fuggenti, e scappan dardi

Di voluttà. Riedon delusi intanto

I giovincelli, e s'affollan sul piano

Clamorosi, anelanti, ed un si loda

Del proprio ardire, e ride e si fa gioco

Del ritroso compagno; un leva a cielo

La beltà de l'amica; altri fa mostra

D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta

Sorrisi e baci e occulte intelligenze

Di vicini ritrovi; e va del caso

Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.

Così a le danze ed ai trastulli amica

Tempe fioriva un dì, quando nei bruni

Letti del mar dormía cieco ed ignoto

Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta

Come vedova or siede; e s'anco aprile

Va per uso a recar le sue ghirlande

Su quell'orbe contrade, e van le stelle

A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,

Ben puoi dire, che senso han tutte cose

Di ricordi gentili, e son fedeli,

Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.

Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse

Ispide macchie al croceo Sol biancheggia

Qualche muta capanna, ove, costretto

Di scarse lane il macerato fianco,

Numera i penitenti anni nel duolo

Il romito calòcero, che nulla

Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo

Forse dar più non puote, offre al Signore.

Sola, fra questi incolti èremi, in vetta

D'un'aërea collina, a cui sorride

Primo dagli orti il giovinetto sole,

Una strana magion sorger tu miri

Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente

Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora

Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,

Or circonfusa d'un'argentea luce

A dolce meditar l'anime invita.

Danza d'intorno a lei con grazïoso

Florivolo tripudio il fresco Aprile,

Che le penne del dorso e il facil volo

Ivi gran tratto e volentieri oblía,

Fin che non giunga a discacciarlo il verno.

Sentono il suo fecondo alito i fiori,

E su su da le intatte erbe, che tremolano

Riscintillanti al candido mattino,

Schiudon l'auree corolle, innamorate

D'agili silfi; ed ei, per la diffusa

Luce che lo circonda e le volanti

Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,

E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,

L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,

A un concento d'amor tempra e concorda.

Mira a la lunge il credulo romito,

Come spera di Sol, fulger l'ostello,

E suonar l'aure insolite armonie

Stupefatto ode, ed incantevol mostro

Di spiriti lo crede, asil di fate

Suäditrici di lascivi amplessi.

Pende un tratto con doppio animo, e quando

Nel travolto pensier dèmoni e ninfe

Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi

Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,

Trepidante di là togliesi, e il foco

Del vorace desio, che il cor gli afferra,

Nel pensiero di Dio spegner presume.

—Piombi il foco del ciel su l'empie mura,

Quinci a notte passando, esclama il vecchio

Merciaiolo di Sira; al maledetto

Spirito che vi ha stanza aprasi il nero

Regno di Belzebù!—Sporge le braccia

Imprecando in tal guisa; e, borbottando

Per l'erma notte altre più ree parole,

Riattizza la pipa: in fosche e spesse

Nugole fuor da le sonanti labbra

Sbuca il putido fumo, e con sinistro

Gorgoglío geme la tartarea canna.

Ma di lui men feroce, in su la china

De le valli fiorite, allor che intera

Guarda l'estiva luna entro lo specchio

De le chete fontane, e a le tranquille

Brezze dei monti flettono la cima

L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,

Men feroce di lui fermasi e guata

Il giovinetto pastorel, che vide

Un dì ne la pensosa ora dei vespri

Vaga passar di sotto ai pergolati

De l'aërea magione una bellissima

Immagin di fanciulla, e non sa forse

Il semplicetto mandrïan, se cosa

Fosse di sogno, o di mortal figura

Non fallace apparenza. Entro al pensiero

Quella leggiadra visïon tuttora

Vagolando gli nuota, a quella forma

Che vediam ne la verde onda d'un lago

D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,

E ne par forse innamorato e mesto

Spirto, dannato ad abitar quell'acque.

Sui disfatti scaglioni il giovinetto

Appo il fonte si asside, e la stanchezza

Dei lunghi giorni e la stagion cocente

Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri

Fra le vergini rose e le modeste

Edere de le siepi, or tu gli reca

Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora

Derivar da la dolce arpa l'ignota

Di quell'aureo palagio abitatrice,

Ebe, il misterïoso astro di Tempe,

Ebe, l'arcana visïon d'amore.

Ella è colà: nei taciti giardini

Pari a le stelle uscì; candida e sola,

Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira

Pei fioriti vïali, ecco, domanda

Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,

Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto

Ne la pensile rete ella distende

Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura

Abbandonatamente a l'aura ondeggia.

Spinge tra fronda e fronda il curïoso

Raggio la luna, ed al tremar dei rami

Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.

Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda

Fate di danze, innamorati augelli:

Bacio d'amor su quella fronte intatta

Finor non si posò; pronube danze

Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,

Abbandonatamente a l'aura ondeggia.

Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira

L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa

Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco

S'apre a fatica a la materna luce;

Onda, che parta il marinar co'l remo,

Mormorando s'aduna, e corre al lido;

Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura

Abbandonatamente a l'aura ondeggia.

Or vedete, ella sorge; a la vocale

Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro

Sedil, tessuto di costanti bossi,

Mollemente si adagia, e al fuggitivo

Tremulo raggio de l'occidue stelle

La mesta del suo cor voce confida:

—Date a la terra i fiori,

Date i coralli al mar;

Ad ogni cor gli amori,

Ad ogni dio l'altar.

Abbia ogni nembo un'ìride,

Ogni astro i suoi splendori;

Date a la terra i fiori,

Date i coralli al mar.

Ma, rieda il verno o il maggio,

Mesta e soletta io son;

Muto è del cielo il raggio,

Triste è de l'arpa il suon;

Qual vana ala di zeffiro

Passo nel mio vïaggio,

E, rieda il verno o il maggio,

Mesta e soletta io son.

O immagini lucenti

Di più felici dì,

Sogni de l'arte ardenti,

Il vostro april sfiorì;

Invan chiedo le olimpiche

Forme a le nuove genti,

O immagini lucenti

Di più felici dì.

La giovinezza, il riso,

Le grazie ed il piacer

Fuggon tremanti al viso

De l'inamabil Ver;

Fuggon su l'ali rosee

Del vago error conquiso

La giovinezza, il riso,

Le grazie ed il piacer.—

Ella così cantò. Sul limitare

Appresentossi un pellegrin. Dai muti

Sottoposti sentieri, a stilla a stilla

Bevuta avea la voluttà secreta

Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,

Che le brine del cielo avido beve

Ne le tiepide sere; e a forza tratto

Ivi venía, per quel secreto istinto

Che l'altera rivolge aquila al sole.

—La Ragion sia con voi, grave e solenne

Esclamò su la soglia; un pellegrino

Chiede ospitalità.—

Lo sguardo eresse

A lo strano saluto Ebe, e tremante,

Attonita mirò quella bizzarra

Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse

Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero

Gioco gli fan così su la persona

Le acute ombre notturne e l'auree faci,

Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva

Apparenza di spirto, ivi per voce

D'incantesimi tratto.

—O pellegrino,

Così a dir prese con trepida voce

L'inclita giovinetta; ove di cibo

Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata

Gente ed a case inospitali e dure

Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo

Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente

Viene in tal guisa a visitar la terra.

Però siedi e t'allegra; e mentre intorno

Movan le ancelle ad imbandir le cene,

E a sprimacciare e ricovrir di schiette

Coltri le piume al tuo riposo amiche,

Dir ti piaccia il tuo nome e le native

Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,

A le fogge straniere e al portamento

Uom venturoso e non vulgar ti estimo.—

Egli sorrise e s'adagiò. Siccome

Tenera foglia al susurrar del vento

Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura

Goda cullarsi e presentir l'onore

Dei colmi bocci e del nettareo frutto,

O che, del nembo aütunnal presaga,

L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa

Trepidava ne l'alma al novo aspetto

De l'orgoglioso Pellegrino, e muta

Pendea da lui, qual candido corimbo

Che dal solingo muricciòl de l'orto,

Quando zeffiro tace, immobil pende.

Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero

Ospite, e come può, cerca con gli occhi

Disïosi tradir tutta in un punto

La dolcezza improvvisa, onde si strugge

Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto

Nei grandi occhi di lei, con lenta voce

Diè principio al suo dire:

—Ospite, ov'io

Dar potessi la fede ai tanti miti,

Di che memore è il loco, io di mortali

Questo l'asil non crederei, ma antica

Stanza di numi; ma nel cielo i numi

Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo

Regnator de la terra; ond'io con esso

Primamente mi allegro, e son superbo

D'esser con te. Pur molte fiate e molte

Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi

Raccontar la mia storia, e tu non senza

Terror l'udresti, perocchè diverso

Molto son io di quel che sembro, e fama

E possanza ed impero ho anch'io nel mondo

Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace

Saper tanto di me, che altera cosa

Il silenzio non sembri e folle il vanto,

Brevemente dirò. Su l'immortale

Cardine del Pensiero, inclito padre

Di stupendi artificî, erto il mio trono

S'alza come alpe, e nulla a me di fronte

Nel creato universo altra si estolle

Nemica forza emulatrice, tranne

La gran larva di Dio. Fiero e superbo

Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta

Region dei cieli e la miglior presume

Frenar sotto il suo scettro, e il radïante

Popol degli astri e il dolce aere e la luce

Al mio regno involar, ma questa bruna

Picciola sfera, ove si affanna e preme

Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde

Alme al Vero devote e al culto mio

Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno

Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,

Darò, nè guari, e di mia man la morte!—

—Tu bestemmî, stranier! raccapricciando

Ebe esclamò; tremar mi fai!—

Su'l labbro

Pose ei l'indice in croce, e altero in atto

Silenzio indisse, e proseguì:

—Pugnammo

Con diverse armi sempre, e spirò incerta

L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso

Firmamento del ciel, rigido, immoto

L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco

Fosse a la colpa del mestier divino,

Sotto triplice larva il ciel governa.

Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto

Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo

Arrestarne potría; come insanita

Tiade balza la terra a l'aër cieco,

E l'etere si spande, e il mare ondeggia,

E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto

Lo spensierato iddio pasce le nari

Del bruciaticcio di venali incensi,

E a soffiar vuote bolle di sapone,

Che a la luce del Sol gli sembran stelle,

Sciupa l'eternità. Ferrei governi

E immote norme ed assoluti imperi

A l'incontro io dispregio, e avverso al fato

E a la Natura sto; m'agito e vivo

Fra le cose create, e son de l'alma

La libertà. Stupido e fiero ei regna

Immobilmente, ed or di püerili

Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo

Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui

E d'anfibî ministri e d'evirate

Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza

Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno

Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,

Di libere e gagliarde alme il difendo

Liberamente. O amore, o affanno, o colpa

Di scïenza e di luce, o istinto e vita

Di verità, di libertà, se merto

Altro non hai che la tortura e il rogo,

Se altro nome non hai fuor che delitto,

Ecco, a la terra io fermamente il grido:

Altare è il rogo, ed il delitto è dio!—

Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni

Omeri scosse, e sollevò la faccia

Con fantastico ardir. Pavida, incerta

Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota

Purpurea fiamma le scendea nel petto

Agitandole il cor. Sorse a la fine

Tacita; con gentile atto la destra

Cortesemente al forestier profferse,

E al cheto asil dei suoi verginei sogni

Conturbata si volse. Ei con l'acceso

Sguardo la cinse; com'etereo foco

Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto

D'eterno amor le fibre intime ardente,

Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!

CANTO QUINTO.

Indice

ARGOMENTO.

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.

Ma qual riposo mai, qual mai quïete

Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,

Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,

Sì fiero caso a la tua vita appresta?

Come fil di corallo entro a le chete

Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;

Amor sen vien furtivo e taciturno,

Sen viene al cor qual ladroncel notturno.

Su le deserte, angoscïose piume

Ella inquieta si volge, ella sospira;

E, qual lieve farfalla intorno al lume,

Amor non visto intorno a lei si aggira;

Gira per l'aria, e com'è suo costume,

Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;

E de lo strano Eroe le reca innante

Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.

Ella il vede, ella il sente: ad una ad una

Fan le audaci parole a lei ritorno,

Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna

Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;

Ed or le parla de la sua fortuna,

Muto or la guarda, or le si asside intorno;

Ed ella, a par di bianca aërea face,

Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.

Sorse alfine; e de l'ombre impazïente

Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.

Taceva anco la notte, e rade e lente

Fuggían contro al mattin le stelle avverse;

Un zeffiro gentil da l'orïente

Le vaghe ali movea di brine asperse,

E ad ogni fior de le ben culte aiuole

Dolci olezzi traea, dolci parole.

Diceva a l'aura il fiore:—Aura pietosa,

Che mi porti le brine alme e vivaci,

Deh! per poco su me l'ali riposa

L'ali dolci così, così fugaci;

Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;

Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;

Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;

Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!—

—Sorgi, dicea con lamentevol grido

Presso a la rosa il tenero usignolo;

Quanto bella sei tu, tanto io son fido,

Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.

Già il candido mattin sorge dal lido,

E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;

Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;

Tu sei l'amore, e l'armonia son io.—

Questo udía pe'l giardin la vereconda

Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,

Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,

E un'Ombra vide, o di veder le parve;

Stette, il respir contenne, e a la gioconda

Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;

Mise ella un grido, e pallida divenne;

Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.

—Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,

M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:

Io, che ai Numi recai guerra e spavento,

Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!

Ogni raggio d'onor fia per me spento,

Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:

In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,

La vita, il trono, la vittoria acquisto.

Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita

Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi

Sempre in traccia di te corsa ho la vita,

O eterna Idea, che umana forma or prendi;

Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,

Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;

Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,

Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.

Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,

Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:

T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,

E immenso è l'amor mio siccome il mare:

Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,

La beltà agli occhi, a la beltà un altare,

Sola virtù di questa fragil salma,

Luce de la pupilla, aria de l'alma!—

Così dicendo, a l'odorato lembo

De le vesti di lei dolce si appiglia;

Ella pavida in atto, al vergin grembo

Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;

E qual fussia gentil, che dopo il nembo

Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,

Stillante di pudor la faccia bella,

Senza il fronte levar, così favella:

—Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,

Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;

Deh! chi mai la possente arte ti apprese

Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?

Ben questi alberi muti e le scoscese

Rupi verrían commossi a tanto affetto,

E amor risponderían, d'amore istrutti,

Le dure querce e gl'infecondi flutti.

Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri

Il fior di questa mia povera vita,

Se le gioie del mondo e i giorni allegri

Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?

Qui passan gli anni miei romiti e negri,

E m'è la speme del morir gradita;

Chè sol di là di quest'oscuro esiglio

Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.—

Tal parla, e in verginale atto la faccia

Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,

E minacciar vorría, ma la minaccia

Le muore su le labbra in un sospiro.

Ebbro, anelante, con aperte braccia,

—Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,

Tu, che sì bella e sì pietosa sei,

Senza luce d'amor viver non dèi.

No, non fia ver, che senz'amore al mondo

Volga tua vita abbandonata e sola,

Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,

Qual bianco giglio in solitaria aiuola:

Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,

La forte ala d'amor penetra e vola,

Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,

Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.

Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,

Raggio di sole e manto irto di neve,

Vol di farfalla e profumo di fiore,

Tutto passa così rapido e lieve;

Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,

E l'istante d'amor forse è il più breve;

Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,

Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.

Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,

Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;

Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,

Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;

Ci specchierem dentro a la stessa fonte,

Sognar potrem sovra il guanciale istesso;

Come ad olmo consorte edera o vite

L'alme unirem sovra a le bocche unite!—

Disse, e acceso negli occhi e in atto strano

Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;

E un'armonia suonò per l'aër vano,

Ch'armonia parve, e baci erano forse.

Sorto era il sole intanto, e dal sovrano

Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;

E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,

Specchiar l'altra mirò la propria immago.

V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva

Di bei fiori non è, non è di foglie,

Ma al tocco sol, come se fosse viva,

Tutta in sè si restringe, e si raccoglie;

Nome il volgo le dà di sensitiva,

E senso di pudor certo essa accoglie,

Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio,

Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.

Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno

Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme;

Ed agli urti del cor le ondeggia il seno,

E il cor le fugge a la risposta insieme:

—Stranier, caro stranier, per questa almeno

Secreta ambascia, che m'affanna e preme,

Deh! per questa ti prego alma soletta,

L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.

Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida,

Se a l'audace voler tua possa è uguale,

Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida,

Nuova di giovinezza onda immortale;

Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida;

Che men funesto a noi vibri il suo strale;

Che a questa vecchia gente infastidita

Riedan le Grazie a rifiorir la vita!

E se tanto non puoi, dammi che a questa

Terra, che non m'intende, alfin m'invole;

Ch'io mi scevri da tanta orda molesta,

Che sepolta nel ver l'anima vuole.

Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa,

Ch'io mi confonda in un raggio di sole,

Ch'io naufraghi coi miei poveri numi

In un mare di luce e di profumi!—

—Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose,

Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori,

E alle fole, che il mito aureo compose,

I nostri involïam superbi cori:

Il trono de l'amor son queste rose;

Tutti son ne la vita i suoi splendori;

È qui sovra la terra il ciel che agogni,

Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!

Vivi a la terra e a me: vivi al governo

Di questo amor, che fiamma è del pensiero,

Di questo universal giovane eterno,

Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero;

Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno,

Tempo ed eternità, verbo e mistero,

Principio e fine del mortal cammino,

Fede, legge, virtù, vita, destino.

Vieni con me; per l'infinita via

L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene;

L'opra e l'amor son la ricchezza mia,

Mio cibo il ver, la libertà il mio bene:

Aquila altera per l'aria natía

Al Sol va incontro, e schiva è di catene;

I nembi sfida, i turbini sovrasta,

Libera muor; la libertà le basta.

Noi liberi così, per vario corso,

Correrem, cimbe audaci, il mar crudele,

E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso,

De l'ali sue ne rifarà le vele.

A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso,

Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele;

Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso,

Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!—

Favellando così, giuso a la valle

Avean, senza saper, già vòlti i passi,

E incerti si seguían, qual due farfalle,

Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi;

Ma quando s'avvisâr del vario calle

De l'assòrta fanciulla i guardi lassi,

Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta

Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.

Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe

Guancial trovò sul molle suol proteso,

Nè le miti verbene e le superbe

Rose andâr liete del vergineo peso:

Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe

Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso,

E gli spiriti erranti in su le chete

Labbra le avviva, e geme, e le ripete:

—Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,

Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;

Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,

Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;

Ci specchierem dentro a la stessa fonte,

Sognar potrem sovra il guanciale istesso;

Come ad olmo consorte edera o vite

L'alme unirem sovra a le bocche unite.—

Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro

Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;

Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;

Splender mirò de la Ragione il regno;

Vacillò de l'Error l'idolo impuro;

Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,

E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,

Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.

Sconosciuta fra tanto a la ventura

L'innamorata coppia oltre cammina,

E or d'un côlto villaggio entran le mura,

Or cercano la valle, or la collina;

Posan or su la sponda, or ne l'oscura

Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:

La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento

Per essi: amor; l'eternità un momento.

Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei

Le nitide versâr perle dal crine,

Fra il Saronico golfo e i flutti Egei

Il sacro Attico suol videro alfine;

E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,

Le Cecropie toccâr mura divine,

Che avean, benchè or le copra oblio profondo,

Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.

Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo

L'urne riversa il vigile Cefiso,

Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo

Crescea corone un dì l'aureo narciso.

Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo

La pelasgica rupe appo l'Illiso,

Or rupe incolta, ma d'illustre prove

Già campo a la fatal figlia di Giove.

Di pentelici marmi, in su la cima,

L'inconcusso delúbro alto sorgea,

E d'opre egregie e sagrificî opima

Ivi ebbe l'ara la terribil dea:

Fra l'argive falangi inclita e prima

Sovente essa l'invitta asta scotea;

E al lampo sol del venerando aspetto

Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.

Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,

Temprate in Lemno a le celesti incudi,

E libera de l'irto elmo l'augusta

Fronte splendea fuor dei funesti ludi,

Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta

Spirava il riso di men ferrei studi;

E a l'ombra del vocal delfico alloro

Venían le Muse, e s'assidea fra loro.

Tra i ruderi famosi e le dirute

Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;

Pensieroso guardò l'are cadute

E i fòri e del deserto ágora il piano

E il monte del tremato Are e le mute

Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;

E d'un dio su la testa infranta e nera

Umor versò, che nettare non era.

Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,

S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema

Pende la luna, e sovra a la gentile

Bionda testa di lei sorride e trema.

Pensoso egli è più de l'usato stile;

È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;

E nuotando le vanno incerte e scure

Cento memorie in cor, cento paure.

Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna

Del sen le fa con le protese braccia;

E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna

De le stelle del cielo essa l'abbraccia.

Velò la fronte ipocrita la luna,

Chè tanta voluttà par che le spiaccia,

Come vecchia pinzochera far suole

Al caro suon di lubriche parole.

Disse alfin la fanciulla:—Oh! se sapessi

Che paure ho nel core! Ai giorni miei

Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,

E amore e vita ed avvenir mi sei.

Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,

Come rondin deserta io mi morrei,

Io mi morrei così!—Tacque, e gli avvolse

Pulsuz fraqment bitdi.

3,80 ₼

Janr və etiketlər

Yaş həddi:
0+
Litresdə buraxılış tarixi:
16 yanvar 2025
Həcm:
220 səh. 1 illustrasiya
ISBN:
4064066072735
Naşir:
Müəllif hüququ sahibi:
Bookwire
Yükləmə formatı:

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