Kitabı oxu: «La soddisfazione di avercela fatta»
MICHELE BORNASCHELLA
LA SODDISFAZIONE DI AVERCELA FATTA
PRIMA EDIZIONE

NARRATIVA
Ringraziamenti
Pur rischiando di cadere nei luoghi comuni ci sono certi ringraziamenti che voglio rendere noti, non per il mero obbligo o semplicemente per ricordare la loro valorosa collaborazione, ma per riservare loro un posto nel mio cuore per sempre.
Innanzi tutto ai miei figli. La loro costante compagnia, il loro affetto e la loro comprensione sono stati il sostegno della mia vita. Così come il mio obiettivo costante di vegliare per il loro benessere. Probabilmente, come ogni padre, avrò fallito in certi casi e tralasciando il fatto che possano essere state tante volte o poche, ho questa sensazione nell’anima di dover fare qualcosa di più. Sebbene abbia sempre cercato di fare il possibile, prometto di migliorare sempre. In ogni gesto della mia quotidianità cerco di rimediare alle possibili ferite arrecate ed anche se molte sono risultate inevitabili, anche il sentimento di colpa lo è.
Sicuramente loro, non sono stati gli unici che lungo la strada siano rimasti con qualche ferita addosso. Con tutti mi scuso con il mio più sincero pentimento. Il punto è che per scelta o mero istinto, i fatti della vita sono stati così vertiginosi che spesso non hanno dato il tempo necessario per poter smussare una alla volta, tutte le scomodità che ogni decisione porta appresso.
I miei genitori non li ringrazio solo per la loro presenza costante ed il loro insegnamento senza limiti. Educazione alla quale non hanno mai riservato un luogo fisso, né un orario specifico e neppure l’hanno portata a termine in situazioni speciali. Il loro compito è stato così imprevisto e così chiaro che i frutti sono rimasti per sempre, tanto da comparire in molte di queste pagine. Anche per questo li ringrazio, il fatto che il loro lascito rimarrà in modo più o meno incisivo nelle prossime generazioni della mia famiglia e in quella di molti altri che mi conoscono.
Ai miei nipoti auguro la stessa felicità che desidero per i miei figli e che possano mantenere le loro orecchie, occhi e cuori ben aperti per poter imparare tanto o più dei loro genitori.
A Marcela, compagna ed amica, per la sua integritá ed affabilitá con le persone, per il suo incomparabile spessore umano e, come se non bastasse, per aver affrontato con grande entusiasmo la traduzione in inglese di questo libro. Pensandoci bene, ho altri motivi per ringraziarla. Non è stato facile il compito di dover avere a che fare con una persona col mio carattere. Ha dovuto essere testimone di discussioni per diversi motivi e mi ha saputo comprendere, interpretare e dare sicurezza nelle mie prese di posizione. Abbiamo dibattuto e ragionato ed in ogni situazione mi ha accompagnato con il suo buon cuore.
A mia sorella Livia, non posso non ricambiarla con il mio affetto per tutte le attenzioni che ha sempre avuto verso di me e ringraziarla per la cura che, con grande disponibilità, ha messo in ogni lacuna e salto temporale che sono venuti a galla nella storia.
Ad Alberto Miramontes la mia gratitudine per la sua disponibilità ad ascoltarmi, a chiedermi nuovamente ogni dettaglio e per avermi interpretato con la fedeltà che era necessaria per poter stendere sulla carta tutto ciò che gironzolava qua e là nella memoria.
Ed infine, a tutti coloro che desiderano un Paese migliore, dal più profondo della mia anima li invito a collaborare con il loro lavoro costante, esaustivamente costante, senza pausa e con onore perché il nostro Paese possa essere una distesa infinita di possibilitá dove l’emigrazione, dei nostri figli e di noi stessi, smetta di essere un’opzione.
A presto
Michele Bornaschella
Parole dello scrivano...
Dopo un po’ di tempo dall’aver intrapreso quest’avventura, Michele mi suggerí che riservassi un po’ di spazio e tempo per poter trascrivere la mia esperienza. Mi sono dibattuto per un bel po’ sul da farsi. In un certo modo, mi risultava scomodo dover parlare di lui. Il fatto è che mi capirete, come chi dice, ‘i generalli della legge’. Non solo sono colui che ha collaborato perché possa esprimersi, sennó che per il resto dei giorni sono suo dipendente. Il fatto è che sia per un lavoro o per l’altro non ho altro che ringraziamenti.
Dopo aver intrapreso il cammino che oggi finisce, posso dire che ho avuto la fortuna di poter viaggiare mano nella mano, per i sentieri una storia così ricca ed eloquente che spesso mi ha emozionato. Conobbi Michele vent’anni fa e da allora è sempre stato un grande narratore di aneddoti. Quasi tutti qui trascritti. In modo tale che per una ragione o l’altra, insomma secondo quella necessaria a scrivere queste pagine, mi sono immerso senza ombra di dubbio in una storia francamente emozionante.
Cosa posso dire, la vita aveva in serbo per me la sua fiducia per poter portare a termine questa storia. E non solo: l’opportunità di poter chiedere, così come lo spazio necessario che mi ha concesso per poter immergermi nei suoi sentimenti e poter conoscere non solo lo strettamente necessario, ma anzi soddisfacendo ciò che la curiosità chiedeva per poter completare il panorama. Grazie a questo e quant’altro ho potuto posto davanti ai miei occhi una storia così emozionante che non credo che la stilografica abbia l’abilità di poter dettagliare fedelmente.
In questo momento, potrei riempire di elogi Michele, esaltare le sue virtù o anche sottolineare altri aspetti, ma, senza soffermarmi né in un aspetto né nell’altro, mi piacerebbe concludere che è un uomo diverso. Potrei mettere in rilievo successi, potrei rimembrare fallimenti e frustrazioni, ma considero che niente può descriverlo meglio che la frase stessa che ha scelto lui come titolo di questo libro.
Per avermi dato la possibilità di condividere l’esperienza di questo libro, gliene sono grato. Per tutto ciò e per gli ultimi vent’anni lungo i quali mi ha onorato con la sua amicizia.
Alberto Miramontes
Prefazione
Prima che le lacune nella mia memoria continuino ad aumentare e finiscano per abbattere l’idea iniziale, ho deciso di dare la mia testimonianza. È da molto tempo ormai che ho questa intenzione, che per un motivo o l’altro ho rimandato più volte, ma ora mi è diventato imperativo rispondere a questa intima esigenza.
Quando l’idea era appena sbocciata, sembrava semplicemente essere un cumulo di esperienze che si perdevano e tornavano a incontrarsi lungo il cammino percorso. A quei tempi erano solo una raccolta di aneddoti che raccontavo ogni volta che lo ritenevo appropriato, oppure ogni volta che si verificavano fatti che in quel momento facevano emergere la morale.
I ricordi fluttuavano da una parte all’altra della mia quotidianitá, in modo così spontaneo, che non risultava uno sforzo per me raccontarli, ripeterli, e talvolta alle stesse persone –anche se mi interrompevano per segnalarmelo– e poter così trasmettere la mia esperienza con la morale corrispondente, graficando il vissuto ai miei figli, nipoti, amici, ai vecchi e nuovi dipendenti ed alle loro famiglie. È forse arrogante cercare di insegnare? Questo non è il mio scopo. Né penso di essere stato arrogante ogni volta che ho detto di voler lasciare la mia testimonianza.
La mia storia è una delle tante, così semplice e delicata come qualsiasi altra storia di inmigrante italiano. Ma con così tanta grinta e volontà di miglioramento, che è ciò che finisce per distinguere gli uni dagli altri e, soprattutto, con la soddisfazione di avercela fatta. Non è per la pubblica approvazione, neppure per il prevalere sui miei simili, è per aver superato me stesso. Potró ritenermi soddisfatto se posso mettere in chiaro che ho raggiunto questo obietivo, superato me stesso perché è questa la sensazione che ho ogni mattina ed ogni sera, e continuo a cercare di farlo giorno dopo giorno.
Tornando ai piccoli frammenti che sono stati il germe di questa storia, gli aneddoti sono apparsi e si sono accumulati nel tempo con la stessa velocità e la stessa incoscienza degli anni trascorsi. Mio padre mi raccontava molte storie: sue, dei suoi parenti ed amici. Sempre lo ascoltavo attentamente e soprattutto sbalordito dall’enorme quantità. Aveva sempre una nuova storia da raccontare. Una volta gli dissi del mio stupore e mi rispose che per il mio modo di essere, anche io avrei avuto molte cose da raccontare. Mi disse che sarebbe successo non appena avessi raggiunto l’età e l’esperienza appropriate.
In questo momento della mia vita, mi capita di non voler raccogliere altri aneddoti. Dando un’occhiata al passato, vedo chiaramente il filo conduttore che unisce i successi e posso immaginare la storia al completo. Farò del mio meglio per mantenere un certo ordine cronologico e cercherò di essere moderato nell’esprimere le emozioni. Ma non posso garantirlo.
Fortunatamente ho viaggiato nel tempo collegando la sofferenza dell’ apprendimento al momento dell’applicazione delle esperienze. In modo tale che, innanzitutto, la testimonianza la staró dando a me stesso.
Cercando di descrivere la vita dell’immigrato, e particolarmente la vita della persona immigrata in Argentina, la descriverei come una vita divisa in due. É una storia di viaggi circolari. La mia immigrazione (o la mia emigrazione, a seconda da quale lato dell’oceano si stia leggendo), come quella di molti altri, continua con l’emigrazione di alcuni tra i propri figli. Nell’eventualità che ciò non accadesse, la vita dell’immigrato è comunque divisa in due. Seppur, come è successo nel mio caso, sia un fatto accaduto in tenera età. Un pezzo della tua vita rimane dall’altra parte dell’oceano, a chiedersi cosa sarebbe potuto succedere se lo sradicamento non fosse avvenuto, aspettando i momenti d’incontro, domandandosi nuovamente, così come sicuramente fece mio padre, se fosse stata o meno la miglior scelta, oppure come affermó mia madre –senza ombra di dubbio– che sicuramente non era stata una buona scelta, se le cose sarebbero state più facili o più difficili, da questa o dall’altra parte.
In fin dei conti, la vita è stata, e continua ad essere circolare. Crescere, perdersi, riprendersi, perdersi di nuovo, prendere fiato per poter andare avanti, rimettersi in piedi e soffrire di una stanchezza senza fine, cadere di nuovo, non deprimersi, piangere quanto basta per poter imparare, ridere il necessario per continuare ad essere ottimisti di indole, accettando le amarezze con disinvoltura, come una condizione irrimediabile della vita.
In questa avventura, per ora senza fine, ho sempre agito alla luce del sole, e, per quanto siano state insopportabili le conseguenze, non mi sono mai nascosto, né per ridere né per piangere, cose accadute entrambe quasi con la stessa frequenza.
Ci sono stati molti spettatori in tutti questi anni: amici fedeli, altri che non hanno creduto in me oppure che mi hanno sottovalutato, altri ancora che si sono rallegrati dei miei successi ed altri che stavano ad aspettare un mio nuovo fallimento. Alcuni sarebbero pronti ad aiutarmi ancora una volta ed altri gioirebbero della mia sventura.
“Fare” è molto difficile. Proporsi dei traguardi, mantenendo un certo ordine e avvicinando gli obiettivi sembra essere facile, ma ben presto gli ostacoli compaiono improvvisamente, crescendo in modo così naturale che sembrano essere uno scherzo del destino. Da un punto di vista più crudo e un po’ meschino, la politica economica ha sempre messo i suoi artigli e la politica in generale lascia dietro di sé delle conseguenze che soffriamo giorno dopo giorno, e questo finché la nostra partecipazione, la partecipazione della gente comune, non diventi massiccia, naturale ed efficace. Anche questo fa parte della mia testimonianza. La partecipazione è fondamentale, essenziale per poter cambiare il nostro destino ed essere ciò che veramente meritiamo. Se altre persone in altre latitudini raggiungono ciò che stanno cercando, perché non possiamo farlo anche noi? In quelle latitudini, con altri climi, altri terreni ed altri destini, ci sono esseri umani uguali a noi, con lo stesso sangue, lo stesso sudore, le stesse lacrime, che si superano quotidianamente, in modo naturale, senza grida ed urla, e la maggior parte delle volte ce la fanno.
E noi, ce la faremo? Ognuno di noi troverà la risposta al momento giusto, dal profondo della propria anima, dal proprio punto di vista, ma soprattutto senza mai rinunciare ad essere sinceri con sé stessi. Da parte mia, non potrei mai obbligare qualcuno a pensare contro i propri principi. L’unica cosa che posso fare è esprimere con parole la mia esperienza e tutto ciò che ho imparato da essa.
Spero di poterlo esprimere nel modo più chiaro possibile.
Capitolo I
Montaquila, il paese natale
Quasi settant’anni dopo, continuo a ripetere la stessa frase per localizzare il mio luogo di nascita, la mia origine: “Tra Napoli e Roma, tra l’Adriatico e il Mediterraneo”. É con queste parole che localizzo Montaquila nel mondo e in Italia.
Montaquila è un paese nella provincia di Isernia, nella regione del Molise, a ventuno chilometri dal capoluogo della provincia e a 464 metri di altezza sul livello del mare, a oriente della catena montuosa delle Mainarde e a sud del monte della Meta. Probabilmente esista da quando soffia il vento, ma la prima testimonianza dell’intervento umano la si puó trovare in alcuni documenti, circa l’anno 778. Lì compaiono le prime approssimazioni al suo nome Montem Aquilam, Montis Aquili nel 1150, o Mons Aquilus nel 1168. Alcuni lo traducono come Monte dell’Aquilone, riferendosi al vento del nord. D’altra parte, le prove fornite come valide indicano che queste terre appartenevano al vasto Monastero di San Vincenzo al Volturno. Successivamente, dovuto a vendite e donazioni varie, queste terre hanno avuto diversi proprietari ed eredi. Tra loro, Andrea d’Isernia, Giovanni Caracciolo e i suoi fratelli e Ugo di Rocca e i fratelli di quest’ultimo. Si presume che entro l’anno 1305 Andrea d’Isernia riuscisse ad acquistare tutti i territori di Montaquila, unendoli in una proprietà che in seguito ereditó Landolfo, il più giovane dei suoi figli e che divenne l’ultimo proprietario tra gli anni 1316 e 1325, anno in cui morí. La discendenza di Landolfo è incerta, ma si suppone che nella seconda metà del XIV secolo Montaquila fosse il feudo di una famiglia che alla fine adottò questo cognome. Si pensa che avrebbe potuto essere la stessa famiglia d’Isernia a usare questo nome sia per acquisire un titolo nobiliare, sia per distinguersi dai rami genealogici collaterali della famiglia d’Isernia.
I primi dati del censimento della popolazione risalgono al 1561, dove si contavano ‘i fuochi’ ovvero i camini e non le persone; in quell’anno ce n’erano 53, 50 nel 1608 e 55 nel 1669. Nel 1795, si contarono 590 abitanti, 790 nel 1848, 1271 nel 1861, 1706 nel 1907, 1857 nel 1911, attualmente sono 2600 abitanti, più o meno la stessa quantità di quando Dio mi mise al mondo il 5 Febbraio del 1948.
Come era solito a quei tempi, nacqui nella casa dei miei genitori, eredità di mia madre da parte della sua famiglia. Fui l’ultimo figlio che Giovanni Bornaschella e Filomena Ricci avevano deciso di portare in questo mondo. Anche se mia madre mi confidó, una volta, già adulto, con quel suo modo naturale, senza aggiungere frasi inutili, che il mio arrivo non era stato, diciamo, effettivamente pianificato. Insomma, quando nacqui i miei altri tre fratelli erano già arrivati, Ángel di undici anni, Livia di sei e Giuseppa di tre.
La nostra casa, più di settant’anni dopo, è ancora lì, ben piantata, in Via Piano 4 a Montaquila, paese che piano piano è sorto intorno alla montagna. Si deduce che è stata una pianificazione ben strategica. Guardava infatti a difendere gli abitanti poiché dall’alto si aveva la vista su coloro che dal basso tentavano di invadere in epoche remote. Anzi, la città aveva un enorme portone che metteva dentro al sicuro tutta la sua gente quando si serrava per la notte, e nessuno entrava o usciva, fino alla mattina seguente, quando iniziavano i soliti compiti, fondamentalmente lavori agricoli come la coltivazione della terra e l’allevamento degli animali. Non esisteva la disoccupazione a Montaquila. Tutti avevano qualcosa da fare ogni giorno e ad ogni istante. A Montaquila non c’erano, e non ci sono, industrie. La maggior parte delle cose e tutto ciò che era necessario per vivere si otteneva dalla terra e dagli animali. La valle solcata dal fiume Volturno era la terra più fertile. Tutti, compresa la mia famiglia, avevano i loro piccoli pezzi di terra lungo le sponde del fiume, e con un po’ d’astuzia e di intelligenza ne ricavavano quanto bastava. I frutti della terra si scambiavano con semplicità e affetto tra i vicini. Si barattava una cosa con l’altra, e le restanti si portavano a vendere nei paesi vicini, con diversa fortuna. Il valore di ogni cosa era stato fissato dalle vecchie generazioni, con un criterio sconosciuto e invisibile, ma che nessuno osava discutere, e tantomeno nessuno pensava che fosse necessario modificare queste regole invisibili: un prodotto di un certo gruppo o categoria era l’equivalente a due o tre dell’altro e così via, ogni cosa aveva il suo prezzo e si poteva commerciare in modo tranquillo. Il denaro era limitato, quindi veniva messo via in piccole quantità e usato solo per alcune occasioni importanti, e persino il dottore poteva essere pagato con una cesta di verdure o con altre cose o servizi, senza la necessità di dover usare del denaro. La raccolta del grano veniva portata al mulino. Parte di esso si lasciava lì, a modo di scambio equo, in cambio della farina che si portava a casa. Qualsiasi cosa potesse mancare a qualcuno, qualcun altro l’aveva. In questo modo tutti avevano il necessario. Addirittura si scambiavano le giornate di lavoro quando si andava a lavorare nelle terre altrui. Il tutto si svolgeva in uno stato di ordine e fratellanza e, in caso di controversie, queste non duravano a lungo, giacché la giustizia si faceva strada, anche in modo informale, e le dispute si risolvevano velocemente.
Durante il corso dell’anno le famiglie allevavano il loro maiale per poterne ottenere la carne. Quindi si tagliava in porzioni abbastanza piccole e si metteva in grandi vasi di pietra chiamati “pila” ricoperti di grasso, nelle stanze destinate ai beni e le conserve, fino all’anno successivo. Tra le altre cose, lí si conservavano i pomodori secchi oppure le bottiglie con la salsa di pomodoro già lavorata dopo il rito del raccolto. Questa cerimonia era una specie di festa del paese in cui ognuno aiutava l’altro a trattare la sua produzione, e l’unica contropartita era la successiva collaborazione con chi aveva collaborato precedentemente, realizzando così uno scambio di profitto. Tutti i membri della famiglia partecipavano ed era considerato uno dei grandi eventi del paese. Lì non solo si preparano i pomodori, si sbucciava il grano ed il mais e si raccoglievano legumi. A lavoro ultimato, alcuni vicini iniziavano a suonare un po’ di musica e a ballare. Mio padre partecipava attivamente in ogni aspetto del lavoro. Era un gran lavoratore, instancabile ma anche famoso in paese per la sua abilità di suonare l’ organetto con otto bassi. Mia madre non ne era particolarmente entusiasta. Quando mi portava in grembo, non era facile per lui poter partecipare. Fu così che mio padre assieme ai suoi amici, montarono una commedia, credendo di essere originali, che consisteva nel fatto che loro andassero a chiamarlo e lui dovesse negarsi nel modo più convincente possibile. L’atto si svolse a tarda notte, gli amici in strada e mio padre da casa mia, rispondendo e ‘resistendo’. Mia madre li fece recitare per un po’, finché la pazienza glielo permise, e poi, facendogli credere che effettivamente l’avessero convinta, lo lasció andare. Ma a notte inoltrata, mio padre non tornava. Il tempo era scaduto e mia madre andò a cercarlo, immaginando ciò che stava accadendo: la famosa frase “chi suona, non balla mai”, non si adeguava alla situazione. Fu così che la fisarmonica, mamma e papà tornarono a casa. E la fisarmonica rimase rinchiusa per un bel po’ di tempo.
Con i frutti della terra raccolti e gli animali macellati, con i relativi baratti, con l’aggiunta del lavoro di preparazione e dopo aver razionato ed amministrato equamente tutto ciò che c’era, allora si poteva mangiare. La distribuzione che mia madre faceva all’ora di pranzo e di cena aveva la stessa equità di quella usata dalle persone in paese quando barattavano i loro beni. A casa la porzione di cibo era in base alla quantità di lavoro svolto. Nessuno aveva il diritto di discutere questa distribuzione, giacché l’unica a soffrirne le conseguenze era mia mamma, l’ultima a servirsi e con la porzione più piccola. Le ripercussioni di quella dieta rimasero impresse per sempre nella sua magra piccola figura, anche se in generale godette sempre di buona salute. Tranne che per il logico deterioramento causato dall’avanzare dell’età, non l’ho mai vista malata, né a letto, né in riposo, né lamentarsi o vantarsi di essere lei a prendere le decisioni a casa, né in Italia né in Argentina. Non si è mai ammalata perché lei stessa decideva di non farlo. L’idea di ammalarsi era come fermare gli ingranaggi di un orologio. Le passavano i raffreddori, l’influenza, i dolori alle ossa. Questi malanni le capitavano come a tutti, ma lei continuava nelle sue cose, senza lamentarsi di nulla. Negli ultimi anni della sua vita diceva che la gente la vedeva molto bene e la adulavano: “Sì, certo che mi hai sempre visto bene”, diceva sempre, “ma il fatto è che non mi sono mai lamentata, perché tanto le lamentele non cambiano mica le cose”.
Ha lavorato tanto quanto mio padre. La mattina presto mungeva la mucca e in seguito preparava la cagliata e il formaggio. Faceva la colazione per i suoi figli, tutte le mattine passava il mio latte da una tazza all’altra per raffreddarlo e poi mandava a scuola mio fratello e le mie sorelle. Un altro impegno quotidiano era andare alla fontana con una tinozza di rame, percorrendo trecento metri per poterla riempire dell’acqua che scorreva giù dalla cima della montagna attraverso una rete di condutture fino al centro del paese.
Durante l’inverno, e durante il disgelo, molto lento e graduale, l’acqua usciva fiaccamente dalla fontanella al termine del percorso, con un rivolo che non faceva che rallentare le attività del paese. Si formavano, infatti, lunghe code con molta (e alle volte non tanta) pazienza. Visto dal lato positivo, si realizzava un legame sociale che comportava il pretesto perfetto perché le ragazze dessero speranze ai giovanotti e germogliassero nuovi amori. Ma non tutte le relazioni erano così amichevoli. Le poche famiglie che potevano, pagavano i vicini perché facessero tutto questo lavoro di trasportare loro l’acqua. I problemi non tardavano ad arrivare, di tanto in tanto, e quando qualche tinozza superava abusivamente le altre, cominciavano delle belle risse, con tinozze prese a calci e ammaccate. Alla fine, mia madre tornava a casa con i venti litri d’acqua nella tinozza, portata sulla testa e ammortizzata da un panno attorcigliato a corona. La mamma non era estranea ai litigi e anche la sua tinozza aveva le corrispondenti ammaccature. Padroneggiava un’abilità senza pari e un saldo equilibrio perchè non traboccasse una sola goccia d’acqua, che così arrivava a casa, perché potessimo cucinare o lavarci.
I vestiti si lavavano nel fiume con il sapone che, non poteva essere altrimenti, anche quello faceva mia madre, cuocendo grasso di maiale e soda caustica. La sua routine proseguiva con la preparazione del pranzo che poi portava nel pezzo di terra dove lavorava mio padre. Mentre lui pranzava, lei proseguiva col lavoro del campo e quando finiva di pranzare continuava a lavorare. Tornava a casa per preparare la cena, aspettare mio padre e, se del caso, a tempo giusto, assolvere i doveri coniugali, ai quali, come raccontava a mia figlia Lorena, molti anni dopo, non era pensabile negarsi. Di nessuna di queste cose si è mai lamentata. La sua natura, il suo spirito, era quello del sacrificio con semplicità, e, in tante altre situazioni, l’accettazione di questo sacrificio senza dare la colpa a nessuno per tale sorte.
La guerra attraversò questo paese, come molti altri in Italia e in Europa, lasciando un solco di ricordi che si tramandavano di generazione in generazione, perché il dolore del cumulo di ferite non poteva essere taciuto. La storia, che in linea di principio appariva molto semplice e banale, negli occhi dei figli e nipoti prendeva nuovamente la dimensione della tragedia, che, pur ovvia, non fu facile da sopportare. Il luogo comune di dire che la sofferenza fu terribile, non era sufficiente come denuncia della sua dimensione reale, del suo scenario, della sua durata nel tempo e delle sue irrimediabili conseguenze. Cercare di raccontare sarebbe un compito che non avrebbe mai fine.
Nella prima guerra mondiale mio padre perse il suo all’età di sei anni. Non molto tempo fa ho potuto recuperare questi ed altri dati con più precisione. Fu così che ottenni una copia del suo certificato di decesso: Angelo Bornaschella morto il 19 Ottobre del 1918, qualche mese prima della fine della guerra a causa di una bronchite che esitò in un’infezione generalizzata. Morì nell’Ospedale da Campo numero 56, a Gubbio, nella regione montuosa di Zangolo. Seppi anche che il suo numero di matricola era 20562 e che aveva prestato servizio nella Seconda Compagnia della Brigata “Messina”.
Qualche tempo dopo la madre di mio padre sposò il fratello di mio nonno, Angelo. A quei tempi questo modo di riorganizzare le famiglie era qualcosa di naturale e necessario. Tra altre molte finalità naturali, c’era l’obiettivo di proteggere la donna, prendersi cura dei suoi figli e mantenere salda la famiglia. Sotto la protezione di questa nuova unione e di questo rinnovato amore, mio padre ebbe altri quattro fratelli. Ma non tutte le nuove organizzazioni familiari avevano lo stesso destino.
In molte case si sentivano dire storie terribili, con epiloghi difficili da raccontare. Chi partiva per la guerra, sia durante la Prima che la Seconda, sottometteva la sua volontà alle esigenze e capricci del destino. A casa si perdeva la speranza di avere sue notizie, e così la sua posizione finiva per essere come il vento che passa senza che si sappia da dove viene o dove va. Poteva essere stato preso prigioniero e lavorare come tale in un altro paese, o essere un morto senza lapide, o forse aveva perso la memoria e non sapeva come tornare a casa. Ma se accadeva che la misericordia di Dio lo aiutasse a tornare, sospendendo l’oblio di anni della moglie e dei figli, la sua vecchia casa ormai non era più sua, perché i suoi figli ora condividevano la tavola con i nuovi figli che sua moglie aveva avuto, e sua moglie non era più sua perché, dato che lui non esisteva più, era diventata la moglie di qualcun altro che avrebbe potuto perfino essere stato suo vicino in passato, prima che la guerra avesse messo tutti sullo stesso gradino della tragedia.
I ricordi di mia madre mi hanno fornito anche i dettagli necessari per capire in quale forma e a qual punto la rassegnazione fosse penetrata nell’anima delle persone. Durante una delle offensive dei tedeschi, uno zio di mio padre, e altri vicini del paese, cercarono di respingere i nemici lanciando loro pietre e sassi dall’alto della montagna. Per tutta risposta i tedeschi usarono mitragliatrici. Le schegge lo ferirono a una gamba, ed egli, con un trattamento di emergenza e con la gamba sanguinante, tornò ai rifugi di fortuna nei boschi delle montagne, fino a quando, qualche giorno dopo, la Croce Rossa lo portò via per assisterlo in migliori condizioni, dato l’avanzare dell’infezione. La permanenza dello zio per più di sette mesi nel rifugio fu presa con rassegnazione, non ci furono né sorpresa né scossoni, né differenza tra la sua presenza e la sua assenza. Il prozio ritornò e la sua vita, così come quella nel rifugio, continuò come se il vuoto nella storia non fosse mai esistito, non per indifferenza o mancanza di affetto, ma per il puro sentimento di impotenza e dolore di tutti.
Quando i tedeschi decidevano di bombardare, la gente, nuda e in preda al panico, correva da una parte all’altra in cerca di rifugio in cavità e grotte nella montagna. In una di quelle fughe mio fratello Angelo informò mio padre di aver perso la scarpa sinistra. Mio padre voleva recuperarla, ma sarebbe stato meglio se mio fratello avesse segnalato il fatto non appena accaduto, tre chilometri prima. L’impresa di recuperare la scarpa era inutile e suicida, così il povero Angel visse i sei mesi seguenti con un pezzo di stoffa legato con corde attorno al piede e alla caviglia, in sostituzione della calzatura persa.
Terminata la seconda guerra mondiale, oltre alle ferite che si vedevano e quelle che non si vedevano, c’erano altre conseguenze più concrete e meno dolorose. A causa dello spostamento al nord, per la fretta necessaria o per il bisogno di proteggersi, durante la loro ritirata le truppe lasciarono diverse cose lungo la loro strada. Quando tornò la pace e il paese e dintorni non furono più occupati dalle truppe dell’una o dell’altra parte, si potevano trovare dappertutto resti dei loro averi ed effetti personali. Era molto comune trovare stivali, camicie sporche, così come grandi quantità di proiettili in sacchi di stoffa, pneumatici fuori uso, pezzi di jeep e camion delle truppe e persino un carro armato. I pezzi di ferro erano raccolti e venduti come rottami in diversi punti del paese. Così si riusciva a migliorare un po’ la condizione economica di ognuno. Coi copertoni degli pneumatici si realizzavano calzature casalinghe chiamate “scarponi”. Erano veri e propri certificati di povertà, ma, in mancanza d’altro, risultavano di grande utilità. Le gambe si coprivano dai piedi fino a sotto alle ginocchia, con un pezzo di stoffa di lino. Quindi si collocavano i pezzi di gomma, ben tagliati in base alle dimensioni del piede, lasciando un bordo ad ogni lato con dei piccoli fori dove si facevano passare delle stringhe di cuoio. Queste stringhe si incrociavano cercando di emulare quelle dell’ “età moderna”, e con lo stesso procedimento si continuava fino a sotto le ginocchia. Più fortunati erano coloro che trovavano le gomme delle moto, poiché, essendo più strette, si adattavano al piede in modo “anatomico”. Inoltre, l’uno o l’altro tipo di calzatura permetteva di non dover pensare a piccolezze come doverle lucidare o distinguere il sinistro dal destro.
Una volta, un compaesano e mio padre trovarono una ruota. Era gonfia e aveva persino il cerchione. Pronti a farsene i propri “scarponi”, l’aggredirono con il primo attrezzo che avevano a portata di mano. Così cercarono di attaccarla con un’ascia, ma la ruota, come se fosse viva, restituì loro il colpo facendoli a sua volta rimbalzare l’uno sull’altro. Non si diedero per vinti e con l’ascia e altri attrezzi, riuscirono a ferirla abbastanza perché esalasse la sua aria fino all’utilizzo desiderato.
Mio padre trovò anche un giaccone militare, molto utile durante l’inverno. Nel corso del rinvenire oggetti, la sorte gli concesse di incrociare il cammino con un’arma semiautomatica, che dai suoi racconti penso fosse una calibro 45. Per l’aspetto e la qualità, l’arma probabilmente era appartenuta ad un ufficiale di alto rango. Mio padre che sapeva utilizzarla, orgoglioso, insegnò a mia madre a valersene. Per i proiettili non c’era di che preoccuparsi, perché si trovavano senza difficoltà. I miei genitori mantennero il segreto sul ritrovamento, non la sfoggiavano né la mostravano, ma in un qualche modo era filtrata l’informazione e circolava la voce che c’era un’arma sofisticata per quei tempi e chi l’aveva. L’arma è sempre rimasta al sicuro, nascosta in un buco tra gli spessi muri della casa. Quando mio padre emigrò in Argentina, mia madre si fece carico dell’arma e del giaccone. In quei tempi di scarsità di cibo era normale che nei coltivi ci fossero alcuni atti di saccheggio e furti del raccolto, che, per quanto piccoli, in mezzo a tante ristrettezze, causavano grande danno. Per poterli portare a termine, alcuni rimanevano nei campi più degli altri o pernottavano nelle baracche vicine e al momento giusto facevano l’incursione nelle proprietà altrui. Mia madre, cui senza dubbio non mancavano risorse, tornava in valle con il giaccone e l’arma e sparava alcuni colpi come una raffica di mitragliera sorprendendo la tranquillità della valle e preavvisando chiaramente chiunque osasse toccare ciò che non gli apparteneva. L’eco dei colpi si propagava come un segnale d’avvertimento, e si sapeva benissimo da dove veniva, chi la portava e che giaccone la ricopriva. Il commissario insistette un paio di volte facendo visita a casa nostra, chiedendo dell’arma e reclamandone la consegna. Mia madre ha sempre negato la sua esistenza e il commissario finiva per accettare con rispetto la risposta.
Ma non era solo il commissario a rispettarla, quando le donne l’incrociavano e la vedevano vestita col giaccone la salutavano con riguardo e soprattutto gli uomini ancora di più. Dopo la nostra partenza per l’Argentina e passati un paio d’anni, nella casa di via Piano 4 furono necessari alcuni lavori di ristrutturazione, che comportarono l’abbattimento di un muro, e lì comparve l’arma. Si denunciò il fatto e il commissario potè finalmente chiudere il caso. Raccontano i presenti che con l’arma in mano disse con un sorriso nostalgico: “finalmente... dopo tante ricerche”.
Ciò che sopravvisse alle devastazioni della guerra, oltre alla vita di tutta la mia famiglia, fu il grande caseggiato. Devo riconoscere che dentro i limiti della povertà che regnava in paese, la nostra casa si distingueva dalle altre. Il mio bisnonno Giovanni Ricci veniva da una famiglia che stava un po’ meglio di altre. Il tutto grazie ad alcuni stratagemmi della madre. Lei si sposò con un Ricci con denaro, padre di Giovanni Ricci. All’epoca era abbastanza comune sistemare la questione con soluzioni diverse dall’amore. Si usavano le motivazioni più stravaganti sulla convenienza di stipulare il matrimonio dei figli. La madre di Ricci fece uso di un sogno che raccomandava il matrimonio, con quella persona che, “casualmente” apparteneva a una famiglia bene. Verità o menzogna, raccomandazione della provvidenza o argomento pratico, il fatto è che col tempo le nostre famiglie furono favorite da quella trovata. Grazie a quel matrimonio, poterono costruire una casa che finì per distinguersi in paese. La costruzione iniziò nel 1850 e finì nel 1855, come rimase inciso per sempre nell’arcata della porta principale. Così fu eretto il “palazzo, isolato”, come si chiamava quel tipo di edificio. Aveva uno spazio centrale, chiamato “cortile” circondato da diversi ambienti che erano assegnati, com’era tradizione all’epoca, ai differenti membri della famiglia, che a loro volta abitavano con le rispettive famiglie. Com’era logico e giusto, quindi, le proprietà si tramandavano di generazione in generazione, e siccome di solito nessun erede poteva comprare la parte che spettava all’altro, gli appartamenti venivano divisi tra tutti gli aventi diritto.
Allo stesso modo si dividevano i terreni, e quando era necessario si ricorreva agli agrimensori e se non bastava, l’ultima parola della Giustizia dirimeva qualsiasi controversia.
Ogni famiglia aveva la sua cucina, dove si mangiava. Aveva anche una focolare a legna per poter cucinare e riscaldare la casa, e un forno per cucinare il pane e la pizza. di fianco c’era un fornello alimentato dalle braci del focolare. In un’altra stanza dormiva tutta la famiglia. E in altri locali c’erano il posto per tenere gli attrezzi per lavorare la terra e la stalla, normalmente occupata da una mucca, un mulo e un cavallo. La mucca per fornire il latte, il cavallo e il mulo per trainare il carro e lavorare la terra. C’era anche uno spazio dove immagazzinare tutte le conserve ottenute dal raccolto e dagli animali, dai quali si ricavava l’occorrente per mangiare e per commerciare quando ce n’era bisogno. Era comune vedervi un torchio con cui si macinavano le olive e si produceva olio, oppure si faceva il vino.
Non c’erano confini tra le famiglie, e tutti conoscevano segreti, chiacchiere, gioie e dolori di ognuno. Tutte le conversazioni arrivavano alle orecchie degli uni e degli altri, un po’ per l’inevitabile vicinanza ed un po’ per l’abitudine di parlare con urli che echeggiavano tra i muri di casa. Ad ogni modo, le comodità della casa erano sufficienti. Da una parte, perché sì e basta, e d’altro canto perché non se ne conoscevano altre. L’energia elettrica era arrivata in paese, ma oltre alla luce di notte, non esistevano altri tipi di apparecchiature da collegare.
L’intera casa è rimasta uguale fino ad oggi, troneggiante quasi sulla cima della montagna. Sedotto dalla sua maestosa semplicità, decisi, anni or sono, di comprarla da un intero gruppo di eredi, coi quali ho combattuto con differenti risultati, ma con l’obiettivo raggiunto. La comprai per un impeto sentimentale, anche se in seguito ho trovato scuse più razionali con cui mi sono convinto che la decisione impulsiva non era sbagliata. Come vedete, i salti tra il presente ed il passato sono inevitabili.
Verso il 1945, con l’avanzata dell’esercito nordamericano, fu l’inizio della fine della guerra. La gente abbandonò i rifugi in valle per tornare in paese, con una nuova sensazione di serenità che durò un paio di mesi in stretta convivenza coi soldati. Loro nel frattempo, distribuivano carne in lattina, cioccolato, cappotti, coperte e a modo di ringraziamento, le donne del paese, compresa mia madre, pulivano i loro vestiti. Questo compito era piuttosto fuori dal comune, visto che una volta immersi gli indumenti dei soldati in acqua calda, ne saltavano fuori pidocchi e impurezze di altro tipo. Tuttavia, tra la rassegnazione che la guerra aveva lasciato nella gente, e la silenziosa inclusione della sofferenza nella vita quotidiana, la verità era che la gestione delle risorse, per rudimentale che fosse, era scesa a livelli difficili da sopportare. Il razionamento alimentare costringeva mio padre ad andare a lavorare mietendo il grano e svolgendo altre incombenze, solo per essere pagato con un piatto di cibo. Perfino a queste condizioni, sempre più spesso non si aveva neanche questo. La povertà si faceva sentire sempre più crudelmente, ma continuava ad essere sopportata con signorile dignità. Era sempre più frequente vedere i vicini con toppe nei vestiti. I miei raccontavano perfino di aver visto un uomo portare senza imbarazzo una camicia bianca con una toppa rossa, la povertà di quest’uomo era arrivata al punto di non avere nemmeno un pezzo di stoffa del colore della camicia strappata, eppure, fatto il rammendo, sfoggiava fieramente la sua camicia riparata.
Poi la nostra famiglia e altre nel paese, col necessario e lungo iter burocratico e approfittando dei benefici concessi dal Piano Marshall promosso dagli Stati Uniti, ricevettero piccoli risarcimenti che tendevano a correggere le perdite di oliveti, animali e alcuni danni alle abitazioni. Sebbene l’importo coprisse solo una parte delle perdite e dei danni causati dalla guerra, fu ben accolto e apprezzato sinceramente.
Ma non erano gli unici danni dei giorni di guerra. Alcuni si risolvevano con l’intervento di membri del clero. Con molta pazienza intervenivano come mediatori tra vicini le cui proprietà erano state messe a soqquadro dai bombardamenti o dalle incursioni militari. Utensili semplici come una pala o una casseruola, finiti nella casa del vicino, originavano risse per dirimere la controversia.
Questo tipo di conflitti rappresentava il carattere stesso del paese, dove le gravi inimicizie irrisolte diventavano ostilità senza fine, generazionali. Allo stesso modo le amicizie diventavano fratellanza infinita con regole di fedeltà perduranti per generazioni.
Le cause delle controversie potevano essere per motivi politici, perché l’animale d’uno aveva rovinato il raccolto dell’altro, per amori contrastati o promesse non mantenute. Gli scenari di questi confronti erano i più diversi, ma nella memoria collettiva in generale e nella mia in particolare, uno è rimasto ben impresso.
Una domenica, all’uscita da messa, una donna in gravidanza avanzata, si piazzò davanti a colui che non aveva adempiuto al suo dovere e mantenuto le promesse. Presto la donna si rese conto dell’inutilità della discussione, ma non aveva immaginato che la reazione premeditata che andava maturando in tante notti insonni, diventasse ora così giustificata. L’uomo la disprezzò, l’insultò e cercò di spingerla via, per continuare per la sua strada. Fu l’ultima cosa che fece. La donna si sentì ribollire il sangue e segnare definitivamente il suo destino. Dal vestito estrasse una lama di dimensioni adeguate alla tragedia e trafisse il responsabile senza nemmeno lasciargli il tempo sufficiente di comprendere di morire. Lei ebbe il suo bambino in carcere. Il bimbo è cresciuto, ha studiato ed è diventato un brav’uomo, si è laureato in Commercio Internazionale e attualmente risiede a Parigi. Torna spesso in paese e ho avuto il piacere di conoscerlo.
Capitolo II
L’origine dell’immigrazione
Tra felicità e tristezza, il problema di migliorare la situazione economica diventava sempre più difficile.
Nella nostra famiglia, tuttavia, abbiamo trovato un’oasi inaspettata, un pizzico di fortuna che, seppur da piccoli episodi, ricavandoli dai ricordi molti anni dopo, ci tirò fuori dal profondo dell’anima la frase: “Ci ha cambiato la vita”.
Terminata la Seconda guerra mondiale e dopo essere emigrata negli Stati Uniti, tornò in paese Maria, una signora con cui avevamo complicati e lontani legami di parentela. Venne con lei un’amica di nome Amelia, imparentata allo stesso modo con altre persone del paese. Dopo qualche giorno, infettata dall’acqua, o dal cibo, o perché Dio ha voluto che si unisse per sempre alle nostre vite, Amelia sviluppò una reazione allergica che le causò una irritazione della pelle. Il medico che la curava, le prescrisse come trattamento, qualche bagno con l’acqua di una sorgente che sembrava contenere zolfo, particolarmente indicato per le malattie della pelle. Mio padre, che a quel tempo lavorava nel frantoio di famiglia dove erano alloggiate le due donne, tutti i giorni che Amelia rimase in paese, percorreva dieci chilometri per andare a prendere l’acqua medicinale, con botti di legno, dalla sorgente chiamata Solfatara di Pozzilli. Andava al mattino presto e lasciava le botti nella casa dove era ospite Amelia. Era puntuale e preciso tutti i giorni, finché dopo più di un mese, Amelia fu guarita. La donna ne fu molto riconoscente. Ripagò mio padre per le attenzioni ricevute, gesto molto ben accolto e gradito come si deve, e al momento di lasciare l’Italia per tornare negli Stati Uniti aggiunse: “Giovanni, grazie mille! Finché vivrò, alla tua famiglia non mancherà nulla”.
E fu così. Dalla sua partenza, e fino alla sua morte, ogni mese, con la stessa rigorosa serietà che aveva avuto mio padre, Amelia ci mandava un pacchetto con i vestiti per tutta la famiglia. Cose che non avremmo potuto mai avere e che continuammo a ricevere anche dopo la partenza di mio padre per l’Argentina.
Tuttavia, la situazione economica non era migliorata. Nel 1949 mio padre –io avevo un anno– ebbe una nuova speranza quando fu contattato dal proprietario di un importante pezzo di terra nella Valle Porcino, lungo la riva del fiume Volturno. Costui voleva assumere mio padre come caposquadra di un gruppo di persone che avrebbero lavorato nel suo campo. Il progetto stava prendendo forma e anche il sogno e l’illusione di mio padre. Ma il destino, la Divina Provvidenza o la fatalità che tira sempre le corde a suo piacimento, venti giorni prima della data prevista di inizio dei lavori, decise la morte del signor Nicodemo e con lui anche quella del progetto e della gestione di terre e costruzioni. Tant’è che quei terreni in cui si stava per lavorare, ad oggi sono rimasti congelati nel tempo, nello stesso stato, in abbandono.
Per mio padre questo fu il colpo di grazia. Nello sconforto decise che era giunto il momento di emigrare. Gli eventi che assediano altri, di tanto in tanto fanno visita a noi, temiamo il loro arrivo e cerchiamo di non pensarci, sperando che non giunga mai il momento di aprire quella porta. Comunque, un giorno giunse in casa nostra l’argomento emigrazione. In verità già diversi parenti, amici e vicini l’avevano già sperimentata. Sapevamo delle loro vicende e dei loro risultati, ma ora eravamo noi e specialmente mio padre, al centro della scena. Come si può immaginare, esisteva già un ingranaggio umano, una sorta di gestore, diremmo da queste parti, che con varia fortuna e differente onestà governava l’arrivo degli emigranti alle loro destinazioni. Diversi paesi, tra cui l’Argentina, favorivano l’immigrazione ed era facile ascoltare commenti sui vantaggi e gli svantaggi di questo o quell’altro luogo remoto nel mondo, per iniziare una nuova vita con i loro cuori e le loro famiglie, insieme o separati.
Mio padre, presa questa risoluzione forzatamente o per convinzione, con i pochi strumenti che aveva sottomano, iniziò a ragionare sulla destinazione migliore. Ma, per finir di prendere una decisione, non si confrontava solo con sé stesso, ma nel silenzio di entrambi, si confrontava anche con mia madre, che, da quel momento fino a che morì, ebbe la convinzione che quello sradicamento, sebbene logico per mio padre, non fosse la scelta migliore. Era stata una trattativa difficile, piena di nodi, con probabili risultati negativi, in cui mio padre proponeva il piano con cui avrebbe intrapreso il viaggio, scelto una sistemazione e un lavoro più o meno stabile. Poi avrebbe chiamato mio fratello, Angelo, perché anche lui si fermasse a lavorare, poi, con un po’ di fortuna ricavare un vantaggio in denaro e infine tornare a casa. L’andirivieni di discussioni ed opinioni non fu molto rapido, fino a quando nel 1951 mia madre accettò, non per convinzione ma per necessità, di mettere sulla bilancia le ragioni di mio padre. Nelle condizioni economiche del momento lo si vedeva infatti girare in ogni angolo di casa pensando e ripetendo “Non si riesce a lavorare, nemmeno per mangiare”.
Una delle possibili opzioni da considerare, erano gli Stati Uniti d’America. Ma ben presto fu scartata poiché erano necessarie persone più qualificate. Avevamo già alcuni parenti che vivevano in Brasile, in Venezuela e in Argentina. Nel 1950 nostro zio Fortunato, il fratello di mia madre, andò in Argentina. Si era stabilito in una città chiamata Villa Clara, dipartimento Florencio Varela, nella provincia di Buenos Aires. Con l’aiuto di altri vicini italiani aveva costruito un alloggio. Era modesto e abbastanza precario, appena sufficiente per dormire e svolgere le faccende domestiche essenziali.
Fu allora che lo zio Fortunato, con grande abilità, persuase mio padre che l’Argentina fosse la destinazione migliore, migliore di qualsiasi altra che i nostri amici, vicini o parenti avessero potuto consigliare. Mio padre vagò con i suoi sogni e le sue speranze per qualche tempo, da un’alternativa all’altra. Pensò alle promesse fatte a mia madre, al suo futuro e senza esserne molto sicuro, si imbarcò sul piroscafo Florida della compagnia navale ELMA e salpò dal porto di Napoli verso l’altra parte del mondo, e verso l’altra metà della vita, sua e mia.
Viaggiò insieme a suo fratello e le raccomandazioni che si erano fatti una volta arrivati a Napoli furono inutili. Era noto infatti che quella città ospitava persone scaltre molto abili nell’impossessarsi dei beni altrui, piccoli o grandi. Mio padre raccomandava a suo fratello, e viceversa, di stare molto attenti perché qui le trappole erano frequenti, inaspettate e subdole. Si avvicinò a loro un facchino del porto con il suo carrello e si offrì di portare la loro grossa cassa di legno al luogo dell’imbarco. “Stiamo attenti”, si raccomandavano l’un l’altro, e mentre uno di loro rimase in coda in attesa con il baule, l’altro andò a chiedere il tagliando per la spedizione del bagaglio. Il fatto fu che il facchino chiese a mio padre di portare il baule per tre lire, e continuarono a negoziare fino a raggiungere un prezzo finale di due lire. Ma poco dopo il facchino andò a parlare con mio zio, che fece la stessa cosa di mio padre, ignorando il fatto che lui avesse già pagato mentre faceva la fila. Quando entrambi i fratelli si riunirono di nuovo per imbarcarsi, si vantarono per l’affare che avevano fatto durante le trattative con il facchino, e così scoprirono che avevano pagato due volte per lo stesso servizio.
È un compito difficile tenere le fila tra un periodo e l’altro. Uno si avvale delle testimonianze di altri, dei ricordi personali e di quelli altrui. I miei dell’anno 1951 e degli anni precedenti sono svaniti. Non ho ricordi di mio padre quando viveva in Italia, un po’ a causa della mia memoria sbiadita ed un po’ per la sua assenza. Sono cresciuto ascoltando le storie di mia madre, di mio fratello e delle mie sorelle che mi raccontavano chi fosse e come fosse. Durante l’assenza di mio padre, mia madre non lavorava più come prima, al suo fianco, ma ora lavorava proprio come se fosse lui. Con avvedutezza ed intelligenza lavorava ai terreni e a tutto quello che serviva. La maggior parte delle volte rimanevo con mia sorella Livia, che si prendeva cura di me con variabile diligenza. Anche se non ho ricordi molto nitidi di quei tempi, mi ricordo di un libro di mia sorella in cui vidi una foto con dei cavalli e delle mucche che si riferivano all’Argentina. Ricordo anche che mia sorella mi disse “Papà è qui”. È il mio più antico ricordo riferito a questo paese.
Ma questo non è l’unico ricordo che unisce i miei pochi anni con mia sorella. Un pomeriggio stavo giocando con un cucchiaio ed un po’ di terra sulla terrazza della casa dei miei nonni paterni mentre gli adulti stavano separando i chicchi del grano. Quando vidi mio cugino Emidio che stava giocando con un ombrello, camminando lungo la “via”, un sentiero di ciottoli che passava sotto la terrazza, mi avvicinai al bordo dicendogli che gli avrei lanciato la terra che avevo nel cucchiaio e fu lì che sentii sulla schiena due mani fatali che mi spingevano un po’ per incoscienza e un po’ per divertimento. Ricordo che mi sporsi più del dovuto e caddi nel vuoto, e ricordo l’ombrello di mio cugino Emidio avvicinarsi sempre più alla mia faccia. Erano le mani di Cenzino, figlio di mia zia Aida, sorellastra di mio padre per il secondo matrimonio di sua madre, che mi spinsero nell’incertezza di quel vuoto. Poi non ricordo nient’altro.
Mio zio Pietro mi portò, ancora incosciente, dal dottor Gaetano Deboli, e chiamò mia madre a squarciagola, e l’eco si sparse per la valle. Questo era un eccellente mezzo di comunicazione, col quale si trasmettevano domande e risposte. Così chiamarono mia madre. Oltre allo spavento, un po’ di paura e i rimproveri che anni dopo mio padre fece a mia madre, dandole un po’ di colpa, l’unica conseguenza fu una cicatrice sulla fronte che mi accompagna ancora oggi, ma che mi protesse da future cadute.
Non ci volle molto perché mio padre, dall’altra parte dell’oceano, venisse a conoscenza del mio incidente. La corrispondenza aveva una certa puntualità ogni mese. Mia madre gli raccontava di noi e di come stavamo crescendo e mio padre le scriveva della sua avventura americana. Lei gli chiedeva degli sviluppi dell’accordo fatto, e lui riferiva sui lavori che faceva. Come previsto, si sistemò a Villa Clara con lo zio Fortunato e gli altri connazionali, in un alloggio precario.
L’arrivo di mio padre rese quel posto ancora più scomodo. Ma la provvidenza, non molto tempo dopo, portò loro un’offerta di lavoro presso aziende agricole vicino a La Plata, ad Arturo Seguì. Detto fatto, fice che si trasferissero tutti.
Dopo aver lavorato un po’ di tempo con zio Fortunato nell’azienda agricola di Arturo Seguì, mio padre cominciò a lavorare nella fabbrica tessile Amat di Monte Grande. Mia madre gli mandava lettere con tutte le notizie del paese, su chi era venuto a mancare, mentre mio padre le raccontava dei progressi e delle conseguenze del “sindacalismo argentino”. Tra i lavori svolti ad Amat, ce n’era uno in cui lui insieme ad altri tre lavoratori dovevano caricare balle di filati, caricarle sui carrelli e stivarle nei magazzini. Il fatto era che puntualmente, a turno, ognuno degli altri tre faceva sosta per andare in bagno. Così le balle di filato non si muovevano. Giovanni, mio padre, si offriva allora di fare il lavoro per due, sostituendo il compagno con l’urgenza del bagno. “No, non puoi farlo” gli dissero la prima volta, un pò a modo di minaccia e un pò come insegnamento. “Non capisco” insistette “sono io che faccio il doppio della forza”. Lo avvertirono ancora una volta e quando andò in bagno gli operai gli spiegarono, con qualche botta, delle conquiste sociali ottenute, come andare in bagno senza necessità, l’uso della forza per far capire che così non va, e che era giunta una nuova era per gli operai. “Non capisco” tornò a scrivere nelle sue lettere, insieme ad una frase profetica per i tempi politici, economici e culturali che sarebbero venuti: “Queste persone avranno problemi”.
Ma mio padre non scriveva solamente. Tra una lettera e l’altra, con altri mezzi, inviava denaro a intervalli regolari. Tutti coloro che erano emigrati avevano il fondamentale bisogno di dimostrare che la loro avventura e il loro sforzo non erano stati vani e che potevano aiutare coloro che erano rimasti dall’altra parte del mondo, con la speranza di migliorare la loro vita. Anche se c’erano delle eccezioni. Come il caso di Carmelo. Carmelo si era già sistemato bene nella sua nuova patria e si godeva la vita. Alcuni paesani lo avevano avvertito del fatto che la sua famiglia a Montaquila non se la passava granché bene, e lui non riuscì a trovare un modo migliore per consolarli e aiutarli che scrivendo loro: “Cara famiglia, bevete e mangiate in allegria, non vi preoccupate per me”.
Un bel giorno, tra una lettera e l’altra, arrivò finalmente la notizia che mio fratello Angelo, compiuti i suoi sedici anni, sarebbe potuto partire. Era il 1952. Lo zio Fortunato aveva mandato a chiamare sua moglie Maria Antonia e a sua figlia Ana, e per completare il gruppo si decise che si poteva aggregare anche mio fratello Angel. Il progetto di mio padre andava avanti come previsto, e mentre mia madre soffriva sempre di più, in silenzio e nella sua solitudine, io diventavo sempre più l’uomo di casa. Lei andava sempre da un posto all’altro, tra il lavoro nella valle e il lavoro a casa. Devo confessare che la pulizia e l’ordine della casa non erano la sua priorità, perché il sostegno economico alla famiglia non le lasciava altro tempo. La cucina dove mangiavamo, aveva la stufa che affumicava e tingeva sempre tutto di giallo. Ogni tanto mia madre, con ciò che aveva, dipingeva le pareti. Gli strumenti a disposizione per fare questo lavoro erano un grosso ramo, abbastanza lungo da raggiungere i soffitti della casa, con in cima alcuni fiori di mais ben legati. Il pennello fatto in casa veniva immerso nella calce viva sciolta nell’acqua, e così si sfogava mia mamma con tutta la sua anima, il suo silenzio, con i ricordi di suo marito dall’altra parte del mondo, dipingendo i muri, schizzando i pavimenti, i mobili e tutto ciò che la incrociava in questo benedetto mondo. Lo avrebbe ripetuto anni dopo, quando il fumo avesse lasciato di nuovo le sue tracce, ancora una volta sperando che mio padre decidesse che era arrivato il momento giusto per il ritorno e stare di nuovo tutti insieme.
Lavorare in fattoria e fare qualsiasi altro tipo di lavoro era un fatto naturale per mia madre, e per quanto potesse essere pesante, lei non si affliggeva e lo svolgeva in scioltezza. Se c’era qualcosa di importante che la preoccupava, erano le tasse che doveva pagare. In Italia la maggior parte dei beni era tassato ed era necessario essere puntuali nei pagamenti perché in caso contrario, si rischiava la confisca del bene tassato. Si dovevano pagare tasse sulla casa, sui terreni, e sugli animali, facevano eccezione solo i cani da guardia e le galline. Ogni volta che arrivava la data di scadenza e mia mamma non era stata in grado di raccogliere tutti i soldi necessari, prendeva un po’ di lana dal materasso, la scambiava con denaro, pagava la tassa e infine riempiva gli spazi vuoti nel materasso con le foglie delle pannocchie di granturco. Con nostra madre ci sentivamo al sicuro e protetti da tutto, e non era che la mancanza di suo marito le avesse aguzzato l’ingegno. Aveva una capacità innata nel superare le difficoltà, e mio padre trasse sempre vantaggio dalla sua abilità di farsi avanti.
In ogni modo, il mondo continuava a girare e ogni 16 di Agosto in paese si svolgeva la festa del santo patrono: San Rocco. Tutti uscivano in strada e per due o tre giorni le persone dimenticavano i loro problemi e le loro preoccupazioni, mangiavano e bevevano insieme, con un sentimento di affetto comune e senza brutti ricordi. La festa era finanziata in parte con la vita di un maiale che lungo l’anno era lasciato girare libero in paese, nutrito dalla generosità dei vicini e infine macellato con gioia e venduto a tranci. Una volta era persino venuto il vescovo alla celebrazione, e ci sarebbe pure tornato se solo non fosse stato sorpreso dalla velocità dei cavalli che trainavano la carrozza per portarlo dalla stazione ferroviaria al paese. La persona incaricata di prenderlo era ben nota per la sua capacità di condurre, usando un suo metodo poco convenzionale, ma efficace. Questi, infatti, per tutto il percorso copriva i cavalli di insulti ben articolati, tirando in ballo antenati, parti intime, tutto il genere umano con i suoi Cristi, madri e altri dei. Peccato o virtù, il fatto era che questo suo modo così creativo risultava efficace e i cavalli correvano a una bella velocità.
Nondimeno, quando gli fu affidato il compito di portare il vescovo in paese, fu implorato fino all’ultimo minuto di non usare la sua tecnica in questo viaggio e di guidare la carrozza più lentamente se fosse stato necessario. Tuttavia l’impazienza del vescovo fece tornare il conducente al suo metodo per affrettare il passo. Dopo un po’ il vescovo aveva iniziato a lamentarsi con discrezione per la lentezza dei cavalli ed il conducente disse che avrebbe potuto farli andare più veloce, ma poiché avrebbe usato parole, insulti e bestemmie inadeguate all’onorabilità del passeggero, stavolta non avrebbe messo in pratica il suo metodo senza il permesso del vescovo. Il vescovo forse per un po’ di malessere, a causa del caldo, della polvere e del ritardo, gli diede il via libera. Non appena arrivarono in città, il vescovo confessò di non aver mai sentito da cristiani, neppure da quelli più rivoltosi e ribelli, atrocità così disparate, di tale livello di oscenità, ma allo stesso tempo così efficaci.
Alla celebrazione non partecipavano solo membri della Chiesa, era immancabile la banda musicale. I musicisti venivano a suonare a condizione che i paesani mettessero a disposizione la casa, in modo che a nessun suonatore mancasse vitto e alloggio. Ma questa organizzazione occasionale di assegnazione delle stanze non era esente da errori, alcuni dei quali erano pericolosi. Una volta, al termine di una delle notti della festa patronale, Geremia Ricci e sua moglie tornarono a casa. Stavano andando a letto quando improvvisamente e per loro sorpresa trovarono addormentati nel loro letto matrimoniale due musicisti. Questi infatti erano andati a finire nella casa sbagliata e siccome le porte delle case non si chiudevano a chiave, semplicemente avevano aperto la porta e si erano coricati a letto. Ancora oggi, in paese, le persone non chiudono a chiave le porte. Il fatto è che quei due musicisti erano entrati in casa e si erano messi comodamente a dormire. Geremia Ricci all’inizio pensò che fosse uno scherzo della moglie, ma poi prese il suo fucile e lo puntò alternativamente all’uno e all’altro minacciandoli di morte. “Siamo i musicisti, siamo i musicisti”, dissero più volte fino a quando Geremia capì la situazione. Tra i tanti episodi tragicomici che si ripetevano da un capo all’altro del paese, così tipici e tradizionali da rispecchiare i film del genere commedia all’italiana, di uno ne fui protagonista a cinque anni. Si affacciò alla porta di casa una ragazza di quindici anni, più o meno, chiedendo se qualcuno avesse visto o trovato un suo anello che aveva perso. Come per un’illuminazione del destino, pensai che fosse il momento giusto per vendicarmi, a modo mio, di una bambina della mia età che di solito mi prendeva in giro. Perciò rivelai, con moderata convinzione e nessuna innocenza, che avevo visto quando la bambina in questione l’aveva raccolto da terra e che sicuramente lo aveva ancora con sé. Il risultato quasi immediato fu che tutti, io, mia madre, la bambina falsamente accusata, i suoi genitori, dovemmo recarci al commissariato. Ben presto dovetti svelare la mia bugia, e questo provocó credo il mio primo serio turbamento di coscienza. Mia madre rimproverò rabbiosamente le autorità per aver preso in seria considerazione le mie parole e aver creato una seccatura così grande su un fondamento così insignificante. Fatto sta che l’anello in questione non si trovò, ma il mio inutile rammarico e il mio avvilimento per l’accaduto meritarono l’intervento del mio padrino Antonio Ricci. Era il padrino mio e delle mie sorelle e di mio fratello, e il mio cuore e i miei ricordi sono ancora profondamente legati a lui perché ci considerava e ci proteggeva, durante l’assenza di mio padre, con consigli e altre questioni più terrene. In quell’occasione si offrì di portarmi a casa sua per alcuni giorni, per distrarmi e liberare la mia mente colpevole. Fu una settimana indimenticabile. Carmela, la moglie del mio padrino, mi coccolò con con la stessa tenerezza con la quale aveva coccolato i suoi figli in tenera età, visto che ormai erano già più grandicelli. Avevano un camion e mi portarono a spasso con loro ovunque andassero. Mi mostrarono diverse parti del paese e fu per me come visitare altre parti del mondo. Quando, nel percorso, ci avvicinavamo al mio quartiere, pregavo il mio Dio interiore, che non fosse il momento di tornare a casa.
A quei tempi mio padre non aveva ancora deciso sul da farsi, e non c’erano molte novità al riguardo. Ma siccome manteneva uno scambio epistolare con sua sorella, la zia Aida, lei finì per irretirlo in un labirinto di bugie, che finirono per far esplodere in papà la decisione di non tornare più in Italia.
Prima di questo però c’è un altro ricordo che si affaccia nella mia memoria. Accadde che un nuovo insegnante arrivò in paese, con sua moglie e suo figlio e puntualmente tornava da scuola nel pomeriggio, scendeva dall’autobus e percorreva quattro isolati fino arrivare a casa sua. Forse fu proprio allora che nacque la mia vocazione commerciale di fornitore di servizi. Mi offrii, infatti, di portare la sua valigetta e il maestro mi ricompensava con qualche dolcetto. Non so se fosse giusto o no, ma preferii perseverare pazientemente per poter così ottenere delle ricompense un po’ più grandi. E non sbagliai, infatti poco tempo dopo l’insegnante comprò una nuova palla per suo figlio ed a me diede quella vecchia. Non giudicai se era giusto o no. L’emozione non me ne diede il tempo, perché il cuore mi balzava in gola, ma ciò non mi impedì di ringraziarlo adeguatamente. Portai la palla a casa tenendola ben stretta a me, quasi potesse sfuggirmi e la lasciai sul lato opposto del tavolo. Avevamo appena finito di cenare quando vennero a trovarci zio Pietro e suo figlio Emidio. Mio cugino ed io uscimmo di casa per giocare con la palla. A quattro metri di distanza l’uno dall’altro, io detti un calcio alla palla per primo, piano, facendo molta attenzione. Emidio invece la rinviò con meno attenzione e con molta forza indirizzandola al destino finale giù per la montagna e chissà dove perché non la vidi mai più. La cercammo quella notte: mia madre, lo zio Pietro, Emidio e io. La mamma la cercò anche il giorno dopo, all’alba molto presto, ma fu invano. In quel momento imparai cosa fosse la rassegnazione.
Mia madre, che aveva perso il conto delle rassegnazioni nella sua vita, non intendeva aggiungerne un’altra, ed iniziò a pressare mio padre per stabilire una scadenza al patto che avevano. Sicuramente tutto sarebbe andato a posto se non fosse stato per i pettegolezzi che zia Aida faceva arrivare ai fratelli di papà e che presto giunsero alle sue orecchie. Il fatto era che mia zia con chiacchiere maliziose e senza alcuna ragione metteva in dubbio l’onestà, la riservatezza e la fedeltà della mamma. I suoi cattivi e infondati pettegolezzi in paese non erano nemmeno tenuti in conto, era sola con la sua calunnia, ma la distanza e le difficoltà di comunicazione spargevano sconcerto e disagio. Quando mia madre lo venne a sapere, non reagì né con odio né con vendetta, semplicemente rimase indifferente. Ma mio padre invece, a dodicimila chilometri di distanza, non aveva la possibilità di mettere le cose a posto e capire la differenza tra pettegolezzo e verità. Tutte le ragioni che avevo per non raccogliere la provocazione come si sarebbe dovuto, convinto com’ero dell’onorabilità di mia madre, le avrei ritenute valide anche adesso. Invece mio padre non trovò altra soluzione che riunire tutti in Argentina e continuare qui le nostre vite insieme.
La mamma fece un nuovo tentativo per convincerlo, scrisse un’altra lettera, ma niente di più e ben presto passò sopra a tutte le clausole del patto. Quindi mio padre, dall’Argentina, iniziò le pratiche amministrative per ottenere il permesso di emigrazione per mia madre, le mie due sorelle e me. Questo passaggio, necessario per ottenere i biglietti, fu approvato il 31 gennaio 1955. All’inizio di marzo la mamma portò avanti le sue formalità in Italia. Ci dovemmo trasferire a Campobasso, dove ottenne il suo passaporto dove eravamo inclusi noi figli. Ci trasferimmo da lì al porto di Genova per alcuni esami medici. Le cose sembravano pronte, stavamo aspettando solo il momento della partenza. La data di partenza e il nome della nave dovevano essere confermati. Durante quei due giorni in dovemmo fare i conti con gli esami medici, alloggiammo nell’hotel per emigranti, vicino al porto. Quando qualcuno avvertì la mamma di un errore commesso nel passaporto: il nome di mia sorella, Giuseppa, era stato scritto erroneamente come Giuseppe, e questo avrebbe potuto impedire la partenza se non fosse stato corretto. Quindi tornammo in paese e il giorno seguente mia madre dovette tornare a Campobasso, con la missione di far correggere la “e” in “a” e dare a mia sorella la giusta identità.
Presa la decisione di andarsene, e con la personalità di mia madre le decisioni prese non avevano dietrofront, la casa e l’umore di tutti erano sottosopra. La mamma era tesa, cercando ogni momento di non lasciare niente al caso. Le formalità doganali e le altre procedure burocratiche, e in più l’incertezza di cosa si sarebbe trovata davanti, una volta iniziata la nuova vita, con un nuovo paesaggio e altre preoccupazioni, tutto ciò la teneva sveglia e inquieta tutto il tempo. La difficile decisione di vendere le sue proprietà, eredità dalla sua famiglia, era quello che la riempiva più di incertezze. Il mio padrino, Antonio, fu la persona che badò a tutto questo. Era la stessa persona che mi aveva regalato, insieme alla sua famiglia, una settimana in un mondo tutto diverso. Alcune cose si vendettero e altre si affittarono e Antonio si fece carico della loro gestione. Molti anni dopo capii l’apprensione di mia madre quando dovette trasformare le sue proprietà in denaro da investire e ricostituirle in un posto che non era mai stato ben descritto e che non riusciva nemmeno a immaginare. Dopo tutti i pettegolezzi diffusi da Aida, mio padre non ebbe nessuna intenzione di tornare in Italia, forse per paura o forse perché voleva dimenticare, quindi avere proprietà in Italia gli sembrò inutile e non redditizio. Da allora e fino a qualche tempo dopo di esserci stabiliti in Argentina, tutti le proprietà vennero liquidate.
Alla fine di marzo arrivò la notifica ufficiale. Il 1 aprile saremmo partiti dal porto di Genova, sulla nave Giulio Cesare. Fummo fortunati. Anche se viaggiammo in terza classe, era un lussuoso transatlantico. Mia madre non tardò molto a raccogliere le poche cose che avevamo. Prese una valigia e una cassa di legno e al loro interno mise i nostri vestiti, piatti e posate, che ho avuto la gioia di conservare in tutti questi anni. La mamma prese anche alcuni degli strumenti per lavorare la terra, il suo abito da sposa e dei libri di mio padre, alcune fotografie e soprattutto, la certezza che non saremmo mai più tornati a casa, anche se aveva la convinzione che non fosse la scelta migliore. All’ ultimo momento aggiunse una borsa piena di gomitoli di lana e alcuni ferri da maglia, per lavorare a maglia, qualcosa che effettivamente non fece, eppure non si staccò dalla borsa fino a quando arrivammo a Buenos Aires.
La mamma stava ancora finendo di fare i bagagli, e la notizia della nostra partenza si era già sparsa attraverso il passaparola, dalle case del quartiere fino alle persone giù in valle. La nostra si trasformò in una sfilata di persone. Mia madre aveva ventidue figliocci e tutti vennero a casa per salutarci, con le loro rispettive famiglie e così anche le altre famiglie dei vicini. A ciascuno di loro, la mamma raccontava dell’angolo del mondo lontano in cui avremmo vissuto.
Tra 1953 e 1954, mio padre si era già stabilito a Villa Clara. A quel tempo aveva un impiego sicuro ed era stato in grado di acquistare delle terre da un lotto messo all’asta dalla ditta F.lli Artaza, con agevolazioni per il pagamento rateale. In uno di quei terreni costruì un alloggio con cucina e due locali. Questa era la casa dove finalmente ci saremmo sistemati ed avremmo vissuto. Conoscevamo lo stato di avanzamento dei lavori attraverso le sue lettere, quando ancora continuava a mandare i soldi che riusciva a risparmiare sulle spese correnti, le rate della terra, i costi dei materiali da costruzione.
Mentre ringraziava le persone che venivano a salutarci facendoci i loro migliori auguri, mia madre si preoccupava di non trascurare nessun dettaglio nei preparativi, e che non le scoppiasse il cuore tra la rivoluzione in casa e la necessità di avere tutto sotto controllo. Tra coloro che vennero a salutarci c’era la famiglia Zaccarella. Michele era mio amico e mia sorella a volte si prendeva cura di lui. In un angolo della memoria ho conservato per sempre lo sguardo di sua madre mentre saltavo tra il baule e la valigia e correvo dappertutto per l’ultima volta in quella casa.
Con la consapevolezza che la vita e il tempo mi hanno dato, posso dire di aver capito lo sguardo di Maria Zaccarella, madre del mio caro amico Michele, uno sguardo che racchiudeva l’incertezza del nostro destino, chiedendosi in quale angolo di questo mondo saremmo andati a finire.
Nessuno di noi dormì quella sera. Alle cinque del mattino Angelo Zaccarella, lo zio del mio amico Michele, ci portò alla stazione ferroviaria di Roccaravindola. Prendemmo il treno per Campobasso e poi un altro per raggiungere il porto di Genova. Non persi mai di vista la tensione che percorreva per tutto il corpo la mamma e che si intuiva in ogni gesto. La responsabilità la soverchiava ed avrebbe dato la vita perché fossimo tutti, in un batter d’occhio, dall’altra parte dell’oceano. Ma il viaggio era lungo e c’erano ancora cose da risolvere.
Capitolo III
Il mondo dall’altra parte del mare
Dal ponte della nave, la mamma guardava il fianco delle montagne di Genova, le sue case, i suoi camini, e vedeva la propria vita proiettata verso luoghi ignoti. Vedeva un passato recente sparire così velocemente da non aver avuto nemmeno il tempo di reagire. Doveva accettare il fatto di essere stata spogliata della sua terra e dei suoi ricordi, come se nulla fosse successo. La contemplavo, consapevole della sua malinconia e tristezza e credetti che la cosa migliore fosse intervenire con parole che rompessero quel silenzio e dissi: “Arrivederci Italia”. Mia madre crollò. Se avesse pianto poi, non lo so, ma quella volta sì, perché lo vidi e lo sentii. Si chinò verso di me e continuò a piangere ancora un po’, e mi abbracciò con un braccio solo, perché con l’altro teneva ancora stretta la borsa con la lana e la maglia.
A Roccaravindola abbiamo incontrato la famiglia Rossi, Berenice, Giuseppe e i loro otto figli. Abbiamo condiviso tutto viaggio con loro, e più tardi fummo pure vicini di casa a Villa Clara. Con Pepe, uno dei loro figli, abbiamo passato molto tempo a giocare a dama sulla nave e Adriano, un altro dei loro figli, divenne un mio dipendente qualche tempo dopo, in una delle mie tante attività commerciali.
Anche se i nostri posti erano in terza classe, il transatlantico era una nave maestosa, solo passeggeri, dove si serviva la colazione, il pranzo e la cena come non avremmo mai sognato. C’erano zone destinate ai giochi per bambini e altre per le attività ricreative degli adulti. Condividevamo la nostra cabina con una donna che viaggiava con suo figlio e l’oblò, da cui entrava la luce e il buio, incorniciava la linea di galleggiamento.
Mia madre continuava ad essere ansiosa e nervosa. Camminava lungo il ponte e si sedeva, di tanto in tanto, con il lavoro a maglia in grembo, ma senza farlo. Con il passare dei giorni, iniziarono a circolare delle voci su quanto fosse pericoloso attraversare lo stretto di Gibilterra. Senza nessuna logica, era nata, e diffusa da qualche ignorante, la diceria che se nello stretto ci si fosse incrociati con un’altra nave in senso contrario, correvamo il rischio di collisione.
Questo provocò, soprattutto nei bambini, me compreso, una grande paura.
Poi arrivammo al porto di Dakar e, anche senza scendere dalla nave, rimasi sorpreso a vedere persone di colore che camminavano in terra. Alcuni passeggeri scendevano nei porti dove faceva sosta la nave per i rifornimenti. Noi, assieme ad altre famiglie rimanevamo sulla nave per la semplice ragione di non aver nulla da fare in terra. Una volta partiti da Dakar, sapevamo che la nostra prossima fermata sarebbe stata dall’altra parte dell’oceano. Festeggiammo il pranzo di Pasqua in alto mare, uovo di cioccolata incluso.
Mentre viaggiavamo, mio padre andava di tanto in tanto al porto di Buenos Aires per avere informazioni e conferma di volta in volta della data di arrivo della nostra nave. Mia madre mi aveva preparato per il freddo che ci aspettava in Argentina. Ci comprava sempre vestiti di alcune taglie più grandi, così da poterli usare per alcuni anni senza doverne acquistare di nuovi. Il mio era spesso come una coperta e così grande che non vedevo le mie mani. Servì allo scopo, mi accompagnò per tutto il viaggio e per molti anni ancora. Ma mi faceva sentire a disagio, ridicolo e goffo.
Nel mezzo dell’Oceano Atlantico, la Giulio Cesare incontrò l’Augusto, una nave della stessa compagnia che stava facendo lo stesso viaggio, ma in senso opposto. Ci fu un frastuono di sirene, e urla, e mani che salutavano sconosciuti. Fu un episodio importante del viaggio, il quale rimase fissato nella mia memoria. La successiva fermata fu il porto di Rio de Janeiro, e poi il porto di Santos, in Brasile. A quel punto mio padre aveva la conferma definitiva della data del nostro arrivo a Buenos Aires: sabato 16 aprile del 1955.
Il porto di Buenos Aires era pieno di gente. Non avevo mai visto così tante persone tutte insieme. Quelli sulla nave si salutavano con quelli a terra senza conoscersi, come facemmo quando salutammo i passeggeri dell’Augusto in mezzo all’oceano. Dopo aver aspettato un po’, sbarcammo. Mio padre e mio fratello erano lì ad aspettarci. Ci salutammo tutti più e più volte. I miei genitori si rivedevano dopo quattro anni, il che li mantenne emozionati per un pò di tempo. Tutta la famiglia visse un momento di agitate emozioni, coi cuori che battevano forte. Io rimasi estraneo a questo festoso sconvolgimento. Per i ricordi che avevo fino a quel momento, quella fu la prima volta che conobbi mio padre. Andammo a Villa Clara in autobus, girando dappertutto i nostri occhi avidi e curiosi ad esplorare il nuovo paesaggio. A poco a poco ci allontanammo dal centro città, e l’espressione di mia madre si alterava gradualmente chiedendosi come sarebbe stata la nostra destinazione. Quando dopo più di un’ora finalmente arrivammo, lei rimase in silenzio, osservando ogni dettaglio della casa e l’immensità della campagna che ci circondava, con qualche casa sparsa qua e là, senza fare commenti.
Villa Clara era a quel tempo, una vasta area di campagna di quaranta ettari, in gran parte desolata e con un po’ di edifici modesti, nel chilometro 28, tra la Strada Generale Belgrano e la autostrada 2, a circa venti isolati dalla stazione di Bosques. La maggior parte dell’attività economica, peraltro modesta, consisteva in alcuni caseifici, il cui prodotto era adeguato, o poco più, al commercio con gli abitanti del paese. Il più noto era della famiglia Callegari. Con uno dei loro figli, Jorge, coltivammo una profonda amicizia. A parte quelle piccole manifestazioni sociali e produttive, non c’era nient’altro, il luogo era selvaggio e ostile, dove le strade erano sterrate e con l’erba che stava guadagnando spazio per la scarsa circolazione. C’erano promesse di asfaltatura, luce elettrica e gas, cose che sarebbero arrivate molto tempo dopo. Tutto ciò che doveva essere riscaldato, acqua, cibo o quant’altro, si lo faceva con un’unica stufa a cherosene. Perfino il lume che faceva luce la sera era a cherosene, finché più di un anno dopo arrivò il “sol de noche”.
La casa che mio padre riuscì costruire aveva una cucina e due camere da letto. Mio padre e mia madre dormivano in una stanza e noi quattro nell’altra, in due letti separati: ragazze in uno, ragazzi nell’altro. La mattina presto i nostri letti si mettevano fuori e la stanza si trasformava in sala da pranzo.
Mio padre era contento. Aveva portato a casa un grammofono RCA con cui suonava le canzoni di Beniamino Gigli, Feliciano Brunelli, opere, e altri cantanti italiani che oramai non ricordo. Mi ricordo che una volta, alla fine di uno di quei dischi in gommalacca, il grammofono continuò a girare a vuoto facendo un leggero rimbalzo a fine corsa. L’osservai ripetere inutilmente il suo girare e quindi per la prima volta mi rivolsi a mio padre: “Oh!” –Gli dissi senza sapere se dovevo chiamarlo “papà” oppure col suo nome, “Potrebbe fermare il grammofono?”.
Dopo un po’ mio padre chiese a mia madre come stavo per il colpo che avevo ricevuto in testa e io la sentii dire che stavo bene, ma che dovevo cercare di evitare essere colpito dove avevo preso il colpo. Ascoltandola, non capii se dovevo stare attento a non farmi male o se mio padre non poteva colpirmi in testa per punirmi. Fatto sta che avevo sentito la conversazione e da quel momento in poi, dopo aver fatto qualche monelleria che meritava una punizione, mostravo la testa con la cicatrice permanente e riuscivo ad attenuare la severità del castigo.
Tutti vennero a casa a salutarci e darci il benvenuto. Ci incontrammo pure con lo zio Fortunato e la sua famiglia, che ora erano anche nostri vicini di casa. Era come se tutti volessero ricreare la vita e le abitudini che avevamo lasciato dall’altra parte dell’oceano. Ma la mamma non smetteva di fissare assorta la solitudine del paesaggio. Lo confrontava con quanto avevamo lasciato e ne ricavava un bilancio negativo. Era infelice, potevo leggerlo nel suo volto. Prima piuttosto che poi, si scagliò contro mio padre. Lo rimproverò per essersi sistemato in un posto che non era migliore di quello in cui eravamo, dove eravamo inseriti in un paese che stava tornando a funzionare e che presto sarebbe uscito dalla stagnazione. A Villa Clara non avevamo né elettricità, né acqua corrente. La discussione non fu facile. La mamma continuò con le sue recriminazioni perché mio padre le aveva fatto vendere tutte le sue proprietà in Italia per venire e investire i suoi soldi in un posto adatto solo a far perdere il capitale. Papà sapeva che era vero, aveva fatto una scelta sbagliata e con poca visione per il futuro. Ma aveva la virtù di non cercare di mascherare i suoi errori con delle scuse. Solo cercò di spiegare che “non era stato in grado di costruire un posto migliore perché mandava a casa soldi ogni volta che poteva”. Stava per prendere un pezzo di carta da una delle tasche dei pantaloni in cui aveva annotato con precisione quasi contabile, la somma specifica e il giorno in cui aveva mandato il denaro. La mamma disse una volta per tutte l’unica frase che era necessaria per finire con la disputa e poter iniziare la nuova vita: “Non sono necessari dettagli”, prese la borsa per fare a maglia, la mise sul tavolo e continuò: “Qui c’è quello che hai mandato, tale e quale”. Religiosamente, ogni volta che riceveva una busta con il denaro, faceva un gomitolo di lana con i soldi dentro, e così aveva conservato tutto il tempo quei soldi come un tesoro intoccabile. Poi, prima che mio padre potesse superare il suo stupore, la mamma disse un’altra frase, con cui tutti iniziammo definitivamente la nuova vita: “Questo è ciò che abbiamo ora” riferendosi a tutte le novità della situazione “e con questo riusciremo ad andare avanti”, e mai più si lamentò del suo destino. Almeno lei.
La sera, dopo cena, mio padre e mia madre andarono nella loro camera da letto e con mia sorpresa chiusero la porta. Le mie sorelle mi spiegarono che era giusto così. Ma l’unica cosa che capii fu che si era aggiunto un fattore in più per capire, con uno o più traumi, che nulla sarebbe stato più come prima. La vita si era spezzata in due.
Il giorno dopo, con un furgone del nostro vicino Giovanni D´Angelo, andarono al porto a prendere il baule con il resto delle nostre cose, assieme a quelle della famiglia Rossi, con cui avevamo viaggiato.
Capitolo IV
Crescere dall’altra parte del mare
Avevo cominciato la scuola in Italia l’anno prima, a settembre. Il 20 aprile, senza un attimo di respiro, continuai le lezioni qui, come se non fosse successo nulla nel frattempo, come se mi fossi addormentato là e svegliato qui. Mio padre mi portò personalmente alla scuola numero 41, oggi la numero 10, a Villa Giambruno. Mi presentò in direzione, diede i miei dati personali e raccomandò alla direttrice che, per qualsiasi mancanza nell’istruzione, non esitasse a correggermi subito con un colpo di righello in testa, di taglio, e che dopo poteva chiamarlo cosicché potesse venire a prendermi. Conoscevo mio padre da appena quattro giorni e non avevo la migliore impressione di lui. Il suo modo di imporsi, le sue maniere dure e brusche mi ferivano sempre di più. La preside decise sul posto di esaminarmi, per poter stabilire se potevo iniziare dalla prima superiore o inferiore. Mi fece leggere il contenuto del mio passaporto per valutare la mia lettura e considerò che potevo iniziare in prima superiore. Ma leggere in italiano non era il problema, il fatto era imparare in spagnolo. Capire la lingua infatti ritardava la mia comprensione delle lezioni e per questo motivo mi bocciarono.
Due giorni dopo ero già a scuola, con un cappotto enorme, spesso e pesante, con i mormorii dei miei compagni di classe che mi circondavano e mi guardavano come se fossi un essere che veniva da un altro pianeta, che parlava strano e con un’insegnante che voleva insegnarmi in spagnolo. Tutti questi eventi mi segnarono per sempre: il rapporto con mio padre, il modo in cui mi trattava, lo shock enorme dello scontro con la realtà, la sensazione di discriminazione a scuola con le battute costanti e la creatività dei mie soprannomi, ricordo i più comuni “tano mangia-broccoli”, “tano mangia-cipolla”, frasi apparentemente sciocche che non solo mi fecero crescere all’improvviso, ma anche sentire una grande tristezza. Ho contato da due a tre litigi a settimana fino a quando arrivai ad un accordo di ‘non aggressione’. A peggiorare le cose, e a farmi sprofondare nella rabbia sempre di più, mia madre cucinava broccoli la sera. Avevo bisogno di un motivo per respingere le accuse e il bullismo dei miei compagni di classe, quindi mi rifiutavo di mangiarli. Ma non funzionò. Mio padre, che non era a conoscenza dei miei problemi, non accettava il mio rifiuto perché riteneva che qualsiasi cosa fosse messa in tavola si doveva mangiare senza obiezioni. Quindi per farmi capire questa nuova lezione, mi fece mangiare solo verdure per tre giorni di fila. Avendo imparato la lezione, io alla fine dichiarai: “Che buone che sono le verdure”. Al che, mio padre aggiunse: “E ieri erano anche meglio”. Da quel momento in poi mangiai qualsiasi cosa la mamma preparasse, fredda, calda, cruda o troppo cotta.
Credo che prima di allora non mi fossi mai sentito triste. Avevo la sensazione di essere nel mezzo di un brusco abbandono. I bambini che erano immigrati prima di me ormai erano grandi. A volte cercavo la loro solidarietà, ma loro, che avevano già vissuto quell’esperienza, non erano ben disposti a ripeterla. E così, come in altre circostanze spiacevoli, non c’era posto per le lamentele e bisognava aprir le braccia alla rassegnazione.
L’unica oasi che poteva esserci, sarebbe stato incontrarmi con mia sorella Giuseppa all’intervallo, ma neppure ciò era possibile, giacché i cortili di femmine e maschi erano separati. Presto capii che dovevo cavarmela da solo e con le cattive. Le liti che spesso avevo per porre fine alle battutacce dei miei compagni, avevano conseguenze fisiche e, alle volte, anche peggiori. Per esempio, quando il mio grembiule fu ridotto a brandelli. In Italia, I grembiuli erano uguali per ragazzi e ragazze. Per la fretta che c’era sempre e per non perdere tempo in questioni di poco conto, mia madre mi mise uno dei grembiuli di mia sorella, che ne aveva due. Di quanto fosse imbarazzante nessuno se ne accorse né ci pensò. Ma io sì. Quel giorno non sapevo dove nascondermi dalla vergogna e mi coprivo con lo stesso cappotto enorme e la sciarpa che indossai nel viaggio dall’Italia. Non me li tolsi di dosso per tutta la mattinata, sempre attento a che non si intravedesse niente. Fu un vero e proprio tormento perché tutti volevano vedere cosa indossavo. Quando tornai a casa mia madre capì la situazione e nel pomeriggio risolse coi necessari rammendi.
Il cumulo di così tante avversità in poco tempo, mi portarono, un giorno, in preda un po’ dell’infelicità e un po’ della ribellione, a gridare a pieni polmoni: “Torno in Italia”, e uscii di casa, assolutamente determinato nel mio intento. Corsi per un paio di isolati verso dove credevo si trovasse il fiume, e pensavo: dopo il fiume viene il mare e dopo il mare sicuramente c’è di nuovo l’Italia. Mio padre mi lasciò andare per alcuni isolati e poi mi raggiunse. Non ha neanche provato a consolarmi. Tirato per un orecchio tornai alla solita vita.
Piano piano, così come mia madre dovette imparare a rassegnarsi a certe cose, anche io imparai a fare lo stesso. Mio padre veniva a tavola senza l’intento di essere severo, ma finì per assumere abitudini che lo facevano apparire tale. Una era quella di sedersi a tavola con la cintura allacciata, ma senza farla entrare nei passanti, per poter agire con prontezza, senza lasciare scampo, quando serviva un castigo. Ho ancora molti ricordi dei metodi adottati da mio padre per correggere le deviazioni disciplinari. E non li giudico con l’ottica attuale. Anzi, non li giudico del tutto. Erano situazioni e metodi di quei tempi, in quei tempi hanno avuto il loro effetto e mi hanno educato e formato in qualche modo.
A volte mio fratello Angelo usava l’espressione: “me cache en diè”, e senza aver affatto capito quando si poteva o meno usare, un giorno ebbi la brillante idea di ripeterla a tavola. Ebbi la sfortuna di avere mio padre seduto accanto, che, con la velocità di un lampo, mi stampò uno schiaffone in faccia, facendomi arrivare fino agli angoli più remoti del cervello che non era consigliabile ripetere quella frase, che, a quanto pare, era permessa solo ai grandi. Scese il silenzio. Anche da parte mia. Quella frase non l’ho più ridetta.
Dover condividere faccende domestiche con mia sorella Giuseppa non era per niente facile. Faceva fatica a mettersi in moto e a proseguire con continuità. Rispettare gli impegni non era per lei. I miei genitori avevano comprato una pompa per l’acqua, che serviva a riempire un serbatoio per la cucina e il bagno. In questo modo, mio padre aveva rimpiazzato la fontana di Montaquila, collegando la pompa ad un tubo che portava l’acqua in un serbatoio in fibrocemento di duecentocinquanta litri, collocato sulla terrazza di casa. Erano piccole innovazioni, fatte per introdurre un minimo di comodità in casa e anche per addolcire un po’ il cuore alla mamma. Mia sorella ed io avevamo il compito di pompare, quattrocento o cinquecento volte a ciascuno, la quantità sufficiente a riempire il serbatoio. Ma non tutto andava come doveva, per via di Giuseppa, che non arrivava mai alla quota stabilita e sempre si approfittava di me, mercanteggiando e caricandomi di pompate che poi non restituiva a parificare gli sforzi. La mamma non tardò ad accorgersene e la costrinse a fare il lavoro che doveva e anche di più per compensare la furbata. Giuseppa quindi si arrabbiava e con tutta la sua furia, finiva per pompare più del necessario, facendo traboccare inutilmente il serbatoio.
Una domenica pomeriggio presi in prestito la bicicletta di mio padre. Di solito la usava per andare al lavoro, ma quella domenica, per la rotazione dei turni di lavoro, gli toccava il turno di notte. Appena salii sulla bicicletta, sembrava che si rivoltasse contro di me. La catena saltava continuamente, la risistemavo riempiendomi le mani di grasso. Tutto inutile. Dopo aver ripreso un po’ ad andare, tornava a sganciarsi dalla corona e dal pignone. Ad ogni guasto mi sentivo ribollire il sangue e alla quarta o quinta volta non ce la feci più. Senza pensare alle possibili conseguenze gettai la bicicletta per terra e iniziai a saltare sulle ruote, piegando raggi e cerchioni, danneggiandola fino a renderla inutilizzabile. In quel preciso momento mi resi conto delle proporzioni della mia rabbia, ma, soprattutto, mi immaginavo mio padre al momento di doverla usare. Tornai a casa al cader della sera, trascinandomi a fianco, in qualche modo, la bicicletta. Appoggiai la bicicletta su una colonna di cemento ed entrai in casa cercando di dimenticare quello che era appena successo, ma mi fu impossibile. Nessuno notò l’incidente. Non ebbi il coraggio di dichiararmi colpevole e tacqui aspettando il corso degli eventi e lo scatenarsi della tragedia. Mio padre doveva andare a lavorare alle dieci di sera. Finito di cenare, alle nove, disse a mamma che andava a sdraiarsi un po’ e di chiamarlo alle nove e mezza. Alle dieci meno venti la mamma lo chiamò: “Giovanni, sono le dieci meno venti”. Mio padre si alzò subito e chiese se la bicicletta avesse le gomme ben gonfie. Il conto alla rovescia era arrivato alla fine. Davvero. Ebbi il tempo sufficiente prima di sentirlo precipitarsi e urlare tra il cielo e la terra di Villa Clara: “Lo ammazzo”. Entrò in casa come una tempesta, con la cintura in mano e colpì tre, quattro volte il rigonfiamento nel mio letto. Non si fermò di più perché sarebbe arrivato tardi per il suo turno in fabbrica. Quindi con lo stesso impeto con cui era entrato, uscì, giurando che avrebbe continuato a fare giustizia la mattina dopo.
La mamma entrò subito nella stanza. Sapevo che, almeno per ora, il peggio era passato e pensai che l’espediente di infilare nel letto, al posto mio, il cuscino nascosto con la coperta, aveva funzionato. Quando vidi mia madre, mi affacciai da sotto il letto e le chiesi con aria compiaciuta: “È uscito?”. La mamma, in tutta risposta, mi diede un ceffone che mi fece sbattere la testa contro la trave del letto. Comunque, il bilancio fu soddisfacente, mi ero immaginato di peggio.
Capitolo V
La cultura del lavoro e altre usanze italiane
Nel frattempo mia madre continuava a vendere le sue proprietà in Italia. Lo faceva perché era inutile non farlo. Ma continuava a soffrire e rimpiangere in silenzio il fatto di essersi lasciata alla spalle il suo paese, la sua terra, le sue tradizioni e il suo stesso mondo. La decisione di mio padre decisamente non fu la migliore e, anche se sarò sempre grato a queste terre, la verità è che in quegli anni la Germania, la Svizzera, la Francia e persino l’Italia stavano iniziando, gradualmente, un processo di ricostruzione grazie prima al Piano Marshall e poi alla formazione del Mercato Comune Europeo, con possibilità migliori di quelle offerte qui, partendo da basi più solide.
Il denaro ottenuto dalle vendite ci arrivava tramite l’agenzia di viaggi “Fratelli de Brasi”, che per quanto ne so, è ancora attiva nel viale Centenario, presso Béccar. Il mio padrino lo versava negli uffici di Napoli e i miei genitori lo riscuotevano qui.
Mio padre decise allora di contattare l’agente immobiliare Fernandez, e comprò sedici pezzo di terra, a due isolati di quelli che già avevamo a Villa Clara. In breve tempo avevamo, senza renderci conto, ricreato la valle del Porcino. In quelle terre crebbe il nostro orto, con varietà di ortaggi, legumi e alberi da frutto. A mia madre le idee nascevano senza cercarle, per il solo fatto di essere al mondo. Mio fratello, a quei tempi lavorava per un’azienda, la Zucamor S.A., effettuando il servizio di consegna. Una volta dovette fare una consegna alla città de Pehuajó e lì ebbero la cortesia di dargli, come omaggio, un maialino, il cui destino sicuro, finché durò il viaggio di ritorno, era la macellazione. Ma quando mia madre lo vide, osservò che era troppo magro e piccolo e che sarebbe stato uno spreco totale ucciderlo così presto. Poi tirò fuori l’idea di allevarlo per aumentare, e non prosciugare, questo patrimonio. Aggiunse anche un’altra occupazione: l’allevamento di pulcini. Comprò un incubatrice Cooper che le diede un lavoro in più, ovvero la necessità di interrompere il sonno per controllare che la fiamma della lampada a cherosene non cambiasse strada, incendiando tutto quello che trovava.
Recintammo il nostro pezzo di terra con una rete metallica e decidemmo di ampliare la casa. Mio padre era particolarmente abile nel distribuire i compiti. Quando le mie sorelle ed io tornavamo a casa da scuola, avevamo sempre qualcosa da fare. Preparare l’impasto di cemento e sabbia o portare dentro mattoni, erano compiti abituali fin quando era buio, e se c’era mio padre, aiutarlo in quello che serviva. Ricordo quando mio padre, con l’aiuto di mia sorella Livia, aveva montato una finestra, impresa affatto facile, visto che era necessario raddrizzarla continuamente da una parte e dall’altra, e quando era dritta da una parte, si disallineava dall’altra, finché finalmente ci riuscirono. Sfortunatamente Livia aprì la finestra troppo presto e mandò tutto a ramengo. Mia sorella decise all’istante di andare da mio padre, si mise solennemente sugli attenti, si dichiarò colpevole e chiese di ricevere subito la punizione. Mio padre fu colto di sorpresa da tanta schiettezza e lei spiegò velocemente l’accaduto, per ricevere quanto prima il rimprovero orale e la punizione concreta. Ma, tra la sorpresa di Livia e di tutti, mio padre decise di premiare la sua onestà dicendo: “Non c’è problema. Andiamo a sistemarla”.
Finalmente, a tempo debito, il maiale regalato a mio fratello e nutrito da mia madre, arrivò al suo ultimo giorno. In Italia il rito dell’uccisione di un maiale era qualcosa di normale. Ma qui, a Villa Clara, non si era mai visto. Lo macellarono in mezzo a un putiferio che sconvolse tutto il quartiere. Mio padre dava ordini a destra e sinistra e gridava di dargli gli strumenti necessari per completare la macellazione dell’animale, mentre i bambini del quartiere si assiepavano attorno alla recinzione di casa per assistere allo spettacolo. Il povero animale, dal dolore, gridava molto più forte di mio padre, implorando, nella sua lingua, pietà e la fine del supplizio, rassegnato all’inevitabile destino.
In quel mentre, io morivo dalla vergogna, obbligato a collaborare in ogni cosa di cui mio padre avesse bisogno, ma con tutta la voglia di non prender parte a una commedia così drammatica. Tutti ci osservavano come se fossimo i protagonisti di un grande spettacolo tragicomico, ottimo per dare un motivo di più, il giorno seguente, alle critiche malevole volte a emarginarci.
I lavori per costruire la nuova casa continuavano, e ogni giorno dovevamo muoverci dalla nostra perchè ognuno potesse svolgere i compiti assegnati. Per ben due anni, quando andavo da solo, camminando o con la bicicletta di mio padre, dovetti affrontare la grande paura provocata da un cane nero, con aspetto selvatico, del quale non sapevo il nome, né il modo di calmarlo, e neppure perché si inferocisse ogni volta che passavo davanti a quella casa. Appena mi vedeva, abbaiava e mi rincorreva, come indemoniato, con gli occhi rossi, iniettati di sangue, cercando vendetta di chissà cosa, perché non ricordo di averlo mai provocato. A volte mi avvicinavo piano e con cautela, e lo vedevo dormire, ma all’improvviso, infallibilmente, si accorgeva di me e si lanciava in caccia. Parlare col suo padrone non era il caso. Dovetti quindi mettermi il cuore in pace, sperando che un canile ponesse fine alla sua pazzia e, allo stesso tempo, imparai a deviare il mio percorso.
Ci mancavano attrezzature per lavorare nella tenuta. La priorità di mio padre era procurarsi un animale per tirare l’aratro. Uno dei nostri vicini, il macellaio Díaz, aveva una giumenta con cui faceva le sue consegne e ci disse che era molto docile e adatta a quel lavoro. Mio padre decise di comprarla. La chiamammo Ñata e si rivelò un acerrima nemica. Devo confessare, a sua discolpa, che spesso scaricavo su di lei la mia insoddisfazione, rabbia e delusione per quello che passavo nell’abituarmi alla mia nuova vita. Lei aveva imparato a vendicarsi a tempo debito di ogni mio scatto di rabbia. Aveva l’abitudine di liberarsi dalla sua catena, e scappava in mezzo al campo quando io la inseguivo per riprenderla. Quando ero vicino ad afferrare la catena, lei mi teneva d’occhio furtivamente e, guarda caso, correva cinquanta metri più in là, per cui ricominciava l’inseguimento. Quando doveva trainare l’aratro, lo faceva di malavoglia e in maniera così riluttante da storcere il tracciato, per cui il pezzo di terra arato finiva per essere percorso da solchi irregolari e persino inutili che mio padre criticava severamente. Inoltre, quando le mettevo la pelle di pecora che serviva da sella, lei posava con calma uno zoccolo sul mio piede e lì restava, immobile, impassibile, risoluta, spietata. Anche se lo facevo, non serviva picchiarla, insultarla, strattonarle le redini, trattarla da essere umano o da bestia. Lei rimaneva lì, sul mio piede, finché non si stancava di farmi male.
Inoltre, avevo un altro feroce nemico che mi mordeva le mani. I geloni comparivano nello scontro tra freddo e caldo, interferendo crudelmente con l’umore quotidiano. La catena che usavo per spostare la giumenta era un susseguirsi di anelli di ghiaccio. Pure con la precauzione di reggerla avvolta in un pezzo di tela, il freddo passava a congelarmi le dita. Quando finivo di lavorare, le mie mani sembravano appartenere ad un altro corpo, prive di sensibilità, fino a quando non trovavo sollievo appoggiandole di tutto cuore sulla stufa. Come risultato di questo alternarsi tra freddo e caldo, comparivano con violenza i geloni. Mentre mi disperavo strofinandomi le mani, cercando inutilmente un po’ di sollievo, pensavo ai danni della povertà. Da allora associo il freddo alla povertà e vedo la povertà come un nemico.
Un giorno andai da mia madre con due domande specifiche. Innanzitutto le chiesi perché c’erano persone che stessero meglio di noi. Mi disse che era quello che ci era toccato in sorte. E che era anche quello che la sua famiglia aveva subito. Mi spiegò che i suoi antenati avevano avuto una grande fortuna, accumulando proprietà in quantità tali che i Ricci erano diventati proprietari di quasi tutto il paese. Ma le ricchezze e le fortune sono come il fuoco. Se le persone non se ne prendono cura e non le alimentano adeguatamente, si consumano velocemente senza aver il tempo di accorgersene. E ciò fu quello che successe ai Ricci, qualche generazione dedita alla politica, altre al gioco d’azzardo, e tutte al “dolce far niente”, finirono per sperperare gli sforzi precedenti, lasciando in eredità piccoli pezzi di nulla.
Poi un altro pomeriggio qualunque, mentre continuavo a pensare ed architettare soluzioni contro la povertà, chiesi a mia madre, immaginando la risposta: “Mamma, quanti testicolo hanno quegli uomini che riescono a far soldi?” “Due” mi rispose. Ragione sufficiente per immaginare, con la mia mente di bambino, che allora anche io potevo riuscirci.
Ma tornando alle mie disavventure con la giumenta Ñata, ricordo che il lavoro divenne più tollerabile perché generalmente Jorge Quinteros, un mio vicino, che era anche mio amico, più o meno della mia età, mi accompagnava e camminava accanto a me quando facevo il lavoro con l’aratro. La sua compagnia la interrompeva sua madre, Clarita, quando lo chiamava ordinandogli di fare il sonnellino pomeridiano. I punti di vista di sua madre a della mia seguivano logiche opposte. Clarita lo obbligava al riposino. Quando si svegliava, tornava. Mi accompagnava un paio di giri in più, fino a quando sua madre ci interrompeva di nuovo, questa volta per obbligarlo a fare merenda e bere un bicchiere di latte. Era la madre “ideale”, pensavo. Mia mamma, invece, lungi dall’obbligarmi a fare il riposino, mi proponeva quasi con lo stesso tono imperativo di Clarita, ma al contrario: “fai altri quattro giri”. Forse a causa di questa differenza nella nostra cura materna, era con Jorge Quintero che litigavo di più, fino a due volte al giorno.
Tra una cosa e l’altra, oltre alla scuola, il fatto è che quando ero piccolo non ebbi mai molto tempo per giocare. Non rientrava nelle abitudini della nostra famiglia, dedicare tempo a queste esigenze di poco conto. Vedevo gli altri ragazzini giocare alle biglie e mi piaceva. Immaginavo di avere un grande barattolo pieno di biglie. La prima cosa che feci fu procurarmi la cosa più semplice: una latta vuota di olio “La Malagueña” e mettermi in pista. Ma contro mio padre era una lotta impari, considerate le sue argomentazioni, cui non potevo replicare: “Perché vuoi giocare alle biglie? Che vantaggio ne ricavi?”. Sinceramente non sapevo cosa rispondergli e lui non mi capiva. Il fatto fu che con le poche biglie che trovai, non riuscii mai neppure a coprire il fondo della latta.
Un po’ più spesso giocavo a biliardino. Non era né facile, né gratuito. Solo dopo aver insistito a lungo con la mamma, perché mi desse i soldi per comprare qualche gettone, lei me li concedeva, ma prima dovevo vangare qualche metro di campo, o dipingere sedie e finestre, sempre di verde, o insomma, qualsiasi altra cosa ci fosse da fare. Una di queste era pulire una cucina Longvie. Il pomeriggio in cui mi diede questo compito, stava piovendo e così pensavo che non ci fosse nulla da fare. Ma la mamma, trovava sempre qualcosa da fare. Era una organizzatrice perfetta, attenta ed efficiente. Tuttavia, mi permisi di farle ancora una domanda, cercando di schivare l’impegno: “Ma non è un lavoro da donne?” –chiesi. “Da donne, uomini e bambini”, rispose quasi senza farmi finire e senza lasciare ombra di dubbio sull’incarico, e su quella che oggi chiamiamo parità di genere. La cucina diventò immacolata fui ricompensato col mio gettone per il biliardino.
Il padre di Jorge Quintero e il signor Cataneo ci fecero visita in casa una domenica pomeriggio. Rimasero stupiti della velocità con cui mio padre stava costruendo un’altra casa, oltre a quella che aveva già. Pensavano che dietro a questa attività così efficace ci fosse qualche segreto o strategia di esecuzione, ed erano venuti per saperne di più. Mio padre fu diretto e conciso. Consigliò loro di eliminare alcune cattive abitudini evidenti. Innanzitutto uno stile di vita più austero e con più limiti, meno grigliate, meno “festicciole” e meno visite a bar e ristoranti del centro, e in tre o quattro anni avrebbero visto i risultati, se avessero investito in materiali e attrezzature il denaro risparmiato. “Inoltre”, aggiunse “voi godete di un grande vantaggio: io posso prestarvi i miei strumenti di lavoro quando non li utilizzo: le carriole, le mazze, le pale, i secchi e le assi di legno, con l’unica condizione di restituirmeli quando avete finito di usarli”.
Fu così che Cataneo e Quintero finirono le loro case. La condizione imposta da mio padre fu rispettata e portata a termine, sebbene con molte eccezioni, visto che spesso dovevamo andare a chiedere indietro gli strumenti prestati. Ma il consiglio di mio padre fu un vero e proprio lascito che si tramandò da una generazione all’altra. Le loro case sono ancora lì a mostrarsi come un vivido ricordo.
Anche se in modo un po’ rudimentale, non mancarono nuove idee per migliorare il nostro stile di vita. Nel 1961 mio padre si incaricò di convocare alcuni vicini: Signor Alfredo, di cui non ricordo il cognome, i Conte, i Cataneo, i Calegoya e l’elettricista Ortiz, con l’obiettivo di portare l’energia elettrica alle nostre case dalla casa della famiglia Russo, che abitava nell’incrocio di Ranelagh. Quest’uomo, anche lui italiano, fu molto gentile e amichevole, e ascoltò volentieri la nostra proposta. Per portare l’energia elettrica da casa sua dovevamo attraversare l’Avenida Antártida Argentina per poi girare nella via Hernandarias fino a casa nostra, all’incirca a sette isolati. Avrebbero messo un contatore nella casa del signor Russo e poi uno in ogni casa che che avesse partecipato della proposta. Inoltre, come ringraziamento al signor Ortiz, per il suo contributo professionale come elettricista, e siccome aveva una famiglia numerosa e poche risorse, si convenne che lui non avrebbe pagato il suo consumo di energia. Sebbene fosse una connessione clandestina, era alla vista di tutti e non era illegale perché per il consumo si sarebbe pagato il dovuto. Sebbene ci fosse una sorta di incredulità tra le famiglie partecipanti, il progetto si portò avanti, e fu un successo per i successivi quattro o cinque anni, fino a quando arrivò la compagnia dell’energia elettrica con un’installazione più sofisticata.
Successivamente, e grazie alla rudimentale connessione elettrica, arrivarono a casa nostra la radio, la televisione e il frigorifero, che la ditta Zucamor finanziava ai dipendenti, come assistenza sociale e mettendo la sua pubblicità sulla porta. Meno successo ebbe mio padre quando propose di migliorare le strade perché fossero più facilmente transitabili, soprattutto durante e dopo la pioggia. Le famiglie risposero che per quelle occasioni bastavano gli stivali.
Ricordando oggi le iniziative di mio padre, rifletto sulla grandezza delle sue capacità, poi mi chiedo quanto, nel realizzarle, abbia influito lo sprone di mia madre. Confesso che mi è difficile rispondere a questo interrogativo. Ci riuscirò mai un giorno?
Oltre a servirci della giumenta Ñata per il lavoro nei campi, mio padre si fece il resto degli attrezzi come poteva, tutti fatti in casa, in modo rudimentale. Erano tutti una espressione di povertà. Qui non erano gli stessi che in Italia. Il tipo di suolo era diverso, e diversi dovevano essere anche i metodi di lavoro. Tutte le conoscenze erano rudimentali ed elementari. Con l’esperienza di tentativi ed errori, perdevamo tempo e efficienza.
Come era consuetudine all’epoca e in particolare nelle famiglie italiane, erano i genitori quelli che intravedevano, con maggiore o minore efficacia, come realizzare il matrimonio dei figli. In questa valutazione i genitori tenevano in gran conto la provenienza da buona famiglia e soprattutto il possesso dell’abitudine al lavoro dall’alba al tramonto.
Mia sorella Livia non fu l’eccezione alla questione. Presto Nicola, figlio dei Geniola, famiglia che aveva già legami con parenti di Montaquila, mostrò interesse per lei. I miei genitori e i suoi videro la cosa favorevolmente e, per dirla col famoso programma televisivo, “si è formata una coppia”. Per me è stato un piccolo colpo di gelosia. Era la prima volta che un estraneo entrava a far parte della nostra famiglia. I legami affettivi con questa famiglia continuarono a crescere. I Geniola avevano in affitto quattro ettari di terra a Bosques, a un lato della autostrada 2, dove coltivavano diverse specie floreali. E non solo insegnarono di buon animo ai miei genitori come dotarsi dell’utile e del necessario, ma accesero in mia madre lo stimolo per avviare una nuova impresa commerciale.
Procurarono ai miei genitori i primi semi e i migliori consigli, e gli strumenti idonei: aratri, erpici di ferro e tutto l’indispensabile. Destinammo una parte della nostra terra a questa attività, e fu anche un successo. Gli intermediari commerciali, tra i quali posso ricordare il signor Julio Filaretto, ritiravano la produzione, e la vendevano al mercato dei fiori di Avellaneda e poi pagavano mia madre. Ricordo anche il mio viaggio con lei sull’autobus 300 fino a Berazategui, a vendere il resto della produzione nel negozio di fiori La Orquìdea di Michelle Figarotta. Inoltre, per aiutare la nostra modesta economia, raccoglievamo la verdura per venderla direttamente ai nostri vicini, ai compagni di lavoro di mio padre e mio fratello, che a quel tempo lavoravano per la ditta Zucamor. Tutto il ricavato di quel commercio era conservato in un armadio che nessuno toccava, salvo espressa autorizzazione di mia madre o mio padre. Tuttavia, la sorveglianza non era perfetta. Mia sorella Giuseppa un giorno mi fece la sorpresa di raggiungermi a ricreazione con un panino con la mortadella. Prima ho apprezzato con molta gratitudine il gesto, ma passata la reazione di felicità, mi chiedevo dove mia sorella avesse trovato i soldi per procurarsi una cosa così pregiata. Non avevo bisogno di pensare molto perché c’era solo una possibile risposta: aver visitato l’armadio degli incassi senza il relativo permesso. Devo confessare che, per qualche tempo e qualche altro panino, ho mantenuto il segreto, fino a quando non potei più sopportare il peso della coscienza, e rivelai a mia madre l’illecita scorreria di mia sorella Giuseppa. La lavata di capo fu così pesante che la malefatta non sarebbe mai più tornata a ripetersi.
Un bel giorno, senza spiegazioni, mio padre mi chiese di accompagnarlo a casa di alcuni vicini, i Lamas. Al centro di tutto ci fu la consapevolezza di capire che tutto si raggiunge con l’impegno e il lavoro. È stato il mio giorno di gloria, un regalo forse pianificato o un colpo di fortuna che mio padre aveva in serbo per me. Andammo ed entrammo in un magazzino dietro la casa principale. A una parete era appesa una bicicletta che sembrava non essere stata usata da molto tempo. La sua utilizzabilità era appesa a un filo, dato che era coperta di ruggine, senza vernice in alcune parti, coi copertoni ormai secchi e induriti, non usabili. Subito mio padre la comprò e mi disse che la bicicletta era per me. Non l’avrei mai immaginato. Tutto il mio corpo divenne felice, come se fossero arrivati fuori stagione i Re Magi. L’ho carteggiata fino al cuore del metallo, l’ho dipinta con lo spruzzatore del Flit, di un colore, non poteva essere altrimenti, verde chiaro. Con quel poco che avevo messo da parte ho acquistato gomme nuove e, in alcuni viaggi fatti con mio fratello sul camion, ho comprato i pezzi di ricambio che servivano, in un negozio di Avenida San Juan e Pichincha. In un mese la bicicletta era tornata in vita, nel quartiere non ce n’erano molte così. L’ho sempre considerata equivalente agli indennizzi dati dal Piano Marshall in Italia, ma stavolta in risarcimento dello sradicamento, delle fatiche, dei sacrifici e della privazione di giocare e raccogliere palline.
Non pago della bicicletta, alcuni giorni dopo chiesi soldi a mio padre per comprare un pallone da calcio numero 5. Tale richiesta mio padre manco la prese in considerazione, ma per non liquidarla brutalmente con tanti discorsi, mi propose un affare che dentro di sé riteneva impossibile. Quando ci siamo trasferiti nella nuova casa, i miei genitori hanno affittato la casa vecchia ad una famiglia che qualche tempo dopo è andata via, ma senza saldare il dovuto. Mio padre aveva insistito fino allo sfinimento, per riscuotere, ed era sul punto di lasciar perdere. Fu allora che mio padre mi disse che se fossi riuscito a riscuotere quel debito, avrei potuto usare quei soldi per comprare il pallone. Lo disse per togliermi l’idea dalla testa, ma io la presi come una sfida non impossibile da vincere. Senza perdere tempo, ho iniziato coi tentativi già il giorno seguente. La signora non respinse la richiesta, mi fece tornare il giorno dopo, la settimana prossima, in breve tempo, domani, ancora una volta... Non raggiunse lo scopo di stancarmi e io introdussi un’altra questione, falsa ma efficace e vincente: “Mia madre è malata. Abbiamo bisogno dei soldi per le medicine”. Dopo tutto, chi non ha mai ucciso una nonna almeno una volta, per risolvere una situazione disperata. La bugia fece il suo dovere, e il quinto giorno la signora mi fece la sorpresa di darmi i soldi dovuti. Immediatamente, prima che l’emozione mi facesse perdere i sensi e mi strappasse ai miei piani, mi sono precipitato al negozio di Signor Felix Oneto a Villa Giambruno.
I soldi bastavano giusto per il pallone e qualcosa di più e, perché non restasse neanche un centesimo, comprai l’ago per il gonfiaggio. Tornai a casa pazzo di allegria, facendo rimbalzare la palla in cucina. Mio padre rimase di stucco: “E questo dove l’hai preso?” mi chiese, e io gli risposi che avevo riscosso il debito. Si fece serio, pensando all’uso migliore che avrebbe potuto fare di quella cifra, che aveva dato per persa. Ma aveva già dato la sua parola, e non poteva rimangiarsela.
Non so se era veramente nel momento in cui lo vivevo, oppure nel ricordo di adesso, che tutto succedesse in modo così turbinoso e senza posa.
Il fatto è che verso i nove o dieci anni, vedevo passare proprio davanti a casa nostra una bambina molto carina, e io mi sentivo dolcemente attratto da lei e la fissavo da quando la vedevo arrivare fin quando mi passava davanti. Ma lei non mi ha restituito un solo sguardo, né un sospiro, un ciao, un arrivederci. Certamente senza riflettere, ho tradotto il mio senso di impotenza in una sfilza di insulti e parolacce, biascicate con stile simile a quello del carrettiere che aveva portato il vescovo in paese. Com’era logico, la bambina lo disse a suo padre e suo padre lo disse al mio. Così, fedele ai suoi principi di insegnare, tra le altre cose, anche con la vergogna, mio padre mi ha invitato, qualche pomeriggio dopo, a fare un giro in bicicletta. Mi bastò solo questo per capire che era giunta l’ora di pagare le conseguenze della mia incontinenza verbale. Non mi sbagliavo. Presto ci trovammo davanti alla casa della bambina. Mio padre batté le mani, il campanello dell’epoca, il padrone di casa aprì e poi gli chiese di chiamare la figlia. L’uomo insisteva che non era necessario, ma mio padre insistette di più. Non appena la bambina fu uscita fuori, mio padre pretese che fossi capace di ripetere quel fiorito mazzolino di parolacce. Non potevo. In primo luogo, a causa della paura che aveva prodotto in me con la sua strategia. E in secondo luogo, perché mio padre mi sorprese ancora con la sua forza e mi tirò giù dalla bicicletta e dal mio equilibrio. La voce mi arrivò appena per mormorare le scuse del caso. Mio padre si congedò promettendo loro che, tornati a casa, avrebbe continuato a “parlare” con me al riguardo.
La mia infanzia è andata avanti così: tra malinconia e monellerie commesse quasi senza malizia, sebbene mio padre mettesse tutto in conto a tale voce. Così è stato anche quando, con un gruppo di amici, siamo andati in una vicina casa di campagna e, passando, abbiamo preso “senza permesso” alcune arance. Quel pomeriggio sono arrivato a casa con due arance e mio padre mi ha beccato senza darmi il tempo di nasconderle. Il peggio fu quando si accorse che non erano neanche mature. Il risultato fu che ricevetti doppia dose di schiaffoni: uno perché avevo preso ciò che non era mio e un altro per averle raccolte verdi.
In quegli anni, nel 1960, arrivò dall’Italia una lettera del dott. Vicenzo Deboli, procuratore legale e compagno di partito di mio padre quando erano militanti attivi della democrazia cristiana. In quella occasione il dottor Deboli informò mio padre della morte di sua madre, l’unica nonna che avevo conosciuto, nonna Rafaela. Mio padre prima cedette alla tristezza, finché a poco a poco i sentimenti finirono per trovarsi e perdersi nell’anima. Lei, sua madre, che si era risposata col fratello di suo padre, aveva fatto sì che tutto il proprio impegno si disperdesse nel condividerlo con altri figli e altre famiglie, che ora a lui risultavano alquanto estranee. I sentimenti di mio padre si sfilacciavano in ricordi che si perdevano nella memoria e il suo viso prese un’espressione tetra e assente. Tuttavia, questa situazione servì per verificare alcune usanze che erano comuni nel nostro paese natale. Quando un membro della famiglia moriva, non era ben visto che in quella casa si cucinasse. Preparare da mangiare, o, di propria iniziativa, mettersi a pranzare o cenare, non era conforme al rispetto delle formalità del doveroso lutto. Quindi amici e vicini andavano nella casa dei parenti del defunto, portando pasti già pronti per condividerli con la famiglia. Questo fatto si ripeteva per alcuni giorni, più o meno in proporzione alla relazione e affetto che si aveva per la famiglia. In questa occasione della morte della nonna, i nostri vicini del paese, che erano ora in Argentina, ripeterono qui, per la prima volta, questa nostra tradizione italiana, per molti giorni. Quando ci furono altre morti, i miei genitori restituirono quelle attenzioni, anche se col passare delle generazioni quell’usanza si è affievolita fino a scomparire.
Il trauma della discriminazione e della presa in giro, oltre il limite del ragionevole e sopportabile, mi ha lasciato ferite così durature, che ancora oggi riemergono di tanto in tanto con una certa facilità. Ricordo la crudeltà dei bambini quando si attaccano a vicenda, tutti innocenti, certamente influenzati da altri, più audaci –quando sono in gruppo–, o dalle conversazioni ascoltate in casa, anticipando ciò che oggi chiamiamo bullismo, con quella smania che abbiamo di rinominare cose così semplici e che si ripetono da sempre, con maggiore o minore intensità. Consapevole delle conseguenze dannose che questi comportamenti lasciano nei più piccoli, mi sono volutamente impegnato a casa mia e con i miei figli, di dimostrare col mio esempio, i cattivi effetti di prendere in giro qualcuno, con cattiveria, o di sparlare di qualcuno in sua assenza.
Pulsuz fraqment bitdi.